THE LOAF MAKER – Mark Kozelek/Sun Kil Moon live a Roma

Kozelek

Il biglietto per il concerto di Mark Kozelek l’ho comprato sei mesi fa, da un service di Avellino, o Avezzano, tipo, che serve il Circolo degli Artisti da qualche tempo. L’ho preso la notte stessa in cui avevo ascoltato Benji la prima volta e, preso da questo inconsueto fuoco sacro per il sostanzialmente mai cacato Kozelek[1] – fuoco sacro che mi illudo, come tutti, non avere niente a che fare con la recensione di Pitchfork – ho gridato verso il cielo notturno: COME VORREI SUONASSE A ROMA!, venendo per una volta, una soltanto, esaudito all’istante da Dio, che modificando all’istante la mia ricerca Google, mi deliziava indirizzandomi al service di Avezzano di cui sopra. Ed ecco finalmente un punto, e la fine di un periodo. Che poi, cazzo volete, Thomas Mann li metteva, forse, i punti? Thomas Mann di merda. Tisico del cazzo. Questo Caspar Torp[2], lì, come si chiama il protagonista della Montagna magica? Che poi, la montagna magica per me è sempre stata quella che sovrasta Avezzano, e che accoglie Pescasseroli e la pizzeria San Francisco, la migliore del mondo, che ci crediate o no (la seconda è quella della stazione di Avezzano, non distante dalla quale, tra l’altro, c’è una terza pizzeria che si chiama Nebraska).

Il concerto di Mark Kozelek, dicevo, si è tenuto a Roma la sera del quattro aprile, e non ho alcuna intenzione di recensirlo qui. Il fatto è che le recensioni di concerti non le ho mai capite, perché quale vuoi che sia, il messaggio, alla fine? È stato una ficata, o tu merdaccia che non c’eri, oppure è stato una merda, hai fatto bene a risparmiare i soldi – non che io li abbia spesi, HOT LOAL, perché ero accreditato da un qualche cazzo di media (per la cronaca, di norma Bastonate, oltre al già congruo mensile, ci rimborsa le spese di tutti i concerti compresa una maglietta al banco. Questa volta ho scritto al Direttore, che cazzo, che le magliette di certo non ci sarebbero state, e perciò era un po’ una truffa: per evitare azioni sindacali, mi ha mandato gli otto euro del biglietto in francobolli). Su Mark Kozelek, non saprei cosa dirvi. La cosa che essenzialmente si è perso chi non dovesse essere venuto è uno scazzato totale con una gran voce. Non parlo di me, ma di Kozelek, totale odiatore dei romani  – il che sarebbe anche comprensibile, di norma, ma non nel caso di una audience composta da romani derelitti e innamorati di Kozelek – e facitore non già di loffe[3] (non escludo, ma per fortuna non posso saperlo), ma di tagliente ironia non-divertente, tipo che a Roma c’erano un sacco di graffiti, che ok dillo una volta e il pubblico reagirà con un LOAL (=il pubblico di qualsiasi concerto reagisce con un LOAL a qualsiasi cosa dica il cantante tra una canzone e l’altra), dillo due volte, dillo persino tre se vòi, ma a un certo punto a Markò, amo capito, mo basta.

Il concerto di per sé, che dire, non c’è concerto di per sé in realtà, la ficaggine-stronzaggine dell’artista essendone parte integrante (se non siete d’accordo ascoltatevi il vostro Brahms).  Diciamo che si è trattato del più grande minore del ventennio che eseguiva, voce e chitarra acustica, alcuni dei pezzi più belli sentiti negli ultimi anni, in particolar modo Carissa e I Watched the Film the Song Remains the Same. Perché Benji è un disco straordinario – è qualcuno che ti ha raccontato la verità, e pur facendolo ha mantenuto la grazia di chi si inventa tutto. Che poi c’è questo problema ontologico[4] dell’influenza che i concerti hanno sui dischi: vai a vedere Mark Kozelek convinto che Benji sia l’album dell’anno, torni con lui che ti ha mandato affanculo senza ragione e neanche ti va più di sentirlo. Mia moglie, che è una donna onesta, e ha questa straordinaria capacità di apprezzare o meno gli album senza bisogno di un particolare impianto ideologico, ama Kozelek da anni ma Benji non le piace particolarmente. Io non lo so se questo significa qualcosa, ma l’altra sera lui portava una camicia troppo stretta, e i capelli troppo spessi e crespi, e siamo andati via un po’ prima della fine, con la sensazione che qualcuno ci avesse mentito.



[1] Non del tutto vero. Mi piaceva Kozelek, e una volta, al liceo, imposi un disco dei Red House Painters ai miei amici pariolini in un weekend che passammo nel Cimino. Non ricordo che disco fosse, ma ricordo che suonava nello stereo, un sabato pomeriggio o quello che era, uno stereo abbandonato lì, nella campagna, mentre tutti si facevano i cazzi loro – le canne, le partite di calcio – e io ascoltavo questo Mark Kozelek che riempiva l’aria come in un romanzo o in un blog piagnone, sapendo fin da allora che le sensazioni prevalenti al momento – che quella musica non sarebbe mai più stata così bella, e che le cose piagnone e sdolcinate come questa stessa nota sono a volte profondamente vere – sarebbero state con me tutta la vita, quando sarei andato all’università, quando avrei perso tutti gli amici di quel giorno.

[2] Hans Castorp. Ho controllato dopo. Ma il lapsus mi piaceva, e per onestà intellettuale lo ho lasciato.

