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100 canzoni italiane #3: IO MI CHIAMO GIOVANNI TRAPATTONI

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Credo che un allenatore, come uno scrittore,
non debba solo scrivere scudetti o premi Nobel o campionati,
ma possa fare altri romanzi sempre molto leggibili e belli.

Io dico che attraverso un obiettivo o un microfono, se non viene spezzettato e invertite alcune frasi e domande, si può dir tutto. Il problema è di una comunicazione che prende lo spunto, sincero e reale di un’analisi, sempre per porre un interrogativo che poi, così, sfoci in una polemica.
Purtroppo abbiamo, così, siamo un fenomeno così eterogeneo, e la verità tante volte dobbiamo tenercela dentro.

(Giovanni Trapattoni, 1995)

 

In un pressing totale martirizzante

Il calcio non ha mai fatto parte di me, a nessun livello. Mai compreso i meccanismi, a partire dai fondamentali. Seguirlo era pura astrazione, giocarlo una noia brutale quanto frustrante: pessimi riflessi, nessun interesse verso qualsiasi forma di competizione, mai visto nel pallone una valvola di sfogo o lo strumento per un qualche tipo di affermazione o riscatto, solo colpi a vuoto e noia nera. Quando facevano le squadre ero sempre il penultimo a essere scelto (l’ultimo, un subnormale di terza media che girava con noi delle elementari. Stefano, mi pare si chiamasse. Non ho più pensato a lui fino a questo momento. Chissà che fine ha fatto). ‘Tifo’ per me è sempre stato il nome di una malattia sui libri di scuola. Mi sfugge cosa porti ad affezionarsi a una squadra piuttosto che a un’altra, a spendere tempo, energie per seguirne l’andamento, a infervorarsi per un risultato; ignoro da cosa nasca o cosa generi l’attaccamento ai colori di una maglia. E perché (se c’è, poi, un perché). A guardare le partite con gli amici mi sono sempre sentito un alieno: a posteriori, fissare intensamente una crepa sul muro mi avrebbe quasi sempre emozionato di più. A scuola non avevo niente da dire sull’argomento: tutti commissari tecnici. Io, non avrei saputo distinguere un’azione di Pelé da una partitella al campetto. Comunque non riuscivo a disinteressarmene del tutto, anche soltanto per una questione di esclusione sociale e di sensi di colpa intimamente connessi. Appartenenza, adeguamento: non il posto migliore dove cercare. Quale fosse il posto ‘giusto’, se ne esista uno, non l’ho ancora scoperto. Sono andato allo stadio più di qualche volta. Le botte da orbi che regolarmente volavano da entrambi gli schieramenti a fine partita mi hanno insegnato più cose sulla natura umana che l’opera omnia di Howard Zinn. La teppaglia che ho conosciuto in curva, materiale umano da far sembrare Richard Hell un monaco e Edward Bunker un pivello. Forse il contesto influiva, non so: serie B, poi C1, poi di nuovo B, poi ho perso quel poco di interesse che pretestuosamente mi raccontavo di avere. Non ricordo l’ultima volta che o messo piede allo stadio, di sicuro il biglietto l’ho pagato in lire.

