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La rubrica sempre più POP di Bastonate che oggi ha titolo REPLICA ed endorsa fortissimo la nuova incarnazione di Anna Tatangelo

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La Laura Pausini di Non c’è remixata in tono semi-cassa ai tempi del greatest hits ufficiale, Giorgia Todrani che pur partendo da una base volendo-soul prova la pista da ballo in versione white trash con pezzi tipo Il mio giorno migliore, la crisi di coscienza post-cassa di Alexia, Mietta ubriaca di arte che nei tardi novanta cita Bjork come sua principale influenza (non ci saranno poi prove concrete di questa cosa, il singolo successivo è Angeli Noi per capirci). Qualunque sia il livello in cui agisci, a un certo punto devi diventare post-qualcosa. Il bisogno di un POP femminile italiano credibile, nella sua accezione di R&B cafone e ballato da una protagonista scosciata, ha attraversato vent’anni di cultura senza dare nessun risultato credibile, ed è pure brutto dirlo lo stesso mese in cui è arrivata la notizia di una reunion delle Lollipop. Chi ci è arrivato più vicino probabilmente sono ancora Paola e Chiara, la cui dedizione iniziale alla Causa di un poppettino sbarazzino dai toni vagamente irlandesi era comunque dubbia e da dimostrare (e quindi ideologicamente compromessa dal giorno uno e in potenza figa/importante ed adattabile a qualunque cosa). Per il resto dei casi è soprattutto il bisogno di colmare un vuoto che nessuno sente davvero a parte qualche generico Losco Figuro che s’illude di programmare il nostro gusto ex-ante in seno ai corridoi di qualche major, o cantantesse che avevano già una collocazione nello spettro culturale– tutte a destra di Raffaella Carrà, tra l’altro. Il fatto è che il punto di partenza è troppo debole: tutta questa gente inizia a sognare il proprio successo sublimandolo nel singolo attimo di un acuto al festival di Sanremo con una mano a cucchiaio alzata al cielo e un completo improbabile scelto per lei da qualche stilista scrauso. La cosa ha ha pure un suo senso, se è vero che Emma Marrone Marco Carta e Valerio Scanu si son portati a casa la coppa e Annalisa Scarrone non è arrivata manco tra i primi tre. Non è tipo Scintille di Annalisa Scarrone uno dei pochi esempi di soul music all’italiana fatta con i crismi e senza troppi complessi culturali? (risposta: NO, ha gli occhioni e non si veste da zoccola, non è un motivo sufficiente per). In questo Sanremo continua ad essere davvero il Grande Livellatore della musica italiana, il momento in cui tutte le tensioni culturali messe in campo nell’anno precedente vengono cancellate dalla lavagna e riportate al giusto status di merda sovversiva e non gradita ai Piani Alti della formazione del Gusto.

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Se in Italia avessimo all’orizzonte un Jay-Z o un Kanye West o un Dr.Luke, un nome forte che si prende la libertà di fare la sua cosa e la sua cosa è la musica pop di cui abbiamo bisogno, probabilmente non avremmo altrettanti problemi a liquidare il festival di Sanremo come un buco nero per zitelle e/o una manifestazione canora per gente marcia fuori dal tempo e dalla grazia di Dio. Così non è, naturalmente. Guardando solo al rap un Jay-Z italiano sembra la cosa più lontana concepibile, allargando lo spettro al resto della musica siamo ancora più distanti. Non basta comunque a ripulirci del resto, tanto per dire la cosa di gran lunga più interessante dell’ultimo Sanremo erano gli spot: Volkswagen piazza Dave Gahan al volante di una Golf sulla musica di People Are People (sta su Some Great Reward, album dal titolo ispirato al fatto che prima o poi Dave Gahan sarebbe finito su uno spot della Golf); Elio canta il pezzo più divertente di Elio dai tempi di Eat The Phikis, in barbaccia a merda di pinguino tipo La canzone mononota; un’altra macchina che non ricordo pompa in colonna sonora Harder Better etc etc dei Daft Punk. Anna Tatangelo s’è formata a Sanremo: ha vinto le nuove proposte da adolescente e negli ultimi dieci anni l’ha bazzicato più di quasi chiunque altro; quest’anno skippa la gara e invade militarmente lo spazio televisivo del festival come protagonista di uno spot Coconuda, vestita poco e di pelle con un pezzo di stampo vagamente soul intitolato Occhio per occhio di cui questi giorni esce il video ufficiale. È una cosa abbagliante.

