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Francobeat – Radici (Brutture Moderne)

La chiusura dei manicomi in Italia per effetto della legge Basaglia fu un grave errore; sarebbe stato molto meglio aprirli al pubblico come scuole di vita.
(Valerio zecchini)

Francobeat non è Sparklehorse ma il disco ha comunque un suo senso, che va ben oltre l’exploitation o il saggio di fine anno di “Titicut Follies” (o entrambe le cose). fanciullesco, sghembo, laterale. qualcosa di molto simile ai dischi dei Kids of Widney High (per quel che mi riguarda, il precedente verso cui l’associazione mentale scatta spontanea – il primo disco è uscito su Ipecac quando compravo/ascoltavo a prescindere qualsiasi cosa buttasse fuori) ma più obliquo, meno conciliante. stessa metodologia di lavoro, stesso inevitabile senso di spaesamento innescato, stesso sguardo compassionevole senza pietismi, stesso quadro disperatamente umano che restituisce. La vera guerra non si fa con le armi, si fa con il cuore, per questo i ragazzi sono sempre in trincea.

Edda

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Ray Banhoff – writeandrollsociety.com

Ogni disco di Edda lo ascolto una volta sola, dall’inizio alla fine in un’unica tirata, poi non lo riprendo più. Si incastra da qualche parte nell’ipotalamo, in un punto imprecisato tra il sonno e la termoregolazione, e lì resta. Quell’unico ascolto me lo faccio bastare per il resto della vita. Un’eredità impegnativa: il ricordo di una parola, una frase, il modo in cui la dice e l’intonazione con cui viene detta, torna fuori a tormentarmi nei momenti più impensabili, come se mi fosse appena esploso in faccia, ogni volta la prima volta; non smette di sgretolarmi, di disorientarmi riattivando sinapsi di cui il più delle volte nemmeno sospettavo l’esistenza, non ha mai smesso, mai smetterà. Un grimaldello lanciato nei buchi neri più insondabili della memoria, dove ristagnano incubi incancellabili, derive impegnative (spesso ingestibili) e pessime vibrazioni in genere. La potenza di fuoco inalterata – sempre nell’ordine di trilioni di megatoni o giù di lì. I Ritmo Tribale li ascoltavo da ragazzino, senza particolare trasporto; esistevano, questo è quanto. Ricordo Mantra, i passaggi su Videomusic tra tanta altra roba italiana con le chitarre distorte, una cover di Standing in the rain che lasciava il tempo esattamente come l’aveva trovato, Psycorsonica tra i dischi dell’anno nelle playlist individuali dei collaboratori di Metal Shock (Alessandro Verdelli, chissà che fine ha fatto), poi spariti dal tracciato e via. Non mi aveva detto molto Semper Biot, nato e sviluppatosi sulla scorta di premesse a me fondamentalmente aliene, onde che non ho mai attraversato se non di striscio, da osservatore, con stupore analfabeta e occhi ingenui di bimbo: storie abissalmente distanti, mai vissute, un precipitato verso cui sarebbe stato profondamente ingiusto, perfino disonesto, per me sviluppare empatia. Odio I Vivi in compenso mi ha disintegrato. Annientato. In un periodo della mia vita in cui letteralmente non sapevo se né in quali condizioni sarei arrivato a vedere sorgere il sole il mattino dopo, probabilmente lo spigolo più acuminato contro cui andare a sbattere. Le rivelazioni le trova chi le vuole trovare, la predisposizione è necessaria, molto più e molto prima della rivelazione in quanto tale: in questo senso, Odio I Vivi è stato per me l’incontro più lacerante nel momento più sbagliato. Tutto, ogni giro di chitarra, ogni lamento, ogni piega della voce, fino alla più disastrata delle inflessioni, mi urlava in faccia la stessa cosa: memento mori.
L’abisso non era mai stato così vicino.
Per mesi non ho ascoltato altro, intendo letteralmente nient’altro. Il che significa, nella pratica, niente musica. Bastava il ricordo, cristallizzato e immutabile; era più che abbastanza, lo è ancora. Non credo ne riascolterò mai più una singola nota. Solo ripensarci mette a fuoco e amplifica particolari di ricordi ancora troppo freschi, sempre troppo vicini. Giorni che piuttosto che rivivere da capo mi sparerei in gola all’istante, che rievocare è puro masochismo, del tutto inutile peraltro: sono parte di me, nessun bisogno di promemoria, accompagnano ogni istante della mia vita da sveglio (e pure nel sonno, se ricordassi ancora quello che sogno – non succede più da anni, il che francamente è un sollievo e una gran gioia). Forse se avessi ascoltato un disco di Bing Crosby al suo posto mi avrebbe preso uguale, forse avevo semplicemente bisogno di essere salvato (o affossato, da chi o cosa stessa differenza) in un momento in cui mai altrettanto prima mi era necessario aggrapparmi a qualcosa, e invece che sul fondo di troppi bicchieri la verità la cercavo tra le pagine di un libro o tra le righe di un testo. Quale che fosse la meccanica, ha funzionato; il processo, irreversibile.