[3] Devo spiegarla: mio padre, dieci o quindici anni fa, una mattina si svegliò ridendo dalle lacrime: aveva sognato di essere a Napoli con un importante industriale della zona, e di essersi rifugiato con lui in un portone a causa di una pioggia improvvisa. A questo punto, il tizio gli aveva detto: “È venuta repentinamente, comm no facitore ‘e loffe”.

[4] Almeno credo sia “ontologico”, non faccio filosofia, io sono un catalizzatore di energia (=non ho idea di che cosa io stia citando a memoria ma potrebbe essere Jovanotti).

Stick your knife in me: SWANS @ Circolo degli Artisti, 22 marzo 2013

Il vecchio coi capelli sudici

Il vecchio coi capelli sudici

Non mi aizzavo così a un concerto dai tempi in cui vidi qualcosa di ugualmente pesante e sudicio e lungo, direi forse i Royal Trux, qualcosa come quindici anni fa. Uno di quei concerti che, in pratica, dura una cosa come due ore e mezza e te la fa prendere bene perché quando alla fine sei lì che muori, e non ne puoi più di vedere il vecchio che saltella, alla fine uno dei saltelli – ci sono stati ventisei saltelli e su ogni saltello tutta la band faceva SBRANG nel momento in cui lui toccava terra, e per ognuno dei ventisei ti sei detto FORZA, questo sarà l’ultimo e non lo era mai e così hai mollato e hai perso il conto e la tua mente è andata altrove (io per esempio pensavo alla città di Pereta dove sono capitato per sbaglio tempo fa), e poi all’improvviso uno dei saltelli si trasforma davvero nell’ULTIMO SALTELLO e tu torni in te tutto di un botto – tipo quando sei in motorino e ti fai i cazzi tuoi e a un certo punto uno non si ferma allo stop e sta per travolgerti, uccidendoti, e d’un tratto sei di nuovo quello che eri sempre stato, ragazzo, un falco nel cielo, un lupo in caccia con tutti i cinque sensi (tatto sudore puzza vista dito) svegli e pronti a farti scattare, dicevo? Ah sì, c’è questo saltello finale e tu all’improvviso RISORGI come un CRISTO TRIONFANTE IN GLORIA, la stanchezza ti passa di botto, sei lì che applaudi e dici a uno lì dietro, oh, è stato GRANDE e nel tuo GRANDE c’è già una promessa di letto, di RIPOSO, la maison de mon reve, amici miei, e sei talmente felice di avercela fatta che addirittura sciali questa adrenalina gratuita in cui non credevi più e ti trattieni in cortile a salutare tutti prima di andare (tutti? Tutti chi? “Tutti” cioè “nessuno”, due tre bruciati che hai incontrato lì per sbaglio quando sei arrivato SOLO alle ventuno e trenta, SOLO come SOLO nascesti e vivesti, fratello, eri SOLO, ti ricordi, a chiamare PAPà e lui non c’era). Insomma, questo è stato il concerto degli Swans, l’altra sera a Roma, un concerto glorioso per i motivi che ho detto, e spero di avervi trasmesso almeno in parte le sensazioni di amore e vittoria che ho provato, per una volta, davanti a un palco. Che alla fine, a che servono le recensioni dei concerti? A un cazzo di niente: io, quando ero piccolo (cioè avevo sui 28 anni), rosicavo a bestia per i concerti a cui non ero stato e c’era la recensione beffarda e quindi non la leggevo, al massimo buttavo lì un’occhiata scanner per vedere se riuscivo a cogliere che era stata una cacata, e naturalmente la prima e unica riga che beccavo era è STATA UNA FICATA MADONNA JEEZ NON SARò MAI Più LO STESSO;  succedeva questo, oppure c’era il caso che al concerto c’ero stato e non mi fregava poi molto di leggere le banalità di un altro, o c’era infine il caso del concerto di cui non mi fregava nulla e perciò mi fregava ancor meno di leggere la recensione.                 Quindi, non pretendo che a qualcuno freghi di leggere questa peraltro tardiva recensione di uno show che alla fine per lui/lei ha significato poco (questa frase non finiva così nel progetto mentale che faccio di ogni frase sette millidecimi prima di scriverla: però a volte mi va in merda il cervello e non riesco a concludere le frasi come avevo progettato, semplicemente perché mi dimentico in tempo reale ciò che voglio dire. In casi come questo, uso delle conclusioni di frase del tutto generiche e banali. Di norma la gente mi fa i complimenti proprio per queste frasi: MI CI SONO RISPECCHIATO UN SACCO IN QUELLO CHE HAI SCRITTO QUANDO HAI SCRITTO CHE GLI SWANS NON HANNO SIGNIFICATO UN CAZZO PER NESSUNO). Comunque, il concerto era iniziato male, c’era il tizio degli Xiu Xiu tutto solo che si lagnava, ma la cosa più devastante era che indossava un completo del tutto uncool, cioè era vestito come un impiegato povero o come un deputato grillino, quella eleganza STAZZONATA, capite. “Stazzonato” non so che vuol dire ma l’ho  letto in un libro di Ellroy dove “Stazzonato” era una parola su cinque (le altre quattro erano: “si scrollò le spalle”. No, davvero lo trovate fico, Ellroy?). Insomma, era cominciata male ma è finita bene. Sì, avete indovinato, questa era un’altra di quelle frasi che dicevo. Ma in linea di massima, sono abbastanza soddisfatto di me stesso, e se siete arrivati a leggere fin qui, GRAZIE: questo è davvero l’ultimo saltello.