In qualche modo, certi particolari mi sono rimasti incastrati nel cervello fin dalla più tenera età e da lì non se ne sono mai andati. Nomi più o meno farseschi, date, volti da far pensare che Lombroso non fosse poi troppo lontano dalla cosa vera; istantanee che colpivano come rasoiate la mia mente di bimbo e si fondevano indissolubilmente con la vita, che scorreva sottotraccia e il più delle volte era una faccenda di automatismi, ripetizioni più o meno consapevoli, aria bianca e aspettare. Gol, manco mezzo. Tutto il resto in compenso. Paolo Valenti a Novantesimo Minuto visto di straforo a casa dei nonni in età prescolare; la parlata ieratica di Vujadin Boskov e quel che diceva, discorsi che faceva bene sentire a sei anni (ha fatto bene a me se non altro, un casino); la progressiva, inesorabile discesa nel catrame delle corde vocali sempre più allo stremo di Sandro Ciotti, da lì ho scoperto che suono avesse la voce di un bicentenario, molto prima di ascoltare Johnny Cash; Franklin Rijkaard che scatarra come un lama, sempre a favore di telecamera, come se lo facesse apposta, come se accumulasse intenzionalmente tutto il fluido che un corpo è in grado di secernere conservandolo per quel prezioso istante. Ricordi involontari, eredità di periodi lontani e scenari usurati dalle risacche del tempo: i tossici a rota mimetizzati tra i passanti in centro, le cataste di siringhe usate ai giardini pubblici, i netturbini impegnati nella stessa erculea bonifica, di nuovo da capo ogni mattina mentre andavo a scuola. Le partite la domenica. Nessun anticipo, nessun posticipo, niente incastri manicomiali da incasinare le sinapsi a Philip Dick periodo trilogia di Valis; il concetto stesso di pay tv roba da romanzo di fantascienza. Alle 15 il mondo andava in pausa e se ne riparlava non prima di 90 minuti dopo. Il traffico si fermava, l’aria acquistava una densità diversa, il silenzio un peso specifico superiore a quello del mercurio. Non un fiato per le strade, non volava una mosca. Una passeggiata diventava un’esperienza surreale, qualcosa di impossibile da ricreare oggi, e succedeva tutte le domeniche. Una stasi innaturale tra dopobomba, Io sono leggenda ma di giorno e la riproduzione virtuale di un quadro di De Chirico applicata alla realtà. Era così ovunque, stessa situazione a Varese come a Crotone.

I calciatori non avevano l’allure da bifolchi arricchiti degli ultimi decenni né l’aura sacrale da gladiatori-semidei dell’era delle epiche battaglie ai tempi del bianco e nero; erano selvatici, brutti e analfabeti, interessanti e affascinanti quanto un tampone assorbente sopra una scrivania in linoleum (molti lo sono ancora, ma con visagista, consulente d’immagine, addetto stampa e personal trainer alle calcagna a ripulire il ripulibile). Portavano i baffi, sopracciglia cespugliose, una pelliccia a ricoprire gambe, braccia e torace; si erano formati nelle giovanili di paesi dai nomi lovecraftiani, perennemente schiacciati dalla nebbia (come mirabilmente sintetizzato da Elio E Le Storie Tese in uno dei primi pezzi: Settore giovanile targato Travagliato, ispirato agli esordi di Baresi). Davanti a un microfono apparivano impacciati, legnosi, a disagio; nelle rare occasioni srotolavano un italiano che al confronto l’ultimo degli analfabeti diventava Dante Alighieri, con la verve e la capacità comunicativa di un casellante. Gli stranieri, bizzarre eccezioni, alieni da un altro sistema solare. I loro grugni villosi li trovavi sulle figurine, in qualche intervista in differita a bofonchiare cagate da far disintegrare a furia di capriole la tomba del maestro Manzi, e stop. Conclusa la carriera avrebbero sposato la figlia del tabaccaio del paese, aperto un bar o un ristorante da qualche parte in provincia, di nuovo nel niente da cui provenivano. Nessuno ne avrebbe sentito parlare più. Niente scandali da dare in pasto ai rotocalchi, nessun matrimonio fallito con qualche indistinguibile taglio pescato in maniera del tutto randomica dal tritacarne Mediaset, niente pubblicità di cose che via via sempre più fedelmente hanno incarnato l’assioma di Bill Hicks; silenzio totale. Chi si ricorda dei De Napoli, dei Lentini, degli Eranio, dal momento in cui sono scomparsi dai radar?

