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20 anni fa nasceva il Link. Al suo posto ora il megaparcheggio ballardiano dei nuovi uffici del comune,  un’altra colata di cemento che nessuno ha chiesto e nessuno (a parte qualche palazzinaro dal pessimo gusto estetico che ha saputo oliare gli ingranaggi giusti) ha voluto. Sono abbastanza vecchio e con una memoria non ancora compromessa da ricordare quel che hanno visto i miei occhi. Chi c’era non ha alcun bisogno di qualcun altro che rievochi al posto suo. Chi non c’era, mi dispiace sinceramente.

Tema: “La mia collezione di dischi”. Svolgimento:

Il primo pezzo di cui conservo memoria People From Ibiza di Sandy Marton, seguito a breve giro da Midnight Radio di Taffy e Self Control di Raf; l’occasione un Vota La Voce visto di straforo dai nonni (a casa non avevamo il televisore), come a dire benvenuto negli anni ottanta. E che benvenuto: alle mie orecchie quella era pura fantascienza, meglio che finire sparati su Saturno dentro l’uovo di Mork. Poi la prima doppietta di dischi, il 45 giri con la sigla di “Vola Mio Minipony” cantata da Cristina D’Avena (meno di tre minuti, versione strumentale sul lato B, la certezza che dentro quei solchi ci fosse imprigionata la festa più divertente del mondo), e la colonna sonora de “La Storia Infinita” – il film l’avrei visto svariati anni più tardi – nel lato A il mastodontico hit-single di Limahl e il futuristico e plasticoso score di Giorgio Moroder, mentre il lato B era occupato dal reboante e teutonico score di Klaus Doldinger. Avrò suonato quel 33 giri qualche miliardo di volte, guardando le figure sul retrocopertina e inventandomi storie fantasiose sui personaggi. Poi il buio, anni normativi in cui il massimo contatto con la musica si risolveva nell’acquisto dell’LP con le canzoni dello Zecchino D’Oro al termine di ogni edizione poi più nulla per i successivi 11 mesi e 28 giorni. Nel 1990 una radio vinta da mio padre coi punti della benzina il portale definitivo; smanettando a caso con la manopola della sintonia finisco su Radio Deejay, Albertino ai controlli, è sabato pomeriggio e c’è la “Deejay Parade”, è il biglietto di sola andata. Quella roba era pura magia, il combustibile per visioni dalla potenza inaudita, l’unica controindicazione era che una volta spenta la radio tutto tornava come prima. Nel 1991 le prime cassette per Natale: Una Tribù Che Balla di Jovanotti e un best of di Umberto Tozzi da mia nonna; il primo lo ascolto fino a mandare a memoria quasi tutti i testi, il secondo mi fermo prima perché mi trasmette una tristezza indicibile. Non avevo che un mangianastri orrendo ai tempi, recuperato chissà dove e risalente probabilmente alla seconda carica di Teddy Roosevelt; infilare una cassetta lì dentro era un puro atto di fede, oltre a fottersi il nastro nove volte su dieci distorceva il suono fino a rendere qualsiasi cosa uscisse di lì un incubo melmoso e catramoso tipo disco sludge registrato in una catacomba. Nel 1992 arriva in casa un ghettoblaster infimo preso con la raccolta punti al supermercato; ai miei occhi è meglio della plancia di comando dell’Enterprise. Per circa quindici secondi. Tempo di scoprire che la ricezione dei canali radio è quantomeno “complicata” e il bastardo diventerà la croce e delizia dei miei giorni successivi: sintonizzarsi su Radio Deejay una questione di precisione millimetrica da mandare in paranoia il più scafato dei chirurghi esperti in operazioni a cuore aperto, ma quando mai una cosa buona è anche facile da ottenere? Iniziano i primi mixtape, registro qualsiasi cosa mi possa anche solo lontanamente interessare, non solo canzoni ma anche stralci di notizie, telefonate, pubblicità, plunderphonics totalmente inconsapevole che a farla ascoltare adesso a John Oswald o ai Negativland prenderebbe un coccolone. Il Deejay Time rimaneva comunque la mia principale risorsa nonché fonte inesauribile di devastanti epifanie nella scoperta di nuova musica; la cosa migliore era che mandava in onda di tutto, con una particolare predilezione all’epoca per la techno incarognita e cattivissima, roba di produzione crucca/olandese sempre a un passo dall’hardcore, pezzi tipo Dominator, Who Is Elvis?, o la micidiale Poing!, mindfuck totale ora come allora. Ma non solo: in quei magici, bellissimi pomeriggi ho scoperto anche Robert Owens, Johnny Dangerous (Problem #13 è ancora oggi il pezzo più minaccioso, alieno e malvagio che ho ascoltato in tutta la mia vita), Green Velvet, i Public Enemy (Shut ‘Em Down la passavano almeno una volta al giorno, per settimane), oltre a qualunque produzione italo possa venirvi in mente – e in quegli anni era un gran bel sentire, almeno nella mia stanza. Guardando indietro penso di avere ascoltato Albertino molto più spesso e infinitamente più volentieri di quanto abbia visto o sentito la maggior parte dei miei parenti. Di sicuro mi ha fatto meglio. Nell’estate 1992 l’ennesimo dei suoi infiniti regali: Fight Da Faida di Frankie Hi-NRG, si spalanca un altro tunnel senza ritorno questa volta verso l’hip hop italiano e non, erano gli anni delle posse in Italia, ma anche del gangsta rap al suo apice di arroganza e livore, soltanto varcare la soglia del Disco D’Oro ti catapultava dritto a Compton nel bel mezzo di un drive-by shooting all’uscita di un liceo pieno di negri problematici. Ed è sempre dell’estate 1992 l’incontro con il disco che forse più di ogni altro mi avrebbe cambiato irreversibilmente la vita: Fear of the Dark degli Iron Maiden. Da allora una vertigine continua.

