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MATTONI issue #8: JUSTIN BIEBER rallentato dell’800%

it's da ghetto, bitch.

 

Justin Bieber è il nuovo mocciosetto canterino salito alla ribalta mondiale grazie a youtube per la gioia dei pedofili di tutto il globo. Se in questi giorni vi capita di cercare su youtube un video rock – un qualsiasi video rock – date uno sguardo ai commenti più recenti: al 95% sono lunghissime sequenze di insulti pro o contro (molto più spesso contro) Justin Bieber e i suoi fan, roba sul genere “sentito questa merda? Loro sì che spaccano, altro che Justin Bieber!“, il tutto riferito invariabilmente agli ZZ Top quanto ai Black Sabbath o agli AC/DC o ai Led Zeppelin o ai Beatles. Questo è il modo in cui sono entrato a conoscenza di Justin Bieber: cercando video a caso su youtube. Ma c’è chi, invece di perdersi in flame interminabili in giro per la Rete, si è ‘ispirato’ a Bieber per un’idea veramente geniale: prendere un pezzo a caso dello squittente canadese – nello specifico, la caramellosa U Smile – e rallentarlo dell’ottocento per cento, così, per vedere che effetto fa. L’autore della genialata è tale Nick Pittsinger, che per portare a termine l’impresa pare si sia servito di un semplice programma freeware e nient’altro; di sicuro c’è che, una volta caricato su soundcloud, U Smile versione 2.0 (o sarebbe meglio dire 800.0) si è immediatamente diffusa a macchia d’olio fino a diventare uno dei tormentoni del momento, coinvolgendo allo stesso tempo buontemponi e gente di un certo livello (dell’esperimento si è parlato pure sulle prestigiose colonne del Newsweek) con inevitabile strascico di emulazione internettiana in cui, all’improvviso, tutti si sono messi a rallentare (o velocizzare) tutto. Ma U Smile, che nella versione extended dura trentacinque minuti, è speciale, ha un senso, uno scopo e una dignità probabilmente superiori all’originale anche a prescindere dall’originale: ascoltando la traccia senza avere la minima idea da dove provenga ci si trova comunque di fronte a un monolite di pura estasi trascendentale, qualcosa come il perfetto incrocio tra lo “stupore cosmico” di Rhys Chatham nel mastodontico A Crimson Grail e la trance music più ipnotica e minacciosamente rituale dei Dead Can Dance e dei primi In Slaughter Natives, in ogni caso qualcosa di infinitamente stratificato, spaventosamente imponente e profondamente liberatorio nel suo fluire di toni dalle variazioni impercettibili ma costanti, dove la vocina querula del pagliaccesco infante diventa un colossale rombo angelicato che susciterebbe l’invidia di Lisa Gerrard e la gioia di La Monte Young. Nessuna ironia: questa U Smile deve finire immediatamente nelle vostre playlist a fianco del Vuvuzela Drone (e relativa puntata di Radio Dio corrispondente), a Touch Strings di Phill Niblock, all’opera omnia di Yoshi Wada e a tutti gli altri pilastri comprovati della drone music più pura e incompromissoria (oltre a non poter mancare in generale nella collezione di chiunque nutra anche solo un lontano interesse per il suono). La trovate Qui, basta premere ‘play’; uscirne, in compenso, è tutto un altro paio di maniche.

DISCONE: Robert Hood – Omega

 

Loro sono organizzati
Tu difenderti dovrai

(Steno)

Se mai esistesse la categoria “disco necessario“, Omega sarebbe l’unico a entrare a farne parte – perlomeno da oggi fino a, boh, probabilmente per sempre. È il 2010 e noi siamo questo. Non c’è altro da dire, non c’è altro da dire. E, se c’è, non credo di avere le parole per dirne. Disco dell’anno. Del decennio. 