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Ray Banhoff – writeandrollsociety.com

Ogni vero dolore viene scritto su lastre di una sostanza misteriosa al paragone della quale il granito è burro. E non basta una eternità per cancellarlo. Fra miliardi di secoli, la sofferenza e la solitudine di mia mamma, provocate da me, esisteranno ancora. Ed io non posso rimediare. Espiare soltanto.
(Dino Buzzati, I due autisti)

Ha vinto già dal titolo Stavolta come mi ammazzerai?, hands down. Deflagra fin dalle prime parole: Tutte le volte che vedo mio padre esco di casa con la voglia di ammazzare/ e un giorno voglio anche essere Dio, tanto per mettere in chiaro l’aria che tira. Mai come ora verrebbe da dare retta a Henry Rollins: non farlo tutto in una volta, l’esplosione potrebbe fermare il traffico. E invece, in qualche modo. Il resto, tutto il resto, è sulla stessa lunghezza d’onda, lo stesso livello di intensità ben oltre l’umano, lui pansessuale come manco Genesis P. Non cambia la sostanza, né la portata della cosa, né gli effetti sul lungo periodo. Un altro viaggio al termine della notte, un altro giro nel subconscio che porta lacerazioni insanabili, un punteruolo a slabbrare altri punti nevralgici: dal generale (i vivi) al particolare (il nucleo famigliare). Penso che se una persona veramente ama, allora non fa figli, non condanna altri alla stessa pena se solo ha un minimo di decenza. Mi viene quasi da dire meglio chi ti dà la morte, di sicuro è più misericordioso di chi ti mette al mondo. E sono altre bombe in faccia per chi le sa captare; uscirne con la coscienza pulita e i nervi intatti, ben altro affare. Raccogliere i pezzi a questo punto non è più un’opzione: diventa una priorità.

una per Morrissey che mi ha rovinato la vita

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Mi ha comprato con Everyday is like sunday Morrissey, molto prima che con gli Smiths, per la vita. Non ricordo per quale motivo avessi deciso di comprare il forato di Viva Hate, incombente e anodino tra il Julian Cope più rivenduto in assoluto (My Nation Underground, manco a dire) e un vinile Sarah a caso (non ricordo ora, potevano essere i Secret Shine come qualsiasi altro disco con copertina viola), senza conoscere minimamente l’autore, a parte una foto intravista di straforo su un vecchio numero di Deejay Show tra altre foto formato gigante, Afrika Bambaataa, gli INXS (questo il contesto); il prezzo basso, forse. Magari il caldo estivo, una morsa di torpore e umidità senza costrutto che attanaglia ogni cosa sopra l’asfalto per tre mesi all’anno ad andar bene, uno stato della mente che commercianti, studenti e occasionali turisti (per non dire degli autoctoni senza seconde case altrove) conoscono a menadito; probabilmente lo stesso caldo irragionevole che spinse Meursault a uccidere un arabo random. Quel che non potevo sapere: le ripercussioni, dentro di me, sarebbero state altrettanto irrimediabili, di diverse lunghezze più devastanti.

