anteprima: CAPRA – MLVGRL

capras

Mi reputo una bella persona. Non bella, scusate. Bellissima. Cioè, mi capita spesso di pensare che se mai nella vita mi capitasse di incontrami, mi piacerei un sacco. Forse, addirittura, mi innamorerei di me. Pensa che bello. Inizialmente mi seguirei su facebook, riderei di gusto alle cose brillantissime che scrivo, metterei dei timidi like ai miei status, poi qualche commento finto casuale e dopo un po’ mi scriverei anche un messaggio privato, utilizzando un pretesto qualsiasi. Chiacchiererei un po’ di tutto in chat, mi darei un appuntamento nella mia piazza preferita di Milano e ore dopo mi ritroverei a dire una frase come: “Cavolo, sono già le otto! Il tempo è volato via. Abbiamo parlato tutto il giorno…”. Ma non riuscirei a finire la frase. Perché lì mi darei un bacio.

Sono una bella, bellissima persona. Lo so perché so di sopravvalutarmi. Tranquilli: questa cosa del fatto che mi sopravvaluto mi è abbastanza chiara. Però preferisco di gran lunga vivere nella mia finzione – in cui sono il più bravo di tutti a scrivere, a fare radio, a scegliere i film di cui parlare al bar con gli amici, ad ascoltare musica – piuttosto che arrendermi all’evidenza che. Sì, perché poi, anche se mi risulta strano pensarlo, ho conosciuto delle persone più brave e belle di me. Persone verso le quali quindi provo una brutta invidia. Ufflalai, che brutta bestia l’invidia.

Una di queste persone è il mio amico il Capra. Quando vedo il Capra faccio tutto il carino. Gag da amicones a profusione: beviamo insieme le birrette, parliamo di musica, di film e di libri, facciamo le chiacchiere sceme e anche quelle serie. Due amici veri, insomma. Ma nessuno conosce l’orribile segreto! Io sono invidiosissimo del Capra. E mica solo perché il Capra suona in uno dei miei gruppi preferiti. Non solo perché quando suona dal vivo c’è un pubblico fomentato manco fossero allo stadio a vedere Vasco Rossi nel 1987. Mica solo perché sta per uscire con un disco solista che ha una copertina che mi fa piangere solo a pensarci e che è pure pieno di canzoni talmente belle che ti ritrovi a canticchiarle senza accorgertene. Non lo invidio solo perché ha al suo fianco l’amore della sua vita per due.

Lo invidio perché il Capra, da quando l’ho conosciuto tanti anni fa all’Igloo (che invidia aver un posto come l’Igloo), mi è subito sembrato uno con una visione. Potrei dire “con le idee chiare” ma non sarebbe la stessa cosa. E probabilmente non sarebbe neanche vero. Quando l’ho conosciuto il Capra non aveva le idee chiare e forse non le ha ancora adesso. Ma ha comunque una visione. Il Capra sapeva che la sua vita non era lì dove c’eravamo incontrati, in mezzo alle radio, ai concerti, alle scene e alle città. Lui aveva visto nei numerini verdi di Matrix che per essere quello che è oggi, doveva andare a vivere lì dove vive adesso. Sotto Zocca, vicino al Parco Regionale dei Sassi di Roccamalatina. Vive insieme all’Agnese e a Ester in una casa di pietra a due piani, con un enorme vallata davanti, un orto e basta. Ma basta davvero. I suoi vicini di casa più vicini stanno più o meno a quattro chilometri di distanza.

Negli ultimi anni sono andato a trovarlo un bel po’ di volte e ormai nella mia testa quel posto lì dove ha deciso di vivere il Capra è diventato il Capra stesso. No, scusate: il Capra è diventato il posto dove ha deciso di andare a vivere. Il Capra ha creato, con l’Agnese, senza la quale il Capra non sarebbe il Capra, un mondo suo dove mi sembra che tutto sia al posto giusto. È una questione di gestione dei tempi e degli spazi che noi comuni mortali, che il più delle volte subiamo i luoghi in cui viviamo, fatichiamo a comprendere. Siamo convinti di modificare la nostra vita e il nostro modo di vivere con le nostre azioni. E in una certa misura questa nostra fiducia è ben riposta. Ma lui ci sorpassa tutti a destra senza mettere la freccia e vive in un’altra dimensione. Che come mi ha raccontato una volta – e come io posso testimoniare – è rivoluzionaria.

