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il listone del (ehm) martedì: DIECI CICCIONI CHE CI RENDONO LA VITA MIGLIORE.

La leggenda del RUOCK ha permesso ai suoi principali esponenti di dedicarsi a qualsiasi attività girasse a loro per la testa, a patto che queste attività non inficiassero l’impatto scenico delle foto sui giornali. A livello di immaginario sei una leggenda se ti mangi un pipistrello e un obeso di merda se ti mangi dieci pipistrelli al giorno. C’è un certo grado di accettazione di artisti dichiaratamente nazisti, pedofili, comunisti, cristiani, tossicodipendenti ed omicidi, ma continua un certo grado di autocensura della stampa quand’è il momento di parlare di un musicista sovrappeso, buttando alla peggio il discorso in caciara parlando di un generico disinteresse per i formalismi e l’estetica maggioritaria e continuando ad ignorare il problema, cioè che strafogarsi di cheeseburger è RUOCK e integrare con il tofu è LENTO, e che l’unico modo di non ingrassare scolandoti una bottiglia di Jack Daniels a sera è di morire di cirrosi epatica prima che succeda. La lista che segue, dunque, comprende dieci persone con problemi di peso che rappresentano a ragion veduta il meglio del meglio che la musica RUOCK ci abbia mai dato e che continuano ad alzare le spalle, affogarsi di pasta e suonare duro/veloce/incazzato. La riduzione a dieci nomi ha imposto scelte drastiche e l’esclusione di gente tipo Pink Eyes, il ciccione dei Raging Speedhorn, il batterista di Vasco Rossi, Fletcher dei Pennywise, il bassista dei Kepone, Daniel Johnston e una barcata di altri. Non ci siamo soffermati sull’origine dell’obesità (medico, alimentare, psicologico, photoshop), quindi può darsi che qualcuno dei nomi inclusi non ami sentirsi ricordare di essere un ciccione.

D.BOON
I Velvet Underground dell’arcòr, più o meno, un gruppo che non raccolse tantissimo ai tempi ma che ispirò una legione di musicisti che ancor oggi pagano debito, erano un power-trio di San Pedro con alla chitarra un ciccione matto che saliva sul palco e saltellava a destra e a manca in un modo che ricorda vagamente la prima volta che vai in discoteca a quindici anni. Il fatto che i Minutemen abbiano composto solo musica bella e che Dale Boon sia morto in un incidente alla fine dell’85 ha cristallizzato la cosa in un attimo infinito a cui chiunque faccia musica indie deve piegarsi. Puoi stare lì con il ventre piatto, la testa bassa e i capelli davanti agli occhi a percuotere la tua chitarra atona, ma quello che ti ha insegnato a suonare così era un culone sudato che l’avresti guardato e preso per il culo.

BOB WESTON
Il bassista più stiloso in attività, ad occhio e croce, pesa intorno al quintale. Si piazza al lato sinistro del palco con le gambe leggermente divaricate e i piedi in fuori piantati per terra; spara fuori una dozzina di pezzi suonando pesantissimo e guardando fisso davanti a sè come un autistico, con un’aria tipo chissà se in camera stanotte c’è il bidè. Incidentalmente, come ingegnere del suono, ha messo la firma su una sfilza di dischi talmente belli e importanti da fare quasi invidia a quelli messi in fila dal sodale Steve Albini. Nel corso degli anni ho sviluppato una specie di dipendenza da Bob Weston. Per l’ultimo lustro ho cercato forsennatamente in giro per i negozi un paio di scarpe uguali a quelle che gli ho sempre visto ai piedi, senza successo tra le altre cose. Non mi arrendo.

KIRK WINDSTEIN
Di tutti gli obesi del giro southern metal andiamo a scegliere il più cazzuto e pittoresco, chitarrista dal tocco indelicato con una voce strozzata che a una quindicina d’anni dal primo giro sul lettore di un disco dei Crowbar ancora non mi sono abituato alla paura che fa. L’inclusione di Kirk Windstein ha significato l’esclusione di alcuni pezzi da novanta (ma anche centoventi) tipo Jim Bower e Vinnie Paul, anche se probabilmente Vinnie Paul è un’esclusione bella pesante e di suo sarebbe incazzatissimo all’idea di essere accomunato con uno di questo giro. Vabbè.

