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Federico Bernocchi

fb001Scrive per Wired, i400calci e diversi altri posti dove vorrei stare pure io; compare di tanto in tanto in TV. Io ho anche l’immagine di lui preso in stato di estasi mistica a qualche concerto bolognese nella prima metà dei 2000. Aveva pure un blog su splinder che raccoglieva le foto dei concerti in posti tipo l’Atlantide, il che implica che Federico Bernocchi faccia parte dei regaz, un concetto che peraltro è stato lui stesso a codificare in via definitiva. Da un paio di settimane ha aperto una nuova web radio, si chiama Radio TSO, assieme a qualcuno dello staff che realizzava (qualche anno fa) l’ultima versione un programma su Radio2 chiamato dISPENSER. Andava in onda in seconda serata, parlava di stranezze, cinema, web, cultura e cose simili. C’erano servizi e cose simili. Ci si poteva sentire tranquillamente Lard o This Heat o qualsiasi roba di cui nemmeno i più sgamati di quelli che leggono hanno mai ascoltato.

Alessio Bertallot ha aperto un crowdfunding su Musicraiser per realizzare una radio indipendente e autonoma da casa sua, chiedeva 17mila euro e ne ha portati a casa più di 20mila. Voi come avete fatto ad aprire Radio TSO?
Ci abbiamo messo i soldi noi. Abbiamo comprato il sito, i microfoni, le cuffie e tutto quello che serve per andare in onda potenzialmente per una vita. Siamo sui 70 euro a testa in sei. E ci sono state pure delle birrette.

“Noi” vuol dire chi? tutti ex- dISPENSER? spiega bene il tutto.
Allora, è andata così. Nel 2010, senza che nessuno ci dicesse nulla, la RAI decise di chiudere dISPENSER. All’epoca eravamo in conduzione io e Costantino della Gherardesca, Francesca Dal Cero in regia, Alberto Forni, Marco Villa e Angela Buccella in redazione e ovviamente dietro a tutto c’era Giorgio Bozzo che è il papà di di DISPENSER. Era cambiato il direttore e, come spesso accade, ha fatto fuori alcune trasmissioni. Niente di anormale, ci mancherebbe altro, anche perché poi dISPENSER esisteva da 9 anni e mezzo (non siamo riusciti a festeggiare i 10 anni). Solo che questo nuovo direttore aveva l’abitudine di non comunicare ai diretti interessati le sue scelte. Io l’ho scoperto in un modo orribile. Sfoglio Vanity Fair, se non ricordo male, e trovo un’intervista a grossa parte del cast artistico di Radio Due. Noi non c’eravamo. Siccome non era la prima volta che venivamo totalmente ignorati per delle cose del genere, chiamo la nostra curatrice dicendole che, insomma, ok che andiamo in onda alle 23, ma ogni tanto ci farebbe piacere comunicare la nostra esistenza al mondo esterno. Mi viene data una risposta del tipo: “Mah, queste cose non succedono mai per caso, io farei una telefonata a Roma…“. Al che mi si gela il sangue nelle vene. Calcola che noi eravamo in studio pronti a registrare una puntata, eh? Cioè, quel Vanity Fair l’ho trovato in RAI in una saletta qualsiasi.
Comunque, chiamo a Roma e parlo con l’ufficio palinsesti e mi dicono che effettivamente dISPENSER per la stagione prossima non è ancora stata messa in palinsesto. Se non ricordo male era giugno e a quel punto, solitamente, i palinsesti sono già blindati. Quella dell’ufficio mi dice che non c’è ancora nessuno al nostro posto, ma se non ci siete… Niente, questo è stato il modo in cui ho saputo di essere stato licenziato dalla RAI. Siamo andati avanti fino alla fine della stagione, senza più sentire nulla da nessuno. Noi sapevamo, quelli sopra di noi sapevano, ma nessuno ha detto nulla. Poi un giorno, dopo l’ultima puntata, siamo scesi e all’ingresso quelli della reception ci hanno chiesto il badge. Una volta dato quello indietro sono uscito dalla RAI e non ci sono più rientrato.
Anzi no, non è vero. Aspetta che c’arrivo. Allora, la chiudono. Io e Costa facciamo un’intervistina una, su non mi ricordo più esattamente quale giornale, in cui non diciamo nulla di che, se non che hanno chiuso la trasmissione senza dircelo. Che è bello, ma non bellissimo. Il direttore interviene dicendo che non è vero che non ce l’ha detto, e che comunque è una scelta fatta sulla base dei dati audiradio. Gli stessi dati audiradio, va detto, annullati successivamente perché ritenuti inattendibili dal Presidente dell’Audiradio stessa Vincenzo Vitelli. A quel punto ce ne stiamo buoni e cominciamo a cercare altre radio.
Nel frattempo al nostro posto viene messo proprio Bertallot, che all’epoca aveva appena terminato di lavorare a Deejay. Noi facciamo molta fatica a trovare un’altra radio che ci permetta di fare una trasmissione in diretta di un’ora senza alcuna restrizione di playlist (potevamo mettere quello che volevamo in Rai, ed è stata la nostra fortuna, ma immagino anche parte integrante della nostra chiusura) e senza nessuna alcuna restrizione per quanto riguarda gli argomenti (potevamo dire quello che volevamo in Rai, ed è stata la nostra fortuna, ma immagino anche parte integrante della nostra chiusura). Per cui cominciamo a perderci un po’ d’animo. C’è da dire che all’epoca, essendo poi quello il nostro lavoro, cercavamo anche – ingenuamente – qualcuno che addirittura ci pagasse per andare in onda! Io fortunatamente facevo e faccio anche il giornalista per Wired. L’amico Andrea Girolami, in un eccesso di cattiveria che neanche Hannibal Lecter meets Gargamella, mi manda a intervistare sai chi? Bertallot, per la sua nuova trasmissione in RAI. E grazie a quello sono appunto rientrato in RAI dopo essere stato licenziato. Tornando invece al gruppo di Radio TSO: per un lungo periodo abbiamo preferito continuare per la nostra strada, ognuno portando avanti il proprio lavoro personale. Quest’anno ci siamo trovati per dei saluti, come i pensionati del bar, e abbiamo pensato che a questo punto era carina l’idea di fare la radio anche per i fatti nostri, in salotto a casa della regista (che per altro è l’unica che ancora oggi lavora in RAI).

