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NO COUNTRY FOR YOUNG MEN // Le reunion dei gruppi anni ’90 seminano terrore tra gli HIPSTERS le cui urla sono soffocate da muri di distorsione

Dicono che il mondo sia stato fatto per due, e che meriti di essere vissuto solo se qualcuno ti ama: da ieri la nostra vita ha un senso, perché è confermato che, se gli anni novanta noi li abbiamo sempre amati, anche loro amano noi. In un funambolico susseguirsi di news e tweet, nel giro di pochi giorni sono di nuovo tra noi Afghan Whigs, At the Drive-In e Refused, ossia il rock degli anni ’90 è qui, per scaldare i nostri cuori gelati da un decennio insulso.
Le avvisaglie, a dire la verità, c’erano già state da tempo, con le inascoltate pattuglie di difesa del mondo hipster-rock (quello dei ragazzini che ritengono Strokes e Interpol band classiche, insomma) a segnalare invano le Avanguardie della Retroguardia anni ’90 che, pian piano, si impossessavano dei bill dei festival, fino a occupare per intero quello dell’I’ll Be Your Mirror, un festival che – nei giorni fatali e ominosi della morte di Amy Winehouse – schierava P. J. Harvey, Nick Cave, Godspeed You! Black Emperor e doppi Portishead, lasciando il massimo di rappresentatività della gggioventù a gruppi vecchi di dieci anni e coi capelli radi, Liars e Macvillain, entrambi del tutto passée e ormai proiettati alla reunion del 2024.

Ragazzini, è finita la pacchia, rieccoci, ormai padri di famiglia o quasi, pieni di consapevolezza e autorità, siamo qui, abbiamo occupato i vostri blog e imparato a usare i vostri social network e smartphones, e abbiamo ridato coraggio all’animo sperduto dei nostri eroi, B0lly, Greg, Omar e Cedric, che hanno trovato la forza di uscire dalla tana di Zwan, Twilight Singers e dinosaurismo prog in cui si erano rintanati a capo chino [Polly era rimasta, impavida e altera, perché le donne sono così, impavide e altere e non rinunciano alla propria femminilità anche se questo vuol dire scrivere la miglior canzone degli anni zero non cacata da nessuno perché stavano tutti a ascoltà Bon Iver; Nick Cave è rimasto dissimulandosi grazie al fatto che negli anni ’70-’80 era post-punk, quindi indie benché irrilevante, e i Grinderman erano un trucco, uno sberleffo che nascondeva agli occhi dei ragazzotti il fatto che in realtà, nel suo tugurio in Australia, sta scrivendo altre BALLATE, arrangiate e riarrangiate, coi TESTI, colle LYRICS NEL LIBRETTO!]

It’s you, it’s you, it’s all for you: i distorsori, l’overdrive, le chitarre elettriche ma suonate (hanno imparato persino gli At the Drive-In), il batterista in canottiera – l’orrore nei vostri occhi è MIELE sulle nostre ferite, sui nostri occhi colmi di sdegno per aver visto sul palco arpe suonate da stronze o uomini coi sandali (Devendra ho una notizia per te: REFUSED ARE FUCKING ALIVE), e sulle nostre orecchie offese da troppe nenie – oddio – “in punta di dita”. Bambini, ho qui nella stanza accanto Screaming Trees e Kyuss che affilano le armi, Mark e Nick non faranno più semplice blues o rock’n’roll – di cui comunque non capivate un cazzo preferendo in tal senso l’infame Casablancas – ma KARD ROCK, che poi sarebbe “hard rock” come lo pronunciano gli spagnoli che insistono giustamente su quell’acca iniziale che è la stessa di KEAVY METAL e che VE ROMPE ER CULO!