I primi due pezzi mi sono scivolati addosso, strani bozzetti appena accennati, idee allo stadio larvale di qualcosa che è già cominciato da qualche parte, cacofonico l’uno (Alsatian cousin), troppo breve e criptico l’altro (Little man, what now?); disorientamento, vago fastidio, immediatamente dimenticati. Nell’istante in cui la puntina ha attraversato i solchi del terzo in compenso, all’altezza del ritornello, ho capito di essere fottuto. Transfert attivato, indietro non si torna. Trovarmi di lì a qualche giorno in una situazione speculare al millimetro a quella descritta, che mai ero riuscito a rendere a parole, neppure a me stesso, gli stessi sentimenti a bruciare nelle vene come gasolio sopra un cerino acceso, non ha aiutato. Nascosto nel lungomare scarabocchio su una cartolina: “Quanto vorrei non essere qui”. Nella città balneare che hanno dimenticato di bombardare – vieni, vieni, bomba nucleare.
Merda, mi ci identificavo.
E il ritornello, anche: ogni giorno è come domenica, perché ogni giorno è silenzioso e grigio.
C’ero dentro. Fin sopra le scarpe.
Un incontro peggiore, forse soltanto Faust con Mefistofele.
Poi la seconda rivelazione: Late night, Maudlin street. Il punto di non ritorno. Come nell’istante in cui deflagra l’assoluta certezza di avere incontrato uno spirito affine: può andare come può finire a sfregi, l’essenziale è che non lo saprai mai prima di aver gettato il cuore oltre l’ostacolo, e da quel momento in poi comunque vada sei inerme. In ogni caso. Difese giù, fate di me ciò che volete (non so perché stia usando il plurale ora, rivolto a chi poi; decenni di pessima critica e pessima letteratura la risposta più sensata). Da allora, per molti anni, ogni parola portasse la firma di Morrissey, e intendo letteralmente ogni parola, è stata per me giusta, vera e santa a prescindere. Non esiste suo pezzo dentro il quale non sia morto male innumerevoli volte, ascolto dopo stramaledetto ascolto. Potrei elencare l’intero repertorio, a parte giusto qualche pezzo da Kill Uncle francamente troppo brutto per essere vero; il resto, in blocco, peggio dell’eroina. Voglio dire, letteralmente. Stessa dissipazione, stessa dipendenza, stessa rota. L’incantesimo si è finalmente spezzato con You Are The Quarry: troppi anni dal precedente Maladjusted (che già arrancava), qualcosa nell’ingranaggio si era spezzato, la macchina non era più a regime; oppure nel frattempo ero cambiato io. Si impara, prima o poi.

Non mi ha migliorato la vita Morrissey, anzi, direi piuttosto il contrario; me l’ha rovinata in maniera irrimediabile, irreversibile. Se oggi sono la persona che sono è anche per via delle sue parole, intercettate quando ero totalmente, drammaticamente vulnerabile, del tutto privo di qualsiasi strumento concettuale, scudo o sovrastruttura per saperle contrastare. Mi hanno reso un remissivo, semiautistico bastardo nel pieno degli anni formativi, autorizzandomi ad assecondare i lati più deteriori della mia personalità frantumata, abbracciarli fino all’ultimo senza riserve, nel momento in cui tutto ciò di cui avrei avuto davvero bisogno era roba dritta, ottusa, intollerante, da raddrizzare la schiena al più problematico dei bulletti di periferia, inchiodarlo all’angolo e farlo scappare piangendo. Tipo che so, gli Agnostic Front (scoperti comunque troppo tardi). Ma pure Rollins (altra epifania, sempre troppo tardi; in età prescolare ci voleva), che manco provava ad ammantare di bieco romanticismo intossicante il sentirsi danneggiato; te lo rinfacciava contro, centuplicato, ed era esattamente quel che mi sarebbe servito: scoprirmi danneggiato, e basta. Da lì le necessarie contromisure; mai la resa incondizionata prima ancora di cominciare. E invece Morrissey, con la sua voce querula e riverberata, da ectoplasma che sta per morire di noia, a dirmi cose che già sapevo benissimo; a innescare, ben prima che potessi rendermene conto, l’identificazione peregrina, insensata e letale (lui attore, io cavia; lui qualcuno, io nessuno), certificando come cosa buona e giusta ristagnare nel letame; archiviare ex ante come fallimento certo qualsiasi tentativo di contatto umano (nello specifico, How soon is now? Su di me, più danni dell’AIDS), la certezza matematica di incontrare solo merda sulla strada, e allora perché provare (altra storia, I am a rock di Paul Simon. Altri livelli. Valutazioni massimaliste richiedono esperienza per avere un senso, tanta esperienza; un passaggio che Morrissey, in malafede o meno, radicalmente bypassava. Ma cosa potevo saperne ai tempi). Gli Smiths poi, come passare dalla padella alla brace. Panic il primo contatto; per usare le parole di uno che, a saperlo, verrebbe a cercarmi per uccidermi a sprangate: And I tell you things that you already know, so you can say: ‘I really identify with you, so much!‘. Non stavo a Londra, né a Dublino o Dundee, ugualmente questo era lo stato mentale. Volevo davvero impiccare il dj perché le canzoni che passava non mi dicevano niente a proposito della mia vita. Chi non l’avrebbe voluto? Chi avrebbe scientemente ammesso di essere banale, uno tra i tanti, senza pensieri o problemi unici ed esclusivi (spesso percepiti come irrisolvibili)? E la spirale continuava ad avvitarsi, ogni pezzo un lasciapassare per coltivare e incentivare introversione e autismo, riconosciuto e legittimato come pratica sana, necessaria per elevarsi dalla massa. Motivazionale al contrario: la certezza che languire nell’inespresso e nell’incomunicabilità fosse alla fine cosa buona. Fosse cosa giusta. Fascismo puro, e della peggior specie. Fascismo autoindotto.