Poi le cose sono cambiate. Un inizialmente lento, quasi impercettibile, ma inesorabile slittamento di senso; a un tratto, senza lasciare il tempo di accorgersene, Zenga e Mancini nella pubblicità del Sega Master System. Poi è arrivato Mai Dire Gol a dare un senso e una dignità, di più, a rendere divertente l’analfabetismo di ritorno (più spesso, analfabetismo puro e semplice). Obiettivo: far sentire la pedonaglia migliore di analfabeti coi soldi. Il materiale umano agevolava: fenomenologia di Mike Bongiorno elevata alla N e trasformata in regola di vita. Mike Bongiorno faceva la figura dell’intellettuale, diventava un galantuomo. Dalle dichiarazioni di Trapattoni proveniva il 60% del materiale a stare stretti. Poi le partite di sabato, poi di lunedì, Tele+ che per vederle dovevi pagare. Da lì tutto il resto, esponenziale: più soldi, più esposizione, più sponsor, il circo sempre più sotto i riflettori, ogni calciatore una holding, altri soldi, e il loop s’avvita. O forse no. Forse questa è solo la mia visione delle cose e i calciatori di allora erano già marionette roboanti come asini raglianti, e già da mo’. Comunque i Gronge non sarebbero arrivati a raccontare l’intero arco di discesa, si sarebbero fermati un attimo prima, sull’orlo del precipizio: Teknopunkabaret esce nel 1993, tempo qualche mese e sarebbe implosa una tra le più strabilianti espressioni artistiche di sempre, per risorgere soltanto svariati lustri più tardi. Non la fanno più dal vivo, non in questa forma: è diventata Forza lavoro nelle nebbie padane, spariti tutti i riferimenti all’uomo. Nel 1993 Giovanni Trapattoni allenava da vent’anni.

 

La palla in rete

Trapattoni viene da Cusano Milanino. Lombardia, quasi Svisera. In pratica l’opera omnia di Paolo Conte senza la musica, un distaccamento settentrionale dell’Interzona di Burroughs. L’hinterland lombardo nella sua declinazione più brutale e spietata, nulla di diverso da altri allucinanti non-luoghi della stessa periferia, l’epitome di ogni periferia esistente: Bresso, Solaro, Rho, Arese, parole in tal senso. Posti che risucchierebbero la voglia di vivere all’istante e per sempre a chiunque si trovasse all’improvviso a interrogarsi sul motivo della sua permanenza su questo pianeta, perché proprio qui. Domande pericolose che il più delle volte non affiorano mai, ed è un bene. Ignoro le sue gesta di calciatore e ho una percezione alquanto sfumata delle sue doti di allenatore. Il suo stile, riassumibile alla vecchia in tutti in difesa e bella lì, non mi ha mai appassionato; seguire una partita diventava quasi subito una lunga e penosa agonia, una gara di resistenza. I suoi schemi di gioco mi parevano rozzi, basilari, antispettacolari. Funzionali per mantenere la posizione, 0-0, 2-2, raramente a vincere (e sempre per il rotto della cuffia), mai a perdere. Così si continua a galleggiare, a temporeggiare nella partita della vita. Su un piano semantico, invece, lo considero uno dei più grandi geni mai esistiti. Un terrorista della parola, un eretico, quel che Martin Lutero è stato per il cristianesimo o Galileo Galilei per l’astronomia. La forza di una visione sopra ogni cosa, supportata da una capacità di piegare il lessico a proprio piacimento che appartiene soltanto ai geni o agli squinternati oltre ogni possibilità di aiuto, la testa in fiamme perennemente agitata da un’entropia impossibile da districare; grazie a quell’entropia nel tempo ha partorito, senza soluzione di continuità e in vari idiomi, allucinanti moloch linguistici che erano la materializzazione drogata dei peggiori incubi di Tullio De Mauro, torsioni logiche che avrebbero fatto impazzire d’invidia Eugène Ionesco e Alfred Jarry e lasciato Noam Chomsky senza argomenti. Sentirlo parlare ancora oggi regala brividi, gli stessi brividi che affiorano spontanei di fronte alla visione di L.H.O.O.Q., o Zang Tumb Tumb letta per la prima volta. Un prodigio per cui essere grati che esista la parola, al tempo stesso spregio e negazione vivente della torre di Babele. Lo comprenderebbe chiunque in qualsiasi lingua Trapattoni, lo straniamento che provoca è trasversale, aggrega invece di dividere, tutti uniti nello spaesamento e nell’infinito stupore. Ogni passaggio, per quanto all’apparenza dissennato e drammaticamente al di fuori di ogni costrutto, ogni tassello all’improvviso, miracolosamente, acquista un suo senso; il disegno globale si svela nella dirompente semplicità delle rivelazioni quando infine realizzi che nessuno avrebbe saputo dirla meglio, ed è una liberazione. L’effetto è paragonabile al risultato di un’operazione a cuore aperto, perfettamente riuscita, praticata utilizzando posate di plastica o abominevoli strumenti cronenberghiani. Io mi chiamo Giovanni Trapattoni è un matrimonio in Paradiso, un virtuale passaggio di consegne tra spiriti affini che si riconoscono simili nello sguardo dell’altro, la sola lettura possibile della cosa. Indefinibile, irreplicabile, comunque altrove, sempre altrove. Un attimo prima della fine la fatality: Io mi chiamo Giovanni Trapattoni, ripetuta ossessivamente a ritmi da esperimento nazista sul sistema nervoso, di colpo diventa Io mi chiamo Giovanni tra i coglioni, a tradimento, come una coltellata da un marsigliese. Fa male perché è qualcosa di molto vicino alla verità, e la verità è violenta. Lo diceva Matt Johnson (devo ancora trovare una cosa sbagliata detta da Matt Johnson).