Piccoli, è inutile che scappiate urlando in ogni dove cercando aiuto in qualche adulto che vi protegga, in qualcuno di noi che abbia pietà – da chi andate, dai Radiokead? Ma a Thom Yorke non ha mai fregato un cazzo di voi, manco di noi, d’accordo, ma lui aveva un piano diverso, era un nerd solitario che ebbe successo col suo pop sentimentale approfittando dello smarrimento dei nostri ranghi alla morte del Re (Hurt Hobain, da leggere alla spagnola), e che sfruttò il vuoto cosmico per raggiungere la vetta del consenso coi suoi esperimenti filo-Autechre e, una volta in vetta, per dominare la scena con la sua elettronica datata. Datata, in ogni caso, capite? Se proprio dovesse Thom Yorke – che non credo ascolti musica, come del resto Dylan o Hancock o Nikki Sixx – metterebbe su un disco di Aphex Twin o Squarepusher, Lali Puna a dì tanto, non certo della vostra oscena Lady Gaga.

Amici, quest’anno si torna al Circolo! LO FAMO SVUOTA’, cazzo!
Le notti di nuovo tutte nostre!
Strapperemo le nostre camicie e cravatte, e sotto indosseremo ancora t-shirt di gruppi di taglia un po’ larga, dei veri magliettoni anni ’90 tipo quelli con cui giocava Agassi, e a proposito: quand’è che torna Martina Navratilova?
Il derby finirà di nuovo sempre uno a uno, la Umbro farà maglie sgargianti e larghe, e ci daremo appuntamenti approssimativi per mezzo di telefoni fissi – si nun voglio che me rompete er cazzo, metto la segreteria o nun risponno proprio, e ve vojo vedé come me beccate! Pe’ dì na cosa a uno al piano di sopra BISOGNA ANNACCE! Un virus distruggerà questo e tutti gli altri blog entro 24 ore, e leggeremo tutti soltanto Il Mucchio. Cartaceo.

La restaurazione è in atto, siete finiti, e Kurt, seduto sul suo trono celeste, sorriderà al suono degli angeli che innalzeranno a lui le lodi di Touch Me, I’m sick.

z

il pezzo serio.

