Una settimana a cercare gruppi nuovi

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Questa cosa inizia domenica 16 marzo: Elena chiede a me ed altri suoi amici su facebook cosa pensiamo del disco dei Big Ups, del quale lei è entusiasta. I Big Ups sono un gruppo di quelli che avrebbero spopolato (o meglio voluto spopolare) nell’immediato post-Relationship of Command: musica basata su un misto tra Fugazi, Jesus Lizard, post-hardcore di ritorno e via di questo passo. Dico post-Relationship of Command sapendo che è musica sempre esistita senza problemi, ma sottintendendo un certo tipo di attenzione in provetta dedicata alla stessa. È un’idea che mi faccio la prima volta che sento il disco, lunedì 17: di questi Big Ups ho sentito meraviglie, ma il disco è poco più che robetta celebrativa, senza spunti, con una botta piuttosto modesta anche solo per gli standard del genere e tutto sommato dispensabile nonostante si stia parlando di qualcosa tipo il mio genere musicale preferito. Se cerchi il disco su google, il primo risultato è la recensione di Ondarock, firmata da Claudio Lancia che vola bassissimo: “i Big Ups hanno inciso il manifesto di una nuova stagione hardcore”. Claudio Lancia è tra le penne migliori in forza a Ondarock. Penso “boh” e passo oltre. Decido che limitare la mia opinione in merito a “robetta celebrativa senza spunti” non è particolarmente costruttivo e che passerò qualche giorno a cercare dischi punk/indie, o in generale di musica rock di quel genere, che mi sembra abbia un senso ascoltare oggi. L’onestà intellettuale mi impone di considerare l’idea che, anche se tutto sommato continuo ad ascoltare musica pesa, sono fuori dal giro da un bel pezzo. Se prendo due appunti mentre faccio la ricerca, rischia di venire fuori un pezzo decente. Inizio.

 

METODOLOGIA

Per prima cosa io non cerco musica da qualcosa come dieci anni. Nessun tipo di musica. la musica che ascolto mi arriva tutta addosso, che sia sludge metal o EDM o quel che è. Non sono abbonato a riviste allo scopo di avere dritte, non frequento forum specializzati, ho smesso coi feed da quando è morto google reader. La musica che ascolto è il risultato di un sistema che forse ho contribuito a creare nel quale viene dato per scontato che qualsiasi cosa vagamente degna di nota mi capita tra capo e collo prima che io senta il bisogno di ascoltarlo: amici, parenti, blog amici, segnalazioni, comunicati stampa e tutto il resto. Musica un tanto al chilo. L’idea da cui volevo fuggire era quella degli amici che ti incontrano dopo sei anni e ti dicono “sai, mi dovresti fare una lista di musica figa da ascoltare oggi, io sono fermo ai Blood Brothers”. Non so se avete presente. La metodologia, pertanto, non esiste: è tutta in fieri. Decido di sfruttare i canali di cui sono a conoscenza: etichette, social di condivisione, roba di cui mi hanno parlato gli amici, tag cloud e tutto quello che mi passa per la testa. Della maggior parte dei gruppi che ascolterò, limiterò il mio interesse a una o due canzoni e approfondirò solo nel caso in cui mi interessi davvero. Tutte le idee che verranno fuori per trovare musica verranno annotate.

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Piccoli fans: CRASH OF RHINOS

La prima volta che senti quei gruppi lì pensi che sia la cosa a cui Gesù stava pensando quando ha inventato l’elettricità. Ognuno naturalmente ha il suo preferito: Mineral, Van Pelt, Braid, Cap’n’Jazz e dio solo sa quanti ne potrei citare (non moltissimi, in effetti: la decina di nomi che mi è servita nel corso degli anni a non sembrare un completo ignorante in materia). Quello che è chiaro è che l’indierock va fatto in questa maniera qua: il suono come lo pensa Bob Weston, la musica scritta apposta per esser suonata ad alto volume, manco un secondo di mestiere o di intimità. Oggi uno si ferma un attimo e si ritrova con trentatrè anni in groppa, la pancia che sborda dai pantaloni, i debiti in banca e un problema con l’alcool. La musica che ascoltiamo oggi sta a quella di allora come la fotocopia della fotocopia della fotocopia della fotocopia della fotocopia della fotocopia sta all’originale con marca da bollo. Crash Of Rhinos invece esce con un disco pensato e realizzato per lasciare a bocca aperta un fanatico di emocore o indierock del ’98. Esce nel 2011, e per come girano le cose oggigiorno verranno seppelliti a forza di leak. Jacopo FBYC + Febio, nel loro blog, raccontano una possibile cronistoria del tutto. Aggiungono dettagli sulla musica, riferimenti a iosa e un camion di fotta (il resto non serve a molto). Se volete riferimenti cerco di ridurre il tutto a tre nomi: Mineral, June of 44, primi Soul Asylum. Funzionano bene solo se li combinate. Il bello dell’internet, comunque, è che potete skippare la parte in cui io cerco di darvi un’idea e passare direttamente all’ascolto con lo streaming su bandcamp, che se dio vuole riuscirò ad embeddare poco sotto. Probabilmente tra un po’ avrò cambiato idea, ma adesso come adesso ne sono convinto: lo stavo aspettando da almeno dieci anni. Il disco fisico esce su Triste.

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