Ora anche Bertallot è stato mandato via. Nella vostra fascia oraria, su Radio 2 c’è Musical Box, che (a quanto sento) butta roba tipo Moderat o Rustie, elettronica intelligente diciamo così. Vale a dire un altro Bertallot, che probabilmente costava meno. Nel frattempo, Bertallot da casa sua piazza più o meno la stessa roba dichiarando di voler svecchiare il pubblico. Per me, francamente, un programma radio di nuovi suoni nell’epoca attuale è un modo come un altro di esser zoppi e fermi culturalmente. Non in generale, ma questi sono programmi con musica più o meno identica a quella che avresti ascoltato a fine anni novanta, certo, nuove tendenze della stessa roba, come se fossimo ancora fermi alla formula “il rock è il passato, l’elettronica è il futuro”; invece mi sento Radio TSO e magari state 15 minuti su Trucebaldazzi o Justin Bieber rallentato o quel che è, voglio dire… La stessa ricerca del SUONO NUOVO mi sembra una stronzata galattica, come se ci fosse il nuovo e il vecchio e gli uni fossero in contrapposizione agli altri. non so. Voi dISPENSER come l’avete messo insieme? Avevate seguito degli esempi?
La questione musicale è sempre stata un problema. Quando sono arrivato a dISPENSER, direi 2007, venivo dal Network di Radio Popolare (Radio Città del Capo di Bologna) e chi faceva quel tipo di radio lì, metteva fondamentalmente indie rock. Era una cosa proprio di milieu: hai amici che fanno quel tipo di musica, tutti ascoltano quella roba e soprattutto quella roba serve a staccarti culturalmente dalle altre radio. Arrivato a Radio Due, in RAI, comincio a rompere il cazzo con quella roba lì, perché mi sembrava un po’ passata l’epoca. Quando prima di me a dISPENSER c’era Matteo Bordone, aveva un senso mettere, faccio dei nomi a caso, Decemberists o National, no? Perché altrimenti non l’avresti ascoltata da nessun’altra parte. Che è veramente il discorso che faceva Bertallot quando ha cominciato B Side su Radio Deejay. Io per esempio all’epoca me l’ascoltavo e ho scoperto della roba che, nel 1996, era molto avanti. Inutile che faccia il figo: all’epoca ascoltavo un sacco di metal e rap in cd, ma quando ascoltavo la radio, ascoltavo B Side. Poi con il tempo le cose sono cambiate e, dal mio punto di vista, oggi la trasmissione di Bertallot è quella roba che si ascolta “il tipo che lavora in ufficio e che alla sera si fuma una cannetta per rilassassi e ascoltare della musica da paiura” (la frase non è mia e non ti posso dire di chi è che secondo me se la prende, ma è perfetta). Comunque. Arrivato in RAI comincio a rompere il cazzo dicendo che ce ne dobbiamo sbattere delle Cocorosie (esempio a caso), e insieme a Costa cominciamo a proporre della roba molto più rumorosa e fastidiosa. Perché l’idea di mettere le prime robe di Ty Segall o, che ne so, HavaH in nazionale, su una radio come Rai Radio 2, dove comunque magari durante il giorno passa anche il singolo nuovo della Pausini, è una bomba. Inutile che ti dica le lotte che abbiamo dovuto fare per mettere quella roba lì. Ogni riunione di redazione era un bagno di sangue. Questo perché ognuno ha la propria idea di quello che è la musica Figa, quella Giusta. Ed è qui che sta l’errore. Con il tempo ho capito che, soprattutto in un’esperienza come Radio TSO, non bisogna considerare le scelte musicali come identificative. Se oggi uno fa la radio sul web, al 90% non lo fa per mettere David Guetta o Lorde, no? Conosco anche chi lo fa, ma quelli sono dei casi in cui si tenta di replicare un modello istituzionalizzato, strutturale, di radiofonia che c’è già e in cui la musica è accessoria. Copi, faccio per dire, Deejay Chiama Italia, no? E lì vai a perdere, semplicemente perché quelli esistono già, e a fare quello che fanno sono bravi. Comunque, solitamente quelli che mettono su una trasmissione su una web radio lo fanno perché mettono della “musica fighissima”. E il rischio è che il tutto si esaurisca o possa essere tradotto in “ho dei dischi più belli dei tuoi“. Chiaro che se mi ascolto Copacetic di Tixi, a fine puntata esco e mi compro due dischi che mi cambieranno la vita. Questo perché Tixi ne sa veramente a pacchi e mi passa musica da quando abbiamo 12 anni e lui era molto più bello di adesso. Ma se sono arrivato a sentire la sua trasmissione è molto, ma molto probabile, che io sia un appassionato di musica. Uno di quelli che comprano riviste, leggono siti, hanno l’abbonamento a Spotify e passano le giornate a cercare delle cose folli provenienti dal Ghana. Per cui, ripeto, l’errore è quello di pensare di essere più figo di altri perché prendi quel dato gruppo come tuo simbolo rappresentativo, come bandiera. O perché pensi che il mondo abbia bisogno di te per scoprire quel tal gruppo. Oggi per TSO sono molto più rilassato: chiaramente mi lamento se mi dicono “dai, oh, mettiamo il nuovo singolo di Joan As Police woman!” e preferirei mettere solo gli Ass Chapel, ma anche chi se ne frega: sono i gusti personali dei singoli redattori, e tutti noi ascoltiamo più o meno musica bella.