Il Capra si è creato lo Spazio e il Tempo di fare tutte le cose che lo rendono il Capra. Quando è estate, va con il motorino nella valle che ha davanti casa. Insegue i cinghiali. Poi li incontra, si spaventa e allora torna a casa con la coda tra le gambe e i bozzi sul motorino. Il Capra ha passato tante notti con una luce da campeggio in fronte a staccare a mano, una a una, tutte le lumache che li mangiavano le foglie dell’insalata del suo orto. Quando non sa cosa fare, gioca con tutti i suoi animali. Che sono tantissimi. Quando ha fatto tutto quello che voleva fare durante la sua giornata, dopo cena, mette su il caffè, si siede nella sua poltrona preferita in salotto e legge dei tomi grossi come il mio comodino. Una volta ha scavato un tunnel nella neve che da casa sua lo ricongiungeva al mondo. Quando è arrivato lì in quella casa ha imparato a fare tantissime cose: ha costruito un recinto per le sue galline, ha imparato a fargli fare le uova, ha capito come fare l’orto e a mettersi nel piatto quello che vuole. Una volta il Capra ha dato da mangiare il caffè che metteva nel compost alle galline e queste sembravano delle amiche di Lapo. Sai perché? Perché il Capra ha anche fatto una marea di cazzate. Ma anche quando sbaglia il Capra lo fa meglio di me.

Una volta ho letto il diario di Salvador Dalì. Ad un certo punto racconta di aver preso il raffreddore. Con estrema pazienza, si mette a spiegare ai suoi noiosissimi lettori comuni che quello che ha lui non è un raffreddore normale. Lui è un genio, per cui il suo raffreddore non è un raffreddore qualunque, ma il raffreddore di un genio. Gli errori del Capra sono come il raffreddore di Dalì. Sono solo suoi. E ce lo raccontano perfettamente.

(Federico Bernocchi)

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Sopra la panca, il primo disco solista di Capra, uscirà il 15 aprile per To Lose La Track e Garrincha Dischi. In anteprima potete ascoltare MLVGRL, la più bella canzone di sempre con un codice fiscale nel ritornello.

I National, i tempi dispari e il mito dell’androgino.

Del mito dell’androgino non si parlerà però.

Mi piacevano i National. Non sono un gruppo che mi fa venire, né li ascolterei mai due volte dietro fila. Però in auto mi garbano assai. Per la strada che collega Pavullo a Zocca sono perfetti. Mi sa che li ho ascoltati esclusivamente in auto. Ci sono alcune cose che mi piacciono più di altre. La batteria e la voce. Questa faccenda di avere la batteria in faccia che non molla mai; e la voce. Voce che scavalla le battute, che sembra far fatica a finire un verso, lasciarlo andare e riprenderlo come capita, ma non come farei io.
I National anche solo voce e batteria sarebbero ok per me.

Poi succede questa cosa, che l’ultimo disco si apre con un giro di chitarra in 9/8, e la cosa mi ferma un attimo. Secondo pezzo dell’ultimo disco: 7/8. Mi fermo di nuovo.
Fermiamoci un attimo.

Pari e dispari. Puoi fare una canzone usando un tempo pari, e lo fanno circa il 90% dei gruppi. Puoi fare un pezzo epocale usando un tempo pari. Ed è ok. Non sto dicendo che un tempo dispari sia meglio di un tempo pari. Si capisce cosa intendo quando parlo di un tempo dispari? Voglio dire: tendenzialmente una canzone ha un ritmo, che è quello che segui quando muovi la testa su e giù. Se lo fai con regolarità, dove il su e giù segue l’inizio e la fine dei giri senza intoppi, è un tempo pari. Tendenzialmente il tempo pari è il 4/4. Conti fino a 4 e il giro di basso riparte.
Pensa alla prima canzone che ti viene in mente. Molto probabilmente è un tempo pari.
Idem con patate se parliamo di battute. La maggior parte dei giri è strutturata su 4 battute, che molto spesso significa 4 note di basso. Pensa a una canzone, conta le note del basso del primo giro, molto probabilmente sono 4. Possono essere due, chiaro, oppure 3 se una nota si ripete per due battute. Esempio ad usum cazzones: Love will tear us apart, canta il ritornello, 4 note, 4 battute, tempo pari, ci siamo capiti.

Ora ascolta la seconda traccia dei National, Demons, che è pure il primo singolo uscito, fai su e già con la testa, e a un certo punto zoppichi, il giro va per i fatti suoi, devi riprenderlo, è un 7/8.

Fare un pezzo dispari è più difficile. È come far stare in pari un tavolo in cui metti gambe di diverse altezze. No, ho sbagliato, mi spiego meglio: è più difficile fare un pezzo pop con un tempo dispari.  Perché per un certo verso spiazzi l’ascolto, lo decentralizzi, il battito del cuore è regolare, le pause durano sempre lo stesso tempo, il battere idem, un tempo dispari è un’extra sistole, destabilizza qualcosa, non fa chiudere il cerchio del ritmo nella maniera che ti aspetteresti. Se ascolti prog questi problemi non sussistono. Ma stiamo parlano dei National. E mi viene da pensare che non ci sarebbe nessun motivo per i National di far partire l’ultimo disco con dei tempi dispari. Di fare dei pezzi con dei tempi dispari.

