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una per gli Slint che ritornano (come in un racconto di Stephen King però sbagliato)

 

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La notizia (per i collezionisti di oggetti superflui e pleonastici) è che una nuova ristampa di Spiderland è fuori, naturalmente in vinile, naturalmente con variazioni infinitesimali rispetto al prototipo (rimasterizza Bob Weston) che manderanno in paranoia gli audiofili più ossessionati, naturalmente con un sacco di zavorra a far lievitare il minutaggio e una caterva di reperti archeologici audiovisuali per sovreccitare i nerd con vocazione da archivisti. In tutti i casi dettagli che nulla aggiungono al quadro generale, che diceva e dice di un disco solo apparentemente respingente e impenetrabile, con improvvisi, repentini squarci di poesia lacerante che arrivano anche a chi si ferma a (inserire il nome più becero e qualunquista che vi viene in mente). In altre parole un classico senza tempo, universale, ma abbastanza introverso e contorto da far sentire compreso e speciale chiunque senta di averlo capito. Sì, anche nella versione originale senza libretto, senza testi, senza informazioni di alcun tipo, con i titoli scritti a mano e una foto di copertina che sembra presa dall’album delle vacanze di vostro zio. Solo che stavolta (ma non è più una novità da un pezzo) a motivare questa forsennata corsa alla catalogazione del dettaglio irrilevante non c’è nemmeno una ricorrenza, un anniversario, un pretesto qualsiasi, niente. Vogliono i soldi, e li vogliono in fretta.
Naturalmente è anche l’occasione per un altro tour (una data anche in Italia, simulazione di orgasmo), ma con il contagocce eh, sia mai darsi in pasto alla pedonaglia più dello stretto necessario, verrebbe meno l’aura di sacralità.
A chi ancora non è caduto nella trappola: risparmiate i soldi, gli Slint dal vivo sono una sòla. La sindrome di Asperger in musica. Una reliquia che magari andrà pure adorata aprioristicamente per fede dogmatica (la maggior parte della fanbase di adesso quando è uscito Tweez non era ancora nata, chi c’era dall’inizio e ancora qui sta, ad andar bene, casi umani al limite del borderline) ma che messa su un palco con gli strumenti al collo svela in maniera fin troppo impietosa tutti i limiti di un gruppo palesemente fuori forma e fuori allenamento, senza motivazione né ragion d’essere, persone che si ritrovano nella stessa stanza a provare gli stessi pezzi di 25 anni fa soltanto quando svoltare del cash diventa un’esigenza impellente. impiegati con un contratto a termine giusto un tot più lucroso di quella che è la mortificante norma. Burocrati dell’umano. Quando nel 2001 un machiavellico Steve Albini li ha convinti a tornare insieme per suonare a qualche luna park tipo l’ATP già si era capito che tirava una pessima aria (perché risvegliare qualcosa che è morto da decenni? A che scopo? Non erano – non sono – domande retoriche, non ancora, non per me); ma il beneficio del dubbio era ancora un’opzione. Vederli all’opera per chi ci credeva deve essere stato un brusco risveglio (chi vede soltanto quello che vuole vedere, chi riesce a raccontarsela anche quando si trova di fronte l’evidenza del contrario e in generale chi è felice quando sente un incapace qui non conta).
Parlo per esperienza diretta. Come tutti, quando nel 2005 la leggenda è passata per la prima volta a farci visita ero felice come un bambino la notte prima di andare a Disneyland, sicuro di stare per assistere a qualcosa di importante, di formativo perfino, che aggiungesse qualcosa al mio quotidiano calpestare questo pianeta. Le aspettative sono una brutta cosa quando vengono disattese, e succede quasi sempre. Ma pur avendo ben presente questa merdosa realtà della vita, tuttora non sono sicuro di essere in grado di rendere a parole l’assoluta insipienza e la pervicace noia nera che è stato quel concerto. Nella penombra si intravedeva un numero imprecisato di individui seduti, praticamente immobili, le cui legnosità e evidenti difficoltà di movimento tradivano lustri, decenni o una vita di totale digiuno di platee che non fossero la coda a un supermercato nel Kentucky; stoccafissi afasici del tutto disinteressati a trasmettere messaggi di qualsiasi tipo, automi male illuminati che con la verve di automi riproducevano un repertorio di canzoni in maniera talmente meccanica e inerte da far credere di essere stati tutti quanti vittime di una gigantesca allucinazione collettiva, che tutto quel che avevano significato quelle canzoni per ciascuno di noi fosse in realtà soltanto dentro le nostre teste, tanto quelle stesse canzoni suonavano ora drammaticamente svuotate di tutto ciò che le aveva rese così necessarie e significative: spirito, forza, passione, coraggio, incoscienza e sprezzo delle regole nel trasfigurare e reinterpretare la realtà. In quel momento era l’esatto opposto a materializzarsi: nessuna emozione, lo stesso trasporto di una salma al proprio funerale, tra un pezzo e l’altro manco un crepa, in compenso pause estenuanti, silenzi interminabili, tanto che il ricordo più vivido che ancora oggi conservo dell’intera esibizione sono proprio quelle pause da far saltare i nervi a Giobbe. E le ovazioni del pubblico appena partiva una nota, anche. Cosa avessero da spellarsi le mani non l’ho mai capito. Stima pregressa, forse. Non voler ammettere di essere stati fregati, magari. Ci si riesce a convincere di qualsiasi cosa, l’importante è crederci.
Quando sono tornati nel 2007 (nessun pretesto as usual, solo cash) alla cineteca davano Andrej Rublev, in pellicola, versione originale integrale con sottotitoli (non quella infame italiana, falcidiata da oltre un’ora di tagli incomprensibili e del tutto arbitrari, che girava nei cinema parrocchiali ai tempi courtesy of la longa manus delle edizioni San Paolo), roba da far sborrare nelle mutande Guidobaldo Maria Riccardelli. Suonerà pure snob, sticazzi, non ho mai avuto dubbi su dove andare quella sera. Nemmeno ho ponderato le alternative. Non capita tutti i giorni che proiettino quel film, e mi piace credere di essere uno che impara dagli sbagli. Non mi sono mai pentito, non credo di essermi perso qualcosa. All’uscita avevo gli occhi che sanguinavano. Avete mai visto Andrej Rublev al cinema? Il bianco non è mai stato, e mai sarà, così bianco. Annichilisce. È come fissare il sole. Ma sto divagando. Tornando al punto: risparmiate i soldi, non c’è nulla che valga la pena di vedere.