The Real McKenzies @ Atlantide (Bologna, 12/5/2010)

Due ore e un quarto di concerto in uno squat grande quanto uno sgabuzzino e bollente peggio di una fonderia a ferragosto, in sei sul palco (più un roadie obeso bruttissimo che pareva la versione subnormale di Rick Rubin), gonnellino, cornamuse e tutto il resto, una line-up che comprende – tra gli altri – Sean Sellers dei Good Riddance (soprannominato “Pork Chop” per ragioni a me ignote) e l’inossidabile Karl Alvarez (venticinque anni di leggenda, un attacco cardiaco alle spalle e finito lo show beveva whisky dalla sua fiaschetta di metallo come un vero alcolizzato): i Real McKenzies oggi  sono l’emblema della passione. Un carrarmato inarrestabile che macina pezzi come non ci fosse un domani, sudore a secchiate, vene pulsanti, corde vocali spinte oltre il limite, una scaletta che da sola occupava mezza parete; e ogni canzone è un inno da urlare a squarciagola, in alto i boccali, fianco a fianco con i propri migliori amici, con gli affetti più cari. Il tutto per cinque pidocchiosi euro: stare bene non ha un prezzo, ma quando è quasi regalato diventa commovente. L’unico risvolto negativo di un evento del genere è che di conseguenza tutti i concerti a cui assisterò nelle prossime settimane (o mesi, o anni, o vita) dopo stasera mi sembreranno merda. A settembre torneranno in Italia, chi non va a vederli è un vegetale che si merita tutto il vuoto in cui pateticamente ristagna. Ancora una volta eroici Real McKenzies.

foto di Saori R.F.

 


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L’agendina dei concerti (Bologna e dintorni) – Giugno (parte 3)

Questa sera i Bleeding Through suonano al Sottotetto; speriamo lo facciano dopo la partita dell’Italia altrimenti quanto ad affluenza la vedo grama. A proposito, ci doveva essere anche un concerto al Nuovo Lazzaretto (Dos Hermanos + Odio Profondo + No Comment) ma da qualche giorno sembrano sparite dalla faccia della terra tutte le notizie al riguardo; sicuramente gli orari da convento delle Orsoline imposti dal prepotente vicinato avrebbero fatto irrimediabilmente clashare il tutto coi mondiali (senza contare la temperatura interna da forno crematorio), quindi poco male. In compenso finita la partita tutti in macchina fino a Riccione, che all’Echoes suona Carl Craig. Tanto martedì non c’è un cazzo e si può rimanere spalmati sul divano a cercare di gestire il down. Mercoledì prosegue la meritoria rassegna MeryXM all’XM24; dopo la presentazione di qualcosa di molto artistico e politicamente pregnante suoneranno i primitivisti Skinshout, pregevolissimo duo voce-batteria molto appropriato per la sonorizzazione di notturni lynchiani. Ingresso gratuito e replica due sere dopo al FARM. Giovedì al Nuovo Lazzaretto arrivano quei buzzurri dei Cancer Bats, ad aprire tali Hierophant che non hanno assolutamente nulla a che spartire con il culto funeral doom americano, a parte il nome. Autocombustione assicurata per tutti; si inizia alle nove di sera. Venerdì al giardino Pincherle, a orario aperitivo e assolutamente gratis, c’è Rico Loop; il suo show è qualcosa di letteralmente imperdibile, ma perché fidarvi della mia parola quando esistono decine di prove filmate su youtube? Esserci. Sabato e domenica tutti a Castelmaggiore allo Sputnik festival; per la prima giornata obbligatorie magliette quadrupla XL e pantaloni bracaloni, suonano i Linea77. Per chi vuole sentire buona musica, ci sono anche (tra gli altri) i Contraband.

MATTONI issue #5: Goldie

 

L’avevamo promesso ed eccolo, Mother, il punto di non ritorno, il Grado Zero della musica elettronica, l’ultimo pezzo di musica elettronica possibile, il testamento definitivo dell’uomo nato Clifford Price poi ribattezzatosi Goldie, qualcosa di molto simile a un codice segreto senza però il relativo John Nash completamente folle da qualche parte nel mondo a disposizione per decifrarlo. In un’intervista a Simon Reynolds del 1995, con la sua consueta modestia Goldie aveva definito il suo brano-monstre Timelesscome un Rolex: perfetto nei meccanismi ma anche bellissimo da vedere“, o qualcosa del genere (non ricordo le parole precise ma il concetto era quello). Con Mother, l’uomo sposta l’asse di qualche sistema solare più avanti; magari da fuori sembra ancora un Rolex, ma di sicuro il tempo che segna non è quello di questa terra. Forse di Plutone, o di Saturno (come il titolo del CD in cui Mother è incluso). E gli ingranaggi interni non sono più frutto della chirurgica, tranquillizzante, affidabile precisione svizzera bensì di un’ipotetica session di brainstorming tra M.C. Escher, HR Giger, Stephen Hawking e Abdul Alhazred, con Philip Glass da qualche parte nella stanza a monitorare il lavoro. Comunque la si giri, il pezzo è impressionante; non soltanto in termini di durata (67 minuti), ma anche e soprattutto per la portata e la quantità di suggestioni e possibilità che contiene, riuscendo a teorizzare una fusione fino ad allora intentata (e, nonostante i numerosissimi e più o meno blasonati tentativi, tuttora ineguagliata) tra jungle, minimalismo, drum’n’bass, techno, musica concreta,  psicanalisi e musica impressionista, e rappresentando di fatto un ponte tra il mondo alto della classica contemporanea e il basso dei capannoni abbandonati, dei magazzini dismessi, dei tunnel della metropolitana in disuso farciti di sudore e anidride carbonica in eccesso e umori corporali di ogni tipo al termine del più colossale dei rave illegali di quegli anni. In tanti hanno poi provato a battere lo stesso terreno, a scandagliare simili universi; dal Trent Reznor del massimalista e debussiano The Fragile, all’Aphex Twin di Drukqs, all’orchestra siderale di “Mad” Mike Banks fino a Carl Craig & Maurizio, ognuno con la propria visione e il proprio tocco. Ma Goldie li aveva già bruciati tutti sul tempo, lui era già altrove, padrone creatore e sovrano assoluto di un universo la cui entrata era preclusa – probabilmente – a chiunque non facesse parte della sua schiera privata di fantasmi. Bisognerebbe davvero poter tornare a parlare di Mother tra qualche eone; di sicuro verrebbe voglia di suonarla, ininterrottamente e senza soluzione di continuità, dal 1998 a oggi e oltre.