Ma il disco si apre con questo pezzo, che si chiama I should live in salt

Il giro di chitarra è fatto da una prima parte in 9/8 (che è un tempo assurdo, è come aggiungere della pasta cruda a un piatto di pasta già in tavola, aggiungi un colpo ad un giro che era a posto così) e da una seconda parte in 8/8. Poi parte il ritornello che invece è pari.
Perché?, mi chiedo. Non so. Però è figo. Cioè, voglio dire: i National, aprono l’ultimo disco, il pezzo in realtà stava in piedi tranquillamente senza quel 9/8, senza quel giro sghembo che non sembra tale – perché quando usi i tempi dispari con un po’ di manico non li fai sentire, li amalgami e quasi li nascondi, ma ci sono -, e non è una cosa basilare, e certamente non è una cosa che trovi spesso in un gruppo di quel livello, eppure.
Eppure, dici, è un caso?
No: al quinto posto in scaletta arriva Sea of love, nonché secondo singolo del disco:

Qui il tempo è pari (la batteria, infatti, è drittissima, e non salta mai un colpo), ma il giro della prima strofa non è su 4 battute, ma su 5: la quarta nota del giro si ripete per una battuta in più. Poi parte un ritornello, e la storia cambia ancora, la voce ritorna sulle stessa melodia ma rimbalza su 3 battute, non più su 5, e nemmeno su 4.
Stacco di basso, dove il cantato dice “Trouble will find me” e il giro di basso ripete un paio di volte lo stesso giro, poi cambia melodia, si abbassa, e il pezzo riparte ma si attacca a metà di un giro, senza lasciarlo finire. Sembra una cazzata, è una cazzata, ma stiamo parlando dei National, di un singolo mondiale. Quindi il pezzo riparte dopo lo stacco, e c’è di nuovo la strofa su 5 battute, ma a un tratto, sulla strofa, viene cantato un ritornello (quello dove dice – credo-  “but they said love is a virtue don’t they etc”), poi parte una roba come un altro ritornello, ma non più sulla strofa in 5 battute, ma su quello che avevamo sentito all’inizio, su 3 battute. Poi finisce.
Messa giù così sembra di parlare di un pezzo prog. Non lo è. È un singolo, il secondo singolo del disco, con una struttura abbastanza anomala, decisamente anomala per gli standard, e decisamente sopra le righe. La maggior parte delle canzoni pop non funziona così. Strofa-rit-strofa-rit-ponte-rit. Amen.

Ok, basta, no? No. Pezzo successivo. Heavenfaced.
Un classico giro in 4 battute/4 note. Ma il tempo è un 3/4.  Che è un altro tempo dispari – anche pari nel cuore.

Per dire, è lo stesso tempo di Fake Empire, uno dei loro pezzi più significativi, e direi l’unico, nei dischi precedenti, a usare una disparità nel ritmo.
Io la finirei anche qua. Ma la penultima dell’ultimo disco si chiama Hard to find, ed è un altro tempo curioso, un 5/4, con un gioco di battere e levare dei colpi del piano abbastanza insolito, ascoltare e poi parlare:

Quel che mi è venuto in mente questa mattina, mentre ero per strada (Zocca-Pavullo/Pavullo-Zocca) e davo un rapido ascolto ai due dischi precedenti (Boxer e High Violet), è che nei lavori precedenti non c’è questa ricerca di fare dei pezzi irregolari, meno tracciabili. Nell’ultimo disco sì: sicuramente per alcuni dei brani migliori e sicuramente con più cognizione.
Può essere una cazzata, o una cosa che non frega a nessuno (non credo freghi granché a una buona fetta dei fanz della band), ma non è una cosa da niente, pensando a cosa sono diventati, a quanto meno avrebbero potuto fare, e invece non hanno fatto.
È una questione di complessità. E complesso non significa difficile. Significa uno spettro di possibilità più vario, più vasto, significa maggiore ampiezza di interpretazioni. I pezzi dei National non sono difficili, non ti depistano, non te ne accorgi neanche, ma sotto c’è un’articolazione che non sospetti, e in un contesto, quello mainstream, assolutamente non richiesta.
Fare un pezzo con un tempo dispari, con una modalità di composizione che ti rende tutto più difficile, meno immediato, con un tasso di rischio di suonare macchinoso molto più alto, è una scelta di campo. In un libro che si chiama La voce delle passioni J.L. Charvet ad un certo punto si sofferma sull’utilità o meno dei vocalizzi nell’opera barocca, su questo concentrarsi sulla forma senza una sostanza alle spalle, questo fraseggiare con la voce come puro esempio di capacità, di virtuosismo, di ornamento portato all’estremo. Ma ne ribalta il significato: «Non si orna per ornare, non si orna quando non c’è nulla da dire, si orna solo quando c’è esattamente qualcosa in più da dire». È un’idea.
Ecco, niente, volevo dire questa roba qui. Volevo dirla gratis e senza che nessuno me l’avesse chiesto.
Ora l’ho fatto e posso andare affanculo.
Poi
È CHIARO
che se mi chiedi un pezzo con un giro sghembo che non sta nei 4/4, mica ti metto su i National.
Però dai, ci siamo capiti.