Difficile rendere l’idea di cosa siano stati i Gronge a chi non ha saputo: lo scenario di allora non esiste più e questo di per sé non è un bene o un male, è così e basta. In anni in cui Internet non c’era, i canali di informazione erano pochi e la trasmissione dati viaggiava alla velocità di uno zoppo sordocieco, la contaminazione tra linguaggi roba da teorici picchiatelli e cinema teatro musica compartimenti stagni impossibili da mescolare, i Gronge hanno incarnato un balzo evolutivo paragonabile a quando qualcuno ha scoperto che la carne aveva un sapore migliore se prima veniva cotta. Che quel balzo evolutivo sia stato compreso da pochissimi, che i Gronge sostanzialmente non abbiano lasciato eredi e parte del loro valore verrà forse riconosciuto quando sarò morto da decenni (secoli?) una realtà che rientra nell’ordine naturale delle cose; posso solo essere grato di averli incontrati molto presto nella vita. Impossibile tradurre in parole di senso corrente cosa abbiano significato per me, quanto il loro modo di operare mi abbia aperto la testa e come le loro intuizioni continuino a essere per me tra i grimaldelli più potenti in senso assoluto. Se non avessi incrociato sulla mia strada dischi come A Claudio Villa o Teknopunkabaret ora sarei una persona più povera, sostanzialmente vuota, infinitamente più triste. Avrei coltivato la curiosità in altri modi, deprimendola continuando a cercare nei posti sbagliati, lasciandomi anestetizzare il cervello da nemmeno voglio immaginare quali cagate, morendo dentro ogni giorno un po’ di più, come Gene Hackman nel secondo Braccio violento della legge quando viene intossicato con metodo. Se questo non è successo, se oggi so dove sta il mondo che vorrei abitare, lo devo anche a Marco Bedini e variabili compari; che quel mondo esista in pochissime altre teste oltre la loro e la mia, altro discorso.

Mancarone: Ludwig Wittgenstein (26 aprile 1889-26 aprile 2011)

