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una per gli HELMET e il ventennale di Betty

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Betty non è mai stato il mio disco preferito degli HELMET. Mai capito il motivo (se poi esiste, un motivo). Forse perché non è una sassata in faccia come le precedenti, più probabile perché portavano i capelli corti e la cosa per me allora rappresentava un problema; in quel periodo della mia vita chiunque portasse i capelli corti veniva automaticamente classificato come IL NEMICO (con i dischi precedenti era diverso, non li avevo ancora visti in faccia). Non è durata, però intanto l’imprinting si era creato, e l’imprinting era più importante della realtà.
La mia graduatoria per gli HELMET è (in ordine decrescente): Strap It On, Born Annoying, Aftertaste, Meantime. Poi c’è quell’altro. Di Betty ricordo la confezione strana (la custodia del CD era di un giallo fluorescente che potenziava il giallo dell’alienante foto di copertina; la somma dei due gialli faceva male agli occhi), un pezzo che è finito nella colonna sonora del Corvo diventandone in prospettiva uno dei momenti più mediocri (comunque una sfida impari: l’inedito dei Cure, Dead souls rifatta dai Nine Inch Nails, la Rollins Band che coverizza i Suicide, i Pantera che coverizzano i Poison Idea, bastano e avanzano a polverizzare tutto il resto), e quasi nient’altro.

Aftertaste era il solo modo per portare avanti il discorso facendo qualcosa di autentico e sensato, senza diventare una macchietta ripugnante o un bieco autokaraoke. Erano famosi, i dischi vendevano, i video giravano, la faccia di Page Hamilton piazzata in copertina faceva aumentare le tirature delle riviste; l’amarcord di Born Annoying non avrebbe avuto un seguito, non avrebbe avuto senso. Per scrivere il disco Hamilton si chiude in un cottage isolato dal mondo e ne esce dieci mesi più tardi, quando ormai degli HELMET non importa più a nessuno. I primi cinque pezzi di Aftertaste non lasciano respiro, una bordata dietro l’altra, martellate in faccia pilotate da un gusto per la melodia perturbante e insidioso, con ritornelli che perforano il cranio peggio di un trapano dalla punta di diamante. Driving nowhere finisce con un assolo di chitarra che terrorizza, come fissare un tornado che avanza inesorabile e non riuscire a scappare via. È l’apice. Poi, di lì a poco, il tracollo: da metà in poi il disco si spegne lentamente, i pezzi diventano via via sempre più deboli, a giudicare dai titoli e dalla loro posizione in scaletta sembra che il gruppo stesso ne sia pienamente consapevole: It’s easy to get bored, Harmless, Crisis king. Fine delle trasmissioni.
Rispetto assoluto in ogni caso. Era il solo modo. Comunque, contiene la migliore prova in assoluto di John Stanier (il più grande batterista vivente, realisticamente in grado di battersela pure coi morti), affanculo i Battles così come qualsiasi altro gruppo in cui abbia suonato e suonerà.

I dischi usciti a nome HELMET post-2004 sono in un certo senso qualcosa di eroico. Un’impresa herzoghiana, dimostrazione adamantina di assoluto spregio del pericolo come nemmeno Howard Hughes. Disintegrano un nome e una storia con ferocia inaudita, una determinazione spaventosa nel declinare inesorabilmente verso il pessimo, l’irredimibile, l’indifendibile. Sembrano il prodotto della mente di un bambino di otto anni convinto che i fumetti di Capitan America siano la realtà. Il disorientamento che procurano in un adulto è più o meno lo stesso. Non riesco a ricordare altri esempi di gruppi o musicisti che abbiano altrettanto deliberatamente e pervicacemente infangato la propria reputazione fino alle fondamenta. Non è bastato il primo tentativo, ce ne sono voluti altri due prima di capire che non era cosa, e non è affatto detto che non ci ripensino. Un’altra porcata tra capo e collo me la aspetto da un momento all’altro. Mai abbassare la guardia.