Tixi

Continua il nostro piccolo viaggio verso il Pulitzer nell’analisi del magico mondo del ruock + il magico mondo dei soldi.
Oggi intervistiamo per voi Federico Tixi.
Perché Federico Tixi e non Walter Veltroni?
Scoprilo qua sotto.
Annoiamoci insieme.

(di Capra)

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Tixi è il Walter Matthau del punk
(Jacopo Lietti, serigrafaro + Fine Before You Came/Verme)

1. Capra: partiamo senza fronzoli. Quanti soldi al mese spendi in musica?
1 bis. Dove compri la musica?

Tixi: Graditissima domanda, proprio, che mi fa tornare su, per l’ennesima volta solo oggi, il tipico senso di colpa (di chiaro retaggio cattolico) causato dalla consapevolezza di quanti soldi ogni mese butti via in dischi. Tanti, troppi. Da quando ho un lavoro fisso (più o meno dal 2005) mi sono imposto circa 200 euri di spesa al mese, ma da un paio di anni sforo regolarmente, al punto che inconsciamente la soglia è salita a 300, se non di più (ma se tocca i 400 mi sento davvero in colpa, tipo che smetto di dormire). Poi sto mese capiti male, tra una fiera del libro con banchetti di lp assurdi pressoché regalati, una fiera del disco (ma sono stato bravo, ho speso meno di quanto avessi prelevato) e la tredicesima in saccoccia, oltre qualche carenza affettiva da compensare (il cioccolato non basta più da un po’, ma abuso anche di quello), beh, penso di aver sforato, e di tanto.
Poi è natale, ci sono i regali che mi devo fare, no? Da bambino volevi la polistil e i parenti ti regalavano la polistil, adesso io vorrei il cofanetto di Jakob Ullmann ma i miei non mi regaleranno MAI qualcosa che assecondi quella che per loro (non sbagliando del tutto) è una dipendenza, quindi me lo comprerò io. E via. Mi rendo conto di essere estremamente privilegiato dal poter contare su tot euri a fine mese regolarmente versati sul mio conto, sono convinto che se dovessi stare più attento o ponderare di più i miei acquisti compulsivi probabilmente non sbarellerei così di brutto, e sicuramente sarebbe un bene per l’estratto conto (operazione bancaria che detesto e cerco di fare il meno possibile), visto che, ora come ora, pur lavorando da un po’, non sono riuscito a mettermi via praticamente nulla. La volta che mi dovrò comprare un rene o anche solo la vespa nuova sarò fritto,  ma ci penserò in quell’evenienza. Quello che mi stupisce sempre è che quando manifesto quanto io sia fondamentalmente a disagio nel realizzare che, comunque, io lavori nove ore al giorno quasi esclusivamente per comprarmi dischi, mi sento spessissimo rispondere “vabé, dai, se è per la musica è per una bella cosa, non c’è nulla di male”. Davvero, per me è talmente sbagliato che non capisco come gli altri possano legittimarlo. Poi il fatto che da 6 anni conduca solo soletto una trasmissione radio dove mi lasciano passare quello che voglio è un ulteriore scusa per lasciarmi andare in acquisti compulsivi.
Ovviamente, oltre ai soldi spesi per i dischi, ci sono anche quelli andati per i concerti: fortunatamente io e i miei amici stiamo invecchiando, e tra tutti ci sta passando la voglia di metterci in macchina, magari di giorno infrasettimanale, per andare a vedere l’ennesimo concerto che chissà se ci soddisferà. Chi ha figli, chi l’indomani si sveglia alle 6, non ce la sentiamo più di tanto. Poi magari è solo un periodo così, eh. Anzi, devo dire che l’unico che ogni tot manda un sms per proporre di andare a vedere qualcosa in giro, sono io (tendenzialmente mi rispondono picche, ma non me ne faccio un cruccio più di tanto). In fondo, negli ultimi anni, andare ai concerti non è stato altro che un pretesto per salutare amici. Del resto di concerti memorabili ne ho visti talmente tanti in passato che, ora come ora, non sento la necessità di ascoltare *solo* della buona musica dal vivo. Poi, da quando amici hanno preso in gestione lo Spazio Targa, qui a Genova, che propone la musica che piace a me in questa città di “troppo poco e troppo tardi” (per citare Mall Rats) – e per di più mi lasciano dare una mano nella programmazione – quello che mi piace cerco di vederlo a casa mia. E se non lo vedo amen, lo vedrò, o lo ho già visto (mi sono perso gli Swans, immensi quando li vidi a Barcellona e sento dire immensi anche a Bologna, ma vabé, quest’anno mi premeva solo vedere Rangda e Demdike Stare e li ho visti rispettivamente a La Spezia e a Torino, quindi mission accomplished).

