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Dischi stupidi: BECK – SONG READER

C’è una sgradevole deriva della musica contemporanea che di tanto in tanto torna allo scoperto, ed è tutto quell’insieme di progetti che provano a definire un futuro di formati alternativi e modi di consumare non allineati. Questa pratica di sfida alle convenzioni ha un senso ridotto anche quando si parla di roba figa o importante tipo i dischi name your price di Radiohead o NIN o chi per loro, o il secondo disco vuoto che ha usato gente tipo Kapital Band 1 o anche ovviamente Laghetto (che però era il quarto disco) o che so, Infinity dei K-Space. Diventa assolutamente insostenibile quando qualcuno s’inventa un’idea su due piedi per disperazione o per il LOL o per smuovere un po’ di acque prima che il disco esca, e qui ognuno ha la sua lista tipo il disco dei The Perris o altre robe che chissà perché ricordo essere centinaia e al momento non me ne viene in mente manco una. Difficile dire che il nuovo disco di Beck, che a quanto pare uscirà solo in forma di spartito (il primo disco potenziale della storia!), faccia parte della seconda schiera, anche se odio Beck –siate avvertiti, odio Beck, questo è un pezzo su Beck scritto da uno che odia Beck, per quelli scritti da chi lo ama vi prego di skippare a QUALUNQUE ALTRO risultato ricerca di google. Il nuovo disco di Beck, se ci si pensa, richiede un certo coraggio ex-ante da parte dell’artista (affidare la musica che hai pensato per te alle mani di gente perlopiù inaffidabile che nemmeno conosci, incrociare le braccia e aspettare di vedere come va e continuare a ripeterti che nonostante sia roba scritta da te il risultato finale non sia così importante), che sommato al tempo che serve a scriverlo fratto il ritorno economico che ci si aspetta, insomma, assume un senso abbastanza particolare. E comunque è da classificare alla voce dischi stupidi perché l’idea alla base è un’idea del cazzo senza senso e senza futuro, questa cosa non deve mai uscirci dalla mente anche se ci piace decontestualizzare e vedere il genio un po’ ovunque. Su questa cosa non ci piove. Per quanto riguarda tutti i discorsi cognitivi e/o teorici vi rimando a chi ne ha già scritto, per quanto mi riguarda rimane solo un punto non-fondamentale: cosa si ottiene mettendo insieme l’idea stupida di cui sopra con l’arte e la discografia di Beck fino ad oggi?

Culturalmente parlando Beck Hansen è come quegli herpes che a un certo punto ti vengono fuori e poi spariscono e continuano a tornare di tanto in tanto per il resto della vita: sgradevole e incurabile, ma in un certo senso ci si puoi contare e –che so- ci sono cose peggiori, tipo la psoriasi e gli arti mozzati. Beck è andato di gran moda da subito, quando Loser è diventato il singolo cardine delle discoteche rock da lì in poi (ci fosse stata una classe politica più severa quando è uscito Loser, Beck sarebbe stato messo in croce fin dall’inizio). Beck è uno stato mentale. Il crossover prima di Beck aveva delle regole: per prima cosa era un affare del rock pesante, poi c’era comunque un criterio con cui potevi mischiare e non mischiare. Beck è arrivato a bomba sul mercato come una specie di versione adulta dei Beastie Boys di Check Your Head, che peraltro erano già una versione (più) adulta di se stessi, ma sarebbe da disgraziati mettere alla berlina un artista perché non è i Beastie Boys. E da lì in poi Beck ha continuato a crescere un po’ con la fama di perenne nuova cosa/ragazzino meraviglia del pop, un po’ come marchio di fabbrica di un’estetica ibrida ma innocua caduta giustamente in disgrazia tipo quindici anni fa (fu lo stesso Beck, all’epoca di Mutations, a scriverne un po’ a cazzo l’epitaffio), e un po’ come uno che avrebbe palesemente dovuto combattere per il resto della carriera contro un pregiudizio (tutto sommato veritiero) che il suo pezzo più riuscito e/o quello con cui è passato alla storia del pop è il primo pezzo del primo disco, anche se il primo disco in realtà è il terzo. Fosse successo tutto in un mondo alternativo il pregiudizio su Beck avrebbe sbaragliato Beck a calci in culo e l’avrebbe ridotto alla figura di un altro Dj Flash americano invece che, boh, il Bugo americano.

