I dieci pezzi che più amavo e più mi vergognavo di amare negli anni ‘90

Perché, dunque, perché dovreste avere interesse a leggere l’ennesimo articolo musicale contenente le preferenze personali di nessuno in particolare? Io questo non lo so, ma so che è la giusta punizione per chi si rifiuta ostinatamente a spendere soldi per acquistare le riviste, tanto su internet c’è tutto e gratis, e allora beccatevi il tutto e gratis, questo blog, gli altri blog (molto peggio), le immagini su wikicommons con cui fare le vostre copertine sfocate e i pdf scaricati con tutti i crocini di stampa.

10. PRINCE, GOLD (“THE SYMBOL” – THE GOLD EXPERIENCE, 1995)
Nei fieri anni ’90 di forti e produttive tensioni sociali, non era assolutamente concesso fare il babiloniaco, osceno mischione di oggi, e la questione era, o ascolti musica, o ascolti merda. In un’epoca in cui, quindi, un Paolo Conte era considerato come oggi potrebbe essere considerato Scanu (prima della rivalutazione hipstersmart del 2024, intendo) e se passava il video degli Afghan Whigs eravamo contenti ma loro erano un po’ venduti, la possibilità che si potesse apprezzare un disco di Prince (una Jessica Simpson di oggi, metti) non era minimamente contemplata. Eppure io, in gran segreto, ho sempre amato e adorato il lunghissimo e virtuosistico guitar solo che, in un’orgia di opulenza negra prima che l’opulenza negra fosse ritenuta fica, troneggiava al centro del più fuori moda dei dischi fuori moda di Prince (ad Emancipation ancora mancava un po’ di tempo). Prince, completamente fuori controllo, all’epoca era rappresentato solo da un simbolo impronunciabile – molto prima della coolness dei !!!-, pubblicava dischi composti da dieci versioni della stessa (stupenda) canzone, pubblicava l’unico e solo Black Album (il funk omosessuale di Bob George sarebbe in questa lista se non sospettassi che possa essere hipster metterlo), pubblicava box quadrupli e pubblicava roba come  Live 4 Love nell’anno di Smells Like Teen Spirit. I ragazzini che oggi possono ascoltare Gnarls Barkley o Neptunes alla luce del sole, non sanno che Prince è morto anche per loro. Negli anni ’90 Prince non se lo cacava nessuno, eppure non esisterà mai più un posto altrettanto dorato dove vivere.

9. GIRLS AGAINST BOYS – SHE’S LOST CONTROL (AA.VV. – A MEANS TO AN END, 1995)
Nei concettuali anni ’90, i concetti più anni ’90 della storia umana erano non tanto i Girls Against Boys (gruppo dal design del tutto inconcepibile oggi, che all’epoca incredibilmente sembrava nuovo e fico e proibito e misterioso come, immagino, i ragazzi oggi percepiscano gentaglia come Health o Japandroids, che conosco di sfuggita e che abbino solo perché li vidi insieme sulla locandina di un concerto a cui non andai), quanto gli album di tributo. Negli anni ’90, chiunque ebbe un album di tributo, persino i Nomadi, i canti partigiani e i Joy Division. A Means to an End, che in realtà comprai perché conteneva un pezzo degli Smashing Pumpkins sotto falso nome (una risibile cover di Isolation), includeva almeno due grosse verità: l’unico buon pezzo della carriera di Moby (New Dawn Fades), e questa She’s Lost Control, entrambe heavy e anninovantissime, e ben superiori agli originali, cosa che torno oggi a dire senza vergogna nonostante io abbia passato gli ultimi diciassette anni a fingere di preferire una pacchiana voce baritonale su di uno scarno rullante a delle grasse, grosse chitarre distorte ed effettate. Negli anni ’90 si pagava tributo a chiunque, eppure non esisterà mai un posto meno asservito dove vivere.