Questo pezzo non parla di niente. È una specie di abbozzo di cose che succedono e se non esistesse il blog omonimo si sarebbe chiamato Pop Topoi, ma ovviamente se non ci fosse stato il blog non mi sarebbe mai venuto in mente e tutti saremmo più snelli e felici, ivi compreso il pezzo che sto scrivendo il quale sarebbe stato defalcato di due o tre righe MA se non cito Pop Topoi almeno una volta ogni due settimane mi esplode il cervello. Per ora la chiameremo PIPPONE. La principale notizia musicale del giorno è che in una New York inguaiata dalla testa ai piedi col CMJ, aka invasa da un esercito di indie-reporters tra cui persino qualche sparuto amico mio, i Daft Punk hanno suonato al Madison Square Garden sul palco dei Phoenix, o viceversa. Pare che della partita facesse parte anche Wavves, il mio pop-rocker contemporaneo preferito partendo dal fondo. In altri posti ed altri palchi la nuova America del rock faceva bella mostra di sé con la stessa colpevole nonchalance con cui ti spurghi il naso con l’anulare di fronte a tua madre durante il pranzo di natale per fare sfoggio del tuo ateismo. Questo dei Daft Punk assieme ai Phoenix naturalmente è un naturale punto d’arrivo della musica ed una piccola morte dell’orgoglio mainstrindie, e somiglia molto metaforicamente a un ciclo di reincarnazioni buddiste bruscamente interrotto dagli zombi che mordono la musica viva infettandola e rendendola una di loro, da cui ovviamente si capisce che a dispetto di ogni ragionevole previsione l’attesissima colonna sonora di Tron Legacy farà CAGARE A NASTRO e conterrà almeno un dirigibile nero, cioè l’unica vera freccia all’arco dei Phoenix. Mentre succedeva tutto questo (non tenendo conto del fuso orario) io stavo ascoltavo una ragazza (la mia) leggere una fiaba della buonanotte a sua nipote intitolata L’amico del piccolo tirannosauro, un grandioso precipitato di cultura pop che contiene tirannosauri, topi, animali strani ed informi, cucina faidate, amicizia, cose verdee e –del tutto a sorpresa- Wolfgang Amadeus Phoenix in persona, fagocitato e cacato via dal Piccolo Tirannosauro pochi secondi prima dell’inizio della storia a segnare il principio di una nuova necessaria ondata di vitalità barbarica (cit.). La cosa più divertente ed autoironica del tutto è che per il viaggio d’andata verso la casa in cui veniva raccontata la storia avevo trovato necessario incaponirmi per avere un best of di Beyoncè (informalmente fomentato da un post di Colasanti), a costo di dovermene fare uno con le mie mani. Il che non sarebbe stato difficilissimo, considerato il fatto che un best of di Beyoncè che si rispetti contiene solamente Crazy in Love, il guest starring in Telephone di Lady Gaga (che comunque già possiedo nella mia copia di Fame Monster, anche se ormai è troppo rigato e devo cambiarlo) e ovviamente Single Ladies, una canzone il cui ritornello potrebbe essere storpiato nell’espressione Boia d’e singulèri, un moccolo inoffensivo che non sapendo cosa significa esattamente non sarei in grado di tradurre se non come Bioparco, cercando di svicolare sul senso e droppare l’argomento prima di incappare in qualche domanda scomoda e tendenziosa –per quanto immaginare Beyoncè che smoccola un tanto al chilo mentre balla sorridente a grappoli di tre  è BELLISSIMO e importantissimo e più pop di qualsiasi cosa abbia fatto Stefani Angelina Germanotta questa settimana (non essendo occorsi questa settimana i VMA, nel qual caso la gerarchia sarebbe stata ristabilita a forza di calci e bistecche di manzo). Curiosamente scopro che qualcuno ha già pensato di fabbricare un best di Beyoncè, e riesco ad accaparrarmi un torrent in sedici secondi contenente una decina di pezzi con dieci remix ad opera di cani e porci. Il mio universo collassa. Riesco comunque a masterizzare un CD, lo metto su e prima di imboccare la superstrada mi torna il bisogno fisico di ascoltare un disco a caso degli Husker Du, il che significa che l’overdose di pop becero e brutto (la musica brutta è migliore, e qui cito un gigante come Fabrizio Ferrini, tra i più grandi conoscitori di musica che abbia mai conosciuto) sta passando in favore del sempiterno noiosissimo concetto di non passa più. Il video di Single Ladies è talmente DROGA che in qualche modo sono costretto a ipotizzare complotti, tipo che nella versione uncut (quella che passa su Vimeo, perchè su Vimeo tutto è più verdeo che su Youtube) ogni trenta secondi appare la gigantesca scritta OBEY. Il gancio con gli Husker Du serviva solo per dire che oggi ho anche pensato ai live più belli e importanti della storia del rock e me ne sono uscito fuori con una lista su Twitter, che riposto qui perchè su Twitter io non sono un cazzo di nessuno:
#1 Replacements al CBGB’s, circa 1984, ubriachi fradici, cover di Sabbath/REM/Beatles, musica che viene da Dio e a lui ritorna
#2 Husker Du – Camden Palace, Londra, 1985 (audio). bottona. la miglior celebrated summer mai suonata tra quelle che ho sentito.
#3 Rollins Band -Live 87/88 (dal cofanetto Audio Airstrike Consultants). Gun In Mouth Blues dieci volte meglio dell’originale, cioè dieci volte meglio della musica rock,
#4 Brutal Truth – Goodbye Cruel World, spiegazioni pleonastiche.
#5 Suicide – 23 Minutes Over Brussels. vabbè.
#6 Stooges – Metallic KO (in realtà qui ci avevo messo i Pearl Jam a Seattle 2000, poi ho visto la vita superarmi e farmi il dito).
#7 MC5 – Kick Out The Jams.
#8 Slayer – Decade of Aggression.