La vita è così, prima è il calcio, poi è la musica, poi è la musica brutta, e infine la filosofia. E come una volta compravamo dischi e ne blateravamo senza averli neanche ascoltati (l’internet ci ha poi dato una gran mano in questo, dandoci – per tramite di un vero o presunto “l’ho scaricato” – la possibilità di parlare in pubblico di qualsiasi disco del passato, presente o futuro, e di qualsiasi disco dire eventualmente “non mi piace” o “fa schifo” o “gran disco – così, seccamente, senza approfondire-”, alleggerendo di conseguenza la lista dei dischi da possedere di uno, due o cinquanta unità), adesso siamo passati in parte ai libri di filosofia. Bè, in ogni caso la modalità non è cambiata: ho tutti i libri di filosofia del mondo a casa (compreso “Il narratore” di Benjamin annotato da Baricco, una chicca dell’horror-publishing che un giorno il mondo dei cultori del camp mi invidierà) avendone letto una minima parte, cioè zero se zero su un numero qualsiasi si possa considerare effettivamente “una minima parte” di quel numero. Che poi la soluzione a questo dubbio potrei trovarla da me, se solo mi decidessi a leggere (ce l’ho) “I principi della matematica” di Russell o (non ce l’ho ma abito vicino ad Amazon) le “Lezioni sui fondamenti della matematica” di Wittgenstein. E qui, con un artificio letterario degno dei più grandi autori della classicità – nessuno dei quali ho letto (dell’Odissea ho visto il film. E a proposito, giusto ieri chiedevo seriamente a mia moglie chi avesse scritto l’Iliade, e soprattutto in che lingua. Ho dimenticato la risposta) – sono arrivato al punto dell’uomo la cui infelice esistenza ho deciso di celebrare nell’anniversario della sua nascita.

Buon 122esimo compleanno Ludwigone! E tanti auguri anche al fatto che la tua filosofia minimal-chic abbia dato a noi superficialoni, con tutte quelle storie sul linguaggio che non ho mai veramente capito (ho letto il “Tractatus”, ma solo l’introduzione e poi l’ultimo lapidario paragrafo, sul quale ho costruito la quasi totalità delle mie conversazioni pubbliche degli ultimi due anni), un argomento valido per non conoscere tutta la filosofia precedente. Insomma, Wittgenstein è stato un po’ il “l’ho scaricato” della filosofia. Conosci Kant? No, ho letto Wittgenstein. Io e Wittgenstein abbiamo un sacco di cose in comune per via delle quali tempo fa mi ero identificato con lui: le nostre date di nascita iniziano entrambe con un due e finiscono entrambe con un nove; entrambi siamo geni; entrambi siamo stati a Cambridge (lui come studente e professore, io a fare un cazzo, direi “in vacanza” ma senza gli annessi turistici); entrambi abbiamo avuto un professore di principi della matematica che si chiamava Russell (il mio professore di matematica del liceo si chiamava William Russell e una volta l’ho incontrato in curva a un Lazio-Inter e lui mi disse, a Rò, forza Lazio!, poi il giorno dopo interrogò un mio amico che era con me che andò malissimo e lo guardò come a dire, “ma come, la curva nord?”, e lui, come se avesse sentito, rispose “Ahò, ho capito che sei annato a vedé la Lazio, ma dovevi pure studià!”) ed entrambi in un momento di depressione abbiamo pensato di darci al giardinaggio – lui l’ha proprio fatto, io ho consultato il bando per giardinieri comunali (esseppiccuère) il che è come averlo fatto, in un mondo in cui i lavori si fermano di norma al bando (e in ogni caso la natura rizomatica della realtà non mi è sfuggita). Non è finita. Lui in un momento di depressionissima andò a vivere su un fiordo in Norvegia durante la notte artica, io amo i Turbonegro e i Darkthrone; lui ha fatto la prima guerra mondiale, io l’avrei fatta, se ci fosse stata ai miei tempi; lui ha scritto altero che “di ciò di cui non si può parlare bisogna tacere” non pubblicando mai più niente, io ho obbedito con severità non pubblicando niente.

Caro Lulù, se la filosofia fosse ancora questione di incontri al vertice in cui tu minacci Popper con l’attizzatoio (il tutto è raccontato in un bel libro che ho, ma che non ho letto, quindi la storia non la conosco), avrei deciso di fare il filosofo anch’io invece di rinchiudermi in questo fiordo rizomatico da cui simboleggio la natura autocorrettiva della vita umana non facendo un cazzo e scrivendo di te (e dunque non disattendendoti). Buon compleanno dai tuoi amici di Bastonate!