8. PLACEBO – BIGMOUTH STRIKES AGAIN (AA. VV. – THE SMITHS IS DEAD, 1996)
Nei demodé anni ’90, a proposito di gruppi fuori moda (i Placebo oggi penso facciano l’effetto che fa vedere Don Draper che, in Mad Men, lascia la spazzatura sui prati dopo i picnic) e di album tributo, che dire di quest’altra chicca dal pessimo The Smiths Is Dead? Alla fine, non c’è molto da dire sul pezzo, che dal punto di vista musicale è sostanzialmente identico a quello degli Smiths, solo più veloce e con la voce di Brian Molko: ma il fatto è che, con una mossa che negli anni ’90 era smart ed oggi verrebbe percepita come patetica, le parole “walkman” e “hearing aid” del testo originale venivano sostituite con “discman” e “Megadrive”. Discman e Megadrive (che si sciolgono sul rogo di Giovanna d’Arco) come segno di spericolata modernità: non è insopportabilmente tenero? Negli anni ’90 avevamo il discman e il Megadrive, eppure non esisterà più un posto altrettanto arretrato dove vivere.

7. IRON MAIDEN – JUDGEMENT OF HEAVEN (THE X FACTOR, 1995)
Nei fallimentari anni ’90, pochi fallimenti furono tanto epici quanto quello degli Iron Maiden che, ubriachi di Tavernello, impazziti per questo mondo giovanile che d’improvviso voltava le spalle al metal quello che je puzzano l’ascelle, scelsero Blaze Bayley come sostituto di Bruce Dickinson. Blaze Bayley al posto di Bruce Dickinson è come sostituire Bobo Vieri con Simone Inzaghi, questo non perché io ami particolarmente Dickinson (peraltro negli stessi anni autore del “notevole” Balls To Picasso), ma perché bisogna riconoscere che, se un Dickinson o un Vieri facevano quello che era richiesto al loro ruolo (gli acuti effemminati/i goal), gli altri erano in sostanza due che passavano di lì per caso, provenendo rispettivamente dai Wolfsbane e dal Piacenza (i Wolfsbane del calcio). Eppure una volta, una soltanto, anche all’uomo qualunque è concessa la grazia, e mentre Simone Inzaghi gonfiava la rete del Chelsea fuori casa, il buon Blaze, forse proprio per questo motivo, scriveva l’unica canzone sincera, anni novanta in quanto filo-suicida e autenticamente commovente di una discografia-farsa. Negli anni ’90 il cantante degli Iron Maiden era un tizio grasso e stonato, eppure non esisterà più un posto altrettanto classic-metal dove vivere.

6. THE CURE – BURN (THE CROW O. S. T., 1994)
Nei filmici anni ’90, nessuno era considerato più fico totale di Brandon Walsh Lee nella parte del Corvo, cioè un pupazzo-pagliaccio darksorcino vagometal che, come è noto, morì durante le riprese del trascurabile Il Corvo in cui, guarda caso, interpretava un morto risorto. Questa pagliacciata, che noi adolescenti prendevamo sul serio, con fare lugubre, e piangendo, non so perché, ma piangendo, era dotata di una colonna sonora davvero coi controcoglioni (niente che oggi sia davvero ascoltabile), introdotta e ben rappresentanta dalla lunghissima Burn dei Cure, ossia la band del più grande pupazzo-pagliaccio darksorcino vagometal della storia della musica. Nel film, il pezzo partiva su una scena in cui Brandon rompeva uno specchio con un pugno. La morale del film era racchiusa nella frase-simbolo “non può piovere per sempre”, come dire, “dopo la pioggia viene il sereno”, in nome della quale abbiamo pianto davvero tanto. Negli anni ’90 pioveva, ma non ci sarà mai più un posto altrettanto asciutto dove vivere.

5. STONE TEMPLE PILOTS – STILL REMAINS (PURPLE, 1994)
Nei romantici anni ’90, niente era altrettanto commovente ed eterno di una promessa d’amicizia o d’amore contenente un verso come, “Fatti un bagno/berrò l’acqua che lascerai”. Ma che schifo! Negli anni ’90 nun se lavavamo, ma non ci sarà mai più un posto altrettanto pulito dove vivere.