Beck esiste in una piega dell’anima su cui scorre tutto il resto delle cose del mondo senza fare una piega. Torna il garage, il crossover inizia a fare schifo a tutti, la musica meticcia non vende più manco al Buddha Bar, finisce il garage, torna la wave ingessata ma esce un nuovo disco di Beck e tutti quanti a dargli del genio. L’unico disco di Beck con il quale ho ancora (una volta ogni due anni, siamo sinceri) la minima voglia di confrontarmi è Odelay. Tutto il resto è un grandissimo monte di merda con squarci di luce e momenti di scrittura fichissima buttati qua e là per i dischi più o meno a caso in modo da creare quella sensazione tipo che la prima volta sembra il paradiso, la seconda il purgatorio e dalla terza in poi il classico disco di Beck -in questo sì il Bugo americano, o quantomeno una cosa vicinissima all’archetipo dell’artista completo millelire alla Lenny Kravitz (che per me è il massimo esempio di questa attitudine stile sai io suono in scioltezza qualsiasi genere musicale conosciuto all’uomo buttandola sempre in caciara, soprattutto per via del fatto che per un malinteso che non ho mai capito come sia nato ho pensato per mesi che Would I Lie to You di Charles&Eddie non solo fosse di Lenny Kravitz, ma fosse nello specifico la canzone intitolata Are You Gonna Go My Way di Lenny Kravitz). Dell’uomo-Beck non so molto, anzi l’unica cosa che so è che a un certo punto ha avuto una storia con Winona Ryder, una che a leggere le cronache è stata anche con Page Hamilton e un mio cugino, a un certo punto verso fine degli anni novanta, e dallo struggimento che ne è seguito è venuto fuori un disco acustico depresso stile Mark Kozelek di nome Sea Change che quando è uscito pensavo fosse uno spoof messo insieme da qualche hater di Beck e qualcuno continua a considerare il suo massimo capolavoro. Poi si è tornati al solito Beck colto e contaminato, Guero e Modern Guilt prodotto da Dangermouse come qualsiasi altro disco uscito nel lustro 2007/2011, e all’annuncio di questo Song Reader, composto appunto dei soli spartiti delle canzoni “liberati” e suonabili da chiunque. Solo ieri sono venuto a conoscenza del sito songreader.net, il quale raccoglie video caricati da utenti youtube in giro per il mondo che registrano e pubblicano i risultati sottoponendosi al pubblico ludibrio sul sito ufficiale a paga zero. Guardando video a caso, magari ho avuto sfiga io, ci si imbarca consapevolmente in quelli che si candidano già ad essere i peggiori trenta minuti di musica degli anni dieci e/o in un flashmob di casi umani senza speranza con una chitarra una pianola e nessuna vergogna. Per certi versi è un’operazione che denota coraggio, per altri versi ci ricorda che persino uno come Terry Malick (uno che per un certo periodo è stato un genio, insomma) ha deciso di non portare a termine il suo progetto di liberare il cinema mettendo la telecamera in mano a quelli che uscivano dai manicomi. Il brutto di Beck è che senti che è merda ma sembra sempre far tutto parte di un progetto più grande ed invisibile ai più. Vaffanculo.

QUATTRO MINUTI: Beatrice Antolini – BioY (Urtovox)

VIA

La funambolica cantautrice polistrumentista maceratese arriva alla prova del terzo difficile album con la fama di uno dei primi della classe dell’indie italiano. Verso i vent’anni avevo smesso di ascoltare solo metal e punk e rockettone e avevo deciso –essendo UN SACCO IN VOGA in quegli anni- di iniziare ad apprezzare il pop caleidoscopico e/o a trecentosessanta gradi, perché era giusto e dava idea di espandere le concezioni del crossover a un contesto meno caciarone e più etero. Se fosse uscito in quegli anni un qualsiasi disco di Beatrice Antolini avrebbe fatto un sacco di legna. Poi s’è scoperto che il livello di caciaronaggine era lo stesso del crossover metallone anche con la gente che cantava, e che in nome del completismo ad ogni costo la gente stava compiendo crimini sempre più efferati e crudeli. Così il pop caleidoscopico s’è estinto senza lasciare più o meno tracce, a parte la depressione di Beck e qualche altro triste avvenimento collegato. In tutto questo andare e venire io mi sono definitivamente rotto le palle di aspettare che dietro tanto disciplinato virtuosismo senza frontiere (stavolta estremamente groovy, tra l’altro, brr) Beatrice tiri fuori una canzone che valga la pena di ascoltare, e m’impegno fin da ora a non ascoltare il quarto

STOP

(sentitevelo in streaming su rockit)