Ma infatti il punto in cui dISPENSER -ma pure TSO a quanto ho sentito fino adesso- si smarca è che siete sciolti, alla fine bisogna anche considerare il concetto di musica sciolta come massimo punto di evoluzione della cultura contemporanea. Tipo, non so, Musical Box su Radio2 mi sembra abbastanza vittima del cosa dovrei mettere dove TSO non lo è. Direi. Magari mi sbaglio. Anyway: l’economia di ‘ste cose com’è? nel senso, OK Bertallot che rimedia 20mila euro in crowdsourcing, ma in prospettiva secondo te riuscirete a incassare due spicci?
Non lo so. Non ascolto Musical Box su Radio Due. Ho fatto un bellissimo fioretto per il 2014: ho deciso di non ascoltare più la radio. Calcola che per me è una cosa grossissima, perché ascolto la radio da sempre. Sono radiofonicamente onnivoro, come per il cinema. Solo che, data astrale gennaio ’14, non ce la faccio veramente più. Mi sono reso contro che ormai la ascoltavo solo per stare male, per agitarmi e per arrabbiarmi. Certo, rosico. Certo, si tratta di frustrazione. Quello che vuoi. Però ci sono alcuni momenti in cui, per esempio, sento tale speaker che parla con un ascoltatore di quella volta che, pazzesco, è stato in piscina e non si è messo la cuffia e “non hai idea che cosa pazza! Ci siamo divertiti un mondo, io e la mia banda di amici matti!“. Poi parte il nuovo orribile singolo di X e io ho la netta consapevolezza, la certezza matematica che siamo destinati alla Morte. E che ce la siamo pure meritata. Se escludiamo una cosa come cinque trasmissioni spalmate sulle radio principali, tutto il resto è brutto e profondamente sbagliato. Non è un peccato? A un certo punto si parlava della rinascita della radio, del fatto che era un medium con mille potenzialità, che a differenza della televisione (che invece era il male incarnato) era pieno di idee. Poi sono state fatte tutte le mosse sbagliate del mondo, una dopo l’altra, e oggi ci ritroviamo con una serie di radio che sono tutte identiche e obiettivamente inaffrontabili. Per me è una cosa molto brutta e triste. Per quanto riguarda l’economia, boh. Con 20 mila euro ti posso dire che andrei a fare la radio dal Brasile. E nel frattempo ci faccio uscire pure un corto, un documentario, una gita fuori porta e due o tre milioni di caipirinhe. Chiaro che ci vorremo fare dei soldi con Radio TSO. Non so esattamente come, eh? Però se riuscissi ad avere del guadagno da una cosa che mi piace fare, sarei contento. Per ora abbiamo in mente di allargare la proposta del canale e avere ogni giorni almeno una trasmissione serale. Personalmente mi piacerebbe avere la trasmissione de i400CALCI, quella di BASTONATE, e mi sto seriamente organizzando per averne una di architettura e una di astrofisica. Pensa la bellezza di una trasmissione di astrofisica. Comunque dovremmo guadagnare subito almeno 897 euro, perché ci serve un mixer digitale. Adesso quando andiamo in onda ho tipo un 2 secondi di ritardo in cuffia e parlare in quelle condizioni diventa difficilissimo.