4. STILTSKIN – INSIDE (AA.VV., TOP OF THE SPOTS 1994)
Nei commerciali anni ’90, credevamo di essere ribelli, ma eravamo soltanto un nugolo de regazzini che comprava, comprava, COMPRAVA, soprattutto vestiti, ma anche una marea di altre cose, tra cui dischi, e i nostri vestiti erano perlomeno belli, mentre i regazzini di oggi comprano, comprano, COMPRANO, esclusivamente vestiti e smartphone e droga, per poi finire in romanzi di merda come Gli Sfiorati anziché in struggenti capolavori come il nostro Jack Frusciante, che era un libro, perché noi i libri li compravamo, compravamo e COMPRAVAMO, mentre loro scaricano, scaricano, SCARICANO, di tutto, ma non libri, pornografia, immagino.

Insomma, per far comprare noialtri giovani eroi del rock’n’roll, non c’era niente di meglio del rock’n’roll, e la clamorosa Inside dei mai più coperti Stiltskin ci fece, all’epoca, comprare un pacco di Levi’s. This one goes to tutte le altre canzoni come Inside, tra cui “Spaceman” di Babylon Zoo (sempre pantaloni, mi pare), o i compagni di scaletta di immortali compilation come l’annuale “Top of the Spots”, di cui ricorderò sempre con affetto l’edizione 1994, che aveva anche, tra le altre, Run Baby Run di Sheryl Crow, Return to Innocence degli Enigma, qualcosa di Lisa Stansfield e robaccia come Miriam Makeba (il maxibon), Your Song di Elton John (la birra Peroni, forse?) e la terrificante, orrenda, mai doma Giobì giobà. Non so come si scrive. Negli anni ’90 non facevamo altro che comprare pantaloni, ma non ci sarà più un posto altrettanto in mutande dove vivere.

3. BLIND MELON – NO RAIN (BLIND MELON, 1992)
Negli schematici anni ’90, tutto doveva rientrare in una categoria ben definita, e per la musica alternative questa categoria era il GRUNGE. E siccome eravamo babbalei, tutti ci comprammo questo album di melodico country-cock-rock per via del fatto che la hit No Rain piaceva a chiunque, e che le riviste, le camicie a quadri e i lunghi capelli della band ci assicuravano che eravamo sempre e comunque GRUNGE. No Rain è, puramente e semplicemente, la più pura e semplice testimonianza della raggiante bellezza del millenovecentonovantadue, e la prematura morte del suo interprete fu il più grande e atroce dramma di quel decennio, dopo quello che conosciamo bene. Il senso profondo della canzone, peraltro, non lo potevamo davvero capire da adolescenti, ed ecco perché adesso, da grandi, ce la ritroviamo al numero tre delle nostre stronze classifiche. Negli anni ’90 eravamo davvero molto depressi, eppure non esisterà mai più un posto altrettanto felice dove vivere.

2. TAKE THAT, BACK FOR GOOD (NOBODY ELSE, 1995)
Negli omofobici anni ’90, i ragazzini malavitosi – incapaci di guardare dentro se stessi, o anche solo dentro gli Alice In Chains – amavano scherzare definendo i Take That “una banda de froci”. A parte l’eventuale irrilevanza di ciò, all’epoca, come si è spesso rimarcato su questo blog e altrove, si viveva in categorie molto serrate, il che effettivamente fu un bene da molti punti di vista (noi ne capiamo di musica, i giovani che oggi mescolano Maria Antonietta, Panda Bear e Rihanna assolutamente no), ma un male da un altro, ossia che ci perdemmo – o facemmo finta di perderci, come nel mio caso – un pezzone clamoroso come questo. A rivederli oggi nel video, che si buttano nelle pozzanghere vestiti in un modo che all’epoca era provocatorio e fico e che oggi ricorda al massimo le vecchie checche che si aggirano la notte a Valle Giulia, e a rivederli ancora oggi, con le rughe e la sfiga dentro, sembra incredibile che all’epoca li odiammo per il semplice fatto che non volevano morire. Avrei dovuto mettere qui la loro cover di Smells Like Teen Spirit, ma anche il coraggio ha un limite. Negli anni ’90 facevamo gli uomini duri, ma non esisterà mai più un posto altrettanto sure-so-sure dove vivere.