Nel frattempo Betty, a mio modestissimo e spesso errato parere il loro disco più insignificante (per stima pregressa e affetto incommensurabile verso una persona che non ho mai conosciuto, non considero tutto quello che Page Hamilton ha pubblicato a nome HELMET dopo il 1997), ha compiuto vent’anni. Ecco dunque servito su un piatto d’argento il pretesto per un karaoke tour in cui Hamilton e la qualunque lo risuoneranno tutto dall’inizio alla fine; per quanto sia formula ormai tristemente nota e usurata ben oltre i limiti del tollerabile, resta comunque un modo ben infame per fare cassa da ogni parte lo si guardi. È una resa totale, significa avere infine ammesso che tutto quel che è venuto dopo Betty sia merda per il suo stesso creatore. Una resa doppiamente triste dal momento in cui Page Hamilton aveva deciso di portare avanti comunque la sua cosa, non importa quale fosse poi il risultato: mai tornare indietro, neanche per prendere la rincorsa. Il tempo passa per tutti, niente niente chi era giovane quando Betty è uscito oggi potrebbe essere nonno. La domanda è sempre la stessa: cui prodest (a parte i portafogli di Page Hamilton, variabili compari e promoter)?

Tanto se ribeccamo: MINISTRY

L’ultimo bel disco dei Ministry è AnimositisominA. Era il 2003, Jourgensen aveva appena smesso col cucchiaino, il disco pare una rilettura demente di Psalm 69 con più chitarre e le narici ancora imbiancate di fecola, ignoranza a badilate e scenari cyberpunk di cartapesta da Z-movie allucinato. Splendido (per sei ascolti).  Da lì in poi l’abbruttimento, Barker lascia e i Ministry con solo Alien al comando diventano un tristo baraccone cowboy-trucido in technicolor alla Rob Zombie degli incapaci ma senza i soldi, i dischi imbarazzanti tirate di metallaccio futuribile di ultim’ordine che Digimortal diventa rispettabile, con testi contro Bush che al confronto i System Of A Down sono filosofi greci. L’agonia va avanti per tre album, il cui contenuto può essere facilmente riassunto in: gli americani sono stupidi e George W. non è un buon presidente (sulla musica meglio far finta di non averne ascoltata manco una nota, pena crisi depressive devastanti, il bisogno insopprimibile di una lobotomia e la voglia di fare un bel falò di tutta la discografia di Jourgensen fino appunto al 2003 – e ce n’è di roba da ardere). Nel 2007 finalmente una buona notizia: The Last Sucker sarebbe stato l’ultimo album dei Ministry: Ho altre cose da fare. Ho appena messo su un’etichetta, voglio mettere sotto contratto alcune band e starci dietro, costruire veramente qualcosa, come ho fatto a suo tempo con la Wax Trax! (chissà cosa ne pensano Jim Nash e Dannie Flesher al riguardo…). Credo che sia arrivato il momento; è meglio smettere quando ancora sei al top piuttosto che tirare avanti per altri trent’anni e finire a fare dischi di merda come gli Aerosmith o i Rolling Stones. (da un’intervista a Billboard del 2007)
Già. Intanto, per non farsi e non farci mancare niente, arrivano nell’ordine: il remix album di Rio Grande Blood, la raccolta di cover Cover Up, il remix album di The Last Sucker,  il live Adios… Puta Madres (anche in DVD), il remix album di Houses of the Molé, il greatest hits remixato Every Day Is Halloween, e Undercover, in pratica Every Day Is Halloween rivenduto con titolo e copertina diversi e scaletta incasinata. In tutti i casi roba che fa schifo al cazzo anche come fermacarte, frisbee o sottobicchiere, anche senza voler farsi del male ripescando le vecchie cose: è merda comunque, a prescindere da chi sia l’autore e quali siano i trascorsi. Meno male che Jourgensen è decisissimo nella sua posizione: Preferisco stare dietro alla console anziché dietro al microfono. Inoltre mi piace l’idea che George Bush e i Ministry se ne vadano al tramonto, mano nella mano, contemporaneamente. Certo.
Ora George Bush si è levato dal cazzo e alla Casa Bianca c’è un negro. In compenso i Ministry hanno suonato al Wacken ad agosto e un nuovo album, l’ennesimo, uscirà forse a natale; il titolo, che probabilmente sarà anche la recensione, è Relapse. Paul Barker resta fuori dal gruppo, i tempi di The Land of Rape and Honey lontani come galassie perdute in un romanzo di Philip Dick, ma di quando stava fuori di cervello. Jourgensen una delle più grandi facce da culo della storia del rock.