I POISON IDEA
I Poison Idea sono un gruppo composto quasi esclusivamente di ciccioni. Questa cosa si ripercuote nella musica, che è sboccata veloce e violenta come poche altre musiche e che veniva suonata in condizioni abbastanza al limite dell’umano da rendere sostanzialmente impossibile bloccare il cervello sui ciccioni da sfottere.

I FRATELLI CONNER
La scena di Seattle si prestava benissimo ad accogliere ciccioni ributtanti al suo interno, ma i gruppi di primo piano erano composti quasi tutti da musicisti anoressici (Nirvana, Pearl Jam, Alice in Chains eccetera). Fanno eccezione il non-poi-così-obeso Kim Thayil, uomo d’altri tempi, e il non-poi-così-geniale Tad Doyle, che sul fatto di esser grasso ci ha marciato abbastanza da tirarci fuori i soldi per un’auto, o qualcosa del genere. E ovviamente King Buzzo, che comunque non è sempre stato grassissimo e non mi piace l’idea di mettere i Melvins a rappresentare il grunge. Voglio dire, sarebbe come dire che i Kyuss erano un gruppo stoner (ok, ho sbagliato esempio). I miei obesi preferiti del giro Seattle sono comunque, da sempre e per sempre, i fratelli Van e Gary Lee Conner, rispettivamente bassista e chitarrista degli Screaming Trees e principale ragione estetica della Grande Menata della stampa mondiale sugli Screaming Trees, vale a dire che avrebbero dovuto fare molto più successo di quello che avrebbero meritato. Ma voio dì, manco Lanegan da solo ce l’ha fatta a diventare Eddie Vedder, tanto valeva che continuasse a farsi fare i riffoni dai fratelli Conner che COL CAZZO sarebbe uscito un Blues Funeral demmerda.

KEVIN SHARP
I Brutal Truth, gruppo di grindcorer anoressici newyorkesi capeggiati da Dan Lilker, si sciolgono dopo l’uscita di Sounds of the Animal Kingdom in seguito a dissidi tra i componenti. Quando ricominciano a girare dal vivo, poco meno di una decina di anni dopo, il cantante Kevin Sharp si è trasformato in un panzone barbuto ed affronta il palco come una specie di Henry Rollins sovrappeso. L’estetica del ciccione è più o meno tutta qui: carismatico, infoiato e preso d’assalto dalle prime file di fanatici, ovviamente tutti ultratrentenni e quindi tutti ugualmente sovrappeso. Grosse botte su grosse pance. La condivisione di alcuni gruppi permette a Kevin Sharp di stare in lista a rappresentare anche il molto più ciccione Shane Embury, che a me personalmente sta molto antipatico (voglio dire, alla fin fine è abbastanza chiaro che nei primi Napalm Death il genio erano TUTTI GLI ALTRI MEMBRI a parte lui, da cui il fatto che mentre la diaspora delle prime incarnazioni del gruppo generava cose tipo Cathedral Scorn e Godflesh e Carcass, loro prenotavano un ruolo di macchinetta automatica del metal estremo dentro cui son rimasti intrappolati).

YNGWIE MALMSTEEN
Il fatto che il più grande emissario del metal estetico tecnico e cafone, l’artista che perfino i fan dei Manowar considerano troppo infoiato per poterselo sparare a livello quotidiano, finisse per donarsi così intensamente alla propria arte da perdere cognizione della propria forma fisica e diventare un ciccione da guinness, insomma, sembrava scritto in cielo. La gente ha PAURA e continua a non comprenderlo, teme il confronto, esalta il post ed il pensiero laterale ad ogni costo, continua a non dargli credito e a liquidarlo come irredimibile merda de cane e a fare battute sui pantaloni di pelle che gli fasciano i coscioni giganteschi. Solo l’ennesimo prezzo da pagare per il più fiero ed autodistruttivo culturista della chitarra di fine secolo.

FAT MIKE
Michael John Burkett è il bassista, cantante e principale autore della musica dei NOFX. I NOFX sono il gruppo con il suono più merdoso con cui abbia avuto a che fare (punk rock melodico con chitarre plastificate a zanzara e basso più o meno intuibile in rare circostanze), e al contempo sono la dimostrazione che se dalle mani ti escono dei pezzi tipo Dying Degree puoi avere il suono più merdoso della storia ed essere comunque tra i migliori gruppi usciti fuori dagli anni novanta. Il nome con cui ha scelto di essere famoso lo squalifica agli occhi del grande pubblico, e il paradosso è che (specie ultimamente) Fat Mike non è per niente un ciccione, piuttosto una specie di finto obeso e finto idiota che suona musica finto-divertente. Come è logico, l’interpretazione popolare della faccenda non tiene mai conto dei finto,  bollando i NOFX come un gruppo di dementi senza talento che ha ispirato una generazione di dementi senza talento. E insomma, delle due è vera solo la seconda.