1. BURZUM, WAR (BURZUM, 1992)
Nei nordici anni ’90, ci cacammo tutti talmente sotto al cospetto della superiore intelligenza dei ragazzini bruciati norvegesi che, per difesa, li irridemmo. Quelli che, naturalmente, non formarono un gruppo black-metal che parlava di saghe nordiche ma viveva al Tuscolano, irridendo perciò se stessi. Incredibile constatare oggi che persino il black metal, passando per le beffe di maschi adulti che ascoltano Antony & the Johnsons, e attraverso cose tipo Dead Raven Choir e Wolves in the Throne Room, sia alla fine diventato talmente banale da essere socialmente accettato da tutti. Le magliette dei Darkthrone indosso alle ragazzine del Circolo sono prossime, ma sapete che c’è? C’è che Varg Vikernes ha ucciso un uomo, Bard Faust anche, e a ben vedere (e riascoltare), in questi folli tre minuti di vent’anni fa c’era praticamente tutto quello che abbiamo cercato invano in centinaia di dischi, senza trovarlo altrove. Negli anni ’90 uccidevamo gli uomini, ma non esisterà mai più un posto altrettanto innocente dove vivere.

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Mancarone: Ludwig Wittgenstein (26 aprile 1889-26 aprile 2011)

La vita è così, prima è il calcio, poi è la musica, poi è la musica brutta, e infine la filosofia. E come una volta compravamo dischi e ne blateravamo senza averli neanche ascoltati (l’internet ci ha poi dato una gran mano in questo, dandoci – per tramite di un vero o presunto “l’ho scaricato” – la possibilità di parlare in pubblico di qualsiasi disco del passato, presente o futuro, e di qualsiasi disco dire eventualmente “non mi piace” o “fa schifo” o “gran disco – così, seccamente, senza approfondire-”, alleggerendo di conseguenza la lista dei dischi da possedere di uno, due o cinquanta unità), adesso siamo passati in parte ai libri di filosofia. Bè, in ogni caso la modalità non è cambiata: ho tutti i libri di filosofia del mondo a casa (compreso “Il narratore” di Benjamin annotato da Baricco, una chicca dell’horror-publishing che un giorno il mondo dei cultori del camp mi invidierà) avendone letto una minima parte, cioè zero se zero su un numero qualsiasi si possa considerare effettivamente “una minima parte” di quel numero. Che poi la soluzione a questo dubbio potrei trovarla da me, se solo mi decidessi a leggere (ce l’ho) “I principi della matematica” di Russell o (non ce l’ho ma abito vicino ad Amazon) le “Lezioni sui fondamenti della matematica” di Wittgenstein. E qui, con un artificio letterario degno dei più grandi autori della classicità – nessuno dei quali ho letto (dell’Odissea ho visto il film. E a proposito, giusto ieri chiedevo seriamente a mia moglie chi avesse scritto l’Iliade, e soprattutto in che lingua. Ho dimenticato la risposta) – sono arrivato al punto dell’uomo la cui infelice esistenza ho deciso di celebrare nell’anniversario della sua nascita.

