DISCONE: Kevin Drumm – Imperial Horizon

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Imperial Horizon non inizia: prosegue. Parte che è già cominciato, non si sa quando né tantomeno da quanto, un buco nero in un punto indefinito nell’universo, un tunnel di cui non si conosce l’entrata ma strada facendo si arriva ad avvertire bene l’uscita (verrebbe da dire come la vita ma poi ci accusano di sciacallaggio). Un unico drone con minime ma ben percettibili variazioni tonali spalmate nel corso di un’ora e cinque minuti, Just lay down and forget il titolo, praticamente una dichiarazione d’intenti – in italiano sarebbe più o meno “limitatevi a sdraiarvi e lasciate perdere” – plateale sfottò rivolto a chiunque si senta particolarmente edotto e visionario di fronte a prove del genere. Perché questo è il classico disco funzionalissimo per costuirci sopra interminabili tragicomici pompini pseudofilosofici wannabeghezziani sul senso del tempo e dell’esistenza, proprio per il fatto che ognuno può vederci dentro esattamente quello che vuole; più interessante piuttosto rivelare la bellezza e la bontà del suono qui prodotto, e come miracolosamente riesca a mantenere vivo l’interesse e intatta la curiosità di vedere cosa c’è dopo nonostante non accada praticamente niente e l’intera composizione sia fatta – letteralmente – di nulla, o quasi. E non c’è traccia di arida speculazione intellettualoide né tantomeno di cinica presa per il culo dell’ascoltatore, tutt’altro; c’è più cuore qui che in legioni di stronzi con la chitarra al collo (o col sequencer tra le mani, non fa alcuna differenza). Ad oggi disco drone dell’anno e tra i migliori in assoluto nella sterminata, diversificata e metallante discografia dell’uomo.