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DISCONE: The Third Eye Foundation – The Dark (Ici d’Ailleurs)

 
Continuo a non capire come mai Matt Elliott abbia voluto rispolverare l’antica ragione sociale Third Eye Foundation, dal momento che poco o nulla è cambiato rispetto alla più recente fase nel segno delle ‘Songs‘: la materia sonora di The Dark è infatti praticamente la stessa di prima, strati su strati di dolentissime note di chitarra piano violini tzigani il tutto poi riprocessato elettronicamente e mandato in loop sopra un coro di “oooh oooh” fantasmatici da qualche parte lontano nella nebbia, giusto con qualche spippolamento in più di manopole sul campionatore (ad opera dell’amico Manyfingers e di un tizio francese che si fa chiamare “Cappellaio Matto“). L’unica vera differenza è che questa volta non ci sono più i testi, sostituiti da lamenti senza parole che racchiudono in sè tutta la rabbia e l’impotenza e la frustrazione e la disperazione del mondo; ma il mood da guerra armata, da resistenza silenziosa, da ingiustizie incassate e soprusi mandati giù con la sola forza della speranza in un riscatto che tarda a manifestarsi, quel mood è lo stesso di sempre. Ogni suono, ogni movimento, ogni passaggio di un album letteralmente commovente per ispirazione e rigore non è altro che la resa in musica del furore dei vinti, dello sdegno dei milioni di umiliati ogni giorno dai maiali che ci circondano. Fin troppo emblematici in questo senso i titoli: Anhedonia (termine psichiatrico che descrive l’incapacità del paziente a provare piacere), Pareidolia (da wikipedia, la tendenza istintiva e automatica a trovare forme familiari in immagini disordinate; questo è il secondo risultato che compare digitando “pareidolia” su Google Immagini), fino alla conclusiva If You Treat Us All Like Terrorists We Will Become Terrorists, che se ci pensate bene è l’esatta condizione in cui viviamo attualmente. The Dark è probabilmente il disco “politico” tout-court del decennio, secondo solo a Omega di Robert Hood, pilastro assoluto di radicalità e visceralità morale pressochè impossibile da eguagliare; emblematico che in entrambi i dischi non venga pronunciata una sola parola.

Badilate di cultura: Michael Rooker

 

 