In tempi recenti ho scoperto una cosa terribile che accomuna me e Tixi,
una malattia grave, una di quelle che lasciano il segno (sui c/c).
Siamo entrambi compulsive buyer di musica.
Se anche tu sei un compulsive buyer di musica,
esci allo scoperto, fondiamo un partito.
(Onga, impiegato e boss di Boring Machines)

Dove compro la musica? Ovunque vendano la musica. Fisicamente compro sin da quando sono ragazzino da Disco Club (ogni sabato mattina metto la sveglia per andare lì prima di pranzo e vedere le solite facce, sentire i soliti discorsi, spendere i soliti euri, un rito, praticamente). Ho comprato tutto quello che mi ha formato musicalmente lì dentro, da A love supreme un giorno in cui avevo preso 7 di Inglese in terza liceo (ma quell’anno venni bocciato ugualmente, ma per questioni di cuore, non perché ero una capra) a, chessò, l’ep dei Corrosion of Conformity che aveva una cover degli MC5 sul lato B che mi ha aperto gli occhi verso un certo mondo. Da qualche anno sul retro c’è un gran bel negozio dell’usato, una limatina sui prezzi non farebbe male, ma regolarmente trovo qualcosa che mi interessa e che non avrei mai detto di trovare (giusto un paio di giorni fa mi sono preso la ristampa di Jacula che era in wishlist da secoli)
Altrimenti ogni volta che riesco a passare cerco di comprare qualcosa da Taxi Driver (purtroppo lavoro dalla parte opposta della città), altro orgoglio cittadino, più specializzato in un genere che non è 100% la mia cup of tea (stoner-post metal, ecc) ma comunque fornitissimo (anche delle cose che piacciono a me) e da preservare, fosse solo per il coraggio e la dedizione con cui Maso e Sara tengono aperto un negozio “di genere” in un momento come questo, in una città come questa, dove soldout lo fa solo Giuliano Palma e forse neanche più lui.
Poi ho anche un paio di secret spots in giro, ma col cazzo che ve ne parlo qui sopra (e comunque sono stati più che saccheggiati).
Per ultimo c’è internet, che è un po’ (giustamente) il nemico di tutti i negozianti. O compro direttamente dalle etichette (ho preso un paio di giorni fa il disco di Bowles su Soft Abuse, consigliatomi da Collepiccolo, caro amico che non manca mai di alimentare i miei acquisti compulsivi, specialmente quando andiamo in vacanza a Barcellona col pretesto del Primavera Sound ma, alla fine, è palese che andiamo solo per fare un salto da Wah Wah e da Revolver), o da qualche distributore alla Boomkat (che è caro, infatti saccheggio solo le offerte). Poi c’è Amazon, che è stata la mia rovina, da quando ha aperto in Italia. Trovi quasi-tutto-a-meno. Per mesi, quando il sito era strutturato in modo diverso, passavo le mie pause pranzo a scovare con un trick le offerte speciali (e ce n’erano, di incredibili, vedi il cofano dei NEU che abbiamo comprato tutti), ora sto a sentire le dritte di questo o quello, e soprattutto compro più mirato e meno “è in offerta, costa come una birra, prendiamolo”. Tra l’altro se avessi speso in birre tutto quello che ho speso facendo quel ragionamento da quando ha aperto amazon sarei già morto di cirrosi, come minimo. Ah, poi c’è Soundohm, un catalogo sterminato della musica più bella del mondo (o, meglio, tutta quella che al momento desta il mio interesse), difficilmente recuperabile altrove. Negli ultimi tempi ho cercato di piazzare almeno un ordinino al mese, giusto dell’importo per evitare di pagare le spese di spedizione. Fortunatamente Fabio è svampito e casinista di suo, e la cosa mi trattiene dall’ordinare giornalmente, se fosse affidabile come amazon sarebbe la mia rovina.
Lascio per ultimo Discogs, perché è l’unico posto dove chi compra dischi dovrebbe andare, soprattutto se, come me, non vuole delle ristampine in economica col punto esclamativo. C’è tutto, a volte overpriced (basta stare lontani dagli italiani, di solito) a volte trovi l’affare della vita. C’è la wishlist che ti segnala con un’email che quell’lp della Far East Family Band è finalmente disponibile NM/NM da un venditore tedesco (dio benedica le poste tedesche e maledica quelle italiane) a soli 10 euri (contro i 25 a cui lo hai sempre visto in giro) e puff, eccoti con un buco in meno nella collezione.
Ultimamente ho anche cominciato a comprare su bandcamp, in .flac direttamente dagli artisti. Anche perché, come nel caso di Kemper Norton o del live di Congos e Sun Araw, è l’unico modo per ascoltare la loro musica. Non è così male, in effetti, se è l’artista stesso che ti permette di ascoltare la sua musica *solo* masterizzandotela su un cd.
Per il resto, scarico poco, pochissimo. Giusto quello che capisco che potrebbe piacermi o che mi incuriosisce (sono abbonato a The Wire e sto imparando a fidarmi con moderazione dei nomi che escono, che è tutta salute), in uno o due ascolti decido se vale la pena, quindi lo metto in wishlist mentale e lascio che il rush compulsivo si calmi. Se si calma ho risparmiato 10-20 euri, se non si calma dopo qualche giorno clicco e via col senso di colpa.