e qui mi interrompo per mettere nono e decimo a pari merito tutti i dischi e le cose dal vivo che non ho in mente in questo particolare momento. Naturalmente non intendo dire che preferisco Stooges, Suicide ed MC5 agli Slayer, nè che in qualche modo il live degli Earth col pezzo pallosissimo di settanta minuti uscito su Megablade sia in qualche modo inferiore a 23 Minutes Over Brussels. Come potrei? Il problema naturalmente non sarebbe nemmeno quello. Su twitter la situazione si incaglia invece perchè il live preferito dei Pearl Jam di GiorgioP è un altro. GiorgioP è un fan degli ultimi Converge, di Vasco Brondi, dei Sonic Youth e di tante altre cose che rivelano sostanzialmente la confusione emotiva che la sua generazione continua a fare tra scorrettezza politica e dare opinioni non richieste. In questo senso il consigliatissimo blog di Giorgio, nonchè il celeberrimo tlog che a lui fa capo, sono la forma più compiuta di nostalgia anni novanta messa in scena sul web in questo momento. Primo perchè nel blog di Giorgio in linea di principio ci scrivo anch’io, secondo perchè Giorgio è anche un fan di Justin Broadrick e terzo perchè io negli anni novanta a GiorgioP NON LO CONOSCEVO, e questo è indice di tante cose, la prima delle quali è che prima del 2000 non ho mai visitato Roma. Uso le ultime dieci righe per un’autocritica e per fare una sponda. La prima si basa sul fatto che quando mi metto a scrivere senza un argomento potrei andare avanti per giorni e giorni, anche se in genere arriva (metaforicamente parlando) qualcuno che mi toglie da un tavolo di blackjack che sto sbancando per portarmi a vedere Tab Jones, la seconda è che parlando di metafore una domanda MOLTO interessante è perchè i tre dischi più caldi dell’alternative italiano (Verdena, Marlene Kuntz, Le luci della centrale elettrica) hanno tutti e tre un titolo che è una palese e definitiva metafora delle seghe?
Il nuovo Le Luci della Centrale Elettrica si chiama Per ora la chiameremo felicità.
Il nuovo Verdena si chiama WOW.
Il nuovo Marlene Kuntz si chiama Ricoveri virtuali e sexy solitudini.
Un’altra domanda che mi sto facendo da ore e ore è se l’uscita quasi contemporanea del nuovo disco delle tre formazioni sia o meno la più meschina e pianificata alleanza contro l’italiano corrente degli ultimi venti o trent’anni. Poichè la risposta non è particolarmente interessante passo oltre, nel disperato tentativo di non passare per un fan dei Verdena anche se di fatto i Verdena (per motivi a me ignoti) mi son sempre piaciuti UN CASINO, anche Il suicido del samurai, anche il Grande Sasso, tutto quanto. Se è per questo arrivai anche a consigliare caldamente Vasco Brondi a m.c. in tempi non sospetti, ammesso e non concesso che per Vasco Brondi siano esistiti tempi non sospetti. Gli dissi che mi ricordava il primo Carboni e questa cosa mi mandava fuori. Qualche mese o anno dopo, al concerto degli Ex con Mekuria, m.c. mi risponde che credo di aver capito LLDCE, davvero, insomma, il fascino che può esercitare, insomma, portami a bere dalle pozzanghere, va bene, ma ecco… anche no. Decretai la sua vittoria formale e sostanziale, in larga parte perchè nel frattempo avevo girato il culo e perso interesse in Brondi e in qualsiasi altra forma di cantautorato ad eccezione di Fausto Rossi e Piero Ciampi, e mettiamoci dentro pure il riunito Edda che tirò fuori in quello stesso periodo un disco che ho ascoltato una volta a dir tanto ma che, insomma, non è che ci puoi dire molte cose contro. Nell’attesa dunque che i tre mammasantissima del rock italiano caghino fuori il loro ovetto d’oro, mi segnalano che Ari Up muore di una malattia contro cui stava lottando, che John Lydon era il suo patrigno e che il Kindergarten di Bologna è stato chiuso per storie di droga sgamate da un’inchiesta di Repubblica. Pare che nonostante fosse appunto coinvolta Repubblica, il Ministro della Cultura non abbia detto un cazzo di niente in merito. Non che io sia mai stato al Kindergarten, ma se tagliano la programmazione rischio di vedermi saltare l’agendina settimanale dei concerti. L’unica altra cosa rimasta da dire è che questa settimana Indie Passere ha aggiornato, e qui mi interrompo perchè voglio scrivere un pezzo per Maps sulla ristampa del primo disco degli Earth prima che il gallo canti. Ora che ci penso qua intorno di galli non se n’è mai sentito uno, quindi Francesco e Jon se la possono anche andare a prendere nel culo fino a domattina. Sapete quale potrebbe essere un’idea davvero STUPIDA? Infarcire il post di foto del piumone su cui sto sopra in questo momento.