 

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Immagino, così a naso, che l’unico modo per mettere insieme un certo tipo di introito sia legarsi a un certo tipo di editore/network, e lì, comunque, avere un programma che sia tagliato su qualche cosa di specifico. Ma in realtà non lo so, da te queste cose le imparo perchè bene o male, che sia scrivere o trasmettere o andare in TV, è una cosa che fai di lavoro e devi sottostare a un equilibrio, che suppongo sia pure un equilibrio tipo di povertà economica. Mi sbaglio? A proposito: Orto e Mezzo continua?
Una volta ho bisticciato con uno su Facebook che dopo poco -anche se poi mi ha dato dello zarro perché avevo scritto “anche no“- mi ha fatto le pulci perché io lavoro in televisione (il Male incarnato) e quindi, di conseguenza, sono sfondato di soldi, cosa che immagino per alcuni sia una colpa. Meno male che un terzo, che lavora anche lui in televisione come autore, gli ha risposto dicendogli che è un errore gigantesco pensare che chi lavora in tv guadagni bene. Nelle reti in cui ho avuto la fortuna di lavorare i soldi erano sempre relativamente pochi, e in più parliamo di contratti a progetto. Fai questo numero X di puntate per la cifra X, e poi vediamo. Non è proprio una situazione biondissima. Ovviamente non mi lamento, eh? Anche perché ho avuto la fortuna di lavorare con persone pazzesche, con cui poi son diventato praticamente amico. Che non è una cosa da poco. Anzi, ancora di più: coloro per cui ho lavorato mi hanno sempre fatto fare/dire, più o meno, tutto quello che mi passava per la testa, che è molto raro. Probabilmente ha a che fare con quella cosa della povertà economica che mi hai chiesto. L’altro giorno ho fatto vedere una puntata di Orto e Mezzo a un mio amico che mi ha fatto il complimento più bello di tutti: mi ha detto che in trasmissione ero uguale identico alla vita vera. Che in una trasmissione come Orto e Mezzo, trasmissione basata prevalentemente su interviste, è per me il valore aggiunto. Per la seconda stagione di Orto e Mezzo ancora non ti so dire nulla.
Immagino che per fare due soldi in TV vada tipo messo insieme un personaggio, e quindi uno show, e poi vanno fatte ospitate da qualche parte. Di tue me ne ricordo una da Chiambretti, vabbè, non possiedo la TV. Quanto spesso ti capita di trovarti in situazioni alla #coglioneNO, tipo freelance in-seguito-non-pagato?
Uff, spessissimo! Una vita intera che mi fanno quel tipo di proposte. Anzi, guarda, l’ultima m’è arrivata proprio a ridosso dell’uscita della campagna #coglioneNO ed era esattamente come il video dell’idraulico. Mi hanno proposto di scrivere contenuti in cambio del famoso “scambio di visibilità”. Sono abbastanza in confidenza con la persona che mi ha fatto questa proposta per cui, in prima battuta, gli ho riso in faccia (anche se al telefono). E poi una volta riacquisita la calma gli ho scritto in privato, spiegandoli per quale motivo la sua proposta era gravissima. Perché è veramente una cosa gravissima. Non so come ti possa venire in mente di chiedere a una persona che conosci, con cui hai già lavorato, che sai essere più vicino ai 40 che ai 30, di lavorare gratis. Penso peraltro ne sia consapevole ma che continui pure a farlo. Boh. Comunque mi ha fatto molto ridere come nei giorni successivi all’uscita di quei video ci sia stato chi ha fatto di tutto per fare 27 giri carpiati, per arrivare poi a criticarli. Pazzesco, no? Da Chiambretti sono stato tre volte, sempre grazie a Costantino. La prima volta abbiamo interrotto malamente Dell’Utri che parlava dei Diari del Duce per parlare del film Teeth, quello con la tipa che aveva la figa coi denti. La seconda non ho fatto nulla se non bere una birra a cui avevamo attaccato come etichetta una foto di Nancy Regan. La terza ho dato il premio a Peter Dinklage per i400CALCI. Ah, altra partecipazione pretigiosissima in televisione è stato nel 2007 ad Artù, una trasmissione di Gene Gnocchi. Ero invitato in qualità di critico cinematografico a parlare male di George Clooney, ed ero seduto tra Ivana Spagna e uno travestito da Gormito. Non mi hanno mai pagato per nessuna di queste ospitate. Però mi ricordo che per Artù m’è venuto a prendere un’autista sotto casa con una macchina pazzesca. Invece per X-Factor mi hanno pagato, ma lì era tutt’altro lavoro.

Che lavoro?
Ho fatto l’auditore, cioè quello che sceglie i cantanti che poi si presentano ai primi provini. Hai presente quelli che si vedono nelle prime puntate registrate? Quelli sono solo una minuscola parte di tutti quelli che vengono a X Factor e sono scelti dagli auditori.

Cioè, tipo, storie di gente abbastanza distrutta, immagino. Giusto?