With a little bit of luck
We can make it through the night

(MC Neat)

 

 







MATTONI issue#6: “the Vuvuzela drone”

L'arma del delitto (clicca per ingrandire)

 

Questo non è mai stato inciso (per ora) e non sta su nessun disco, ma lo conoscono tutti, in tutto il mondo. Per averne un assaggio basta accendere il televisore in questi giorni durante una partita qualsiasi dei mondiali di calcio: l’effetto è immediato e decisamente straniante, entrare nel gorgo è la logica conseguenza. Sulle prime è il senso di fastidio a prevalere, come prendere coscienza all’improvviso di un rumore di fondo persistente, estremamente molesto e impossibile da eliminare; poi, lentamente, molto lentamente, l’orecchio si abitua, il ronzio entra nelle vene, diventa progressivamente parte di noi. È come venire risucchiati dentro uno sciame di zanzare. Di miliardi di zanzare. Come trovarsi sospesi nell’epicentro di un cataclisma, in un sogno lucido o nella più reale delle esperienze extracorporee. È l’essenza stessa del significato di drone nella sua accezione più pura e primordiale; non per niente la traduzione letterale di “drone” è “ronzio”, e questo è finora il ronzio più colossale, maestoso e imponente mai prodotto a memoria d’uomo. Massimalismo allo stato puro, roba da fare impallidire la misera distesa di batterie dei Boredoms (“soltanto” 77) e che perfino un massimalista D.O.C. quale Rhys Chatham, con le sue quattrocento chitarre elettriche lasciate a riverberare nella conca della basilica del Sacro Cuore a Parigi, era riuscito soltanto a sfiorare da lontano. No, no, non c’è gara: decine di migliaia di esseri umani sintonizzati sulla stessa nota, impegnati a produrre la stessa nota per un lasso di tempo potenzialmente eterno (generalmente circoscritto a 90 minuti per la sola ragione che tale è la durata convenzionale di una partita) sono qualcosa di francamente irripetibile e assolutamente inebriante anche quando udito nel più malmesso dei tinelli, in mutande davanti alla tv, stravaccati sul divano (figurarsi come deve essere trovarcisi fisicamente in mezzo…!), un mastodontico, indescrivibile bordone dentro cui perdersi forse definitivamente, un muro di suono sconfinato, titanico, monumentale, imparagonabile per intensità ed effetti – devastanti e duraturi – sulla psiche. Qualcosa di paurosamente vicino a uno stato di trance perenne. Poche pippe: è questa la più grande opera d’arte della storia dell’umanità, e affanculo cosa pensava Stockhausen dell’11 settembre.
A dimostrazione di quanto il vuvuzela drone abbia già intaccato irreversibilmente il sistema nervoso collettivo, riportiamo integralmente la descrizione di “vuvuzela” presente fino all’altroieri sulla pagina italiana di wikipedia (scopriamo ora che è già stata rimossa). Sicuri che in futuro il contenuto verrà rimaneggiato altre migliaia di volte, per qualche giorno questo è quanto apparso: delirio totale.

L’uso della vuvuzela è stato talvolta impedito all’interno degli stadi. Con la giustificazione, rivelatasi poi non veritiera,[3] che questo strumento fosse un elemento caratteristico della cultura e delle tradizioni sudafricane, la FIFA ha deciso di permettere l’ingresso della vuvuzela all’interno degli stadi dal 2008.

In particolare, la vuvuzela ha fatto parlare di sé durante lo svolgimento della FIFA Confederations Cup 2009, a causa del suo rumore intenso e praticamente ininterrotto, addirittura fastidioso per i giocatori,[4] al punto che la FIFA ha valutato l’ipotesi di impedirne l’introduzione negli stadi dei Mondiali 2010.[5][6] Poco dopo la fine della Confederations Cup, l’ente calcistico ha dato il via libera alle trombette.

E da quel momento fu BBBBBBBBBBBZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ

DISCONE: Andrew W.K. – 55 Cadillac

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Del personaggio parleremo prestissimo e diffusamente; per ora ci limitiamo a segnalare l’uscita europea di 55 Cadillac, il nuovo album di Andrew W.K., il primo per piano solo. Sfrondando la materia da tutte le inevitabili cazzate di contorno che la accompagnano e che fanno tanto colore (pare che il materiale sia stato registrato durante un’unica session di due ore di pura improvvisazione; W.K., pare, era talmente ammaliato dalla contemplazione della sua automobile – una Cadillac del ’55 per l’appunto – da aver sentito la musica sgorgare da dentro di sé; e via delirando), va detto che il risultato finale è impressionante. Veramente impressionante. Graziato da una resa sonora letteralmente impeccabile, cristallina e potentissima, il programma spazia con disarmante naturalezza e sconvolgente nonchalance attraverso secoli di storia della musica, rievocando senza alcun imbarazzo e con un candore e una scioltezza persino umilianti uomini e momenti topici della vita dello strumento, da Terry Riley e Philip Glass alle “Variazioni Goldberg” suonate da Glenn Gould, dallo strumming di Charlemagne Palestine alle deliranti impalcature per synclavier di Frank Zappa, dal jazz al be-bop al rock da stadio (come nell’ineffabile crescendo della conclusiva Cadillac, che con qualche sovraincisione in più sarebbe potuta diventare qualcosa di molto vicino al concetto di “pezzo più epico di tutti i tempi”), amalgamando tutto quanto in una visione d’insieme straordinariamente personale, impreziosita di tanto in tanto da tocchi di field recordings e rumori ‘trovati’. Un beverone sulla carta indigeribile, improponibile e costantemente a rischio di ridicolo involontario (quando non proprio di puttanata tragicomica); eppure tiene, e tiene bene. Intrattiene e diverte e coinvolge, e non di rado arriva a toccare le corde del cuore; decisamente incredibile, se si tiene conto che i brani sono frutto di pura improvvisazione. Va da sè che, se tali improvvisazioni fossero state dedicate a un tostapane, una caffettiera, una falciatrice, un forcone o un panetto di burro, piuttosto che a una Cadillac del ’55, l’effetto finale sarebbe stato, probabilmente, esattamente lo stesso; meglio dunque non farsi troppe domande sul perché di questo disco e limitarsi ad accettare grati il come.

Il download illegale della settimana – Formula

 

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O.L.D. è soltanto una delle incarnazioni del multiforme James Plotkin, personaggio di cui già abbiamo accennato (e su cui sicuramente torneremo), probabilmente la più radicale. Nati nella seconda metà degli anni ottanta per mano di Plotkin e dell’indemoniato singer Alan Dubin (unico membro stabile della formazione, che per un nanosecondo accoglierà pure Jason Everman, senz’altro il Carneade più sfortunato del mondo), gli O.L.D. (acronimo di Old LadyDrivers) licenzieranno tra il 1988 e il 1995 quattro album, uno split con gli Assück e una raccolta di remix in chiave gabber/speedcore, quasi tutti per Earache (all’epoca l’etichetta più coraggiosa e lungimirante sul mercato), ognuno dei quali degno di una trattazione a parte. Formula, sigillo conclusivo del marchio, si spinge comunque oltre, entrando insindacabilmente e fin da subito a far parte di quella ristrettissima cerchia di dischi “alieni”, episodi che non conoscono precedenti, influenze esterne o numi tutelari di alcun tipo, genere o maniera; lavori capaci di delineare un intero universo perfettamente chiuso in sé stesso e a sé stesso totalmente bastante, musica atemporale, del tutto priva di punti di riferimento di sorta, musica che – letteralmente – ti chiedi da dove cazzo sia potuta uscire. Roba impossibile da pensare, figuriamoci da imitare. In un gioco raffinato di alterazione mentale e atrocità psicologica, la coppia Plotkin/Dubin costruisce, attraverso sette movimenti della durata variabile da cinque a undici minuti, tramite sventagliate di maligni synth, deraglianti architetture sonore tra lo space rock più manicomiale e la psichedelia traslata in un contesto da romanzo di William Gibson (il tutto punteggiato dalla terrificante voce da androide malato di Dubin, costantemente effettata e trasformata in un agghiacciante lamento da cyborg), una spirale delirante di allucinazione e orrore priva di vie d’uscita, uno dei momenti più visionari e brutali di tutta la musica recente.
Formula avvicina idealmente Plotkin e Dubin ai Nick Blinko, agli Alan Vega, ai Robin Crutchfield, ai Jandek, a tutti quei pochi che dal niente hanno creato un mondo a sé stante il cui ingresso resta precluso ai più. Disco indescrivibile se mai ne sia esistito uno, Formula attraversa come un UFO la produzione discografica del 1995; a riascoltarlo oggi suona ancora completamente fuor di contesto, del tutto inafferrabile, orgogliosamente altro: come veder sfrecciare una galassia davanti agli occhi, o un troglodita che ascolta i Chrome in un’astronave, come un’orchestra in una stazione orbitale che si eccita con le Frippertronics. Probabilmente conscio dell’irripetibilità dell’atto, Plotkin scioglierà gli O.L.D. di lì a poco; il disco, colpa anche di una Earache allora allo sbando più totale, affannosamente in cerca di un’identità per tenersi al passo coi tempi, non vende nemmeno una copia. Bisognerebbe davvero poterne riparlare tra duecento anni.