Tanto se ribeccamo: LITFIBA

Ai tempi di Pirata, e per gran parte dei primi anni novanta, Piero Pelù era Satana. Qualcosa come il frontman più animalesco, sulfureo, magnetico e inquietante a cui l’Italia avesse mai dato i natali. Un angelo caduto rivomitato dall’Inferno, ma per davvero. I suoi arditi contorcimenti gutturali evocavano baccanali orgiastici e visioni demoniache, le sue movenze serpentine veicolavano un sentire perversamente erotico che portava dentro di sè la certezza della dannazione eterna. Lunga e folta chioma corvina, occhi sbarrati da sciamano pazzo, bocca gigantesca à-la Steven Tyler perennemente spalancata e mugghiante, incorniciata dal paio di basette più improponibile che la storia della musica ricordi, torso pelosissimo e quasi sempre nudo esibito con strafottente fierezza, questo il suo identikit dell’epoca; era grazie a lui se i Litfiba allora erano quanto di più temibile il mainstream italiano avesse mai accolto, quanto di più vicino all’incarnazione dell’Inferno in terra, di incubi lovecraftiani irriferibili. LA trasgressione come corredo cromosomico ineludibile, l’unico modo di vivere conosciuto, l’unico modo di vivere possibile, comunque sempre altrove, sempre alieno, e non lo prendi. E non importa che l’altra metà compositiva della band assomigliasse più che altro a un placido e untuoso salumiere, di quelli col baffetto sbarazzino, il grembiule lordo e la fetta di salame da offrire alle massaie sempre pronta, e che il resto del gruppo fosse costituito da grigi e intercambiabili gregari: i Litfiba restavano lontani mille miglia dal fetido becerume dei loro stessi fans che a legioni adoranti riempivano gli stadi, la loro era negazione vera, il superomismo nietzschiano spinto alle estreme conseguenze.
A testimoniare il fatto che i Litfiba fossero un affare visivo forse prima ancora che musicale resta la lunga serie di videoclip realizzati a traino di singoli e album, una produzione talmente abbondante da necessitare di due VHS per essere raccolta nella sua interezza; costosissimi e ben oltre gli standard qualitativi dell’epoca, spesso e volentieri girati negli States, hanno formato l’immaginario collettivo di quegli anni alla pari di icone di comprovata pericolosità come Freddy Krueger, le locandine degli Iron Maiden disegnate da Derek Riggs o i deliri burroughsiani di Pushead. Punto di arrivo di entrambi i discorsi portati avanti, visivo e musicale, è la reinterpretazione di Bambino inclusa in Sogno Ribelle, raccolta dei classici pre-El Diablo rifatti con lo stile nuovo, dove quel placido sottofondo per spinellare che chiudeva Litfiba 3 diventa di prepotenza e incontestabilmente il pezzo italiano più terrificante di sempre; la vocalità di Pelù è ai massimi storici di istrionismo e carica evocativa, e il video è il perfetto incrocio tra “La storia infinita”, Derek Jarman, Kenneth Anger e l’incubo più agghiacciante che la mente umana possa tollerare. L’apice indiscusso della visione dei Litfiba. Da lì in poi, il baratro.
