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DSICHI – Calcutta, “Mainstream”

MAINSTREAM 02*Disclaimer: DSICHI è uguale a LIRBI nel senso che è una rubrica che parla di dischi come lirbi parlava di libri però c’è un errore di battitura nel titolo perché per me è divertente. La rubrica avrà cadenza settimanale nel senso che ne faccio un paio, poi una tra quattro mesi e poi mai più. Il problema è che i lirbi toccava leggerli o perlomeno far finta   – e poi, quelli si pagano!

Dopo TZN, Latina ha un altro figlio pop. Non sapevo niente di questo Calcutta finché l’evidenza del reale, cioè il mainstream stesso (che per sua natura arriva troppo tardi: eccomi, d’un tratto, dalla parte dei più, quelli che le cose le sanno solo a un certo punto), non me lo ha sbattuto in faccia. Arrivo perciò a conoscere questo cantautore indipendente e dal sound stortignaccolo proprio quando il consenso a suo favore è unanime – il che un tempo mi avrebbe disturbato (ho avuto 20 anni anch’io), ma oggi non più, e quindi mi commuovo o addirittura piango come un coione ascoltando Frosinone mentre porto il cane. Il disco è sincero e commovente, è pop che funziona perché è di quel tipo che ti mette il magone e ti fa sentire acuto rimpianto per cose di cui, nel mondo in cui non conoscevi ancora questa musica, non ti sarebbe importato nulla. Lo stesso succedeva per esempio con cose come il primo Brondi (che struggimento la provincia ferrarese nel 2002), gli Offlaga Disco Pax o persino il Celentano anni ’60 – non succede invece, per esempio, con il grande pop da classifica tipo lo stesso TZN, che adoro, ma che è spettacolo e commozione fatta e finita in sé – attenti, non citatemi, questa frase che ho appena scritto è insensata – o con il rock alternativo che invece si prende molto sul serio e perciò neutralizza la sua stessa emotività. Tornando a Calcutta, dicevo tutto ok per me, nulla osta se non il fatto che questo tipo di cantautorato minore – dico minore nel senso dell’estetica e delle intenzioni, non è un giudizio -, che ha momenti poetici a volte davvero significativi, tipo la lettura perfetta della pariolinità adolescente data dai Cani nella loro celebre hit o quei pezzi di Truppi in cui lui riesce a scrollarsi di dosso il fatto che in realtà di musica ne sa e perciò arriva dritto e sincero, il problema, dicevo, sta in chi prende canzoni come queste e le rende parte emersa e simbolo di uno splendido mondo culturale italiano sotterraneo, peraltro inesistente; di chi vende a sé stesso e poi a Repubblica e ai suoi lettori l’idea che in Italia ci siano questi cantautori, questi scrittori o registi sempre comunque un po’ neorealisti e pasoliniani che capiscono qualcosa del Paese, che stanno un passo avanti, e i consumatori culturali stiano in guardia, siano avvisati, comprino biglietti per l’Auditorium; in chi, in sostanza, dà a questa musica responsabilità che non ha e spinge perciò gli stessi Cani a fare un secondo disco in cui sono frenati dal loro stesso voler fare i Cani. Poi, ciò detto, tutto bene se dei ragazzi di talento grazie a tutto questo si costruiscono una carriera, sono tutti simpatici e voglio loro del gran bene  – però la musica è degli ascoltatori, e queste considerazioni relativizzanti e ovvie alla fine a me non interessano come forse a voi non interessa tutto quello che c’è scritto prima. (7) comunque.