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makes no sense at all: i Godflesh, oggi.

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A chi importa qualcosa dei Godflesh oggi? Mi piacerebbe conoscere la risposta, se ce n’è una. Vorrei guardare in faccia un loro fan nel 2014. Parlargli. Se ne esistono, poi (qualcuno ancora dovrebbe esserci da qualche parte, al netto degli spettatori casuali. Dal vivo continuano ad andarli a vedere, chissà perché; certo, nostalgia, per i sopravvissuti. Ma chi nel 1990 doveva ancora nascere? Rispetto dovuto, come per gli anziani ai giardini pubblici? Necrofilia di ritorno? Turismo museale? Altre domande senza risposta). Il collasso dell’immaginario cyberpunk è storia vecchia da mo’, il treno è passato e alla stazione è rimasta poca gente, spesso in condizioni mentali che definire precarie è un eufemismo; oppure chi non si rassegna; comunque, ognuno perso nei suoi trip. Sono le fondamenta a mancare. Manca il contesto. Il futuro, da un punto di vista tecnologico, è una noia mortale: tutto è alla portata di tutti, ogni meccanica è stata resa nota fin nei minimi dettagli, nessuno spazio all’immaginazione (sarebbe inutile). Le macchine non sono più qualcosa di esoterico, distante, fondamentalmente inesplorato; una schermata non è più un portale spalancato su universi ignoti. Quelle che sembravano visioni allucinanti da superare il più molesto dei romanzi di Philip Dick, rivelatesi tali soltanto dentro teste già in fiamme (droga, menti particolarmente eccitabili in partenza, non importa quali fossero i motivi), non hanno retto alla prova del tempo, e ora nel migliore dei casi suonano come fiacche scoreggette digitali annichilite dalla realtà dei fatti (nel peggiore, tempo impacchettato e buttato al vento); il più immaginifico dei voli pindarici nell’intero spettro industrial-qualsiasicosa diventa inesorabilmente musica da supermercato. I tempi in cui un Amiga 500 e un sintetizzatore erano più che sufficienti a prefigurare scenari indescrivibili non torneranno mai più, non con la stessa intensità quantomeno; ad andar bene, fotocopie sbiadite di tempi comunque irreplicabili. La realtà è banale, e la musica non basta più a trascendere.

I vecchi dischi dei Godflesh oggi sono modernariato; i nuovi, un esercizio inutile, triste e pure un po’ patetico. Restano i ricordi, che nemmeno una robetta maldestra, noiosa più della morte in un ospizio, sconfortante, raffazzonata come A World Lit Only by Fire (bel titolo comunque, carpenteriano, certo degno di migliori cause) potrà portarmi via. A Broadrick si continua a voler bene, più per coazione a ripetere che altro (da decenni azzecca un disco ogni dieci a essere buoni); per Green, operatore nel sociale, la musica un passatempo lontano galassie dalla vita vera, rispetto infinito. Che bello se si fossero fermati a Us & Them. Che bello se la Earache fosse ancora la Earache. Se questi anni non fossero mai passati. Ma così non è, quindi, non è così. Inutile insistere, insensato raccontarsela. Dunque, reset mentale attivato, e magicamente è come se A World Lit Only by Fire non fosse mai esistito. Selfless usciva il 26 settembre 1994, per alcuni il disco più prolisso dei Godflesh; l’ho ascoltato più tempo di quanto abbia frequentato tutti i miei parenti messi assieme. Magari lo rimetto su adesso.