Arriveranno dunque le “prese di coscienza”, la “critica sociale” (pezzi come Dimmi il nome, Maudit, Lo spettacolo, animati da biliosa verve predicatoria che nemmeno l’ultimo Ligabue), l’odioso generalismo new age di Spirito, fino a quando Litfiba cesserà semplicemente di avere un senso anche solo come concetto, ovvero da Mondi Sommersi in poi, con Pelù ammansito dai soldoni e Renzulli in pilota automatico puro che impassibile srotola agghiaccianti figure da karaoke del villaggio vacanze. Unica alzata di testa il refrain di Il mio corpo che cambia, che per un attimo riporta la mente ai magici, sfrenati eccessi dionisiaci dell’era aurea: “È il mio corpo che cambia, nella forma e nel colore, in un bagno di sudore… è una strana sensazione“. Ma è un fulmine isolato: l’album in cui è compreso, Infinito, è probabilmente il loro peggiore di sempre.
Poi lo split, da cui entrambe le parti in causa usciranno con le ossa fracassate, finiranno malissimo e nessuno ci guadagnerà: Pelù traghettato dal bel singolo Io ci sarò verso una carriera di devastante buonismo yes-global (Il mio nome è mai più la temibilissima avvisaglia un anno prima), tamarrate etniche, esotismi da cartolina (L’amore immaginato) e strette di mano ai bimbi negri affamati (tutto il volemose bbene mediatico post-Tribù); Renzulli a tirare pateticamente la carriola al fienile con dischetti che sono poco meno che imbarazzanti sottobicchieri, con un clone subnormale di Pelù ai controlli. Gli ultimi anni sono i peggiori, i più spietati: indifferenza pura, concerti disertati in bettole da offesa alla dignità umana, da una parte Pelù che inesorabilmente sprofonda, collabora con gli zingari e lentamente inizia a perdere i capelli, dall’altra Renzulli da solo al comando che, in un lampo di follia hughesiana, mette in cantiere una nuova incarnazione dei Litfiba con un povero stronzo toscano alla voce e, con la sconsiderata incoscienza di chi ha perso tutto (anche il senso della realtà) ma non vuole rassegnarsi che è finita, getta in pasto al popolo della rete un video e un EP digitale assolutamente sconcertanti, che il più infimo e grottesco dei gruppi al primo demo si vergognerebbe. È un’ammissione di disfatta totale, di resa incondizionata talmente pura e schietta da muovere a compassione. A quel punto, due sole le possibilità: perseverare donchisciottescamente nel fallimento, o passare alla cassa con l’obbligatoria reunion accontentaidioti. Scontata la scelta della seconda. L’11 dicembre 2009 viene annunciata la reunion dei Litfiba, col ritorno di Piero Pelù alla voce e l’avvio di un tour italiano nel 2010. Grandissima la gioia dei fans, per anni in attesa della reunion del gruppo.”La voglia di salire su palco insieme e fare di concerti è inarrestabile!” (citiamo letteralmente dalla wikipedia). Effetto karaoke garantito, simulazione di orgasmo.