Impossibile quantificare il danno sulla lunga distanza. Più facile isolare i chiodi più acuminati nella bara: The World Won’t Listen (oppure Louder Than Bombs, le differenze in scaletta sono infinitesimali) – sempre stati un gruppo da singolo gli Smiths – quasi tutto The Queen Is Dead, in coda il resto, tutto il resto, fino alla più dimenticata delle B-side, alla più urticante delle Peel Sessions (in cui Morrissey spesso ulula peggio di un furetto scuoiato vivo. Autentico masochismo. Ma al cuore non si comanda, giusto?). Nessuna scusa: cercavo un alibi per sottrarmi a questo casino infernale, eccolo servito su un piatto d’argento. A small victory: non ero solo. Senza domanda, inutile ci fosse offerta; gli Smiths tengono banco tuttora.
Mi ci sono voluti anni per uscire dal loop; i segni ancora li porto addosso, fino all’ultimo. Gli errori, una volta commessi, non si possono cancellare, e ciò che è passato non può essere cambiato; va solo accettato. Sa essere la sfida più impegnativa.

Ho visto Morrissey dal vivo tre volte. La prima a Firenze nel 1999, tour di Maladjusted; c’ero dentro, Cristo sulla croce mi avrebbe colpito di meno. Locale pieno solo a metà, lui già sfatto rispetto agli anni belli: chili di troppo, sguardo incattivito, consapevole di stare percorrendo l’arco di discesa, a suo modo eroico. Il gruppo un bulldozer, pezzi tiratissimi, sudore a secchiate; ripescaggi degli Smiths in quantità, per nulla scontati (London). Emozione da prima volta, ero pure stato a Firenze per la prima volta, in gita con la scuola, soltanto pochi giorni prima. Devo avere pianto abbracciando i miei amici e gente a caso, fratellanza con estranei come manco a un concerto dei Manowar. Ero convinto di stare dalla parte giusta della barricata. Un rito di passaggio, da cosa e soprattutto verso cosa non mi è chiaro tuttora. La seconda nel 2004 in uno dei peggiori festival nella storia dell’umanità (suonava dopo i The Rasmus, prima dei Muse, questo per dire il livello); drappelli di fan dei Muse alzavano cori irrispettosi, lui l’ha presa con stile (“Oh, we like Muse too”). Ne stavo uscendo, me la sono voluta comunque raccontare. Poi ha annullato senza motivo due date a Rimini, a meno di ventiquattro ore dall’inizio della prima; nessuna meraviglia, tra le sue bizze forse la più detestabile, ma quella volta ero già lì, avevo comprato il biglietto per entrambe rinunciando a cose tipo Philip Glass gratis a dieci minuti a piedi da casa. Non è piacevole sentirsi fregati, non lo è mai, ma senza una ragione, così a sfregio, è veramente il peggio. Da allora ho detto mai più. Col cazzo.