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Il video di Occhio per occhio sembra il director’s cut dello spot Coconuda senza vestiti da vendere. Viene pensato e realizzato, benché senza cognizione di causa, per generare il corrispondente estetico/etico di un video R&B statunitense medio (diciamo Britney Spears con un budget più tirato), ma in realtà è una cosa molto più radicale. I videoclip R&B vendono l’idea dell’artista (l’idea dell’artista come ipotesi soft-porno, il più delle volte) veicolandola attraverso un -anche solo esile- plot narrativo. Occhio per occhio conserva l’idea di Anna Tatangelo come possibile materiale erotico ma lo sbatte addosso allo spettatore senza contestualizzarlo in alcun modo, in un’associazione casuale di immagini che spaventa. Ci ritroviamo quindi davanti ad un’Anna Tatangelo ballerina sbattuta contro la spalliera, ad una Lady Tata vestita color crema che pontifica da sopra un divano, una possibile amministratrice delegata di cosmetici Tatangelo d.ssa Anna e Anna T danzatrice di punta in qualche ghetto non si sa bene situato dove. Cosparso di singoli agghiaccianti (strisce rosa, finestre triangolari, artigli, orecchini con slogan tipo KISS) che sembrano inseriti completamente a caso, ma non con un moto di arroganza estetica tipo Ke$ha o la Gaga di un Judas, e piazzato ad accompagnamento visivo di una canzone che a dispetto di una base funk orrenda non allarga di troppo gli orizzonti ideologici della cantante (siamo sempre sulla solita falsariga uomini stronzi su cui vertono quasi tutte le canzoni della Tatangelo che conosco). Sul finale, a musica già terminata, una Tatangelo-SashaGrey fornisce l’ennesima prova agghiacciante di una mutazione che l’ha fatta a pezzi e ricomposta come segno puro, ripetibile all’infinito, applicabile a qualsiasi concetto e che promette abbastanza estremismi futuri da meritare d’essere sostenuta senza riserve a questo giro. Non è proprio arte seriale ma ci si avvicina, qualcosa che sembra il book fotografico di una modella emergente ma anche la concezione alla base della Barbie e -volendo estremizzare- il viso di Aphex Twin nei video di Cunningham. Giudicare il video in sé e per sé risulta totalmente infruttuoso e sgradevole –anzi, viene la tentazione di recuperare le generalità di tutti quelli che ballano nel ghetto dietro Anna per tacciare di crumiraggio ogni singolo nuovo progetto artistico a cui chiunque di loro parteciperà, a qualsiasi titolo. Quello che più esalta è la prospettiva. Occhio per occhio sembra gettare già le basi per una Tatangelo con parti robotiche che ansima e spinge la voce a limiti inumani su una base elettronica fuori moda e drittissima con qualche special guest epico. Dicevamo qualche mese fa che sarà difficile spingersi oltre Tensione Evolutiva, ma la verità è che ci meritiamo di più, ce lo meritiamo ORA e immagino che presto lo otterremo.

Death of the Canzona // Sanremo 2011, prima serata

E insomma, è pioggia ed è vento. L’eliminazione delle due migliori cantanti in gara, una Oxa inintelligibile e l’unica, vera, nuova musa della Canzona, la Tatangelo, è la sconsolante ma scontata conclusione della più triste apertura di Festival dai tempi della Carrà. Una Clerici inadeguata e fuori posto apre a un Morandi inadeguato e fuori tempo, che entra su una musica tipo Cabiria con una giaccaccia troppo stretta e una strana vocina chioccia che non si toglierà per tutta la serata.

A parte questo, ci sono due vallette antipatiche (soprattutto la Canalis: memento diffidare semper delle donne troppo secche), due idiotoni insulsi con satira politica all’acqua di tazza del cesso, e delle canzoni in gara già non si ricorda nessuno, tantomeno io, che bello e sereno come una principessa delle favole ho chiuso gli occhi sull’ingresso on stage della Marrone, per riaprirli, trafelato, ore più tardi, ormai tramutato in Tricarico – nel senso che dal mio risveglio di ieri sera ho i capelli lunghissimi, sono superstempiato e dico stronzate mentre la Maugeri mi guarda con amore -, mentre un Al Bano fuori dal tempo urlava tutto il suo dolore tipo Blixa Bargeld era Halber Mensch. A questo si aggiunga il fatto che ho bassamente dimenticato di portarmi dietro gli appunti che ho preso davanti alla tv (s’alza un coro, SFI-GA! SFI-GA!, e non sarò certo io a dargli torto), ed ecco pronto un articolo di pura fantasia che non vale i bit sui quali è scritto.

Luca Barbarossa e Raquel Del Rosario

Insomma, la Canzona è morta. La Canzona è quel tipo di pezzone epico, drammatico, melodico e bolso che solo Sanremo riesce a produrre, e che ieri è stato del tutto mandato affanculo dalla storia con l’eliminazione delle due amiche di cui sopra. E’ tutto una gran vergogna, e se pure devo ammettere che la canzone meno peggio di ieri è stata quella che ho cantato io, cioè Tricarico, di cui amerei dire tutto il male possibile ma oh, non era male e ho anche pianto (non è vero questo ma ho fatto degli studi di psicolinguistica in seguito ai quali faccio un uso eufonico della lingua italiana che favorisce la lettura di quanto scrivo, il cui ritmo è peraltro comunque rovinato da lunghissimi incisi tra parentesi che, come la malaria quando vado in Africa, non riesco proprio a evitare), e che comunque, se non era una Canzona, era perlomeno sciocca e orecchiabile.

