True Believers E Tanto se ribeccamo: Grant Hart

Non ho la più pallida idea di cosa abbia fatto Grant Hart negli ultimi dieci anni (al 1999 infatti risale la sua ultima testimonianza discografica, il solo album Good News for Modern Man). In parte non ho voluto saperlo, perché ogni volta che scandagliavo la Rete in cerca di notizie su di lui (la stampa specializzata aveva da tempo smesso di curarsene) trovavo solo irrispettosi resoconti su message board americane che raccontavano di concerti in bettole davanti a 35 persone, di mostre in infime gallerie d’arte disertate da chiunque contasse qualcosa, dell’uomo finito a fare il meccanico di auto di lusso per pagarsi la droga. No, non è questo il Grant Hart che conosco e, alquanto egoisticamente (dopotutto sono solo un essere umano, a differenza di lui che è un angelo), non è nemmeno quello che mi interessa. Allora ho preferito rifugiarmi nel passato, quando Grant Hart era l’altra metà degli Husker Du, la perfetta controparte di Bob Mould il riflessivo, il meditabondo; lui era quello euforico, quello estroverso, il pagliaccio chiassoso che raccontava l’atroce follia della vita attraverso sfavillanti pop songs troppo belle per poter mai essere dimenticate. Ma anche oltre, quando Grant Hart era l’agitato menestrello nel periodo immediatamente successivo alla dissoluzione tossica del gruppo, incapace di trovare requie nelle maglie della forma-canzone, quando i pensieri correvano molto più veloci della penna e ogni pezzo era diverso dall’altro, ognuno la negazione del precedente, ogni volta che credevi di averlo raggiunto lui era già altrove, sempre altrove. Lui era capace di plasmare a proprio piacimento la materia pop, di rivoltarla come un calzino digerirla e ricrearla di nuovo con nuove regole, un genio troppo costantemente in orbita per sapersi anche gestire lungo una carriera che è un’alternanza schizofrenica di vette assolute di fantasia e creatività concentrate in brevi periodi di superlavoro intervallati da lunghi anni di silenzio totale. Come se all’improvviso si ritrovasse nuovamente stupefatto abbacinato assorbito dalla vita al punto da non voler fare altro che viversi le giornate, per poi solo in un secondo momento trasferire il vissuto in dischi, in canzoni che sono fuori dal tempo per quanto bruciano di vita.
Da qualche tempo, Grant Hart è tornato a essere Grant Hart. Dopo una sosta durata dieci anni, che cominciavamo a credere definitiva, se ne esce con un disco registrato in tre giorni: tipico di lui. Hot Wax è il titolo, e – incredibile ma vero – è il suo lavoro migliore dai tempi di Intolerance (1989). Esattamente come allora, ogni canzone è unica e diversa dalle altre, ogni canzone è un ineccepibile manuale su come si scrive la perfetta pop song, e ogni canzone porta dentro di sé tanta tristezza quanta gioia entrambe in dosi tanto massicce da far male al cuore. L’album è stato assemblato negli studi canadesi dei Silver Mount Zion con l’aiuto di gente del giro Constellation, ma non ne risente affatto. È, in tutto e per tutto, la manifestazione dell’incommensurabile talento di un musicista immenso che si chiama Grant Hart.
A celebrarne la statura abbiamo scelto un brano del passato, scritto di getto dopo il tumultuoso split degli Husker Du: è 25 41 (twenty-five forty-one), il civico dell’appartamento dove Hart era andato a convivere assieme al suo compagno di allora, oltre che l’indirizzo della prima sala prove del gruppo (coincidenza che continua ad alimentare il dubbio se Mould e Hart siano mai stati amanti – anche se entrambe le parti hanno sempre negato). Un pezzo che racconta la fine di una relazione, ma anche la fine del più grande gruppo che abbiamo conosciuto nella nostra vita. “Ora tutto è finito, tutto è storia passata, ogni cosa è stata impacchettata, al 25 41…“.

25 41

Jimmy gave us a number
and Jerry gave us a place to stay
and Billy got hold of a van and man,
we moved in the very next day

to 25 41
Big windows to let in the sun
25 41.

well, I put down the money
and I picked up the keys
We had to keep the stove on all night long so the mice wouldn’t freeze.

You put our names on the mailbox
and I put everything else in the past
It was the first place we had to ourselves, we didn’t know it would be the last.

25 41
big windows to let in the sun
25 41.

Now everything is over
Now everything is done
Everything’s in boxes, at 25 41.


Things are so much different now
I’d say that the situation’s reversed
and it’ll probably not be the last time I have to be out by the first.

25 41
Big windows to let in the sun
25 41
Big windows to let in the sun.

