RUINS alone + SABOT @ Spazio SI (Bologna, 25/3/2010)


(foto presa da qui)

Serata nefasta per un concerto, c’è Santoro al Paladozza. Forse anche per questo sono pochi i temerari accorsi a un appuntamento imprescindibile per chiunque ami farsi massacrare i timpani con criterio: d’altronde non capita spesso che i Ruins (beh, metà Ruins per stavolta) passino da queste parti (l’ultima volta mi pare cinque anni fa a Reggio Emilia, se la memoria non falla), e ancora più raramente un’accoppiata così micidiale si legge sui cartelloni. Quando i Sabot attaccano, probabilmente Luttazzi ha appena cominciato a enunciare la sua teoria riguardante la corrispondenza tra quel che passa per la testa dell’elettore medio di Berlusconi e le tre fasi del sesso anale. Il duo statunitense da decenni ricollocatosi in uno squat nella repubblica ceca era già passato da Bologna diversi anni fa per una furiosa esibizione agli albori dell’xm24; molti dei presenti di allora sono di nuovo qui a rendere omaggio a una delle band più pure, integre e fieramente underground di sempre, al cui confronto persino i Fugazi diventerebbero azzimate rockstars. Il loro personalissimo sound, una strana fusione tra l’hardcore evoluto dell’asse Black Flag-Minutemen, noise jazzato e punk primordiale, un amalgama letteralmente indefinibile per il quale è stato coniato il termine bass’n’drums (in effetti, che altro vuoi dire?) e a cui gruppi come godheadSilo o i nostri Zu devono ben più di un po’, rende decisamente meglio in versione live piuttosto che intrappolato nelle restrittive maglie di un CD (ed è forse la ragione per cui la band stessa nel 2006 ha ristampato praticamente l’intera discografia – da tempo introvabile – in un unico cd di mp3 a 192k, come a ribadire l’importanza primaria del materiale eseguito in concerto rispetto al momento dell’incisione in studio). Temprati da innumerevoli performance (questo è il tour del loro ventesimo anniversario), da incalcolabili assi di palchi calpestati, da centinaia di migliaia di kilometri macinati su furgoncini scassati, i Sabot lavorano ai fianchi, con fulminea improvvisazione e impressionante fluidità, una setlist che comprende tanti loro superclassici (per chi li conosce) stravolti, trasfigurati, scorporati e riplasmati l’uno nell’altro senza soluzione di continuità, come ectoplasmi deformi in un quadro di Francis Bacon. È incredibile quanto rumore si possa produrre con soltanto una batteria da quattro soldi e un basso con un solo pedale. Pochissime le pause e notevole la visione d’insieme: il bassista Chris Rankin (50 anni il prossimo 1° maggio, celebrati con una festa di compleanno a cui chiunque vorrebbe partecipare) imbraccia lo strumento con la svagata nonchalance di un pedofilo con l’impermeabile all’uscita di una scuola elementare, mentre l’androgina Hilary Binder – l’unico incrocio possibile tra un androide, Meira Asher e un camionista incazzatissimo in libera uscita – si accanisce sui tamburi come se non ci fosse un domani, tanto che a meno di metà scaletta la canottiera militare da Soldato Jane che indossa è già fradicia di sudore. Musica nata per essere marginale, per risuonare tra le pareti dei centri sociali più fetidi dopo lunghe notti di passione e rabbia. Speriamo che i Sabot possano tenerci compagnia per molti altri anni ancora.


(foto di Offset)