Questa è la terza. Mi sento più vecchio perché sono più vecchio, alla base una vaga e imprecisata idea di scendere definitivamente a patti con traiettorie di vita imboccate da mo’ e storie già successe, spesso veicolate dalle parole in questione. C’è la storia del cancro, per alcuni un valore aggiunto alla performance, il che dice almeno un paio di cose sulla miseria umana. Lui è lo stesso di sempre: un entertainer atemporale, asessuato (fin dalla semantica: Morrissey, non determina niente, potrebbe determinare chiunque), imprigionato in questo mondo e in questo corpo per qualche strana congiuntura astrale, Ziggy Stardust ma sul serio, senza mascheroni farseschi a ilustrare ai ciechi, l’ambiguità una faccenda ben più sottile, carnale, pregnante (Speedway il manifesto, sempre in repertorio), il sarcasmo la sola arma per contrastare l’entropia (anche stasera ne sparerà a bruciapelo almeno un paio da far impallidire Lenny Bruce).
Apre con The queen is dead e mi rendo conto all’istante che resistere è più che inutile: non ha alcun senso. Quando parte a tradimento (mi ero scordato di quel passaggio) life is very long, when you’re lonely mi esplode in faccia la consapevolezza che tutto è rimasto uguale, esattamente uguale: sanguino ancora dove devo sanguinare, quel che mi metteva in ginocchio quando ero un ragazzino mi mette in ginocchio ora, frasi che erano coltellate nella carne restano coltellate, and so on and so on. Nulla è cambiato.
I pezzi nuovi non mi dicono niente della mia vita, assolutamente niente, ma quelli vecchi sono sale grosso cosparso a piene mani su ferite ancora spalancate: devono dilaniarmi e mi dilaniano, come ieri, oggi e certamente dopodomani. How soon is now? è ancora il pezzo dentro il quale morirei all’istante, nonostante ora sia una persona diversa: più le cose cambiano più restano le stesse. Risveglia ancora i ricordi più brutti della mia vita, che sono sempre lì, mi guardano e aspettano. Altri pezzi nuovi, tempo che deve passare, e passa; video Jacopetti style su Meat is murder per destabilizzare le anime belle, poi i bis. Asleep, come sopra, tagliarsi le vene in verticale non è più un’opzione. L’ultimo pezzo in scaletta è Everyday is like sunday e questa cosa ha un senso profondo per me, a volercelo trovare: un ciclo che si conclude, un altro conto chiuso, e si ricomincia. Fino alla prossima.

QUESTA NON È UN’ESERCITAZIONE

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Ho scoperto i Disciplinatha con Un Mondo Nuovo. Al negozio che noleggiava CD in via del Borgo la scelta negli ‘ultimi arrivi’ era tra quello e La Diserzione Degli Animali Del Circo degli Yo Yo Mundi, che a posteriori è come dire che la scelta del nome per la patente falsa era tra Mohammed e McLovin. I termini della questione erano gli stessi: separare il grano dalla crusca. Infatti gli Yo Yo Mundi non li ho cagati, né allora né mai. Anche se è uscito vent’anni fa (non ricordo il giorno né il mese), non è il disco più bello di sempre; è comunque un gran disco, migliore della maggior parte delle uscite del periodo, pieno di parole che infiammano il cervello e lo portano a ragionare (come o su cosa è secondario; quel che conta è riattivare il muscolo atrofizzato), un’immagine di copertina rubata agli opuscoli