Ho comprato il primo CD un anno dopo, nell’estate 1993; era il primo numero de “I Miti del Rock”, collana di bootleg selezionati da Red Ronnie. Soltanto a maneggiarlo mi sembrava di stare dentro un romanzo di William Gibson. Da allora non ho più smesso. I cd li tengo dove capita, di solito impilati uno sull’altro a formare sghembe, mostruose torrette in spregio alla forza di gravità, tipo Jenga quando mancano già diversi mattoncini alla base; il cielo è il solo limite. Mai comprato mobili all’uopo, né all’Ikea né altrove, nessun ordine alfabetico o di acquisto o altro, mai contato quanti dischi ho, mai anche solo pensato di tentarne l’archiviazione. Non ricordo qual è l’ultimo CD che ho comprato. Ho fatto un solo acquisto via Internet, dicembre 2000, Twin Infinitives dei Royal Trux su CDNow allacciandomi a un mega-ordine cumulativo di amici “perché poi gli hacker ti manomettono la carta di credito”. Il disco è arrivato un mese dopo. Non ho sentito il bisogno di ripetere l’esperienza.

Il primo personal computer con relativo allacciamento a Internet l’ho messo in casa nel 2001, a Napster ci sono arrivato quando ormai stava chiudendo; un sacco di nomi dovevi scriverli sbagliati altrimenti non ti appariva niente, e comunque era pieno di fake: ricordo in particolar modo un fake di People = Shit degli Slipknot di gran lunga migliore dell’originale (ma di questo me ne sono accorto mesi più tardi). WinMX per me era una vera merda, complicatissimo e ansiogeno, mi pareva un software finto tipo quello usato da Matthew Broderick in War Games e col 56k del cazzo che avevo farlo girare era un autentico inferno, gli altri programmi tipo Kazaa o Gnutella amici più sgamati mi avevano detto che “erano pieni di virus”, io mi sono fidato sulla parola e non li ho mai coperti. Il primo vero p2p con cui mi sono confrontato è stato Audiogalaxy, i brani che cercavo avevano una o nessuna tacca di popolarità e scaricarli era uno stillicidio, per Absolutego dei Boris ci ha messo due giorni; ingannavo l’attesa litigando con americani a caso sui forum degli artisti ma era uno stillicidio comunque. L’ADSL per me è arrivata nell’ottobre 2002; pochi giorni più tardi avrei scoperto Soulseek.

Doveva succedere prima o poi, ed è successo: all’ultima fiera del disco poco più di un mese fa ho ricomprato un disco che già avevo (nello specifico, Churn degli Shihad, simpatico gruppo noise-metal neozelandese di cui probabilmente non si ricordano manco le loro madri). Mi sono accorto del doppio acquisto soltanto la settimana scorsa. Ho sempre pensato che se ti ricompri un disco, per come la vedo io, significa solo che sei rincoglionito. Lo penso ancora, solo che adesso anch’io sono così.