Buon 122esimo compleanno Ludwigone! E tanti auguri anche al fatto che la tua filosofia minimal-chic abbia dato a noi superficialoni, con tutte quelle storie sul linguaggio che non ho mai veramente capito (ho letto il “Tractatus”, ma solo l’introduzione e poi l’ultimo lapidario paragrafo, sul quale ho costruito la quasi totalità delle mie conversazioni pubbliche degli ultimi due anni), un argomento valido per non conoscere tutta la filosofia precedente. Insomma, Wittgenstein è stato un po’ il “l’ho scaricato” della filosofia. Conosci Kant? No, ho letto Wittgenstein. Io e Wittgenstein abbiamo un sacco di cose in comune per via delle quali tempo fa mi ero identificato con lui: le nostre date di nascita iniziano entrambe con un due e finiscono entrambe con un nove; entrambi siamo geni; entrambi siamo stati a Cambridge (lui come studente e professore, io a fare un cazzo, direi “in vacanza” ma senza gli annessi turistici); entrambi abbiamo avuto un professore di principi della matematica che si chiamava Russell (il mio professore di matematica del liceo si chiamava William Russell e una volta l’ho incontrato in curva a un Lazio-Inter e lui mi disse, a Rò, forza Lazio!, poi il giorno dopo interrogò un mio amico che era con me che andò malissimo e lo guardò come a dire, “ma come, la curva nord?”, e lui, come se avesse sentito, rispose “Ahò, ho capito che sei annato a vedé la Lazio, ma dovevi pure studià!”) ed entrambi in un momento di depressione abbiamo pensato di darci al giardinaggio – lui l’ha proprio fatto, io ho consultato il bando per giardinieri comunali (esseppiccuère) il che è come averlo fatto, in un mondo in cui i lavori si fermano di norma al bando (e in ogni caso la natura rizomatica della realtà non mi è sfuggita). Non è finita. Lui in un momento di depressionissima andò a vivere su un fiordo in Norvegia durante la notte artica, io amo i Turbonegro e i Darkthrone; lui ha fatto la prima guerra mondiale, io l’avrei fatta, se ci fosse stata ai miei tempi; lui ha scritto altero che “di ciò di cui non si può parlare bisogna tacere” non pubblicando mai più niente, io ho obbedito con severità non pubblicando niente.

Caro Lulù, se la filosofia fosse ancora questione di incontri al vertice in cui tu minacci Popper con l’attizzatoio (il tutto è raccontato in un bel libro che ho, ma che non ho letto, quindi la storia non la conosco), avrei deciso di fare il filosofo anch’io invece di rinchiudermi in questo fiordo rizomatico da cui simboleggio la natura autocorrettiva della vita umana non facendo un cazzo e scrivendo di te (e dunque non disattendendoti). Buon compleanno dai tuoi amici di Bastonate!

Majorana reprise: Le Luci della Centrale Elettrica – “Per ora noi la chiameremo felicità”

Brondi prepara l'accampamento

Con le nostre discussioni serie si arricchiscono solo le compagnie telefoniche. Arriva in qualche modo alle “masse” (du’ stronzi pe’ sbajo) il nuovo album delle Luci della ecc. e il livore martellante delle ultime settimane può finalmente trovare catarsi in un mare di post sul modello “l’havevo (con l’h) sempre saputo che avrebbe fatto SCHIFO!”. L’humus culturale, dove per humus si intende la crema di ceci che mangiano beduini e inglesi, l’humus culturale, dicevo, che produce webzine su webzine e blog su blog si conferma compattamente avverso non già alla musica di Vasco Brondi (VB), quanto al suo “personaggio” o meglio, giacché per l’esistenza di un “personaggio” ci sarebbe perlomeno bisogno di un certo riscontro di pubblico pagante, all’idea stessa della sua esistenza.

 

Dal chiacchiericcio continuo, dal continuo berciare degli “Appassionati di Musica” (titolo che la gente si autoconferisce quando scopre che la sua personalità in formazione è meglio espressa per il mezzo di canzonette scritte, prodotte, cantate e commercializzate da altri) emergono ogni tanto curiose istanze di odio/amore per qualcuno in particolare che, se non possono essere oggetto di un discorso univoco, possono d’altra parte essere isolate e raggruppate in diverse curiose fattispece (senza la i).

In questo modo, la massa di articoletti, frecciate, battute sagaci, siti web ostili dedicati (!), imitatori su youtube e tutto il resto del fumo prodotto da questo pubblico rogo di VB, possono essere facilmente inseriti nel contenitore “Accanimento Immotivato Internettario”, tradizionalmente soggetto a riempirsi, ogni qualche anno, di materiale affine ma con diverso bersaglio.

“Perché tanto odio?”, avrebbe scritto Cuore, e il perché è ben difficile da isolare e comprendere senza ricorrere alla psicologia spicciola da ignoranti, cosa che una tantus non faremo per evitare di impelgalarci imelpagarci imepla andarci a ficcare nei rovi dell’Invidia!, Frustrazione!, Sfiga!, Psicologia delle masse e analisi dell’Io!, e tutto questo complesso di cose che fa sì che io (ecc.).