La gag dell’auditore di X Factor funziona così. In tutto siamo in 12, e quest’anno siamo stati a Napoli e a Milano per cercare i candidati. Si inizia alle otto del mattino e finisci alle nove/nove e mezzo di sera. Ti mettono in uno stanzino di 1,5 metri quadrati, tutto in fonoassorbente, con una piccola finestrella che non è manco una finestrella ma una roba per fare passare l’aria. C’è la tua scrivania con un raccoglitore, mille fogli, una penna e una pinzatrice. Poi c’è una hostess che ti regola il traffico, e fuori dalla tua porta c’è il MONDO intero che vuole farti sentire come canta. Ho calcolato che io, che non sono tra i più veloci, mi sono visto una media di 100 ragazzi al giorno. Una cosa abbastanza devastante. Tra i lavori più belli di sempre, sia chiaro. Ma anche tra i più traumatici. Rischi veramente di perdere fiducia nel genere umano. Noi auditori siamo chiamati a scegliere non solo quelli bravissimi a cantarissimo, ma quelli che banalmente ti possono regalare 2 minuti di televisione ai provini. Per cui scegli quelli scarsi, quelli simpaticissimi, quelli odiosi, quelli che fanno i freak apposta, quelli che invece lo sono veramente, quelli che sbroccheranno e poi pure quelli bravi. Io facevo così: li facevo parlare un po’, e poi gli facevo cantare due canzoni, una in italiano e una in inglese. Poi i candidati hanno questa scheda dove hanno scritto delle cose sulla loro vita e lì viene fuori di tutto. Allora, su 600 persone la media è meno di un concerto l’anno a testa. Su 600 persone la media è tipo di un disco comprato l’anno. E parliamo di aspiranti popstar, eh? Io andavo giù di testa. E poi c’è questa cosa che mi ha fatto venire gli incubi per mesi. Tutti, parliamo quasi del 90%, scrivono che per loro la Musica è la Vita, che senza non potrebbero stare, che hanno imparato a cantare ancora prima di parlare e che quando sono su un palco chiudono gli occhi e tutto scompare e ci sono solo loro e la Musica. Senza fantasia anche nel mondo della fantasia. Pazzesco.
Ah, un’altra cosa assurda: scelgono tutti di cantare gli stessi brani. Ci sarà una rosa di, boh, 15 titoli? E sono tra le scelte meno pop del mondo. Per dirti: una delle più gettonate in assoluto è Oggi Sono Io di Alex Britti. E, ribadisco il concetto, parliamo di persone che di lavoro vorrebbero fare le popstar. Però è stata un’esperienza incredibilmente formativa e stimolante sotto molti punti di vista. Insomma, un bel lavoro.

A me manda abbastanza via di testa il fatto la schizofrenia del tutto. Che questa roba vada a pescare dal bassissimo, cioè non credo che un cantautore di medio valore abbia voglia di andare ai provini di X-Factor, e quindi ci va tutta questa gente che non avrebbe considerato manco di provare a Castrocaro o manco a un karaoke a premi, tipo. E poi, alla fine di tutta la scrematura, dei freak e di tutto quel che capita, si arriva alle puntate in prima serata. Che invece sono seguite da chiunque e in particolar modo da gente che si sfonda di mp3 da mattina a sera, e il mercoledì si ammazza commentando X-Factor su twitter o Facebook o qualche forum. Mi dà l’idea di questo valore critico sballato, di questo desiderio manifesto di sguazzare nella merda. Non so, come se qualsiasi idea critica fosse saltata in aria. Lo dico a te perché sei tipo l’unico membro noto dei 400 calci, e quella è una dimensione diversissima, si affronta cultura che per convenzione è definita bassa/inferiore ma non lo si fa per il gusto del basso/inferiore. Anzi, tutto l’opposto, si va a cercare la qualità assoluta, le gemme nascoste, l’action brutto e vuoto dall’action bello e pieno. Credo. Boh, non ti sembra strano?
Non lo so. Capisco quello che intendi, ma diciamo che dal mio punto di vista si guarda X Factor per una serie di fattori differenti, che poco hanno a che fare con la Cultura Musicale in senso stretto o una sua rilettura, rivalutazione. Inutile che stia qui a dire che non sono un fruitore o ascoltatore dei prodotti che escono da X Factor, ma ovviamente li conosco. Come conosco i singoli che vendono di più o quelli che sono in heavy rotation sulle radio. Questo perché ascolto (ascoltavo) la radio, perché ogni tanto guardo la televisione e perché assorbo più o meno tutto quello che sento o che mi circonda. Però, ripeto, in X Factor ci vedo ben poco di musicale. Si tratta proprio di un’altra cosa. Quelli che guardano Masterpiece non lo fanno per il Sacro Fuoco della Scrittura e lo stesso lo possiamo più o meno dire per Master Chef. Guardi i reality per la loro struttura, perché ti piace quel tipo di narrazione, perché ti piace vedere quei meccanismi risaputi, come l’interazione tra i giudici e i loro protégé, la suspense dell’eliminazione… C’è veramente poco di musicale. Cioè, funziona più come sfondo, no? Per questo non mi sembra che ci siano dei valori impazziti tra Alto e Basso. Si tratta semplicemente di cose di superficie. Ogni tanto qualche giudice (Elio o Moragn) affida una cover un po’ azzardata. ma per il resto si fanno scelte molto canoniche o incredibilmente pop. Fatte da interpreti canonici e pop. Ripeto: non mi sembra che ci sia questo discorso di rivalutazione o di rilettura della musica di X Factor. Anzi, mi sembra ci sia dell’onestà: si creano e si producono dei prodotti pop fatti apposta per vendere. Mi ricordo di un’intervista a Elvis Costello letta anni fa chissà dove, in cui diceva che c’era la stessa cura nella base di Crazy In Love di Beyoncé che in un pezzo di un disco degli Antipop Consortium. In quel caso allora si fa un discorso simile a quello che facciamo con i CALCI. Noi parliamo di cinema che il più delle volte viene preso poco in considerazione dalla critica ufficiale perché poco compreso, sottovalutato. Noi ne sappiamo a tronchi di quella roba lì e ne parliamo con cognizione di causa. Inseriamo quel tipo di cinema in un contesto più ampio.