Karma To Burn @ Bronson, Ravenna, 22/11/2009

Due giorni prima su questo stesso palco hanno suonato gli Horrors, e credo che sia andato sold-out. Ha un suo senso: la musica drittona degli anni novanta ha rotto il cazzo, era necessaria un’evoluzione, e gli Horrors sono la quintessenza del gruppo evoluto era 2009 -dei voltagabbana col ciuffo. Mollato il fashion-garage prima che la gente avesse da ridire, si sono ributtati sul mercato con un disco di inqualificabili rip off wave/shoegaze e hanno fatto il pieno di consensi critici, con tanto di attestati di lode al coraggio (con un disco finto-shoegaze, nel 2009). E sarà stato pieno di figa, me lo figuro proprio davanti agli occhi: fintosessuali con frangia e ragazze vestite come tante Emily The Strange Troia che sorseggiano vodka-lemon in attesa che Spider inizi a fare le mossettine talle alla tastiera. Magari qualche hipster è riuscito a limonare, e il giorno dopo sui network mi è persino capitato di leggere gente rimasta piacevolmente impressionata dalla carica della band dal vivo. Grazie mamma ma mi tengo l’odio pregiudizievole. No, non c’ero. E voi sicuramente non c’eravate, due giorni dopo, alla seconda calata in cinque mesi di Karma To Burn, revival stoner-grunge anni ’90 becerissimo e incazzosissimo con berrettini, t-shirt, jeans slavati, chain-wallet e un muro di amplificatori. In compenso siete costretti a beccarvi il secondo live report in manco un semestre con nient’altro da dire a parte: un TRENO sonoro fatto di parti di chitarra e basso sostanzialmente identiche, con un milione di stop’n’go tutti perfettamente sincronizzati e a volumi altissimi (pure troppo, per una domenica sera), scanditi da una batteria precisa al millisecondo. Un’ora e passa di musica senza staccare le mani dagli strumenti, a parte il chitarrista Will Mecum che dopo tre o quattro pezzi ringrazia per essere passati nonostante fosse domenica e “lo so che questo è il giorno del Signore, ma vaffanculo“. Purtroppo stavolta non c’era tra il pubblico un tizio in carrozzella con la maglia degli Unsane, ma lo teniamo come guida spirituale. Un’ora e passa dopo l’inizio, mentre il gruppo è uscito dal palco, la gente  ha smesso d’applaudire e il dj ha già messo su la prima traccia di Backspacer per chiudere la serata, i tre tornano su e regalano un inaspettato bis. Concerto dell’anno.

PS la foto è mia -stavolta mi son ricordato la macchina. Altre mie stanno QUI.

Living Colour @ Estragon, Bologna (20/11/2009)

(l’immagine l’ho presa da qui cercando con google immagini ma non riesco ad aprire il sito, mi si impalla il computer prima)

 

 