  1. 2.    Capra: come ascolti la musica? quanto costa la roba che usi?

Tixi:

<geek>
Argomento scottante. Per forza di cose essendo 10h al giorno lontano da casa convivo con il mio iPod 5.5 da 30GB. Letteralmente, da quando esco la mattina e mi metto in vespa a quando torno a casa ho sempre gli auricolari in-ear (la cosa mi è costata 159€ di multa e 5 punti della patente – e mentre scrivo mi chiedo se una dichiarazione pubblica di infrazione del codice della strada sia perseguibile, quindi, se qualche vigile sta leggendo, sappia che è tutto frutto della mia fantasia). Riesco a concentrarmi (quindi a lavorare) praticamente solo isolandomi ascoltando musica, come riuscivo a studiare solo con lo stereo acceso. Il problema è che sono piuttosto esigente. Uso quel particolare modello di iPod (e quando mi lascerà sarà dura) perché fu l’ultimo prodotto con il DAC della Wolfson. Dalla generazione successiva Apple ha cominciato a montare un convertitore pessimo che suonava malissimo, e non se ne parla proprio. Per le cuffie sono altrettanto menoso: mi durano pochi mesi e ogni volta passo delle giornate intere a ponderare su forum e siti vari quale modello comprare, senza spendere troppo. Ritengo di aver provato quasi tutto sotto i 30€, giusto ieri mi sono arrivate delle Creative EP830 pagate 15e su amazon che suonano molto meglio di quanto mi aspettassi, quindi sono soddisfattissimo. Mp3 rigorosamente rippati dai 224kbs vbr in su, ça va sans dire.
L’impianto di casa, invece, è la mia delizia. Ho avuto cose ben suonanti ma economiche per anni (e non mi lamentavo, per carità, solo che dopo un po’ mi veniva voglia di cambiare). Sono incappato in un collega che mi ha fatto sentire componenti di ben altra caratura e senza svenarmi mi ha procurato quello che probabilmente sarà il mio impianto definitivo (in un anno non mi ha ancora stancato, ed è quasi un miracolo che per un ossessivo-compulsivo che ci sia qualcosa che dopo un anno lo soddisfa ancora): un QUAD 33/303 (pre e finale inglesi a transistor in produzione dagli anni 60 agli 80, storici, se cercate su google vedete anche quanto sono belli esteticamente), da lui upgradato in modo eccelso e segretissimo, due casse Tannoy T115 con un tweeter che lévati (modificate anche quelle, erano degli ottimi monitor da studio nei 70’s), appoggiate su degli stand che devo farmi venire voglia di riempire di sabbia per renderli un po’ meno risonanti (risuonano, si sente, non prendetemi per coglione). Entrambe le cose credo mi siano costate 800 euro, se non ricordo male. Se pensate che alla stessa cifra comprate un impianto indegno di quelli con tante lucine, beh, sono sicuro di averli spesi bene, del resto non vedo perché spendere in cose inutili come le tasse della rumenta e non per qualcosa che mi godo tutti i giorni (mentre scrivo di là stanno girando i Flamin’ Groovies). Ho un buon giradischi Systemdek IIX degli 80s che ho pagato pochissimo in condizioni un po’ così da un venditore ebay inglese che è stato anch’esso modificato e rimesso in bolla. Il braccio, un buon AT che era già sul giradischi monta una testina Stanton 681 che forse è l’unica cosa che cambierei nel mio impianto (ed è comunque una testina con i controcazzi, ‘na roba da 200 euri, che ho pagato la metà), appena capisco che è giunta la sua ora mi butto su una Ortofon Red, o qualcosa di analogo. Come lettore cd ho un Marantz CD63 che mi fa godere, e prima o poi vorrei farmelo modificare. Visto che un sacco di roba è cominciata ad uscire solo in cassetta sono andato alla ricerca di una piastra decente, alla fine ho recuperato a costo zero una TEAC che fa il suo dovere e ho pensionato quella che usavo prima, ma alla quale dovevo cambiare la cinghia e non ne avevo proprio voglia.