Ma sì, il meccanismo in sè credo di comprenderlo, forse sta solo diventando un po’ vecchia la mia idea di che cosa sia la musica. Davvero non ho problemi con una Crazy in love, al confronto ne ho molto di più che con gli Antipop Consortium. Però ora c’è anche roba sotto gli occhi di tutti tipo Scanu che sta lanciando strali a destra e a manca sul fatto che dopo i reality c’è un down pauroso. E quindi forse anche che c’è tutta una forma di sostegno-non-sostegno in questo guardare oggi a gente che verrà probabilmente tritata da un meccanismo promozionale, mi fa un po’ l’effetto di stare seduti a guardare i treni che passano e i treni vanno ad Auschwitz. Ok, sì, sono un vecchiaccio. A proposito di roba invecchiata, Pic A Punk sembra non sia sopravvissuto alla morte di splinder. era tuo, giusto? hai ancora l’archivio di foto da qualche parte?
Madre mia, come sei anziana. Il down di Scanu. Mi citi il down di Scanu a riprova del fatto che questi poveri ragazzi poi non vengono sciupportati da un Sistema che dovrebbe in realtà salvaguardarli
e aiutarli a esprimere la loro Arte. Ti rendi conto? La macchina promozionale tritatutto. Mia nonna in carriola probabilmente non avrebbe detto una cosa del genere. Non mi dire che abbiamo scoperto grazie a X Factor che lo show business non è quel parco giochi che pensavamo. Poi, oh, c’è anche da dire che Scanu fa cagare, eh? C’è una ragazza bellissima, Yendri, che ha partecipato l’anno scorso a X Factor. Io canto molto meglio. Giuro. Ma bella è bella, ha fatto X Factor, la riconoscono e l’hanno presa per fare la pubblicità delle salsiccie o di un’altra roba. Dici che è un peccato? Dici che dovevamo chiedere a Brian Eno se le voleva produrre il disco? Certo, mi fa ridere che Chiara, quella che ha vinto l’anno scorso, che ha una bella voce e tutto, abbia fondamentalmente fatto solo la pubblicità della TIM dove recita peggio di Lory Del Santo e un concerto all’Isola della Birra di Trucazzano, ma sinceramente non mi stupisce più di tanto. Pic A Punk era mio, sì. Ho ancora tutto, ovviamente. Alcune erano abbastanza pazzesche. Non tanto per la tecnica che figurati, facevo tutto a cazzo con una digitale, ma solitamente ero in prima fila a concerti che si tenevano in una stanza di 4 metri quadrati, per cui fa impressione… Fra un po’ rimetterò un po’ di foto on line da qualche parte. Tu che mi sembri un giovine di larghe vedute, hai qualche consiglio da darmi? Come funziona questa cosa dell’internet?

L’agendina dei concerti Bologna e dintorni – 27 giugno-3 luglio 2011

appena ha saputo che avrebbe aperto per i Verdena

 
Temperature ostili salgono. Ci si aggrappa al meteo come se da lì dipendesse della nostra stessa esistenza (e in un certo senso è proprio così), il sole e l’asfalto diventano i nemici più temibili, bere acqua come cammelli e via andare: è arrivata l’estate. Tornerà un altro inverno, per intanto tocca stare all’occhio e stare in piedi (forse); meno male che stasera al Nuovo Lazzaretto arrivano i Karma To Burn a dare un nuovo senso all’afa e all’arsura. Con loro (e con gli ultrastoner The Dallaz, gli jodorowskiani Perro Malo e i megalisergici Mother Propaganda) sembrerà di stare sotto un Joshua Tree anziché dentro un ex frutta e verdura a duecentomila gradi fahrenheit. Dalle 21.30. Domani scontro tra titani: Brunori S.a.s. al Bolognetti e Mariposa ai giardini di via Filippo Re. Io, credo proprio che avrò un impegno improrogabile (tipo guardare un DVD, grattarmi il culo con l’unghia lunga del mignolo lasciata crescere apposta, fissare intensamente le crepe nel soffitto o dormire). Mercoledì ci sono gli UNSANE al Blogos (di spalla Morne, Cervo, Calendula e Void Of Sleep, dalle 21, tredici euro) dunque tutto il resto diventa inutile, e quando dico tutto intendo proprio TUTTO, incluso respirare, la religione, e Moritz von Oswald a Ravenna (di cui non so niente e non voglio sapere niente). Giovedì a parte la consueta visitina semestrale di Adam Green (al Bolognetti) non mi risulta ci sia altro, quindi si può tranquillamente far maturare gli ematomi collezionati la sera prima. Venerdì IL dilemma, roba che in confronto Amleto era un arrogante pornodivo: NABAT e IMPACT alle Caserme Rosse (Qui il flyer capovolto), o Corrosion Of Conformity e Warhammer (+ED, Giuda, Minkions, Narkhan e Injury, dalle 20, quindici euro) al Blogos? E sabato invece pure: Snoop Dogg e megaorgia rap alla vecchia al Parco Nord (vedi flyer sotto) e Balanescu Quartet Plays KraftwerkParma. Comunque vada, domenica tutti a Ferrara per i Dinosaur Jr, e affanculo chi suona prima e soprattutto dopo.

