È morto David Bowie

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La crisi finanziaria, il fondamentalismo, il cambiamento climatico  – ma per chi ha vissuto i suoi anni migliori misurando il tempo sulle date di uscita dei dischi, c’è qualcos’altro che rende quest’epoca ancora più cupa: è la consunzione del rock, ragazzi, è tutto vero, la stiamo vivendo, e non sono più gli angeli caduti che bruciano in una fiammata e non sono, quindi, gli eroi classici: i ragazzi sono invecchiati, e si ammalano e muoiono, è quell’improvviso e brutale accadimento della realtà, che alcuni chiamano morte, che si avvicina pian piano a te – di solito inizia dai nonni  -, e poi diventa in qualche modo familiare, ma fa male in modo ancora sorprendente quando invade il mondo dei sogni. Cosa cazzo suggerisci di essere immortale a fare, se poi muori lo stesso, e lo fai senza lustrini o uscite di scena teatrali, ma con le rughe in faccia, e i capelli bianchi come quei fottuti, asettici ospedali? Quindi fanculo Bowie, era tutto falso, parlavi di morire a venticinque anni, e invece eccoti lì, con Lou Reed, con Lemmy, con tutti gli altri ad aspettare tutti gli altri.

Venerdì scorso David Bowie aveva compiuto 69 anni, ieri è morto. Ha cambiato il rock per sempre, e questo almeno cinque volte. Venerdì scorso ha anche pubblicato il suo ultimo disco, si chiama Blackstar, è il più bello che abbia mai fatto.

PITCHFORKIANA: Clever Square, The Knife, The Thermals, Melvins, Mudhoney, Boris, Cathedral, Timberlake, Bowie.