</geek>

Mi rendo conto che quello che avete letto sia molto poco figa friendly, ma del resto spero che le ragazze abbiano smesso di leggere quando ho scritto la parola “DAC”, non vorrei mai che si pensasse che sono un nerd che si fa le pippe sulle sfumature di questo o quello strumento sul proprio impianto hifi. In fondo su quell’impianto ci ascolto i Bad Brains, quindi sticazzi, sia chiaro, mi piace solo spendere i miei soldi nel modo più sensato possibile. “Elongatio Penis”, l’avrebbe definita qualcuno, magari. Boh. Batto il belino.

“Tixi è bono tipo Winni the Pooh”. Non è farina del mio sacco, ma ci farei una torta.
(Jukka Reverberi, operatore socioculturale e Giardini di Mirò)

  1. 3.    Capra: nella piramide di spese della tua vita le 3 cose per cui spendi di più.

Tixi: Beh. L’affitto mi mangia un bel po’ di soldi, abito da solo perché non riuscirei ad avere un coinquilino (ovvero un semiestraneo che gira per casa), e  per ora non ho una famiglia da mantenere. Poi vengono i dischi. Poi la spesa al Carrefour (ma mi accontento di poco, dal punto di vista alimentare sono davvero uno zero e ho l’alimentazione meno corretta tra tutte le persone che conosco, ma ho fatto le analisi e vanno più che bene, meglio così). Quindi la benzina della vespa (faccio 40km al dì per andare e tornare dal lavoro), e tutto quello in cui spende mediamente un 35enne (considerando che mi vesto nello stesso modo più o meno dalla quinta superiore, come mi fa notare Alice). Non ho vizi particolari (social drinker e neanche troppo, non mi ubriaco da almeno tre anni – ero ad un concerto dei Clinic e quindi al Buridda – e l’ho patito come un dannato per le 72h successive, non ho più 20 anni, in più temo l’etilometro come poche cose al mondo), non fumo, non sono un fanatico dell’andare a cena fuori (tranne quando vado nel mio ristorante preferito, il pesto migliore del mondo, per fortuna è anche molto economico), odio andare al cinema a vedere film stuprati dal doppiaggio e dal pubblico che commenta prima/durante/dopo e ride anche quando ci sono battute che non fanno così ridere (chissà perché lo fanno). Vado in vacanza giusto quelle due tre volte l’anno, ma non nego che mi piacerebbe viaggiare molto di più, anche se temo che finirei in giro per negozi di dischi all’estero. Che da una parte è anche piacevole, e ci sta, dall’altra non sono sicuro che sia del tutto sano (ma si, perché no).
Qualche soldo va via anche in giocattoli musicali che suonicchio in casa, registro per gioco e chissà che un giorno mi venga voglia di far sentire a qualcuno. Niente di serio, comunque, anche se tra un giocattolo e l’altro mi sono messo in casa delle belle cosine. A parte la mia stupendissima Telecaster JV dalla quale non mi staccherò mai, mi sto divertendo con pedalini e synth vari, cosine autoscostruite (mi sono assemblato un Big Muff che è na bomba) e spippolo a cazzo. La morte sua.

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4. Capra: i 10 dischi più belli usciti quest’anno e quali di questi hai comprato.

Tixi: Giusto qualche giorno fa ho tirato giù na lista, visto che la stavano facendo tutti in tutti i social network possibili, e non mi andava giù che The Wire avesse messo come disco dell’anno quella robetta che è Laurel Halo.
Quindi:
1. Pelt – Effigy
2. Scott Walker – Bish Bosh
3. IX TAB – Spindle & The Bregnut Tree
4. Kemper Norton – Carn (1)
5. Sun Araw, M. Geddes Gengras & The Congos – Icon Give Thank
6. Demdike Stare – Elemental
7. Mark Feehan – MF
8. Neneh Cherry & The Thing – The Cherry Thing
9. Cut Hands – Black Mamba
10. Taylor Deupree – Faint

Li ho comprati tutti, quasi tutt a scatola chiusa (Neneh Cherry e Scott Walker addirittura preordinati, credo di non averlo mai fatto prima di quest anno), tranne Taylor Deupree che è appena uscito ed è un doppio cd che costicchia e spero di trovare un po’ a meno tra qualche mese/anno.