 

Yo, man, it's da ghetto.

L’agendina dei concerti Bologna e dintorni – 30 maggio-5 giugno 2011

Se fossimo a Milano ora fioccherebbero le battutine su quel gangster di Pisapia, che vende crack ai bambini fuori dagli asili e vorrebbe un negro armato di machete a violentare le vecchiette milanesi ad ogni angolo di strada; fortunatamente non siamo a Milano. Il problema semmai, per chi non abita nei pressi di Faenza e/o non ha i soldi per la broda per arrivare fino al Clandestino stasera a sentire l’intelligentissimo Ian Svenonius (gratis, dalle 22.30), è che quel che passa il convento nei prossimi due giorni per devastarci il cervello nel tentativo di dimenticare anche solo per un attimo uno dei ballottaggi più tristi di sempre (oltre a tutto il resto che ci divora il cuore…) è piuttosto dispendioso: oggi l’enciclopedico squartavinili DJ Shadow al Vox di Nonantola (dalle 22.30, venticinque euro) e domani quei giovanotti dei Saxon all’Estragon (dalle 21.30, trenta euro), altrimenti il nulla. Se ne avete da spendere il divertimento è garantito, per tutti gli altri c’è solo da sperare che gli amici libici non stacchino il gas.
In compenso mercoledì il ventaglio di offerte è ricco e variegato, che tanto il giorno dopo è festa: all’XM24 per MeryXM presentazione libro + concerto pestone (gratis dalle 20.30), al Sidro Club a Savignano il depravato monco Bob Log III (dalle 22, quattordici euro), al Rock Planet l’inedita accoppiata Sick Of It All/Brusco (è tutto vero), e per gli sbarazzini della notte Marco Carola al Link (dalle 23, venti euro) e Paul Kalkbrenner al Cocoricò (non so il prezzo ma immagino non sia a buon mercato). Giovedì Assalti canta e non manda in letargo le menti alla festa di Rifondazione a Cavriago; a parte questo, il vuoto. Venerdì c’è Jon Spencer a Parma, resta da capire dove e come, chiunque abbia informazioni mi illumini; sabato una nuova chiusura al Nuovo Lazzaretto con gli ultrapsichedelici The Entrance Band più altre band in via di definizione (dalle 22, cinque euro). Domenica un cazzo. (m.c.)

PS: C’è una settimana paura anche all’Hana-Bi di Marina di Ravenna, di questi tempi non è cosa rara: stasera l’acidissimo Toro Y Moi, special guest Julianna Barwick, suoniamo dischi noialtri in versione Bastonate goes Drugapulco. Domani sera gli alt-freak-postpunkers cesenati Sybiann (se non li avete mai sentiti dovreste). Mercoledì miniparty italo-morte con Heike Has the Giggles (scopro stamane che nel disco nuovo ci han messo una cover di Crazy in Love) con di spalla Bologna Manzan Violenta e Young Wrists (chitarra e amplificatore da Pesaro o quei posti lì). Il 2 è festa, il 3 Suuns (Secretly Canadian). OT: il 2/3 c’è una fiera dell’editoria indipendente a Venezia che si chiama The Book Affair. Per l’occasione Secret Furry Hole ha deciso di stampare il numero uno/zero/unico di una fanzine che si chiama AT HOME/CASA  e alla quale partecipiamo anche noi con un pezzo, pluralia maiestatis ovviamente. (Kekko)

L’agendina dei concerti Bologna e dintorni – 9-15 maggio 2011

(elaborazione grafica di Lorenzo)

…E sente la foga libidinosa dei consiglieri regionali
che con profondo senso della gerarchia
prendono la rincorsa
per sodomizzare i consiglieri comunali
che a loro volta lo mettono in culo ai consiglieri provinciali
e anche a quelli di quartiere.
Olè! Vengaja!
(Zekkini)