Brondi e Dente corrompono un bambino

Non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo tuttavia fare a meno di notare, per l’ennesima volta, quanto inconsistente sia la maggior parte delle motivazioni che oggettiverebbero – a detta degli haters – l’odio verso VB: su palafitte di falsa logica piantate nella palude della merda, si elevano infatti costruzioni miserrime di irragioni e non-argomenti, tra i quali paiono avere particolare successo le questioni della cattiva qualità dei testi e della monotonia delle musiche.

 

Per quanto riguarda i testi, non avendo forza, voglia, intenzione, tempo da perdere sì ma diciamo di no, e forse neanche gli strumenti adatti per procedere a una esegesi dei testi delle Luci – mai capito cosa voglia dire “esegesi” -, noteremo solo che non serve Wittgenstein per rendersi conto che non c’è alcuna logica in questo tipo di attacchi.

Lasciando anche da parte il fatto che, banalmente, testi e musiche delle canzoni pop non sono scindibili se non tramite una forzatura, e perciò dimostra ben poco constatare che davvero Dylan a un certo punto canta che gioielli e binocoli pendono dalla testa del mulo senza rovinare (anzi) il più fantastico pezzo rock mai scritto, rimane il fatto che tutto questo gran vociare si fonda essenzialmente su perculate non sorrette da alcunché, se non da astrusi ragionamenti tutti riconducibili a una gigantesca scritta Me piace/Nun me piace, principio in base al quale davvero Nessuno è in grado di opporre Nulla a chi (io) dovesse sostenere che invece i testi di VB, ovviamente intesi come parte integrante di canzoni rock fatte e finite, hanno una buona efficacia impressionista e che di norma (ma conta un’opinione di questo tipo?) funzionano bene nel trasmettere quello che alle mie orecchie giunge, e che è un grande e desolato senso di vuoto che chiunque abbia visto Bologna o la stessa Ferrara in una notte di un giorno feriale non può non comprendere.

Brondi, la Antolini e gli Offlaga Disco Pax evocheno LI MORTI

Che poi citare spezzoni di testi alla cazzo di cane, senza considerare la musica che li accompagna e il tono di voce che li canta e magari immaginarli sopra suoni da carillon, eseguiti da un gruppo di nome – boh – Le Luci dei Pupazzoni Coioncioni, dia un altro effetto al tutto, bè, come si diceva nel ‘400 in questi casi, grazie al cazzo. Prendete una poesia di Rambò, rielaboratela e mettetela in bocca al mestissimo vocalist di un tristo gruppo intellettualista italiano (è successo), ed ecco che liriche immortali si tramutano in un testo sciatto, né bene né male, un po’ pretestuoso e – superando ogni parere personale – in qualsiasi senso non confrontabile con l’originale. E qui anche un Benjamin potrebbe essere evocato con la tavoletta Ouija a dare supporto filosofico e argomentato a quanto sostengo, ma siccome il di lui parere chiuderebbe la partita a mio favore troppo presto, tralascio la seduta e vado avanti fino al novantesimo.

Secondo tempo: per quanto riguarda la monotonia della musica, il discorso è più o meno lo stesso appena fatto circa i testi, ed è giusto il caso di ricordare che la lista della musica che si potrebbe definire “monotona” comprende, per limitarci alla musica popolare, Woody Guthrie o Robert Johnson, o De Andrè se proprio volete o anche Billie Holiday, i Ramones, i Germs, Dock Boggs, i Nirvana, Pink Anderson, Odette, Little Richard, AC/DC, Public Enemy, il teatro delle ombre balinesi, Elvis, i Darkthrone e gli Sputafuego (band nata dalle ceneri dei più vivaci Los Fucos nella quale milito con orgoglio). Il tutto ovviamente e giustamente senza che questo scalfisca in pur minima parte la generalizzata stima di cui questi musicisti godono.

Annientate in un batter d’occhio le famosi “ragioni oggettive”, cosa rimane da considerare se non la peculiarità di VB all’interno della “scena”, peculiarità non riconosciuta eppure involontariamente sottolineata dai suoi detrattori?

Dunque: VB ha “qualcosa di diverso” rispetto agli altri? VB è “migliore” degli altri?