Vecchioni
Parlerei poi volentieri bene di Max Pezzali, ma mentre cantava la mia mente era già sulla via della nanna (ahahah, nanna. Amo dire la parola nanna perché mi rende tenero, e perché Nanna era anche il nome del Dio-Luna sumerico, che invece nelle lingue semitiche della Mesopotamia era detto Su’en o Sin, da cui il pezzo Sin/Nanna dei Sunn. Invece c’è un disco non dei Madredeus, ma di quel gruppo metal portoghese di cui non ricordo il nome che si chiama Sin Pecado, e che fa cacare, per inciso), e il sonno profondo mi ha tolto – oltre all’angoscia di auscultare la Marrone, di cui non voglio saper nulla (perché ho scritto “auscultare”?) – la gioia di perculare la Patty Pravo e il dolore di sostenere Madonia e Battiato, perciò resta poco di cui sproloquiare.

Per quanto riguarda il mio gusto, e dunque l’oggettiva verità, alquanto insensata la Ferreri (nonostante il testo contenga sia “fare l’amore” che “mare”, nel ritornello perdipiù, le distorsioni-scorreggia impediscono di catalogare il suo pezzo come Canzona). Abbastanza geniale Barbarossa che entra reggendo a spalla una troia ubriaca o drogata con cui canta una romanza, quasi una Canzona, che è Lola Ponce (puttana-di-strada edition) & Giò Di Tonno meet Vernice but worse, con fare all’amore a mazzetta nel testo e nella vita, salire giù giù e su su e abbraccio finale e, da parte nostra, un augurio di podio finale e una prima candidatura a Premio Bastonate 2011.

Nathalie Giannitrapani
Vecchioni arriva urlando dai più remoti centri anziani del nord, trema di alzheimer e propone una sorta di ripoff del tardo Zero, con testo oscurantista il giusto (ce l’ha con gli ebook, senza un motivo accomunati a tutto ciò che è male, ossia a Berlusconi), purtroppo rovinato da accenni al precariato e al coraggio delle donne. Occasione persa finora, comunque buon pezzo forse destinato a crescere.
Grandissima la Tatangelo, vestita da uomo alla moda nel 1981, con una grande Canzona in tutto e per tutto che meriterebbe il primo posto per questa intelligente e simpatica sorasposa del Bassolazio che ha raccolto, lei sola, la tradizione più pura dell’italianità da Festival e la cui eliminazione gronda del rancore antipatico di no-talents totali come Ruggeri o il pessimo Elio, che una Bastardo non la scriverà mai e continuerà a nascondere la propria inettitudine alla musica dietro al dito di un’ironia che nessuno, nessuno e ancora nessuno gli ha mai chiesto. L’altra eliminata eccellente, e spiegabile solo con l’assenza di qualsivoglia gusto da parte della giuria (rivogliamo le votazioni a Sanremo date dai parlamentari, ndr), è la Oxa, che pure si presenta con un look più sporco che mai – sembra il mostro di The Ring appena uscito dal pozzo – e un testo ormai del tutto incomprensibile.
La Crus

Così, se il verdetto del popolo – in questi giorni inibito dal decidere da solo circa il proprio governo, nell’inspiegabile tripudio di tutti – non dovesse sovvertire le votazioni, questo Festival è già monco, privato delle sue più nobili Signore e più fulgide stelle. La signorina Nathalie, pallida e intellettualistica, è ancora troppo anni ’90 per sganciarsi dall’autenticamente brutto e dedicarsi davvero alla Canzona; per il resto, oltre al motivetto di Tricarico, non ci rimarrebbe altro che l’angosciantissima reunion dei La Crus, malati di peste per l’occasione o forse già morti, con un pezzo prevedibilmente orrendo e noioso che prenota il premio della critica. Ci sarebbe, a dire la verità, anche un tale Van De Sfroos che in realtà non propone altro che l’ennesima variante sul tema terzomondista dei vari, insopportabili, Mannarino, Capossela, Negrita o Modena City Ramblers, con trombette e altre stronzate tipo accenni a Sandokan, e che di buono ha solo che essendo cantato in una lingua strana il testo non si capisce.

Che pecado (sin), quando il Festival inizia male di norma prosegue peggio. Stasera, nel disincanto più totale, vedremo alcuni giovani di cui non ci sbatte una minchia e poi i pezzi di ieri, cui speriamo che il tempo dia qualche millimetro di spessore in più. Voi state pronti col televoto (chi non vota Tatangelo-Oxa è un cazzone rinomato) e fate il vostro dovere.