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THE CLEVER SQUARE – ASK THE ORACLE (Flying Kids) sono amici miei, sia loro che l’etichetta che li ha stampati: in questi casi in molti mettono le mani avanti con discorsi tipo “comunque se il disco non fosse buono lo direi”. Io se il disco non fosse buono non lo direi mai, perché poi li beccherei nei posti, e sono fortunato perché in questo caso non devo né dire né non dire che il disco non è buono, e voi non dovete crederci perché ho messo le mani avanti. A cosa servono gli amici? Che cosa è disposto a farti un amico fraterno, a titolo di favore, che non ti faccia anche un blogger in cambio di un link? Il disco comunque è uno stranio esercizio di scrittura indierock molto classica (Mould, Pollard e cose così) infilata in suoni tra Neutral Milk Hotel, Animal Collective non-macchinosi, Sufjan Stevens e robe simili, è strano ma in qualche modo è vero, nel senso di roba sincera. Dovreste ascoltarlo. 7.2 THE THERMALS – DESPERATE GROUND (Saddle Creek) I Thermals dell’esordio avevano una botta che sembravano poter lavare da soli tutti i peccati dei gruppi garage-pop con l’articolo che andavano di moda quegli anni. Il secondo disco era come il primo ma troppo ben prodotto, dal terzo in poi hanno tentato di diventare dei mammasantissima di quello che allora stava diventando la definizione di indie, pubblicato solo dischetti medio-medi indistinguibili l’uno dall’altro e tutto sommato dispensabilissimi e non so davvero perché mi ostino ad ascoltarli, auto-negandomi persino quell’epifania da svacco artistico costruttivo che mi hanno dato gli Strokes. A dieci anni di distanza, comunque, hanno ancora il coraggio di infilare qualche canzoncina di livello. 5.4 THE MELVINS – EVERYBODY LOVES SAUSAGES (Ipecac) Arriva il giorno in cui su Bastonate anche i Melvins non si beccano un articolo tutto per loro. Il disco nuovo è un cover album infarcito di ospiti fighi tipo Scott Kelly, Tom Hazelmyer e Jello Biafra, ed uscirà il trenta aprile:  l’abbiamo ascoltato illegalmente in anteprima ed è quantomeno MOLTO MOLTO MEGLIO del precedente e (relativamente parlando) scarichissimo Freak Puke, che è un altro modo per invitarli a mollare la formazione Melvins Lite con Trevor Dunn e ritornare scranni e cattivi con la formazione a due batterie. 6.8 MUDHONEY – VANISHING POINT (Sub Pop) Sono dieci anni che sono tornati su Sub Pop e da allora registrano sempre più o meno lo stesso disco contenente canzoni sempre buone ma mai abbastanza da ricordarsi i nomi. E con tutto il bene che è impossibile non volere a Mark Arm, sono dieci anni che ce li stiamo ricomprando a blocchi di quattro o cinque titoli sussurrando ogni qualvolta possibile la band più seminale e sfortunata della storia del rock di Seattle, come un mantra e come se sapessimo davvero cosa significa la parola seminale. Va benissimo, ma il buonissimo e onestissimo Vanishing Point finirà a breve nello stesso posto dello scaffale dei dischi dove stanno prendendo polvere Under a Billion Suns e gli altri dischi anni duemila dei Mudhoney. 5.3 BORIS – PRAPARAT (Daymare) La sorpresa di questo mese/anno/decennio è che i Boris hanno finalmente mollato la loro poetica di riciclaggio situazionista di merda e sono tornati a fare un disco drone metal, vale a dire il genere musicale per cui saranno ricordati, e riuscendo persino a farlo in una chiave di lettura quasi inedita per il gruppo, una cosa abbastanza simile a Flood ma ancora più armonica, non so se mi spiego (immagino di no). Il tutto naturalmente senza insidiare la top 3 del gruppo (Amplifier Worship, Absolutego, Flood nell’ordine esatto) ma incuneandosi tranquillamente al quarto posto con grossi sorrisoni da parte del sottoscritto e in barba a qualsiasi tensione evolutiva di merda che ha donato alla nostra collezione una quindicina di titoli tutti ugualmente orribili ma ognuno in modo diverso dall’altro. Il fatto che il disco sia tirato solo in vinile fa sospettare che in realtà il prossimo titolo a nome Boris sarà l’ennesimo aborto hard rock, ma per quanto mi costa conviene comunque sperare per il meglio. 8.9 di incoraggiamento. THE KNIFE – SHAKING THE HABITUAL (Brille Records) The Knife è un buonissimo gruppo il cui valore artistico è inficiato perlopiù dal fatto che chiunque ne parla dà per scontato che in realtà i The Knife siano il cristo e la madonna che tornano in terra una volta ogni sette anni a fare piazza pulita di tutto il pop di merda che inzacchera le strade allagate della cultura della nostra epoca. Poi ti ascolti i dischi e sono sempre buoni ma non abbastanza da giustificare l’emotività spesa nelle aspettative. Sì è stato un anno di merda per il pop ma vedrai quando arrivano i gli le The Knife. Un altro gruppo con un problema molto simile sono i francesi Phoenix, per dire; quest’anno ce li becchiamo in uscita lo stesso mese, e sarà piuttosto difficile insomma capire se la musica nell’aprile del 2013 sarà salvata più dal nuovo disco dei gli le The Knife o dal nuovo dei Phoenix. Oddio a me i The Knife piacciono molto di più. 6.8 DAVID BOWIE – THE NEXT DAY (Sony) Stesso problema dei The Knife ma lungo trent’anni. 5.3 CATHEDRAL – THE LAST SPIRE (Rise Above) Con tutto quel che gli ho detto dietro nel corso degli anni (continuo a non capire dischi tipo Caravan Beyond Redemption o quel che era, le svolte rock’n’roll sabbathiane millelire da gruppo stoner al secondo demo eccetera), il nuovo disco dei Cathedral è ancora un buonissimo lavoro e/o l’occasione per ricordare a me stesso che per quanto mi riguarda Lee Dorrian è IL CANTANTE METAL, la voce più intensa, quella che mi colpisce sempre dove fa male e che mi fa avere ancora paura. 8.0. JUSTIN TIMBERLAKE – THE 20/20 EXPERIENCE (RCA) Meno bello di quanto vorrebbe essere ma più bello di quanto sono disposto ad ammettere. 6.9