A dare uno sguardo alla sua pagina Imdb in questi giorni, si legge che Michael Rooker è coinvolto in dodici progetti (undici film e un TV-movie) di prossima uscita. Ne ho aperto uno a caso: Matadors, con Stephen Lang, Kiele Sanchez e David Strathairn, regia di un vecchio leone della B più fiera, quell’Yves Simoneau che più di tre lustri fa mi traumatizzò con l’efferato e prevaricatore La Notte della Verità (thriller estivo da cinema di periferia come non ne fanno più, con il pisellante Peter Gallagher e una scombinatissima Jamie Lee Curtis da brividi freddi lungo la schiena). Ne apro un altro: Hypothermia, scritto e diretto da tale James Felix McKenney. Questo è in post-produzione quindi le informazioni ancora scarseggiano, ma scorrendo parte del cast non posso fare a meno di notare la presenza di Blanche Baker, terrificante matrigna sadica nell’insostenibile The Girl Next Door. E ancora: Atlantis down, temibile epopea sci-fi da sala parrocchiale deserta, dove Rooker veste il doppio ruolo del padre e dell’alieno (…); Super, ritorno al cinema di James Gunn dopo lo strabordante bagno di sangue citazionista di Slither (che pure vedeva Rooker protagonista assoluto); Bolden!, con l’inquietante Jackie Earle Haley, e il personaggio di Rooker che si chiama “Pat McMurphy”, come Jack Nicholson in Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo; financo un film intitolato Pure shooter (dove Rooker interpreta il “coach Miller”), che se l’uomo avesse fatto il regista invece che l’attore sarebbe la storia della sua carriera racchiusa in due parole.
Michael Rooker è il mio attore preferito, da sempre. La folgorazione è stata immediata, da quando nella torrida estate 1992 sognavo Henry: Pioggia di Sangue (ne avevo letto un’estasiata recensione sulle colonne di cinema del “Punitore“), impossibilitato alla visione perché il film era vietato ai minori di 18 anni. Henry (che nel resto del mondo era uscito sei anni prima, nel 1986) è la fulminante partenza in pole-position del semiesordiente Rooker (prima soltanto una particina nel pilota di Crime Story, dove – manco a dirlo – impersonava il “luogotenente”): corporatura massiccia, mascella quadrata e uno sguardo che perforerebbe il titanio, Michael Rooker pare uscito per direttissima da una striscia di Chester Gould. I primi anni vedono le quotazioni dell’uomo in costante, vertiginosa ascesa: dopo qualche comparsata di riscaldamento (in Poliziotto in Affitto, con Burt Reynolds e Liza Minnelli, e La Luce del Giorno di Paul Schrader), esplode nel vibrante di sdegno antirazzista Mississippi Burning, a fianco di Gene Hackman e Willem Dafoe. Nel 1989 è in The Edge, TV-movie del figlio di Elia Kazan, e nel giro di pochi mesi lavora con Michael Mann (Sei Solo, Agente Vincent), Al Pacino (Seduzione Pericolosa) e addirittura l’überintellettuale Gosta-Gavras (l’invero avvincente nonchè piuttosto serrato Music Box – Prova d’Accusa). Ancora sulla breccia nei due anni successivi: in Giorni Di Tuono è il rivale di Tom Cruise, ‘Rowdy’ Burns, personaggio intriso di chiaroscuralità gay come soltanto Val ‘Iceman’ Kilmer nell’analogo Top Gun. Nel mastodontico JFK di Oliver Stone è addirittura co-protagonista, braccio destro del titanico e arringante Costner (sopraffatto dai nervi, mollerà poco prima della tirata di ventisette minuti sulla pallottola magica): è il picco massimo della sua carriera, in termini di popolarità e rispettabilità mainstream. Ma non è il suo gioco. Non è quello il suo campionato. Lo dimostra nel 1993, compiendo le sue prime scelte davvero radicali, scegliendosi le compagnie che più gli aggradano: nello specifico, George A. Romero per La Metà Oscura (Rooker è il collerico sceriffo che dà la caccia al mefistofelico Timothy Hutton), Renny Harlin per l’action ad alta quota Cliffhanger (futuro evergreen dei videonoleggi prima e di Italia 1 poi) e il sovrano della B di un certo livello George P. Cosmatos (Cassandra crossing, Cobra, Leviathan) per lo sgangherato Tombstone (assieme a eroi del tenore di Kurt Russell, Val Kilmer, Sam Elliott e Powers Boothe per dire soltanto i primi che mi sono venuti in mente). Ma il turning point vero si compie nel 1994: è infatti il personaggio di Jonah Mantz, l’irascibile poliziotto corrotto protagonista del fondamentale Uno Sporco Affare, a garantirgli l’immortalità nella produzione da videonoleggio passata, presente e futura. La sua interpretazione carica di rabbia repressa troppo a lungo diventa istantaneamente un marchio di fabbrica, tale da accostare Rooker, nell’immaginario collettivo, a bestie da distretto del calibro di Ray Liotta, Brian Dennehy o David Caruso (altri golden boys del videonolo con precedenti mainstream più o meno duraturi – Liotta lavorò perfino con Scorsese). Una scelta di campo talmente radicale che, da allora in poi, gli “straight-to-video” e la televisione rimarranno il suo esclusivo pane quotidiano: Rooker attraverserà il resto dei novanta e gran parte del decennio da poco conclusosi zigzagando amabilmente tra Z-movies più o meno beceri e praticamente qualsiasi serie televisiva che implicasse poliziotti, avvocati o quant’altro (CSI, JAG, Numb3rs, Thief, Crossing Jordan, Law & Order, ma pure fulminee incursioni in Tremors, Lucky, Stargate SG-1 e un sacco di altri), fino all’inaspettato recupero da parte del grande Doug Liman in Jumper che è storia recente.
Da sempre e per sempre il più grande eroe della serie B assieme soltanto al mitico J.T. Walsh, autentico corpo votato alla marginalità da VHS come ormai, purtroppo, non ne esistono più.

la gigantesca scritta LOAL: il concerto nei cerchi nel grano dei KORN

Neanche noi.