Evan Dando (e Chris Brokaw) @ Covo, Bologna (14/11/2009)

 

(foto di Giacomo)

Lui è storia vera; una leggenda, tra le poche leggende rimaste in vita che ogni tanto abbiano ancora voglia di portare in giro il proprio sovrumano canzoniere per graziarci di una bellezza di cui forse non siamo degni. Ma da troppi anni pareva si fosse messo d’impegno per distruggere fin dalle fondamenta quanto di buono è stato (ed è ancora) capace di creare: anni di concerti disastrosi, rovinati e resi ridicoli da un misto di genuina paranoia e assurdi capricci da rockstar glamour mezza tossica anni novanta quale l’uomo è effettivamente stato per molto meno dei proverbiali quindici minuti (a esser buoni non si arriverebbe a sette, e quasi tutti bruciati all’ombra di una cover troppo ingombrante che è stata e sarà per sempre la sua personale My Sharona, la sua Everything about you), quelle stesse tragicomiche bizze che nonostante tutto continuavano a farci dubitare se Evan Dando anni duemila ci facesse o ci fosse. Stasera abbiamo avuto la conferma definitiva: Evan Dando c’è, ma da qualche altra parte. Il suo cervello, unitamente al suo sistema nervoso, non sono (più) qui ma altrove, dove non ci è dato sapere e probabilmente ovunque si trovino stanno pure meglio, ma intanto in questo mondo ci deve pur vivere ed è un inferno. Spunta sul palco da chissà dove e fissa con sguardo allucinato la scaletta appesa alla parete, perfettamente immobile, per trenta secondi buoni. Poi prende in mano la chitarra, un bestione dal corpo enorme tappezzato di adesivi luridi e consunti che ha l’aria di essere molto più anziano e malmesso del suo padrone; non riesce ad allacciare la cinghia e per interminabili istanti, mentre continua ad armeggiare senza successo sullo strumento, la sensazione che si alzi e se ne vada via senza suonare una nota si trasforma progressivamente in certezza. In qualche modo ci riesce; passa dunque a sistemare il microfono che ha davanti. Ha i capelli lunghi e unti che gli cascano su un volto che in altri tempi faceva piangere le ragazzine, oggi scavato e irregolare come quello del suo eroe Townes Van Zandt; indossa una giacca troppo grande stile broker anni ottanta, ci sono perfino le spalline di gommapiuma gigantesche, smisurate, e l’impressione globale è quella di un barbone completamente svalvolato che chiede l’elemosina a Wall Street. Parte con All my life, da quell’indicibile, lacerante auto da fé che è Baby I’m Bored, e ora come allora la sua voce è la diretta emanazione di chi ha pagato caro il semplice fatto di essere venuto al mondo, e porta marchiata sulla pelle ogni singola parola che intona: Tutta la mia vita ho creduto di volere cose che in realtà non volevo affatto, tutta la mia vita ho creduto di desiderare cose di cui non avevo nessun bisogno. Non c’è finzione, non c’è distacco; la voce è quella di un uomo che ha visto cose terribili e ne è venuto fuori pazzo abbastanza da volerle raccontare. Finisce il pezzo e Evan non aspetta gli applausi, attacca subito quello dopo; che è My drug buddy o comunque qualcosa da It’s a Shame About Ray, ora proprio non riesco a ricordare, il set è generoso e non manca niente, ma proprio niente, da Lick a Varshons c’è tutto quel che deve esserci. Per i primi quindici/venti minuti sembra di assistere a un freak show, o a uno snuff movie: vedere Evan ciondolare costretto in quella mostruosa giacca sproporzionata, asimmetrico e cascante come se stesse in piedi per miracolo, come un burattino con qualche filo tranciato, che a metà di ogni pezzo china la testa in una posa grottesca, da marionetta presa a bastonate, perché non riesce a vedere cosa viene dopo nella scaletta che ha davanti ai piedi, ci mette nella spiazzante posizione di testimoni inconsapevoli e impreparati, quella stessa sensazione di profonda e inestirpabile inadeguatezza che provammo vedendo Daniel Johnston esibirsi dal vivo, doveva essere il 2005, un povero bastardo indifeso sparato nel mondo senza alcuna protezione. Poi ad un tratto, improvvisamente e senza un’evidente ragione, Evan la prende bene. La schiena si raddrizza, gli occhi – fino ad allora rimasti quasi costantemente chiusi – si spalancano in allucinanti e prolungati sguardi nel vuoto, stravolge i pezzi fischiettando gli assoli, punteggiandoli con strampalati gorgheggi da alcolizzato pazzo, cambiando le strofe aggiundendo parole a caso (spesso nomi di medicine tipo “Demerol”, o comunque di sostanze psicoattive in genere), addirittura azzardando sorrisi diresti sinceri e sbottando repentinamente con un “it’s a honour to be here in Balònia” assolutamente non richiesto (forse si dimentica della disgraziatissima data tenuta come Lemonheads in un Estragon deserto a novembre 2006, in assoluto tra i concerti più ributtanti e indisponenti che abbia mai visto in tutta la mia vita). Per il gran finale chiama sul palco l’amico e sodale Chris Brokaw, ormai cittadino bolognese onorario (e artefice subito prima di Dando dell’ennesima maiuscola performance, distante dalle dronate pre-concerto dei Fuck Buttons e nuovamente radicata nella tradizione cantautorale americana di cui è esponente tra i più efficaci, umili e convinti), per tre brani in jam confidenziale, un duetto struggente che culmina con una sanguinante Ride with me che è anche chiusura senza possibilità di appello di un set indimenticabile, da conservare nella memoria e ritirare fuori ogni volta che la vita diventa importante. L’ultima nota si spegne che Evan è già corso a rifugiarsi nei camerini fendendo la folla come Cristo nel Tempio. Un gigante.