BETH DITTO
Non è l’unica donna col culone della storia del rock, e un po’ mi dispiace inserirla in lista dopo l’uscita del primo disco veramente brutto a firma The Gossip. Ma cristo di un dio è stato semplicemente troppo LOL vedere la cantante di un normale gruppo indie-cassa diventare il simbolo popolare di una ribellione estetica contro l’anoressia ed il velinismo, sull’onda di articoli di giornale che ne celebrano la sostanziale normalità (è (sinonimo di) GRASSA! è (sinonimo di) LESBICA! è (sinonimo di) MONOGAMA!) come un buco nero culturale da cui si sta sviluppando un mondo di nuove star della moda tutte indie, grasse, lesbiche e monogame che provano a far fuori la concorrenza, e basandosi ovviamente sull’assunto ideologico secondo cui qualunque donna abbia mai preso un microfono in mano sia sempre e solo voluta diventare Kylie Minogue o se va male la Pausini, e tutto questo dando del misogino a me perchè scrivo in questo capoverso che la cantante dei Gossip è cicciona e lesbica.

BOB MOULD
Il chitarrista e autore dei migliori pezzi del più grande gruppo mai esistito aveva le ossa grandi e una depressione cronica. Poi ha sciolto il gruppo, ha iniziato a dimagrire e ha prodotto musica sempre molto bella ma molto molto meno di quella che aveva prodotto negli anni delle ossa grandi, delle litigate col batterista e della depressione cronica. Si tratta probabilmente del miglior sponsor a favore dell’obesità e dell’infelicità.

Ma io lo so chi è Mark Lanegan (reprise)

l'estetica del rock.

Una delle cose che mi danno più al cazzo nella musica rock è l’attitudine a parlare di certi gruppi come di non hanno riscosso il successo che meritavano o ancora peggio con la formula da loro inventata ci si sono arricchite decine di gruppi. I principi di questo genere sono gruppi tipo Fear Factory, come se avere inventato il techno-metal fosse un pregio. Un altro assolutamente in pole position erano gli Screaming Trees. Gli Screaming Trees erano probabilmente il gruppo grunge definitivo: pesantissimo indierock sabbathiano con pezzi sbilenchi, cantante in bilico tra origini indie-punk e aspirazioni blues, due ciccioni inguardabili in pantaloncini a rovinare tutte le foto promozionali. Avevano fatto uscire una manciata di dischi su SST, uno più bello dell’altro (il migliore è l’ultimo Buzz Factory, senza alcun cazzo il miglior disco della carriera di tutti i membri coinvolti) e sull’onda dei contratti che stavano piovendo a Seattle e dintorni nell’epoca dell’esplosione del grunge, riescono ad uscire con un disco major già nel ’91. L’album si chiama Uncle Anesthesia (prodotto da Chris Cornell) ed è ancora uno dei migliori compromessi tra suoni alla Jack Endino ed ambizioni da grande arena. Riescono ad infilare un singolo di successo solo con Nearly Lost You, nel successivo Sweet Oblivion: un buonissimo disco, ma niente di paragonabile al pop rock allucinato dell’epoca SST (certo, se Sweet Oblivion uscisse uguale nel 2011 sarebbe il mio disco dell’anno senza sforzarsi, ma a metà anni novanta possiamo permetterci di fare le pulci). Del resto l’anima commerciale della band è sempre stato il solo cantante Mark Lanegan: si smarca dal gruppo già nei primi anni novanta, chiudendosi in studio con uno stuolo di amici e riemergendo con un disco solista di bellezza assoluta intitolato The Winding Sheet in cui dà sfogo alle sue ambizioni da cantautore. Gli Screaming Trees, in ogni caso, continuano ad esistere lungo tutti gli anni novanta con tre dischi all’attivo (l’ultimo è Dust, decisamente meno bello dei precedenti anche se non ancora da buttare), frequentazioni Mad Season e una formazione piuttosto stabile che dal ’96 in poi si fregia persino di Josh Homme alla seconda chitarra. Nel 2000 i Trees si sciolgono ufficialmente: l’ultimo disco di studio è vecchio di quasi un lustro, i fratelli Conner traccheggiano con side-project di estrazione stoner (val la pena di ricordare almeno i fondamentali Valis, che in onore alla loro grandezza figurano nel roster Man’s Ruin con uno split), Lanegan fa uscire il suo ultimo capolavoro (Field Songs, non a caso l’ultimo album scritto con/da Mike Johnson). Da lì in poi Lanegan diventa un collaboratore fisso del gruppo di Josh Homme (la sua stessa carriera solista da lì in poi va considerata una sorta di estensione concettuale dei QOTSA, oltre che una fonte quasi inesauribile di dischetti di cantautorato senza nerbo) e degli altri si perdono le tracce in gruppi sempre più invisibili o troppo grossi per non farci la figura dei turnisti (manco di lusso). Da anni girava già la voce che li voleva gruppo sfortunato, che avrebbe potuto essere –boh- i Soundgarden ma era stato fatto fuori dal music-biz. Noi siamo arrivati a giochi fatti e l’abbiamo presa così, come una specie di postulato del rock’n’roll che ci ha accompagnato mentre diventavamo vecchi e bolsi e lamentosi. Secondo una forma mentis più snella gli Screaming Trees erano un perfetto e incredibile gruppo indie rock di dimensioni medio-grandi, diciamo simili a quelle dei Melvins, con cui il mercato dei grandi numeri s’è giustamente pulito il culo una volta finita di cavalcare l’onda dei Nirvana. La loro musica migliore sta ancora nei dischi a marchio SST, che diversamente da Uncle Anesthesia etcetera NON STANCANO MAI e possono tranquillamente supplire da soli al bisogno di rock di un appassionato esigente per almeno due settimane.

