Mark Kozelek – Sings Christmas Carols (Caldo Verde)

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L’album natalizio, a prescindere da autore e intenzioni, è qualcosa di abominevole, sempre e comunque (unica eccezione John Fahey, ma qui manco si tratta di diversi campionati, e comunque Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere, quindi); nessuna giustificazione, nessuna razionalizzazione che possa in alcun modo reggere. Come quelle barzellette imbarazzanti dove alla fine nessuno ride mai, nemmeno per cortesia, neanche per sbaglio. Anzi, se questo succede, deve semmai fungere da sonar per individuare una persona da cui tenersi necessariamente alla larga.
Oggi il Christmas album è qualcosa che sta a metà strada tra puro modernariato, come la Lambretta o la Dyane, e bieco giochetto pseudosituazionista che non interessa più a nessuno, manco di striscio, manco a volerci trovare per forza pretesti meta/post-qualcosa di qualsivoglia forma e maniera (Sufjan Stevens soltanto l’ultimo esempio che mi viene in mente in ordine di tempo – ciarpame, naturalmente, come del resto qualsiasi altro mai inciso abbia anche solo lontanamente a che fare con renne, slitte, campane e neve, nel senso di cristalli di ghiaccio); perché di pretesti oltre il cattivo gusto e il non saper vivere non ce ne sono, mai ce ne sono stati, mai ce ne saranno. È brutta musica per brutte persone e stop, roba che negli Stati Uniti magari qualche gonzo lo spreme pure ma ad altre latitudini fa solo pena quando va bene, lascia indifferenti quando va come deve andare. L’evoluzione della specie ha i suoi contraccolpi benefici, comunque sempre troppo tardi.
Cold fact: è il 2014 e l’album di natale fa parte di un precipitato di tempi orribili ormai lontani ere geologiche. Chiaro altri ne sono arrivati a sostituirli, gli scenari ben più cupi in senso generale, la linea di demarcazione tra sostenibile e inaccettabile, tra sensato e farsesco da parecchio del tutto indistinguibile; il lato positivo è che un A Very Special Christmas ora nessuno lo infila più su per il culo a nessuno, a meno di cercarlo e volerlo scientemente. Questo non è un problema mio.
Il Christmas album di Mark Kozelek era il tassello mancante dell’inarrestabile gara al ribasso che è la sua carriera da dopo il 2003: parassitismo autofago della peggior risma, i remi in barca e pilota automatico attivato 24/7, ogni tanto qualche infinitesimale colpetto, sussulti di vita rari e lontani l’uno dall’altro, che portano ciclicamente a ricominciare a sperare che il bombardamento psichico prima o poi torni a regime; ma sono alla meglio spasmi in un quadro generale che sta sul rigor mortis già da mo’, la linea resta piatta, campare di rendita su trascorsi che erano e restano enormi, non importa quanta sia la merda che continua a scaricarvici addosso con sprezzo del ridicolo a dir poco hughesiano, l’equivalente del peso specifico di dodici pianeti non riuscirebbe a sommergere un solo secondo di Down Colourful Hill, Rollercoaster, Bridge, Ocean Beach e tutto il resto, ma proprio tutto, fino a Ghosts Of The Great Highway compreso. Dopo, la merda vera, trend che non si inverte, patetico tirare la carretta al fienile a forza di dischi acustici, cover album peregrini, tour in solo (pagare musicisti costa), live album del tour in solo, altri dischi acustici e via, si ricomincia. Prossimo step il film di Sorrentino, e il cielo non è più un limite.

You know, things change, rearrange… they really do. Oppure, come mirabilmente disse Harvey Williams: What does this leave me?
A volte vorrei non aver mai conosciuto i dischi dei Red House Painters, davvero. Poi riaffiora spontaneo il ricordo della prima volta che ho ascoltato Grace cathedral park e mi pento di aver formulato quel pensiero. La bruttura però rimane, tanta, troppa, e aumenta esponenzialmente. Chi ascolta Mark Kozelek oggi arriverà mai a rendersi conto di cosa è stato? Anche questo non è un problema mio. Quanta amarezza, comunque.