 
Tanto per alimentare l’insensatezza generale che ammanta tutto quel che riguarda l’uscita del nuovo Korn III, qualche executive pieno di cocaina fino alle orecchie qualche settimana fa se ne è uscito con l’idea geniale: perchè non tempestiamo la Rete di una serie di video “virali” in cui si vedono tanti tanti cerchi nel grano realizzati appositamente? Così, per sport: a quanto pare oggi le cazzate sui marziani sono tornate di moda. E poi tanto, peggio di Untitled non può andare, giusto? Detto, fatto: viene ingaggiato un plotone di “esperti” a deturpare una serie di incolpevoli campi di cereali. Il disco esce, ed è a quel punto che qualche altro executive farcito di amfe fin sopra la punta dei capelli deve aver partorito l’idea geniale: facciamoceli suonare dentro uno dei cerchi. Scommetto che Shyamalan non ci avrebbe mai pensato. Questo è il risultato: un’ora e venti di concerto dei Korn dentro un cerchio nel grano. Per aggiungere componenti ritualistiche a random il concerto è stato registrato durante il solstizio d’estate. A vedersi è anche divertente: con tutti quegli elicotteri in volo radente, pare un reboot di Apocalypse Now. Mancano giusto la Cavalcata delle Valchirie e Robert Duvall che dice stronzate sul surf. A un certo punto Jonathan Davis piange. Se poi nei prossimi giorni arrivano gli alieni e cominciano a distruggere tutto il mondo (a partire dalla Casa Bianca) a sparaflashate di raggi laser, perlomeno sapremo con chi prendercela. Nel frattempo, ecco il concerto:

KORN LIVE: THE ENCOUNTER Video di Korn – Video MySpace.

Gruppi con nomi stupidi E Dischi stupidi: Sweep The Leg Johnny – Sto Cazzo!

 

Questo ha già vinto fosse anche solo per il titolo. Trovato a cinquemila lire nelle vaschette dell’usato al Disco D’oro un anno dopo la sua uscita, non ho mai avuto modo di ringraziare personalmente il gonzo che l’ha dato via per pochi spiccioli. Loro erano un gruppo math rock della prima ondata da Chicago, segno distintivo immediatamente riconoscibile il sax malmostoso e urticante di Steve Sostak (fondatore della band assieme al chitarrista Chris Daly) che punteggiava brani che già di per sé legnavano forte e duro. Alle impossibili architetture schizofreniche dei Don Caballero o al cinismo nerissimo degli Shellac (elementi pure presenti nella loro musica) il quartetto prediligeva un approccio forsennato e muscolare che riuscivi quasi a sentire il puzzo di ascella sudata filtare attraverso le casse; i loro pezzi erano massacranti tour de force tritaossa (e spaccatimpani) suonati con foga indicibile e urlati a perdifiato come se non ci fosse un domani, prodotti come piace a Steve Albini: qualche microfono al posto giusto e niente pippe. L’attitudine quasi hardcore: tutti insieme a spaccare in quattro la casa, pogo cameratesco, magliette fradice di gruppi improponibili e le mura del CBGB perennemente nella testa come ideale Shangri-La. Esplodono proprio con questo Sto Cazzo! (2000) – il titolo e la copertina corrispondono esattamente al contenuto del CD – dopo l’insipido 4.9.21.30 (1997) e il promettente Tomorrow We Will Run Faster (1999), che già lasciava presagire; si scioglieranno dopo un altro disco, Going Down Swingin’ (2002), flagellato da una delle copertine più brutte e anonime a memoria d’uomo. Ah, il moniker Sweep The Leg Johnny è ispirato all’ordine impartito dal perfido maestro sensei John Kreese al suo allievo Johnny Lawrence per spezzare la gamba a Daniel LaRusso nel primo Karate Kid. Ci mancano moltissimo.