manicomiali dei testimoni di Geova (poi ritirata e modificata) e la cover di Up patriots to arms che rimane il loro più grande successo (la suonarono pure a un concerto del primo maggio, gremito as usual, con Lindo e Battiato assieme sul palco), ma la funzione primaria che ha rivestito in me è stata, per così dire, di identificazione e riconoscimento: ora sapevo che esisteva un gruppo chiamato Disciplinatha, che spaccava tanti culi, da lì in poi stava sulle mappe. Non molto più tardi sono entrato in contatto con Abbiamo Pazientato 40 Anni. Ora Basta! e Crisi Di Valori (entrambi occupavano il lato A di una cassetta registratami da un amico più grande particolarmente illuminato; non ricordo cosa stesse sul lato B, fosse pure una compilation di rutti e scoregge, stessa differenza. Ero annichilito). È stato allora che la mia testa è esplosa. La storia è la stessa di altre rivelazioni: mai sentito prima roba del genere, mai più ne avrei trovato l’eguale. Nessun punto di riferimento conosciuto al quale appigliarmi, niente. Solo luce accecante e febbre come manco a Calcutta nei giorni aggressivi, improvvisamente benzina al posto del sangue nelle vene, bruciare di vita come la capocchia di un fiammifero quando frizionata a dovere. L’anno prima avevo ascoltato Psalm 69 dei Ministry, mi aveva mandato fuori di testa ma ora era merda al confronto. Fuori tempo massimo, oltretutto: questa roba era uscita nel 1988 e suonava diversi megatoni più feroce, fuori asse, minacciosa, destabilizzante. Non era metal, non era hardcore, non era industrial, non era noise; era qualcos’altro. Ostile, irraggiungibile, infinitamente più cattivo, e faceva più rumore. Meraviglioso. All’apparato iconografico sono arrivato poi. Altre bombe nel cervello, pari almeno alla musica: la busta interna di Abbiamo Pazientato 40 Anni. Ora Basta! era un delirante collage di citazioni, Saint-Just, slogan dell’Autonomia, Sylva Koscina (“Sarei felice di avere un figlio nell’arma dei carabinieri”), marchi infilati a sfregio, del tutto a tradimento (Enrico Coveri, Fiorucci), la lista dei ringraziamenti (anzi, del rispetto dovuto a) comprendeva tra gli altri Francesca Mambro, i Public Enemy (incluso il loro “servizio di sicurezza” S1W), gli SPK, Snake Plisskin (scritto proprio così: Plisskin), Peter Sotos e Lucio Battisti. Come ampiamente prevedibile, nessuno aveva capito un cazzo all’epoca: certi riferimenti, certe allusioni, dal momento in cui le tiri fuori, comunque poi le paghi per la vita. Il dito e la luna, sempre la stessa merda. Ci avrebbero pensato Lindo e Zamboni a redimerli agli occhi del pubblico del rock indipendente italiano (che becero era e becero resta, ma cacciava soldi per dischi e concerti, per mantenere in vita questa cosa, e senza domanda non ha senso ci sia offerta), fornendo loro una nuova verginità artistica e una credibilità underground via necessaria ripulita dai ganci “scomodi”. ‘Distruggere il mostro dall’interno‘ è una cazzata che giusto a Lars Ulrich poteva venire in mente: se vuoi andare avanti tocca che ti conformi alle regole del gioco, altrimenti verrai emarginato, isolato, fine pena mai. Adeguamento, altrimenti alle feste dell’unità col cazzo che ci vai (se non come spettatore). Mezzi per un fine, come dicevano i Joy Division.