Domenica si va a votare, ma nel frattempo c’è una settimana buona per prepararsi all’irreparabile e cercare di farsene una ragione (comunque vada, vincerà il peggiore). Si comincia questa sera con una gitarella fuori porta al Clandestino per il concerto dei Parts & Labor (gratis dalle 22.30), ovvero droga droga droga & noise noise noise: lesioni cerebrali a strafottere garantite anche se non ciavete i soldi per la keta. Martedì espiazione alla chiesa di S. Ambrogio di Villanova con Dustin Devics O’Halloran (quindici euro più eventuali opere di bene). Mercoledì all’Estragon i Mercury Rev eseguono tutto Deserter’s Songs (dalle 22, quindici euro) – chissà perché proprio quello poi (io avrei preferito Boces, ma comunque); a un prezzo decisamente inferiore (zero euro/gratis/a ufo) all’XM24 prosegue la rassegna MeryXM con dibattito + concerto (dalle 20.30). Qualunque sia la vostra scelta, prima tutti al Modo Infoshop per la presentazione di The Circle Is Unbroken, ovvero la bibbia definitiva dell’acid folk che farebbe schizzare il cervello su Saturno anche a Ian MacKaye. Chi l’ha detto che drogarsi fa male?
Giovedì per i matti della chitarra arriva il funambolico Steve Hackett all’Estragon (dalle 22, trenta euro): se suonate e già soffrite di qualche complesso d’inferiorità per quanto lieve è meglio che passiate la serata da qualche altra parte, è un consiglio da amico. Magari all’Onirica a Parma a vedere i Rotting Christ (dalle 22, di spalla Omnium Gatherum e un altro paio di gruppi altrettanto scadenti). Venerdì scatta il delirio: prima parte del With Love Festival alla Farm (dalle 21.30, tessera obbligatoria), PropheXy + Altare Thotemico al Blogos (dalle 21.30, cinque euro), ancora AngelicA al Teatro S. Leonardo (dalle 21.30, dieci euro), il polemico vegliardo Billy Bragg al Bronson (dalle 21.30, venti euro), e pure la prima (e finora unica) data italiana dei redivivi Happy Mondays all’Estragon (dalle 22.30, venti euro): se solo anche l’ecstasy fosse la stessa di una volta…
Sabato Beatrice Antolini in acustico al Museo della Musica (dalle 21.30, otto euro) e tali Esben & the Witch al Covo (dalle 22, ? euro), ma per gli sbarazzini della notte l’ardua scelta è tra Derrick May al Link (prezzi variabili, vedi Qui) e Ixindamix (più altri 16 dj) allo Zoom (dalle 20, dieci euro più tessera): you might stop the party, but you can’t stop the future

MATTONI issue #9: Sufjan Stevens

la droga gioca di questi scherzi

 

Impossible Soul è il mattone posto al termine di The Age of Adz, ritorno al formato album per Sufjan Stevens dopo un lustro abbondante di EP, ristampe, cofanetti natalizi, riarrangiamenti strani, raccolte di scarti e concept sinfonici dedicati all’autostrada. È un regalo prezioso Impossible Soul, ma come ogni cosa buona bisogna conquistarselo, bisogna arrivarci, nello specifico, tagliando il traguardo dell’ultimo pezzo di un disco sfiancante, smisurato, tonitruante, inqualificabile, smodatamente eccessivo, esasperatamente magniloquente, altamente perturbante e perfino sgradevole da subire perlomeno in un’unica mandata. Un disco che è come un’overdose di zucchero caramellato sparata dritta in vena, un’indigeribile melassa sciropposa che sconvolge i sensi e rimane appiccicata ai centri nervosi come miele guasto, un delirio di numeri da film Disney coi protagonisti froci, con arrangiamenti in addizione infinita di squilli di tromba, strati di synth obliqui, vocals distorte tipo vinile fatto girare alla velocità sbagliata (a un certo punto spunta fuori un vocoder orrendo) e bizzarrie analogiche di ogni sorta e genere, roba che al confronto Todd Rundgren o Barry Manilow diventano spartani e basilari come manco il Don Fury dei primordi. Una roba veramente al di là di ogni immaginazione, barocca e ridondante tipo Zaireeka però fatto male, con testi in perenne trip egomaniaco molesto da far sembrare Brian Wilson o Candyass tranquillissimi e riconciliati.
Senza Impossible Soul, tutto quel che lo precede sarebbe un soffrire inutile; perché è in quei venticinque magici minuti che ogni tassello di quel che sembrava un atroce mosaico scombinato e malamente assemblato (nel frattempo pare che lo stesso Stevens abbia avuto il suo bel da fare a mantenere il controllo di sé stesso) trova un ordine e una collocazione, che il disegno globale acquista un senso e le smodate ambizioni alla base dell’intero progetto diventano – finalmente – ben riposte. Nel suo esasperato, vitalissimo citazionismo di praticamente tutto lo scibile musicale mai registrato (dal country alla dance, dal minimalismo al pop elettronico, dal folk al musical fino alla classica contemporanea e addirittura alle schitarrate metal) Impossible Soul riesce miracolosamente a trovare un suo equilibrio, che è perfetto e inscalfibile e non smette di svelarsi mantenendo inalterata la magia mentre un ascolto tira l’altro, rischiando di diventare per davvero il pezzo più rappresentativo e al tempo stesso più radicale e teorico dell’intera carriera dell’artista, con buona pace di chi ancora aspetta il seguito di Illinois (campa cavallo che l’erba cresce, come diceva sempre mio nonno). Sta al pop come Mother di Goldie sta alla musica elettronica. Intanto pare che The Age of Adz stia collezionando la sua bella serie di stroncature. Anche questo fa parte del gioco.