Due ore e quaranta. Centosessanta cazzo di minuti dritti dritti uno dietro l’altro senza nessuna interruzione a parte quella, brevissima, tra la fine del set vero e proprio e gli immancabili bis. Una prova atletica sfiancante, da pornodivo. E come i migliori e più affidabili pornodivi, anche i Living Colour devono essere in possesso di una serie di requisiti indispensabili, considerata anche l’età media dei componenti e il genere musicale proposto, non esattamente roba alla Sufjan Stevens: salute inattaccabile, robustezza e vigore assoluti, concentrazione totale e capacità di resistenza virtualmente infinita, oltre ovviamente – e qui citiamo alla lettera Steve Albini – a una volontà di ferro. Impossibile anche solo pensare di non avere voglia di salire sul palco quando si suona il funk metal più muscolare del mondo (gli unici antagonisti possibili sono stati gli Infectious Grooves, almeno fino al 1995), e ognuno di loro è un’autorità incontestabile nel proprio strumento: verrebbe a mancare la ragione stessa dell’esistenza del gruppo ora, dal momento che i dischi post-reunion (Collideoscope del 2003 e il recentissimo The Chair in the Doorway) sono ben poca cosa se confrontati al sovrumano repertorio passato – compresi pure gli esordi solisti di Vernon Reid (Mistaken Identity, 1996) e Corey Glover (Hymns, 1998), entrambi autentici classici misconosciuti. E ‘misconosciuto’ (o ancora meglio un suo sinonimo: ‘sottovalutato’) sembra essere una parola tristemente famigliare nelle sorti della band: graziati da un immediato (e onestamente strameritato) successo ai tempi del debutto, tempo un altro album e un EP, poi arrivano gli anni novanta e bum: Nevermind. Chiunque non vesta come uno straccivendolo e non scriva canzoni su quanto siamo stupidi a immettere ed emettere fiato dai nostri polmoni è considerato un povero stronzo, figurarsi cosa possa interessare al mondo di quattro negri che suonano canzoni tecnicamente intricate. Loro provano ad adeguarsi come possono e ne esce il monumentale Stain (1993), disco cupissimo (per i loro standard) e stimolante come e in certi casi perfino più dei precedenti, corredato da una copertina sufficientemente tetra e da un video (per il primo singolo, Leave It Alone) tutto luci/ombre capelli sulla faccia vestiti cenciosi che a rivederlo oggi urla anni novanta da ogni singolo fotogramma. Non funziona: il tormentato e grungettoso pubblico li ignora, loro si sciolgono. Se cercate su Youtube un video qualsiasi dei Living Colour e vi soffermate a leggere i commenti (non tutti, bastano i primi cinque/sei) noterete che la parola più ricorrente è ‘underrated’. Per fortuna che, negli anni di silenzio, il culto non ha mai smesso di essere tramandato, e oggi esiste una solida e nutrita fan-base del tutto trasversale (anche se, ohimè, non più giovanissima) che li segue e li venera; questa sera l’Estragon è pieno per metà e anche un poco oltre, che per un gruppo come loro è un risultato importantissimo. Certo il tempo passa per tutti, e quando salgono sul palco a momenti non ne riconosci neanche uno: Vernon Reid ha rasato a zero i suoi lunghi rasta e ora sembra un clone negro di Tom Morello, compresi il cappellino, le pose plastiche e il modello della chitarra; Corey Glover è due volte il vecchio Corey Glover e sembra il cantante degli Urban Dance Squad intrappolato in una mise da meccanico (salopette di jeans e camicia azzurra a mezze maniche, oltre agli immancabili occhiali da saldatore) che non dismetterà mai. Al basso c’è Doug Wimbish, presenza fissa da Stain in poi nonché turnista di extralusso per chiunque lo paghi, da Billy Idol a Tarja Turunen a Mos Def fino ai Rolling Stones, in passato stretto collaboratore di Mark Stewart (che è quel che più ci interessa). L’unico rimasto esattamente come era è Will Calhoun, anche se la sua batteria è talmente monumentale che dietro potrebbe starci chiunque, anche il povero André The Giant, e non scorgeresti comunque nulla a parte, ogni tanto, il mulinare di due braccia. Iniziano puntualissimi, precisi e ferali come cyborg; non una sbavatura, tutto è spaventosamente perfetto e anche emozionante: un sogno, corroborato da visuals allucinogeni da festa goa-trance proiettati ininterrottamente su un telone bianco alle loro spalle. Non risparmiano e non si risparmiano smargiassate da übersegaioli dello strumento, dall’assolo di basso stratosferico culminato in una suonata coi denti da far sbarellare Jimi Hendrix se solo fosse ancora vivo, a sei minuti di sola batteria con palco buio e bacchette luminose; fa parte dello spettacolo e stiamo più che volentieri al gioco, se poi parte una Ignorance is bliss che rafforza in noi la convinzione che i Living Colour siano stati uno dei più grandi gruppi di rock politico degli ultimi venticinque anni (forse il più grande, e potrei andarlo a dire a casa di Zack de la Rocha appoggiando gli anfibi sulla sua biografia del subcomandante Marcos). Un unico rimpianto: da quel mostro di scaletta che han tirato fuori hanno escluso Leave it alone e soprattutto Nothingness, a meno che non abbian fatto un medley di entrambe negli unici tre minuti in cui ero uscito a prendere una boccata d’aria. Ah, c’è anche il tempo per due cover: Should I stay or should I go e, con somma ironia, In Bloom. Entrambe micidiali. Si versa acqua sull’uccello.