Fumetti: BATTLES – GLOSS DROP (e grazie per i sì)

 

Poniamo che questa sia l’internet italiana, o l’italia insomma: domani ci sarà qualche testa di minchia che inizierà a scavare nel torbido e a concludere in modo assolutamente GENIALE che oggi non è cambiato un cazzo rispetto a ieri, con lo stesso puntualissimo esser maldestro coi tempi che oggi ha permesso ai leader del mondo libero (quello in minoranza in parlamento) di chiedere per l’ennesima volta le dimissioni di Berlusconi; oppure magari tra vent’anni saremo ancora qua a parlare di quella volta nel giugno 2011 che chiesero gentilmente al popolo italiano di esprimere il nostro parere su quattro questioni purchessia e il popolo italiano rispose VAFFANCULO in massa compatto nonostante la classe dirigente non avesse accorpato il referendum alle amministrative, l’avesse fatto passare sotto silenzio, avesse insistito su questa cosa del silenzio quasi MILITARMENTE facendo sbagliare per sbaglio le redazioni dei TG Rai la data delle elezioni e consigliando agli elettori di andarsene in spiaggia e cercando di togliere il quesito sul nucleare perchè troppo caldo. Oppure niente di tutto questo. Mi piacerebbe solo che la cosa non venisse interpretata come una sconfitta di B o l’ennesima sconfitta di B. o la prima grande sconfitta di B. o niente del genere -non essendolo. Nel ringraziare tutti quelli che sono andati a votare, mi piacerebbe che PER UNA CAZZO DI VOLTA ci si godesse questi cinque minuti di (ehm) goduria in santa pace e la si vedesse come UNA NOSTRA VITTORIA, niente di incredibile, niente di patetico. Qualcuno tira fuori l’italietta anche quando si becca il resto sbagliato al bar, noialtri invece siamo andati a votare in trenta milioni senza essere obbligati a farlo e gliel’abbiamo detta. Ora davvero la smetto e da domani torno a parlare di gruppi sludge in botta con cantanti sovrappeso. Grazie ancora.

PS: prog-math-pop che più stantio non si potrebbe.

Badilate di cultura: The Ward

 
L’ultimo film di John Carpenter che ho visto al cinema è stato Vampires. Domenica pomeriggio, ottobre 1998, la scuola era ricominciata da poco. Lo davano al Fulgor, simpatico cinemino ubicato in una laterale di via Indipendenza sempre buia e umida estate e inverno, a fianco un albergo diurno abbandonato da horror coi matti, chiuso da quando ho memoria; forse anche per questo la sala era un grande ritrovo di dissociati, alienati e balordi più o meno autistici di ogni tipo. Anche quel giorno ce n’era uno: a cinque poltrone di distanza, occhiali, mezza età, pancione da scorpacciata di psicofarmaci, non la finiva mai di parlare al vuoto commentando ad alta voce i passaggi pregnanti, ogni tanto sparando battutine credo improvvisate sul momento, roba da fare impallidire Neil Hamburger e fornire materiale di studio per decenni a Vittorino Andreoli. Il mio amico Alessandro e io facevamo una fatica del diavolo a rimanere seri e silenziosi; non volevamo esplodere a ridere per non urtare la sua sensibilità, ma dentro avevamo l’inferno. Quando James Woods e il prete entrano nel covo del Maestro (una vecchia prigione disabitata), e il prete dice a James Woods che da ragazzino era campione di calcio all’oratorio (o qualcosa del genere), il borderline è sbottato con un’agghiacciante “FACCIAMO GOAL COL VAMPIRO”, agitando le manine e accompagnando la boutade (di cui andava probabilmente molto fiero) con un risolino stridulo da far accapponare la spina dorsale a un gorilla sotto steroidi. Io quella frase (e la risatina che è seguita) non me la dimenticherò mai finchè campo. All’uscita faceva fresco ed era già buio; le giornate si erano accorciate di quel po’ e avrebbero continuato a farlo, presto ogni ricordo dell’estate da poco trascorsa sarebbe sparito del tutto, schiacciato dal freddo e dalla brina e dai cieli sempre cupi e dalle lunghe mattine a scaldare il banco, a far finta di ascoltare fastidiosi ronzii che entrano da un orecchio ed escono dall’altro. Ma intanto Vampires mi aveva dato materiale in abbondanza per nutrire la mia fantasia per molti mesi a venire, forse per anni. (Continua a leggere)