IRON MAIDEN @ Codroipo (Udine, 17/7/2010)

Da un Trooper all’altro: ecco una scarica di foto che il nostro reporter Filippo ha scattato, da qualche parte nel pubblico, al concerto degli Iron Maiden lo scorso 17 agosto -unica data italiana – nella suggestiva cornice della sfarzosa e pornesca Villa Manin a Codroipo; anagrammate il nome e scoprirete qual è stata la nostra reazione una volta venuti a conoscenza del prezzo del biglietto (sessantasei euro in prevendita: forse hanno deciso così perchè con un altro sei – davanti o dietro non importa – si andava a formare un bel ‘number of the beast’…).

un momento jodorovskiano del fantascientifico impianto luci

i nostri eroi (e un tripudio di fotocamere accese e scattanti)
(Continua a leggere)

A las cinco de la tarde // Lamentazione sulla vittoria della Spagna ai mondiali

Che palle, che gran par di palle, il solito finale da italiani pieno di ansie e di anelito al meno peggio: la finale dei Mondiali 2010 sarà tra quelle pippe degli olandesi – davvero inaccettabile quando sono gli altri a vincere a culo; e perdipiù, nella fattispecie, noialtri del popolo viola non possiamo sopportare che i Boeri tornino al successo in Sudafrica, ci piacevano tanto quei simpatici negri, Muslera, hai una birra pagata quando torni a Roma – e, ed è questo il brutto, il peggio, l’incubo totale e soverchiante, la SPAGNA.

La Spagna!, il che vuol dire gli spagnoli, non paghi di aver sconfitto il fascismo mentre da noi lo stesso rinasceva, non paghi di avere avuto il boom economico e di aver invaso le nostre città con le loro frangette e le magliette da fuorisede, non paghi di una musicalità che invade il mondo e contagia e non ti puoi fermare, di un sudamerica che parla la tua lingua e quindi puoi

Ma vaaaaaffanculo

andare in vacanza in Messico senza che ti diano le sòle perché parli inglese come un coglione, non paghi di potersi sposare tra maschi, di massacrare bestiole innocenti per gioco sublimando la propria omosessualità (quelli che non si vogliono sposare) nelle tutine rosa dei matador, non paghi di ballare per strada quando il boom economico è finito bevendo ORXATA e fregandosene della crisi, non paghi di avere il vezzo di diverse orgogliosissime etnie nel proprio paese, non paghi dei registi italiani bogalei che fanno i film sulla Spagna, Terra delle Libertà (in Italia solo il Popolo), non paghi degli esami da avvocato facili (anzi forse non ci stanno proprio), non paghi di Tenerife, non paghi di essere stati eliminati sì dall’Inter ma di aver aperto gli idranti rosiconi a Mourinho, non paghi dei calci di rigore agli Europei che se non era per quel tappo di Di Natale, più basso ancora degli olandesi, non sarebbero stati MAI campioni

(prendo fiato)