 

(foto di Elena Morelli)

Pezzi che ricordo (assolutamente NON in ordine tranne il primo e l’ultimo, e comunque ne manca sicuramente qualcuno):

All my life
My drug buddy
It’s a shame about Ray
Alison’s starting to happen
Hard drive
My idea
It looks like you
Why do you do this to yourself
Rancho Santa Fe
Favorite T
Being around
Half the time
Stove
Hospital
If I could talk I’d tell you
The outdoor type
Tenderfoot
No backbone
Waitin’ around to die (Townes Van Zandt cover)
Beautiful (Christina Aguilera cover)
Mexico (Fuckemos cover)
Ride with me

Il download illegale della settimana – John Frusciante

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Nell’agosto del 2001 sull’allora frequentatissimo sito ufficiale (che tra le altre cose ospitava un forum, poi ben presto oscurato, che fu teatro di accesissime liti tra nerd orribili da qualunque parte del pianeta) compare in downloading gratuito, con tanto di tracklist e copertina, un fantomatico Internet album che Frusciante, fresco reduce dal planetario reunion-tour con i Red Hot Chili Peppers (nonchè da poco fidanzatosi con l’allora diciottenne figlia di Julian Schnabel), aveva deciso di donare personalmente ai suoi fans; nessuna indicazione oltre ai titoli dei brani, non si sa quindi a quando risalga il materiale né quando sia stato registrato, la qualità d’incisione è quella del quattro piste che chiunque abbia strimpellato due cazzate negli anni novanta potrebbe ancora avere in casa, l’armamentario quasi esclusivamente chitarra acustica, elettrica e banjo, oltre ovviamente a quella voce, la voce di un uomo che è passato attraverso tanta di quella droga che è già un miracolo se riesce a farfugliare qualcosa di vagamente sensato. I pezzi sono ventuno, tutti inediti, di cui non è prevista alcuna collocazione sulle future pubblicazioni fisiche e a pagamento. Per movimentare un po’ la faccenda, da dissociato quale è Frusciante decide di mettere online soltanto quattro pezzi al mese, l’ordine dei quali è totalmente randomico e senza costrutto alcuno; capita dunque che, per esempio, a novembre siano disponibili i brani 5, 6, 8 e 15, a dicembre i brani 20, 17, 13 e di nuovo 5, e a gennaio di nuovo 6, 14, 1 e 2. Un inferno. Lo stillicidio è andato avanti almeno fino all’estate 2002 (periodo in cui ho finalmente completato il downloading della mia copia, dopo di che ho finalmente smesso di curarmi dei paranoici upload dell’uomo), poi, così come era comparso, l’Internet album è sparito dal sito, brutalmente e senza preavviso, la rimozione giustificata da uno degli innumerevoli restyling grafici. Ma ormai il forum era stato chiuso, Frusciante aveva pubblicato con i RHCP l’imbarazzante By The Way e da solo l’appena discreto Shadows Collide with People, stava per lanciarsi nell’ennesimo folle progetto rispettato solo in parte (una cascata di album da pubblicare a cadenza fissa) e l’Internet album diventa forse il primo album fantasma dell’era digitale, un po’ il corrispettivo degli LP mai pubblicati dei The The o del “disco inesistente” dei Pere Ubu. Il vero peccato è che i pezzi sono BELLI, stratificati, sottilmente inquietanti, portatori e generatori di quelle stesse nevrosi e bizzarrie che alimentavano dischi come Niandra LaDes, il pluri-rinnegato Smile from the Streets You Hold, e titoli trasudanti visionarietà paranoide del tenore di Your Pussy’s Glued to a Building On Fire. Roba, in ogni caso, ben lontana dalla stiracchiata sufficienza di un lavoretto scritto ed eseguito con la mano sinistra come il di poco precedente To Record Only Water for Ten Days, o dal pilota automatico innestato di default con i suoi muscolari compagni di merende. Per qualche tempo circolarono perfino versioni live bootleg di alcuni brani sul defunto Audiogalaxy (da qualche parte dovrei ancora avere una versione ancora più delirante dell’iniziale So Would Have I, eseguita dal vivo chissà dove), poi più nulla s’è udito. Dopo anni di oblio (il sito di Frusciante è poi finito per diventare un blog) l’album è ora più facilmente reperibile; lo potete trovare, tra le varie fonti, qui.