Salta fuori dal nulla, tuttavia, che c’è un disco dei Trees, registrato poco prima dello scioglimento nello studio di Stone Gossard e mixato da Jack Endino. Si chiama Last Words ed esce tra meno di un mese in digitale, senza –pare- nessuna reunion ad accompagnarlo e con una possibilità aperta per formati fisici futuri. L’idea più ragionevole sulla faccenda è che questi dischi non escono per un motivo fondato e che questo motivo ha MOLTO più a che fare con il valore artistico di quanto ne abbia con la mafia, il signoraggio bancario, i complotti delle major e la sfiga. AKA non ci perderei troppo il sonno. Ma insomma, sperare è pur sempre lecito.

QUATTRO MINUTI: Fucked Up – David Comes to Life (Matador/Rough Trade)

VIA
È stato facile lasciarmi prendere dall’entusiasmo la prima volta che ho sentito i Fucked Up: disco scannatissimo prodotto da dio, un impianto che stava allo standard nu-shoegaze (deerhunter, serena maneesh e un milione di cagnacci tipo a place to bury strangers) più o meno come i Dinosaur Jr stavano ai My Bloody Valentine, un cantante ciccione che urlava nel microfono come se lo dovessero mettere in galera il giorno dopo e dal vivo cantava nudo e si spolpava a forza di sudate. Era una cosa figa, funzionava. Il loro disco lungo precedente l’ho letteralmente CONSUMATO la prima settimana, poi è rimasto lì a prender muffa, perché OK l’impianto ma siamo quelli che siamo e ci piace la musica che ci piace (nella fattispecie invece di un gruppo sh**gaze con pesanti influenze hardcore preferisco ascoltarmi un disco hardcore con pesanti influenze hardcore, già che ultimamente ne sento pochissimo). il nuovo disco dura tipo novanta minuti, si chiama David Comes to Life e contiene la stessa identica musica in suite più o meno simili. Non è che non sia buono, ma già arrivare alla fine dello streaming gratuito su NPR è faticosissimo: sembra un samurai senza padrone del pop, un disco che si arrabatta come un pazzo in un’area libera da impedimenti morali e troppo fine a se
STOP

Badilate di cultura: “Precious”

 