la gigantesca scritta LOAL

(immagine presa dal facebook del gruppo; il genio che volesse reclamarne la paternità è più che benvenuto)

Dopo 15 anni di amicizia, impegno e grande passione, nella creazione di musica sinfonica e una saga epica che rimarrà nella storia dell’heavy metal, Alex Staropoli e Luca Turilli hanno deciso di separarsi amichevolmente.

10 album pubblicati e la fine di una saga rappresentano, musicalmente e liricamente, un importante traguardo artistico, sottolineato dal successo del nostro ultimo album From Chaos To Eternity per il quale vogliamo ringraziare i nostri meravigliosi fans in tutto il mondo.

Ora è giunto il momento di trovare nuovi stimoli artistici per rispetto delle visioni e delle prospettive di entrambe le parti e della nostra vecchia amicizia

Grazie agli ultimi accordi legali attualmente in vigore, Alex Staropoli andrà avanti con RHAPSODY OF FIRE insieme a Fabio Lione, Tom Hess e Alex Holzwarth.

Per gli stessi accordi e la proprietà comune il nome originale, Luca Turilli rilascerà le sue opere futuro con una band chiamata RHAPSODY, tra cui i membri faranno parte i fedeli Dominique Leurquin, Patrice Guers e Alex Holzwarth.

cioè a dire che la rispettabilità dell’unica metal band italiana rispettabile anche oltreconfine è andata infine a puttane. Di cazzate nella loro carriera ne avevano fatta una sola: un agghiacciante comizietto propagandistico a sostegno della candidatura di non so chi a non voglio ricordare quale stronza carica politica tra un cambio palco e l’altro nel pomeriggio del secondo giorno del bollente Gods of Metal 1999. Una sola cazzata in quindici anni di carriera, talmente isolata e lontana che se n’erano dimenticati quasi tutti, per tutto il resto professionalità, etica del lavoro e attenzione a non calpestare la merda impensabili a queste latitudini, oltre a una visione della musica – e chi pensa il contrario è sordo o in malafede assoluta – nel bene e nel male unica e irreplicabile dal primo album in avanti, una visione degna del massimo rispetto anche se di elfi e saghe infinite e deliranti sulla battaglia tra Bene e Male e spade di fuoco e cavalieri asessuati non poteva fregarvene di meno. Nel 2006 il cambio di moniker da Rhapsody a Rhapsody Of Fire per motivi ad oggi mai chiariti; si sospettò di porcate avvocatesi e/o strascichi legali dovuti alla scissione dalla Magic Circle del mafioso Joey DeMaio, ma finora nulla è stato detto da entrambe le parti. Ora la barzelletta della ‘separazione amichevole’ in due gruppi dal nome identico e con lo stesso batterista. L’ipotesi che si tratti di un raffinato, enorme giochino situazionista alla Residents o KLF dei tempi d’oro va a farsi fottere una volta considerati i soggetti in questione; restano il disgusto, infinito, e un paio di proposte da inoltrare a questi geni del marketing:
Tutti i membri ed ex-membri del gruppo (incluso il batterista-fantoccio Daniele Carbonera dei primi due album) formano il proprio Rhapsody Of-qualunquecosa (comunque sempre con Alex Holzwarth alla batteria, s’intende)
– Alex Holzwarth licenzia in blocco entrambi i gruppi e si dedica al proprio progetto personale in cui suona tutti gli strumenti. Il nome? Ma Rhapsody, ovviamente…