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STREAMO: Fennesz/Daniell/Buck – Knoxville (Thrill Jockey)

cover (dettaglio) (non è vero)

Per chi sballa con cose tipo i vuvuvuvuvuvus, vale a dire la versione volgarotta e metallosa di certe intuizioni minimal che hanno smesso di chiamarsi intuizioni trentacinque anni fa, a prescindere da quello che ne pensi mia madre, la quale annovera tra le cose più urgenti a cui ri-pensare (così a mente) un nuovo frigorifero, una lavastoviglie, quello che danno stasera su raidue, le cure termali, un’automobile, il fatto che io le fabbrichi un nipote e la festa della parrocchia del mio paese. Tony Buck (batteria) è un australiano di quelli che incontrate in metà dei dischi che ascoltate se ascoltate quel genere di dischi, giro Ex quando va bene e giro Zorn quando va male. David Daniell è un carneade del post-post-rock, vale a dire che ha un disco in giro con Doug McCombs (che vi potete beccare in sconto se lo comprate assieme al disco di cui parliamo, perché la musica post nella sua forma più pura e perfetta la fanno un tanto al chilo). Fennesz è Fennesz. In tre danno vita a una ragionevolissima versione  rock dei dischi più ambient di Fennesz: tappetoni di chitarre effettate stile drone music elegantissima su cui s’appoggiano batterie più o meno a caso guardandosi bene dal buttar dentro un beat -anche per sbaglio. Rumorosissimo se si alza il volume, elegantissimi a prescindere dal volume stesso. Sul finale Tony Buck suona un sacco e si sente meno quell’effetto primi Growing (che per carità, dieci volte meglio l’effetto primi Growing che i Growing attuali) e si inizia a sentire un disco postrock davvero piuttosto interessante figo ed ascoltabile, una specie di Storm&Stress senza il problema di dover scrivere pezzi o che altro tagliati con dosi di Eluvium, SixOrgans, Chatham, Pyramids, ovviamente My Bloody Valentine e un centinaio di altri artisti a caso purchè tendenzialmente malinconici e pallosi. Per i fan di drone metal e affini c’è anche un sottotesto relativamente dark che viene reso quasi meglio dalla press-sheet di Thrill Jockey (che in inglese significa vale la pena a prescindere) di quanto possa mai sperare di fare la musica in se stessa, quindi lasciamo il link alla pagina -dove potrete perfino ascoltare il disco in streaming e sballare con l’epicità pastosa e raggiante della musica che si posa delicata sul tramonto dell’ultimo sole di un’estate ormai agli sgoccioli mentre continuate a postare foto della vostra vacanza ad Amsterdam su Facebook nella segreta speranza che qualcuno se le caghi pure. Grazie a Delso per l’imbeccata.