Lee Daniels è un negro frocio, e te lo sbatte in faccia come se la cosa dovesse in qualche modo riguardarti. Produttore di roba problematica in odore di Oscar (lo stigmatizzante Monster’s Ball, che di Oscar ne portò effettivamente a casa uno, e lo sgradevole quanto gratuito The Woodsman, che invece non ha vinto un cazzo), Precious è il suo secondo film da regista dopo lo straordinariamente brutto Shadowboxer (un intricatissimo polpettone interrazziale e gerontofilo che non ci si capacita come sia potuto uscite da intelletto umano, con un cast che pare assemblato tirando a sorte; un flop epico pericolosamente dalle parti del so bad it’s good più spinto), ha rastrellato premi in ogni dove – tra cui due Oscar su sette nominations – ed è una porcata che nuovamente si fatica a credere. Tratto dall’astioso romanzo Push, opera prima (e finora unica) in prosa della poetessa negra bisessuale femminista incazzosa übermilitante Sapphire, il film prende le mosse dalla vicenda – agghiacciante – di Claireece ‘Precious’ Jones, sedicenne negra obesa semianalfabeta ripetutamente stuprata dal padre tossicodipendente e per questo già madre di una bimba con la sindrome di Down opportunamente battezzata “Mongoloid” (…), rimasta nuovamente incinta (sempre dal padre), espulsa da scuola una volta appreso della seconda gravidanza e odiata dalla madre obesa disfunzionale perché – sostiene la genitrice – le ha rubato l’uomo. Finisce in una scuola speciale insieme ad altre debosciate del ghetto che dicono un sacco di parolacce; la maestra è una lesbica molto in gamba che di nome fa Blu Rain (…). Claireece impara cose profonde e piene di significato. La maestra le porta al museo. Nel frattempo la madre (una mostruosa Mo’Nique, giustamente premiata con l’Oscar) continua a coprirla di insulti proferiti con cadenza, loquela e atteggiamento da rapper, le tira stoviglie addosso e la obbliga ad andare a ritirare l’assegno della previdenza sociale. L’assistente sociale è una sciattissima Mariah Carey (…), evidentemente convinta che la condizione necessaria e sufficiente per essere un’attrice seria sia recitare struccata indossando squallidi completini della Upim; Mariah subodora qualcosa a proposito dell’incesto, ma tace e continua ad allungarle l’assegno. Claireece ha le doglie; viene trasportata in ospedale. Sgrava. Decide di chiamare il secondogenito “Abdul”. In ospedale conosce un inserviente gentile (Lenny Kravitz, credibile come infermiere quanto può esserlo Rocco Siffredi nei panni di un seminarista). Torna a casa. Scappa di casa. Va a vivere in casa di Blu Rain e compagna (e qui parte un’allucinante tirata pro-gay che farebbe venire voglia di prendere le spranghe anche a Nichi Vendola). Mariah Carey organizza un incontro madre-figlia dove ‘Precious’ impara che il padre – nel frattempo morto – aveva l’AIDS. ‘Precious’ va a fare il test: è sieropositiva, ma Abdul non lo è. Monologo incoraggiante con voce fuori campo, titoli di coda.
Il materiale umano di partenza, come detto, era (è) profondamente perturbante e autenticamente scomodo, e non oso pensare che film sarebbe potuto uscire se le redini del progetto fossero finite in mano a gente con l’attitudine e il know-how necessari per trattare degnamente questa roba, penso a Werner Herzog, a Jaco Van Dormael (che avrebbe tirato fuori ben altro che le sequenze oniriche da ciarlatani che invece si vedono qui), al primo John Singleton, che diamine!, perfino a Ulrich Seidl; il problema è che Lee Daniels di concetti quali pietà umana o etica dello sguardo e della visione se ne strafrega, arciconvinto com’è dell’indiscutibile giustezza e inoppugnabilità della sua visione delle cose, e per questo si limita a sfruttare una storia che contempla abissi di dolore, isolamento, abiezione e orrore dalle potenzialità infinite unicamente per costruirci sopra un film rigidamente a tesi che al confronto il vecchio cinema civile italiano era roba da pavidi moderati con la diarrea nelle mutande, insopportabilmente saccente e manicheo, tracimante l’insostenibile arroganza e la ripugnante protervia di chi dall’alto di cattedre che non si capisce perché mai dovrebbero spettargli ti viene a spiegare come va il mondo. E per farlo non arretra di fronte a niente, è pronto a tutto, anche a utilizzare i freaks in modo strumentale (la protagonista Gabourey ‘Gabby’ Sibide, oltre 160 chili, scelta tra decine di aspiranti attrici obese tra i 18 e i 25 anni). Ne esce una favoletta schematica e superficiale, greve e normativa, sgradevole e respingente più che altro per l’ego ipertrofico e lo smisurato autocompiacimento del regista (e per un montaggio bruttissimo e urticante peraltro avvallato da un’incomprensibile nomination agli Oscar, l’ennesima), che mira in alto con boria e ostinazione per dire, alla fine della fiera, che i froci sono buoni e quasi nient’altro, risultando così alla fine paradossalmente insultante proprio verso le categorie che con foga da inquisitore si affanna a difendere (come se negri e gay in quanto tali avessero bisogno di di un Lee Daniels qualsiasi con la sua seriosità turgida e mortuaria per venire “difesi”). Il classico sparo nel buio, o qualcosa del genere. Nessuna meraviglia che al Sundance abbia fatto sfracelli.