Non paghi nemmeno delle gote (furie?) rosse di Torres; delle ramblas; della affabilità e della simpatia; delle spiagge più belle d’Europa; della cena alle 23 (¿che dite, oggi comiamo un po’ prima che domani mi alzo presto per andare al lavoro, sì guarda, una cosa terribile, devo essere in ufficio alle 11.30 precise?); della città a misura d’uomo; dei festival musicali più fichi e indipendenti e liberi anche se attirano un sacco di italiani e perciò non è così bello andare come, ricordate, nel 2002 quando non c’erano così tanti italiani e a noi ci si rivolgevano in spagnolo così ci sentivamo un po’ di Madrid anche se preferisco Barcellona per via di Messi e del fatto che i madrileni sono fascisti mentre i catalani sono comunisti a parte i tifosi dell’Espanyol che sono fascisti e infatti sono gemellati coi tifosi della Lazio che sono fascisti mentre i romanisti sono comunisti come il Barcellona comunista e infatti è un po’ così ahahah la Roma è il Barcellona di Roma e la Lazio è l’Espanyol di Roma e c’hanno i complessi undici anni di B con Di Canio e Lotito in B vai spedito. Spagnoli comunisti. Italiani fascisti. Durante il franchismo, gli spagnoli erano tutti partigiani. I franchisti erano italiani. Franco era italiano, se no si sarebbe chiamato Pablo non Franco.  E le donne, ah, le donne spagnole; e gli uomini, ah, gli uomini spagnoli; la passione, il sangre, l’ARENA, e la sangria, il vino, la vida, la VERA VIDA! L’insegna Tio Pepe a Puerta del Sol; la movida; la fermada degli autobus deserta alle sei del mattino, ma i taxi costano poco in Spagna e ti fregano solo se sei italiano (e quindi te lo meriti); Rec, l’unico buon film horror degli ultimi 10 anni (noi quello di Zampaglione); le sagome di tori sulle autostrade e sulle nostre magliette; la strada di Barcellona con tutti i negozi di dischi (in Spagna vendono solo dischi belli e li danno via gratis, le vecchine ascoltano Isolée e i manager cattivi Wavves e Los Planetas); a Cadaques mi divertii moltissimo, ancor di più a Benicassim, meno a Lloret de Mar che è una merda di città piena di italiani. Una ragazza italiana venne uccisa proprio lì qualche anno fa, ma l’assassino era uruguaiano (gli spagnoli non uccidono ragazze, solo tori e fascisti, e per giunta ¡l’Uruguay non è in finale, la España envyece asì!); Mahòn già meglio, ci sono gli inglesi, maestri di Vacanze e di Football (loro amano arrivare al massimo agli ottavi, poi si annoiano e tornano a Southampton a mostrare agli immigrati turchi quanto sia superiore il calcio inglese. E sportivo! Italiani fallosi e sleali col catenaccio. E in Inghilterra ci sono certi ristorantini spagnoli che lèvete). La pubblicità in cui la ragazza spagnola diceva si es asì te perdono. Le italiane non perdonano, e sono brutte. E grasse perché in Italia si mangia tanto e male e i ristoranti sono cari. In Spagna invece si mangia tanto e bene e a poco. La paella non ingrassa. Se sei ciccione il cibo spagnolo ti fa dimagrire. Il pesce è tutto fresco. I calamari fritti in Spagna si chiamano “alla romana” (da noi “calamari fritti”), e in questo ci vedo un insulto ben peggiore dei significati soft-porno che otteniamo noi declinando al femminile e sostantivando l’aggettivo “spagnolo” (Italiani sessisti. In spagnolo le parole maschili si tolgono il cappello prima di essere dette, quelle femminili sono Forti e Fiere e ballano in continuazione un sensuale flamenco del cazzo).