un anno dopo

Daniel Johnston si rilassa dopo una dura giornata di lavoro

 
La cosa migliore a cui Mark Linkous abbia messo mano non sono i Dancing Hoods o i dischi a nome Sparklehorse o le occasionali collaborazioni con questo e con quello, né tantomeno l’album ‘fantasma’ Dark Night of the Soul assieme a Dangermouse, sciccoso giochetto situazionista per mandare in paranoia downloaders folli e scienziati della comunicazione particolarmente eccitabili, la cui bellezza e pregnanza è inversamente proporzionale a quanto se ne è parlato.  No, la cosa migliore a cui Mark Linkous abbia messo mano è Fear Yourself, il disco che nel 2003 ha sdoganato definitivamente Daniel Johnston alle platee festivaliere di tutto il mondo e di cui Linkous è stato produttore, arrangiatore, factotum e, diciamolo, mente principale dietro all’intero progetto, tanto che del suo autore alla fine conserva giusto qualche linea di chitarra o piano (entrambi strimpellati alla meno peggio) e naturalmente i testi, tutti declamati sussurrati piagnucolati o strepitati sguaiatamente con quella mostruosa vocina da bambino vecchio; il resto, musica e arrangiamenti e stuolo maniacale di strumentazione obliqua e bizzarra (un esercito di steel guitar fiati archi tastiere synth analogici mellotron organi e organetti praticamente infinito) è tutta farina del sacco di Linkous, e parla di una delle menti più geniali di sempre per quanto drammaticamente fuori dal tempo, uno che i Flaming Lips possono soltanto guardare da lontano sperando di poter arrivare un giorno a comprenderne parte della grandezza, uno che se fosse vissuto negli anni di Phil Spector, di Todd Rundgren, di Isaac Hayes, probabilmente sarebbe riuscito a metterli tutti quanti in ombra con il suo smisurato talento in sala d’incisione e un gusto per le soluzioni più storte e imprevedibili che non trova paragoni (men che meno oggi, quando in un’ora di studio di registrazione ci si è già bruciati tutto il budget). Ma non è soltanto una questione di perizia tecnica e fantasia deviata ad aver fatto scattare la magia. In un modo strano e incomprensibile a chiunque fuorché ai diretti interessati infatti Johnston e Linkous si completano a vicenda: il primo trovando nel secondo il partner ideale per veicolare le sue inesauste tirate di amore impossibile e ingovernabile, lanciate contro il mondo finalmente con un costrutto e un apparato stilistico che le rendano canzoni prima ancora che pietosi sfoghi inascoltati; il secondo trovando nel primo un senso e uno scopo per mettere ordine nella Babele di suoni e visioni dentro la propria testa, disciplinare il tutto e metterlo al servizio di qualcun altro che si riconosce simile nella sua alterità e per questo degno di rispetto assoluto. Il risultato sono dodici canzoni tra le più belle e vive e commoventi vi possa mai capitare di ascoltare, un disco capace di ridurre il cuore a brandelli a chi un cuore ce l’ha e non ha paura di farlo funzionare. Un capolavoro irripetibile e irripetuto che ieri, oggi, domani, dopodomani e per sempre è tra quelle cose che riempiono la vita e la rendono degna di essere vissuta.

Esattamente 365 giorni fa Mark Linkous si uccide sparandosi un colpo al cuore con la pistola di un amico. Aveva già tentato di farla finita nel 1996 durante un tour coi Radiohead.