Tatsuya Yoshida ha l’aria di un programmatore di software sull’orlo dell’esaurimento nervoso. Indossa una maglietta arancione più grande di un paio di taglie e pantaloni militari del colore della merda di coccodrillo; si muove con la calma innaturale e la furia trattenuta di un serial killer a riposo che soltanto a costo di sforzi sovrumani riesce a mantenere un contegno. Porta sulle spalle ossute tutto il peso delle deliranti architetture sonore progettate nel corso di una carriera che ha già oltrepassato il quarto di secolo, e ha problemi con la pedaliera e un microfono. Durante il soundcheck si agita e smania e comincio a temere il peggio quando mi rendo conto che userà la stessa cenciosa batteria dei Sabot, e per giunta lo vedo scagliare esasperato una bacchetta sul rullante e andarsene dopo l’ennesimo capriccio della spia che sembra proprio non voler saperne di funzionare. Miracolosamente viene risolto l’inghippo e l’uomo torna sul palco. Si siede dietro le pelli, schiaccia un pedale e… dà inizio a una delle dimostrazioni di violenza e devianza mentale più radicali e agghiaccianti che io abbia avuto modo di testimoniare in tutta la mia vita. Free grind, noise, jazz, polka, opera lirica (…), industrial, prog, math rock, thrash metal e, beh, più o meno qualsiasi altra cosa sia mai stata prodotta da uno strumento qualunque viene triturata passando attraverso quel colossale frullatore umano che è Yoshida, uniche armi braccia gambe la batteria e un Kaoss Pad azionato seguendo criteri manicomiali. Ogni tanto lancia qualche acuto raccapricciante tra una rullata schizofrenica e l’altra ed è tutto lì, il senso di tutto quanto sta proprio in quei terrificanti gorgheggi da castrato strafatto di assenzio che sembrano parlare un’altra lingua, magari la lingua di qualche orribile mostro lovecraftiano che, sommerso nell’abisso più insondabile, da eoni dorme il suo sonno millenario. È roba pericolosa. Roba che risveglia gli istinti più animaleschi e inconfessati. Che istiga a commettere una strage. Va avanti per venticinque minuti, al termine dei quali nessuno oserebbe pretendere di più, e il silenzio arriva quasi come una ricompensa. Un gigante.

DISCONE: Andrew W.K. – 55 Cadillac

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Del personaggio parleremo prestissimo e diffusamente; per ora ci limitiamo a segnalare l’uscita europea di 55 Cadillac, il nuovo album di Andrew W.K., il primo per piano solo. Sfrondando la materia da tutte le inevitabili cazzate di contorno che la accompagnano e che fanno tanto colore (pare che il materiale sia stato registrato durante un’unica session di due ore di pura improvvisazione; W.K., pare, era talmente ammaliato dalla contemplazione della sua automobile – una Cadillac del ’55 per l’appunto – da aver sentito la musica sgorgare da dentro di sé; e via delirando), va detto che il risultato finale è impressionante. Veramente impressionante. Graziato da una resa sonora letteralmente impeccabile, cristallina e potentissima, il programma spazia con disarmante naturalezza e sconvolgente nonchalance attraverso secoli di storia della musica, rievocando senza alcun imbarazzo e con un candore e una scioltezza persino umilianti uomini e momenti topici della vita dello strumento, da Terry Riley e Philip Glass alle “Variazioni Goldberg” suonate da Glenn Gould, dallo strumming di Charlemagne Palestine alle deliranti impalcature per synclavier di Frank Zappa, dal jazz al be-bop al rock da stadio (come nell’ineffabile crescendo della conclusiva Cadillac, che con qualche sovraincisione in più sarebbe potuta diventare qualcosa di molto vicino al concetto di “pezzo più epico di tutti i tempi”), amalgamando tutto quanto in una visione d’insieme straordinariamente personale, impreziosita di tanto in tanto da tocchi di field recordings e rumori ‘trovati’. Un beverone sulla carta indigeribile, improponibile e costantemente a rischio di ridicolo involontario (quando non proprio di puttanata tragicomica); eppure tiene, e tiene bene. Intrattiene e diverte e coinvolge, e non di rado arriva a toccare le corde del cuore; decisamente incredibile, se si tiene conto che i brani sono frutto di pura improvvisazione. Va da sè che, se tali improvvisazioni fossero state dedicate a un tostapane, una caffettiera, una falciatrice, un forcone o un panetto di burro, piuttosto che a una Cadillac del ’55, l’effetto finale sarebbe stato, probabilmente, esattamente lo stesso; meglio dunque non farsi troppe domande sul perché di questo disco e limitarsi ad accettare grati il come.