Majorana a Carnevale 2004 con un costume da Benjamin
Le due domande, collegate tra loro, non sono di semplice risposta, avendo il concetto di meglio/peggio riguardo alla musica leggera fin troppe implicazioni e troppi pochi strumenti d’analisi. A parte la maledetta, dannata, infondatissima emozione/percezione personale dell’ascoltatore, forse inevitabile per una musica che, per definizione, “non studia lo spartito” (aberrazioni a parte) e non si rifà a nient’altro che al profondo bisogno di qualcuno di dire qualcosa accompagnandosi con strumenti la maggior parte delle volte scordati. A complicare ancora di più la questione – che non sarà risolta qui né altrove – c’è il fatto che la musica rock è troppo intrinsecamente commerciale (nel senso del suo legame troppo stretto e indissolubile con il pubblico pagante) per essere sereno oggetto di riflessioni di altro tipo – certo i negri Zulù non sono andati al Conservatorio, ma è evidente che la musica fatta da loro, “bella” o “brutta” che sia, può essere più facilmente “oggettivata” secondo altri canoni. In cosa sta perciò la diversità di VB, il suo essere “meglio” o “peggio” se per misurare tutto ciò troviamo errato ricorrere alle proprie, trascurabili percezioni?

L’unica differenza evidente tra lui e il resto della “scena” a noi, cioè a me, sembra essere l’innegabile tendenza della musica di VB a rivolgersi ben al di fuori della ristretta cerchia di partigiani dell’indie-rock italiano resistenti ai fascismi della Musica Commerciale; una tendenza dovuta, peraltro, non alle intenzioni della musica stessa – il noto demo precedente al disco d’esordio è in sostanza identico a quanto venuto dopo –, che a sua volta sembra attrarre piuttosto che cercare il pubblico. Quel che è peggio, VB non sembra neanche avere i tratti della moda tout-court, per cui se è vero che rimane del tutto plausibile che lui e i suoi dischi vengano inghiottiti dal buco nero in cui sta collassando la musica mondiale (grazie Appassionati! Scaricatevi i dischi!! Avanti così!!!), è anche evidente che il riscontro che VB sta ottenendo qui ed ora con serate all’Auditorium e recensioni su Vanity Fair ha qualche chance di trasformarsi per lui nella possibilità di un’onesta carriera nel mondo dello spettacolo – cosa che mai e poi mai e ancora MAI potranno permettersi gli sciocchini e sciocconi che a differenza sua “fanno parte” e perciò vanno bene sempre e comunque, e nessuno fa le pulci ai loro testi anche se i loro testi parlano pretenziosamente di cartoni animati anni ottanta.

L'indy è tornato: gli Amari in copertina su Vanity Fair

Ora, com’è dunque questo famoso nuovo disco, che esce già estenuato e vecchio a causa di tonnellate di parole (anche le ottomila qui sopra, che a ben vedere parlano d’altro), congetture e previsioni che di certo si sono spese nelle ultime settimane? A sorpresa, non si tratta di un disco heavy metal né bluegrass né tantomeno big-band caraibica come da più parti si lasciava intendere, ma in sostanza di un disco cantautoriale nello stile dell’artista che lo ha inciso. Spiazzati da tutto ciò, e consapevoli del fatto che siamo attualmente nella Terra di Nessuno del Giudizio – non è semplicemente possibile ad oggi emettere un giudizio sereno su questo album: they want the blood, e nelle righe che precedono ce ne è abbastanza – , ci asterremo dal notare che VB canta più che in passato, che i temi son quelli, che non c’è effetto sorpresa ma c’è effetto consolidamento, che è musica per adolescenti ah signora avercene di musica per adolescenti così che gli adolescenti oggi ascoltano rihanna bè che gli vuoi dire a rihanna umbrella è un pezzone e lei ha le spalle strette e un’enorme testa, e insomma che i tempi son cupi e la Lazio ha perso pure col Ciesena e siamo di nuovo all’inizio, meno di zero, da capo a dodici (una frase idiomatica che da qualche parte, un tempo, lessi avere qualcosa a che fare col blues).

SENZA VOTO