Lavoro nel bordello di un castello

 
Avevo perso le tracce dei Cradle of Filth subito dopo Nymphetamine, che per carità non è neppure un brutto disco però a un certo punto anche basta, dai. E che tristezza ancora una volta il solito copione che si ripete tale e quale a sè stesso, passo dopo passo: il gruppo metal che firma per una major, la conseguente trafila di interviste corredate da foto stilose e infarcite di dichiarazioni sul genere “cercavamo un’etichetta capace di supportarci al 100%” o “nessuno ha provato a cambiarci, ci hanno lasciato piena libertà”, il disco che esce e i metallari non lo cagano perchè sta su major, la major che scarica il gruppo metal a calcioni nel culo non appena si rende conto che il disco ha venduto in sei mesi meno di quanto Britney Spears vende in un pomeriggio, il gruppo metal che abbassa le pretese, torna a firmare per una “indie” (con tutte le virgolette e i distinguo del cas(zz)o, ma è per capirci) e comincia a sfornare dischi in pilota automatico puro, scritti e eseguiti con la mano sinistra e con l’unico scopo di compiacere quella fetta di pubblico beota che possa garantire loro un sereno tirare a campare. Quel pubblico che caccia i soldi e quindi si aspetta, anzi pretende di sentire sempre la stessa merda, una pallida fotocopia degli esordi però senza un briciolo di cuore o di vita o di slancio verso qualcos’altro. E allora quel gruppo è finito. Negli ultimi anni quello stesso percorso era toccato ai Paradise Lost, ai Satyricon, agli Amorphis; soltanto i Satyricon sono riusciti a uscire dall’implacabile tritacarne dell’umano con parte delle ossa intatte e una credibilità non totalmente andata a puttane. Gli altri hanno deciso di rassegnarsi e continuare a tirare la carretta al fienile con improbabili “ritorni al metal” e via ad ammannire la merda di cui sopra. A ognuno il suo. E i Cradle of Filth non erano nemmeno il mio gruppo preferito, non stavano nemmeno tra i miei primi 500 gruppi preferiti, quindi sticazzi, perchè assistere allo spettacolo, perchè intristirsi? A dirla tutta non sono mai andato giù di testa per i Cradle of Filth, mi facevano simpatia le copertine porcellone, certo, e da quando ho letto che in Inghilterra avevano arrestato un tizio avrei veramente voluto indossare la maglietta con sopra la suora che si sgrillettava (purtroppo nell’unico negozio che la teneva stava a un prezzo assolutamente proibitivo, tipo 45.000 lire ma anche di più, ora proprio non ricordo), ma l’unico disco ad avermi mandato vagamente giù di testa è stato Cruelty & the Beast, il mio favorito, praticamente un album degli Iron Maiden però con una gallina sgozzata al posto di Bruce Dickinson; il resto, prima e dopo, era roba davvero troppo barocca e teatrale per i miei gusti, i pezzi sovraccarichi di trovate baracconesche da brutto musical, e inevitabilmente, una volta superata la soglia del quinto minuto, l’attenzione se ne andava affanculo e la voglia di sbattere su i Discharge o un Motörhead a caso diventava insopprimibile. Imparo ora che da dopo Nymphetamine hanno pubblicato altri tre dischi (di cui uno dedicato a un serial killer); l’ultimo è uscito da pochissimo, ha un titolo orrendo e una copertina timburtoniana, e sta in streaming integrale su AOL.com. Per me, è come rincontrare dopo tanti anni una compagna di scuola di cui non mi è mai fregato un cazzo.
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