  1. 5.    Capra: i 3 gruppi italiani che se un amico ti dicesse che gli piace uno i questi tre gruppi smetti di essergli amico.

Tixi: Ma dai, non è che smetto di essere amico di qualcuno perché ascolta della musica di merda (menzogna, N.d.C.) Al massimo posso dire che non so cosa potrei avere da condividere con un fan della triade Agnelli/Capovilla/Canali. Del resto se non ci fossero coprofagi non avremmo fenomeni inspiegabili come I Cani o gli Zen Circus. Cazzi loro dai. Faccio molta più fatica ad essere amico di un elettore del pdl, magari pure sandoriano o lettore del Mucchio, che del fan di un gruppo inutile.

Al massimo quelli con cui non voglio proprio avere a che fare sono i fans dei Radiohead, per non parlare di quelli di Capossela.

 

 

  1. 6.    Capra: il tuo ultimo giovedì sera

 

Tixi: Giovedì sera nevicava, qui a Genova, e pure forte. Sono tornato dal lavoro stravolto e di sicuro non ho trovato le forze per spingermi in centro, anche se suonava Gipsy Rufina e non mi sarebbe dispiaciuto rivederlo. In più martedì avevo preso una bella sberla sull’asfalto cadendo dalla vespa ed ero anche pieno di dolori. Mi sono messo sul divano con un bel libro (“Abbiamo sempre vissuto nel castello” di Jackson Shirley, stupendo) sul kindle (che invenzione, ragazzi) e  qualche disco sul piatto. E’ andata meglio di altre sere, in cui esco perché c’è qualcosa da fare e alla fine quel qualcosa si rivela di una noia mortale e mi fa rimpiangere di non essere rimasto a casa.

  1. 7.    Capra: Meglio una pessima cena con ottima musica o viceversa?

Tixi: Che cazzo di domanda marzulliana, Capra…

                Capra: Rispetta l’arte

Tixi: Come dicevo prima, non sono una buona forchetta. Quindi direi meglio la buona musica, mica per altro, a me di mangiare strabene interessa relativamente. Casomai meglio una buona compagnia, quella sempre e comunque. Che poi nel mio ristorante preferito (non vi dico qual è a meno che il proprietario non mi dia l’endorsment a base di testaroli) l’ultima volta avevano messo Waltz For Debbie di Bill Evans (ho un’ossessione per Bill Evans) e ho pensato che quello fosse il posto perfetto.

            8. Capra: se tuo zio ricchissimo che vive in Lussemburgo ti chiedesse
“Tixi (tuo zio ti chiama per cognome) cosa vuoi per Natale?”

Tixi: Eh. Mio papà ha cinque fratelli, e di conseguenza ho un sacco di cugini. Per la famiglia Tixi ogni natale era un salasso, a suon di regali inutili. Ad un certo punto, in modo molto genovese, giunsero ad un accordo di fare regali solo ai figli dei figli. Io avevo appena compiuto 15 anni e fui il primo a subire questa normativa anticostituzionale, un vero e proprio abuso nei confronti del Tixi adolescente che una volta andava dai parenti il giorno di natale per pigliarsi due regali inutili, poi neanche più quello. Ho solo una zia materna che, regolarmente, ogni anno mi chiede “che vuoi per natale? qualsiasi cosa che non riguardi la musica”. E con “musica” intende neanche libri o cofanetti di DVD. In pratica vorrebbe regalarmi solo maglioni, ma io uso pochissimi maglioni, solo felpe col cappuccio e tshirt stilose. Quest’anno le ho chiesto di regalarmi delle serigrafie di 108 che in realtà avevo già comprato, mi farò dare i soldi che ho speso per quelle serigrafie e li investirò nel triplo di Ullmann di cui parlavo prima o, ancora meglio, nel cofanetto PRIX ITALIA che è appena uscito su Die Schachtel, cazzo quanto lo voglio.

              9. Capra: che cosa stai ascoltando in questo momento?

Tixi: Ho cominciato a rispondere a queste domande ascoltando i Tindersticks, il disco col cowboy., poi ho messo su i Flaming Groovies mentre aspettavo che bollisse l’acqua per buttare la pasta, e continuavo a rispondere. Adesso che è quasi mezzanotte e mi si stanno incrociando gli occhi c’è Arturo Stalteri che ho preso qualche mese fa ed ascoltato pochissimo. È figo.