[“Non siamo di destra, anzi, siamo buoni”.
Questa frase, quasi nascosta nel retro di Crisi Di Valori, rimbalza a potenza di fuoco centuplicata tutta l’odiosa, ripugnante ipocrisia e il profondissimo fascismo insiti nel pensiero unico. L’incontestabile arbitrarietà nella suddivisione manichea tra “buoni” e “cattivi”, tra “giusto” e “sbagliato”, operata dogmaticamente, in tempi troppo lontani per poter risalire ai veri colpevoli, seguendo criteri imperscrutabili, peraltro confondendo clamorosamente i bersagli (in malafede o meno che importanza ha, sono i risultati che parlano), identificando come tali le persone sbagliate: falsi ideologici le cui devastanti conseguenze stiamo pagando con gli interessi e pagheremo, e con noi generazioni incolpevoli se non del fatto di essere venute al mondo. Che i Disciplinatha fossero avanti di quei trenta/quarant’anni o la loro fosse una semplice reazione uguale e contraria al pensiero unico di cui sopra, stessa differenza: comunque, avevano visto lungo e avevano visto giusto.]

Avevo comprato una maglietta dei Disciplinatha veramente orrenda, ma proprio disgustosa. Ce l’ho ancora, mezza sbrindellata, ogni tanto la metto. È un pugno in entrambi gli occhi veramente potente, una via di mezzo tra la copertina di un tascabile di William Gibson e i lavori grafici più semplicistici e scrausi dei primi anni novanta: font improbabili, colori fastidiosi, immagine che si gonfia al centro tipo pallone aerostatico, una vera merda. Però a quella maglietta sono legato come a pochissime altre (allo stesso livello, per motivi diversi, forse solamente quella della Rollins Band con scritto “part animal part machine” all’altezza del cuore), perché mi ricorda uno dei periodi più belli della musica italiana nella sua globalità, forse l’unico che abbia vissuto in presa diretta e possa dire di ricordare con piacere, perfino con orgoglio. History in the making: da una parte l’hip hop, dall’altra un diluvio di gruppi con gli strumenti collegati a un amplificatore che rifiutavano sul nascere qualsiasi forma di appartenenza, di catalogazione, per evitare sul nascere di finire incasellati dentro qualcosa di specifico e predefinito. Chitarre distorte (quando c’erano, non sempre) e via andare, il più delle volte spingersi in territori sconosciuti, inesplorati prima di allora, con esiti incerti, l’importante era gettare il cuore oltre l’ostacolo. Esisteva un mercato, cose del genere potevano ancora succedere. Il CPI avrà avuto difetti ma certo non mancava di coraggio nell’abbracciare fino in fondo, fino alla fine, scelte imprenditoriali spesso suicide a voler essere ottimisti. Non ha mai compiaciuto nessuno, fosse anche solo per questo merita rispetto. E poi, quando infilava il disco, quali meraviglie: Acid Folk Alleanza, EstAsia, Wolfango, Il Grande Omi, la colonna sonora di Tutti giù per terra (che per come era assemblata era una cosa viva, problematica, pulsante, molto più e molto meglio del film stesso), roba che il cervello te lo scardinava, a volte lo mandava in frantumi altre lo incrinava soltanto, comunque non lasciava mai il tempo come l’aveva trovato. Mi arrivava per posta Il Maciste, bollettino informativo dell’etichetta, delirante e scalcinato ma la passione era contagiosa, autentica, lo avrebbe capito un cieco. Non ricordo perché sia finita. Soldi, probabilmente. Gente così non ne esiste più, hanno buttato via lo stampino.

C’ero all’ultimo concerto dei Disciplinatha (nel 1997; la reunion, una tantum o meno, per me non esiste). Ne porto ancora i segni addosso. Un tifone avrebbe provocato meno ferite a livello psichico. New dawn fades (tra le pochissime cover dei Joy Division ad avere un senso, forse solo Transmission rifatta dai Nomeansno e davvero poco altro), Un Mondo Nuovo eseguito praticamente dall’inizio alla fine, poi la roba vecchia, Leopoli, “questa è davvero l’ultima” e parte naturalmente Addis Abeba, un nodo in gola che ancora oggi non riesco a sciogliere, sotto al palco l’equivalente di un’inondazione di carne, ossa e sangue che non accenna a placarsi, fino a quando l’ultima nota si dissolve ed è fin troppo brutale la consapevolezza che questa è la fine di qualcosa. L’intensità a tratti insopportabile del rilascio emotivo di quella sera mi impedisce ancora oggi di analizzare con lucidità quel che è successo, qualcosa che sono grato di avere attraversato, anche solo di striscio. Renderlo a parole un compito nemmeno ingrato, semplicemente impossibile. Forse se avessi visto un concerto in cui i membri della band al completo alla fine si fossero sparati in bocca potrei dire di avere qualche termine di paragone, ma questo non è successo (ancora).

Una lezione di etica. Da lì ho imparato, ma imparato davvero, che ogni cosa che inizia ha una fine, nella musica come in qualsiasi altro aspetto dell’esistenza, e quando arriva il momento di chiudere è finita e stop. Prima di loro, allo stesso livello, soltanto Sandy Marton a mia memoria: mollare il colpo senza ripensamenti quando ancora la libertà di movimento lo permette e di energie da spendere ce ne sarebbero pure, avvertire che la fine di un ciclo è arrivata e assecondare il flusso, rendere il podio per evitare sul nascere che si trasformi in una cosa grottesca, un teatrino. Fedeli a una linea che probabilmente sta soltanto dentro alla propria testa, l’essenziale è voltarsi indietro mai. Poi Sandy Marton è tornato a fare il pagliaccio in giro, vecchio, bolso, lo stesso repertorio di trent’anni fa; l’ho anche visto, con questi occhi, esibirsi nel parcheggio di un centro commerciale assieme ad altri residuati bellici. Gazebo, i Righeira. Lezione anche questa. Anche i Disciplinatha sono alla fine tornati, preferisco ignorare questo particolare.