Piazza Càvour a Foggia

Ai bimbi spagnoli insegnano che Cristoforo Colombo era spagnolo, puà, ridicolo, lo sanno tutti che Cristoforo Colombo era di Foggia. E in ogni caso ha scoperto un continente DI MERDA. Se non era per lui, niente guerra in Iraq. L’Afghanistan finalmente russo. Pace in tutto il mondo. Comunismo imperante. Piano quinquennale ogni cinque anni. Soviet da Aosta a Terracina. The Power of Viet Now. Popolo viola in libertà. Niente Berlusconi, gli autobus tornano a fare la fermata di Via del Plebiscito. Ora che ci penso, Cristoforo Colombo era proprio italiano, si vede dal male che ha fatto, e ha sulla coscienza ogni palestinese morto per mano israeliana. Israele amico dell’Italia. E intanto l’attentato di Madrid ha commosso l’Europa. Quello di Roma non ha commosso nessuno, anzi, quasi nessuno se ne ricorda più. L’ETA è fica e innocente (noi solo terrorismo nero, greve e maleducato). C’è un complotto italo-sionista ai danni di Arafat. Bin Laden è nascosto a Siviglia, nella plaza de toros, con una tutina rosa, e il pubblico APPLAUDE!, e sì, lui ha distrutto le Torri Gemelle quindi questo sarebbe un bene, se non fosse che in realtà è un agente C. I. A. e questo è male. La C di C. I. A. sta per Catalogna. La A per Atlètico Madrid (comunista; Real Madrid fascista. Rayo Vallecano radicale, ma simpatico), la I per Iniesta, che sa palleggiare, è comunista e ha sposato un uomo (Xavi), in Spagna si può! In Italia non si può. In Italia non si vive, in Italia non si scopa (manco tra maschi e femmine), in Italia solo i preti e il papa, in combutta con la mafia, una storia di scandali e di miserie. In Spagna no, Isabella era cattolica ma non troppo, Hernan Cortès lo avevano messo sulle pesetas (l’unica moneta col buco, ¡è sia soldo sia ciondolo per collanina!, non come quelle brutte lire) perché il progresso non si ferma, gli Aztechi che cazzo vogliono erano imperialisti e gli altri indigeni, quelli buoni, in realtà aiutarono gli Spagnoli nella conquista di Città del Messico (bel nome, eh, hanno dato alla vecchia Tenochtitlan, strano che il Messico lo abbiano chiamato così e non semplicemente Paese) e Moctezuma morto in catene se ne stia zitto all’inferno, al massimo mandando la sua proverbiale maledizione ai turisti (italiani, che non sanno stare al mondo). Seneca era spagnolo. Spagnolo Lorca. Spagnolo Ortega y Gasset, due palle così da leggere, ma quanto stile. Spagnolo era Alessandro Borgia, l’unico papa fico. Era spagnolo Mendieta, il solo calciatore di serie A che suonava la chitarra punk rock e leggeva saggi di filosofia. Era una pippa solo perché giocava nella Lazio, lo faceva apposta, per far perdere quei fascisti. Spagnoli erano infine Cervantes, Velasquez, El Greco (a proposito, vi consiglio el greco sotto casa mia:  http://nuke.italiagrecia.com/Portals/0/Immagine%20egeo%20056.jpg); e Dalì, Gaudì, Floro Flores e Che Guevara. Josep Pla.

Cosa ci succederà, cosa faremo quando non più tardi del giorno undici alle ventidue e ventidue (la numerologia ci indica per certo a che ora finirà il mondiale) la Spagna alzerà la Coppa del Mondo al cielo, completando il quadro di Nazione Perfetta, Italia Senza Difetti, primi al mondo per diritti, libertà e centrocampo? La nostra unica, flebile speranza è nell’Olanda (che nella lingua locale di chiama tipo Nerdeland, ossia “Paesi Pieni di Sicumera”), nonostante i giocatori siano così antipatici da starsi sulle palle persino tra loro, nonostante la loro corsa sgraziata dovuta agli zoccoli di legno che calzano durante il tempo libero, nonostante quell’imbecillona bionda – forse la regina – che, ebbra di gioia, saltellava salutando con la mano ad ogni goal sculato e immeritato che gli Orange segnavano al povero, eroico Uruguay.

Ma tanto lo sappiamo già che non succederà. Hanno già vinto. Un’altra lezione di civiltà dalla Spagna. Altra sangria. Quel bruttone di Puyol. Letizia Ortiz, magnatela ‘na cosa. Il nostro re ha ammazzato un innocente. Il loro anche, però poi ha fermato la rivoluzione. Jamon serrano. Tortillas. Le tapas.

Mi sento solo, spaurito, vorrei essere ancora bambino quando mia nonna romana di sette generazioni mi preparava i calamari prima di mettermi a letto. Guardo con diffidenza un cd dei Migala che ho per caso (non so che musica contenga), penso al mio povero cagnolino e al fatto che se fosse un toro e fossimo in Spagna lo prenderei a spadate.

Ma è tempo di concludere con qualcosa di propositivo.

A chiunque abbia avuto la pazienza di leggere queste righe e provi il mio stesso sgomento, dedico una formazione dell’Italia piena di sconforto: Marchetti. Zambrotta. Cannavaro vecchio. Chiellini. Criscito. Montolivo. De Rossi. Marchisio. Iaquinta, Gilardino. Tio Pepe. A un certo punto entra Camoranesi.

La fine.