Fu Manchu @ Ravenna, Bronson, 12/02/2010

Se guardi le foto dei Fu Manchu che giravano nella seconda metà degli anni novanta, Scott Hill era vestito esattamente allo stesso modo. Maglietta bianca a righe orizzontali, jeans neri che arrivano sì e no alle caviglie, vans nere su calzino bianco, capello biondo lunghissimo perennemente sugli occhi e una barbetta ispida da tredicenne che spunta da sotto il mento -roba che se se non avesse la chitarra di plasticone trasparente alla Dave Grohl potrebbe fare il colloquio per diventar pastore di una comunità Amish poco fuori da Vaccaroville, Iowa. Passa il tempo e loro se ne stanno lì, immobili a testa bassa a suonare il loro genere musicale sera dopo sera. Il loro genere musicale, in tempi non sospetti, è stato preso in blocco ed etichettato più o meno a caso (e più o meno con cognizione di causa) come “stoner rock”. Cinque anni dopo produceva senso ex-post ai gruppi che lo suonavano, mummificandosi in una specie di museo delle cere autoimposto che ha generato una fuga di massa e la nascita di vere e proprie schegge impazzite del rock (discorso lungo e contorto, e mi si stanno scuocendo i fusilli). Naturalmente oggi come oggi non ha più senso di parlare di stoner rock, e probabilmente non ha più senso parlare di “rock” in toto e magari manco di musica suonata, se non in un’ottica revivalistica. Il punto è che in anni di frequentazioni extragenere, tutto sommato venute fuori in un contesto parallelo ma contemporaneo a quelle di cui stiamo parlando, abbiamo aumentato il nostro bagaglio di conoscenze extragenere da primi della classe (sai, io sono uno eclettico), e portarselo in giro sta diventando davvero piuttosto fastidioso e ingombrante. Come la storia dello zainetto di George Clooney in Up In The Air.

Stasera apre un gruppo locale che si chiama Herba Mate -naturalmente suona stoner rock, di quello compatto e tiratissimo. Dura un tre quarti d’ora e la gente si diverte di brutto. Poi salgono sul palco i Fu Manchu. In sei secondi netti inizio a fare la conta di quello che NON serve alla musica che ascolto: rap, elettronica, tastiere, spine staccate, voci femminili, inserti gotici, drones, concetti, copertine fighe, doppia batteria, introspezione, baffoni, inserti wave, casse dritte, glitch, folletti, momenti surf, ballad, pezzi apocalittici di ventun minuti, shoegaze, shitgaze, harsh noise, camicie a quadretti attillate, gilet, frangette. I Fu Manchu suonano il set della vita, cioè quello che suonano ogni sera: due chitarre, un basso, una batteria, voce che dir monotona è poco, pezzi che si chiamano tutti Hell On Wheels o King Of The Road o simili, quasi nessun pedale. Suono monotono, precisissimo, tirato oltre ogni limite.

A pensarci bene, tra l’altro, la musica che fanno è difficilmente etichettabile come “stoner”: ha sicuramente qualcosa di rock anni settanta, ma non sono convinto che un gruppo come loro sarebbe potuto esistere prima dell’83 -e a titolo diverso dai Soundgarden di Ultramega OK, tanto per dire. Più corretto sarebbe parlare dei Black Flag evoluti, di primo grunge, COC, Flipper, Suicidal Tendencies e un’altra quarantina di gruppi che -giocoforza- sto tirando fuori dalla naftalina e ricominciando ad ascoltare: punk scranno tirato con le chitarre dei Black Sabbath e meno pretese possibili. Pochissime le variazioni sul tema, e c’è da dire che la gente non ne vuole manco mezza: stagediving, pogo selvaggio, sorrisi a settantuno denti, gente che s’abbraccia a caso in mezzo al posto. Pochissimo primo pelo: ti aggiri per il locale e ti imbatti in personaggi bizzarri di quarant’anni che fanno, o potrebbero fare, gli impiegati in banca. Musica vera. Chiudono con una brutale Evil Eye, vengono richiamati a gran voce e per il bis regalano la “solita” impedibile cover di Godzilla che pone fine all’attività delle orecchie e ci manda tutti a casa. Non sembrano ben coscienti del fatto che il loro suono ti impone di tornare a casa e dare fuoco a metà dei dischi che possiedi: saltano e ballano, danno l’idea di divertirsi come dei liceali e quando è ora di finirla se ne escono alla chetichella, verso la prossima città, nella quale suoneranno più o meno la stessa roba di sempre a volumi indegni, come se niente fosse, come è giusto che sia. CONCERTONE.

Karma To Burn @ Bronson, Ravenna, 22/11/2009

Due giorni prima su questo stesso palco hanno suonato gli Horrors, e credo che sia andato sold-out. Ha un suo senso: la musica drittona degli anni novanta ha rotto il cazzo, era necessaria un’evoluzione, e gli Horrors sono la quintessenza del gruppo evoluto era 2009 -dei voltagabbana col ciuffo. Mollato il fashion-garage prima che la gente avesse da ridire, si sono ributtati sul mercato con un disco di inqualificabili rip off wave/shoegaze e hanno fatto il pieno di consensi critici, con tanto di attestati di lode al coraggio (con un disco finto-shoegaze, nel 2009). E sarà stato pieno di figa, me lo figuro proprio davanti agli occhi: fintosessuali con frangia e ragazze vestite come tante Emily The Strange Troia che sorseggiano vodka-lemon in attesa che Spider inizi a fare le mossettine talle alla tastiera. Magari qualche hipster è riuscito a limonare, e il giorno dopo sui network mi è persino capitato di leggere gente rimasta piacevolmente impressionata dalla carica della band dal vivo. Grazie mamma ma mi tengo l’odio pregiudizievole. No, non c’ero. E voi sicuramente non c’eravate, due giorni dopo, alla seconda calata in cinque mesi di Karma To Burn, revival stoner-grunge anni ’90 becerissimo e incazzosissimo con berrettini, t-shirt, jeans slavati, chain-wallet e un muro di amplificatori. In compenso siete costretti a beccarvi il secondo live report in manco un semestre con nient’altro da dire a parte: un TRENO sonoro fatto di parti di chitarra e basso sostanzialmente identiche, con un milione di stop’n’go tutti perfettamente sincronizzati e a volumi altissimi (pure troppo, per una domenica sera), scanditi da una batteria precisa al millisecondo. Un’ora e passa di musica senza staccare le mani dagli strumenti, a parte il chitarrista Will Mecum che dopo tre o quattro pezzi ringrazia per essere passati nonostante fosse domenica e “lo so che questo è il giorno del Signore, ma vaffanculo“. Purtroppo stavolta non c’era tra il pubblico un tizio in carrozzella con la maglia degli Unsane, ma lo teniamo come guida spirituale. Un’ora e passa dopo l’inizio, mentre il gruppo è uscito dal palco, la gente  ha smesso d’applaudire e il dj ha già messo su la prima traccia di Backspacer per chiudere la serata, i tre tornano su e regalano un inaspettato bis. Concerto dell’anno.

PS la foto è mia -stavolta mi son ricordato la macchina. Altre mie stanno QUI.