Non sei tenuto a venerare la tua famiglia, non sei tenuto a venerare il tuo paese, non sei tenuto a venerare il posto dove vivi, ma devi sapere che li hai, devi sapere che sei parte di loro
.
(Philip Roth – La Macchia Umana)

Parte dei Disciplinatha viene da Bentivoglio, ma è stato Bologna il loro quartier generale. Bologna, il posto dove sono nato e cresciuto. Ho amato la mia città in maniera incondizionata, totale, spesso disperatamente; un amore rimasto invariato da quando ho memoria, di un’intensità che non so spiegare, abbracciandone i lati positivi e comprendendo, a volte sopportando, quelli negativi, comunque riconoscendoli e accettandoli dal primo all’ultimo, fino al più deleterio, impegnativo e mortificante, fino alla più malsana e deviata delle dinamiche sociali, fino al più infinitesimale degli infiniti coacervi di contraddizioni, fino alla consunzione e oltre. In questo senso, Questa non è un’esercitazione fa male. Fa sanguinare il cuore, dalla prima all’ultima inquadratura. È come ritrovare in qualcun altro quello stesso amore, incondizionato e totale, che non credo sarò mai in grado di descrivere pienamente. Gli anni passano ma il sentimento è lo stesso, resta uguale, anzi, più il tempo continua a scorrere più il senso di appartenenza si cementifica in me. Qualcosa che travalica l’attaccamento alla zolla e ha zero a che vedere con politica o religione o qualsiasi altro tipo di fede dogmatica. Ci sono tante riflessioni in Questa non è un’esercitazione, tutte che valgano la pena di essere ascoltate, e tante immagini, tutte che valgano la pena di essere viste. Di una cosa sono assolutamente certo: non sarebbero potuti esistere altrove i Disciplinatha.

 

DISCONE: Alan Vega & Marc Hurtado – Sniper (Le Son du Marquis)

 
Le collaborazioni di Alan Vega non è che differiscano poi tanto dai suoi dischi solisti o in coppia con Martin Rev: qualcuno gli fa le basi (in senso musicale), possibilmente sferraglianti, ripetitive, alienanti, cibernetiche e acuminate, e lui ci delira sopra cose a caso esattamente come ha sempre fatto in tutta la sua vita. È il flow a fare la differenza: non esiste voce umana al mondo capace di competere con Alan Vega e i suoi streams of consciousness irraccontabili, in cui è racchiusa tutta la paranoia e la forza e la fede e il delirio e la fame di vita del mondo. Una volta che l’hai sentito “cantare” non lo scordi più. A volte il suo flow è appannato (i dischi solisti dal ’90 al ’95 e Why Be Blue), altre volte sono le basi che non vanno (l’agghiacciante Just a Million Dreams dell’85 e il mediocrissimo progetto Revolutionary Corps of Teenage Jesus, dove però Vega era in gran forma), ma la sua visione e la potenza del suo sguardo rimangono indistruttibili e necessarie ora come quaranta anni fa, quando assieme a Martin Rev e al suo Farfisa scassato dipanava i primi farneticamenti in un sottoscala putrido infestato di artisti barboni.
Sniper non si discosta (e come potrebbe?) dalle esperienze precedenti. Ai controlli questa volta c’è Marc Hurtado, metà degli inossidabili terroristi multimediali Étant Donnés (con cui Alan aveva già collaborato nel tonitruante Re-Up del ’99), che garantisce ai suoni un grado di ferocia e obliqua devianza di poco inferiori a Station, capolavoro dell’ultima fase del Vega solista che questo disco non riesce a superare. Da par suo, Alan è in flow assassino come nelle migliori occasioni, vaticinante, velenoso, febbrile, incarognito, mugghiante, ossessionato, digrignante, profetico,  impossessato da demoni invisibili e portatore e generatore di allucinanti visioni e accecanti squarci di luce. Impossibile segnalare qualche brano a discapito di altri in quello che è ancora una volta un unico ininterrotto flusso di coscienza paranoide e dissennato, mi limito a dire che per ora le mie preferenze vanno all’esagitata Juke Bone Done, in cui un Alan in speaker’s corner fattanza sentenzia che “heroes are always cowboys” con la carogna addosso. C’è anche una nuova versione – la terza – di Saturn Drive, con una base che è stata usata anche dai ‘nostri’ Post Contemporary Corporation (il pezzo era Onnagata). Lydia Lunch rantola depravata e arrancante nell’ultimo pezzo, Prison Sacrifice, un raggelante numero da Lee Hazlewood & Nancy Sinatra dei sociopatici. Se già lo amavate continuerete a farlo con ulteriore convinzione, altrimenti continuerà a sembrarvi un povero mentecatto un po’ partito di cervello; anche questo fa parte del gioco.
Per ora l’album sta su Deezer, ma bisogna vedere chi ce l’ha messo e se gli autori approvano; nel frattempo fatevi sotto.