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DISCONE: Cave In – White Silence (HydraHead)

Il momento più terribile della storia dei Cave In è l’uscita di Antenna. Nelle intenzioni sarebbe l’album della svolta: viene registrato con i soldi di RCA, la label ha deciso di puntarci, fa pressione sul gruppo e riesce ad ottenere un disco più pop di Jupiter. Antenna non è quel che si dice un brutto disco, ma non ha un pubblico ideale a cui aggrapparsi: Jupiter se n’era creato uno per quanto era bello, ma una cosa è spacciare Radiohead e Pink Floyd agli orfani dell’emo e una cosa è una major che ti vende come se fossi i QOTSA: il gruppo lo scopre a sue spese durante il tour, incontrando una risposta inesistente che li convince a cospargersi il capo di cenere, riprovare ad essere -almeno- un gruppo di punta del giro Boston-accacì, rivisitare il proprio suono aggiungendo dosi quantomeno generose di metalcore simile a quello degli esordi ma MOLTO più finto e piacione, fatto apposta per accaparrarsi gli spicci di un pubblico potenziale fatto di metallari in transito con frangetta, occhi bistrati, maglietta nera e polsini di cuoio. Quando RCA ascolta i provini per il disco successivo, intitolato Perfect Pitch Black, si mette a ridere. Scarica il gruppo senza battere ciglio e permette la pubblicazione di PPB sotto il marchio Hydrahead nel 2005, a suggello di uno dei momenti più tristi e sfigati della storia dell’accacì, dell’etichetta di Aaron Turner e sicuramente del gruppo di Stephen Brodsky. La band si scioglie un annetto dopo. Il bassista mette insieme un progetto a due con un altro ex-OldManGloom, lo chiama Zozobra e incide pure qualcosa, con un buon riscontro di pubblico e critica. Per i concerti gira con i due chitarristi dei Cave In. I quali annunciano di essersi riformati nel 2009, un po’ a sorpresa, con un EP intitolato Planets of Old che segue l’onda di PPB, e queste dieci righe non sono il mio provino per Virgin Radio bensì un modo come un altro per dire che del fatto che i quattro bostoniani siano tornati con il primo disco lungo da sei anni a questa parte, in linea di principio, non mi frega quasi niente.

E invece salta fuori che i Cave In hanno ancora un paio di cartucce. Oggi esce il nuovo disco, il primo lungo da sei anni a questa parte, dal titolo White Silence. L’etichetta è sempre HydraHead. Dentro al disco c’è tutt’altro che silenzio bianco: voci compresse, urla sguaiate, produzione incasinatissima. La musica inizia come una cosa ispirata fatta da uno di quei gruppi black metal di redneck americani da cameretta che vanno di moda adesso, poi succede più o meno qualunque cosa: echi di Jupiter che spuntano fuori da pezzi degli Old Man Gloom e agitano le braccia per non affogare (nel 2004 li avrebbero chiamati sbuffi in superficie), sfoghi pinkfloydiani talmente gratuiti che al confronto i Comets On Fire più spinellati eran roba da chierichetti, un paio di botte hardcore, trame di un minuto, parti melodiche, feedback di chitarra e cose simili. In certi momenti sembra di sentire Adam McGrath che si rompe le unghie contro le corde della chitarra. In tutto questo non è davvero possibile segnare che White Silence sia quel che si dice un disco coi pezzi: sembra più che altro un blob informe scritto come per mettere insieme il bignami di tutte le cose che i quattro membri della band hanno mai suonato nei dodicimila gruppi a cui hanno preso parte, concedendo ad ognuna non più di due minuti, cucendo tutto assieme alla Frankenstein maniera e suonandolo con una violenza che pure Dave Curran si dovrebbe togliere il cappello. Non sarà Jupiter, ma se conti che vien fuori da un gruppo morto e sepolto c’è da piangere di gioia.

Piccoli fans: GREYMACHINE

greymachineI supergruppi qua vanno via come il pane. Nel caso di GreyMachine parliamo di una joint venture tra tre Isis, tra cui Aaron Turner, e JK Broadrick. Naturalmente in casi come questi è difficile parlare di supergruppo, in parte perchè si parla comunque della stessa gente che incide per la stessa etichetta -tra l’altro di proprietà di uno dei membri- e inparte perchè da una dozzina d’anni tutta ‘sta gente si sta mischiando con una regolarità che pare un’orgia.

Comunque se dovessimo far risalire la cosa a un gruppo qualsiasi del giro boston/postaccacì/ammorte ci toccherebbe tirar fuori Old Man Gloom, ed è una buona notizia -quantomeno per le implicazioni, vale a dire che smessi i panni del campione del nuovo shoegaze doom demmerda à la Jesu l’ex-Napalm Death sta tornando a sonorità che ripescano a manetta dal progetto per cui la storia, se sarà scritta da gente sveglia, vorrà ricordarlo, vale a dire, insomma, manco lo diciamo. Stando al blog di Justin il primo disco di GreyMachine, dal titolo Disconnect, sarebbe dovuto uscire già a fine giugno. Nel sito di HydraHead comunque  non c’è ancora notizia in merito -giusto un laconico UPCOMING nell’online shop. C’è fuori, tuttavia, un 12″ con un pezzo lungo ed un remix. Il pezzo lungo, se non volete scomodarvi a rintracciarlo in qualche network illegale o nei soliti due o tre emmeblog che uploadano tutta la roba doom-moda degli ultimi anni, potete pescarlo nel sito di Justin Broadrick o ripparlo dal myspace della band. In non-ottemperanza con l’attuale tendenza degli Isis a far cagare, comunque, pare che il disco di GreyMachine sarà una bomba di roba doom industriale postswansiana scurissima prodotta e suonata da dio. Buone notizie. Hanno anche dei bei layout minimali in bianco e nero a tema. Diobosi.