SHELLAC @ Estragon, Bologna (8/10/2010)

Dell’apporto che Steve Albini ha saputo dare alla musica pesante di ogni tempo non occorre certo che arrivi io a ricordarlo. Così come pure il personaggio-stevealbini abbiamo tutti quanti imparato a conoscerlo a fondo nel corso degli anni: un cinico idealista, individualista fino allo stremo, eccellente quanto controverso oratore anti-tutto (celebri le sue dichiarazioni a 360°, di volta in volta razziste, fasciste, sessiste, antisemite, misogine e chi più ne ha più ne metta: qualunque argomento “scomodo” vi possa venire in mente, lui l’ha trattato – ovviamente dal punto di vista più sgradevole e impopolare al proposito). Fondamentalmente uno di quegli stronzi di cui c’è bisogno, una voce fuori dal coro armata di una dialettica feroce e scontrosa ma anche lucidissima e puntuale che è puro cibo per la mente comunque la si pensi, non importa essere d’accordo con lui o meno. Il problema è che, negli ultimissimi tempi, tanto la sua loquela quanto la gestione della cosa Shellac sembrano perdere terreno: da un lato lui che improvvisamente rompe il silenzio-stampa per rilasciare un’intervista a GQ dove smerda i Sonic Youth per essersi venduti alle major negli anni ottanta, che tirato fuori adesso è il discorso più ridicolo e anacronistico che si possa immaginare (ogni divisione tra major affariste e cattive e indipendenti pure e sante è andata definitivamente a cadere dal momento in cui tutti hanno cominciato a scaricare tutto da Internet, e almeno questo è uno dei pochissimi aspetti positivi ricavati dall’avvento del downloading illegale), dall’altro un gruppo che è stato capace di mantenere inalterato negli anni un profilo artistico, attitudinale e umano di diverse tacche sopra la media mondiale, sia rapportato al resto della musica che alle precedenti incarnazioni di Albini nella forma ora di Big Black ora di Rapeman, che per la prima volta da quando ho memoria suona come la caricatura di sè stesso. E badate bene che queste considerazioni arrivano da uno che, quando è uscito Terraform e tutti ne dicevano peste e corna blaterando cazzate a proposito di “gruppo bollito” e simili facezie, gli Shellac andava a vederli al Link alla facciaccia di quei poveri coglioni; nel 1998 gli Shellac erano l’esempio perfetto di gruppo non allineato, giusto non spiccavano come avrebbero dovuto perchè ce n’erano ancora tanti, di gruppi non allineati, e che cazzo!, c’erano ancora i Fugazi. Lo erano con 1000 Hurts, e hanno continuato a esserlo per tutto lo scorso decennio, attraversato da sporadiche e capillari tournee senza un disco fuori e celebrato, nel 2008, con un nuovo album, Excellent Italian Greyhound (dedicato al cane di Todd Trainer), ancora molto buono e splendidamente uguale a sè stesso nonostante un pezzo, The End of Radio, troppo bolso, autoindulgente e autoreferenziale nonchè decisamente fiaccacoglioni, che rivisto adesso assume nuovi e inquietanti significati.


Oggi probabilmente gli stessi che Terraform è un album minore starebbero nelle prime file a pogare come ragazzini con un sorriso a 32 denti stampato sulla faccia. Ci sono anche io, in mezzo al pogo, attività che avevo smesso di praticare da circa una decina d’anni; mi ci fiondo non appena parte il riff di My Black Ass (secondo pezzo in scaletta) e lì rimango per circa metà concerto, comunque fino a quando mi rendo conto che questa sera non faranno mai Il Porno Star. Ma rispetto alle altre volte c’è una novità: da un certo momento in poi comincio a rompermi i coglioni. Sarà che è venerdì sera e sono stanco, sarà che sono a digiuno da circa sedici ore, sarà che la prima volta che li ho visti non ero ancora maggiorenne e già facevano le stesse identiche gag dalla prima all’ultima, repertorio completo, “sono un aeroplano“, pose stupide a ralenti, Bob Weston che chiede al pubblico di fargli delle domande, eccetera. Niente che non vada in sè, sia chiaro: loro sono una macchina da guerra capace di dare le piste a qualsiasi band di giovinastri snelli e puliti e con il look giusto (quale che sia il significato che vogliate attribuire a quest’ultima affermazione), presi singolarmente sono autentiche eminenze del rispettivo strumento senza fartelo pesare come invece farebbe un Vinnie Colaiuta qualsiasi, Todd Trainer perde i soliti ettolitri di sudore e la chitarra di Albini suona ancora urticante e tagliente e sgradevole come nessun’altra. Eppure da qualche parte dentro di me persiste la sgradevole sensazione di trovarsi di fronte a poco più di un karaoke per introdotti. Che, in fondo, la differenza tra questo e un concerto degli Asia sia soltanto che qui non ci sono tastiere grosse come un tinello. Per il resto lo spirito è lo stesso, ovvero rievocare un periodo lontano nel tempo in cui l’erba era verde e si dormiva con la porta aperta ed eravamo tutti quanti più giovani, sani e felici, e ognuno ha la sua età dell’oro con relativo sottofondo da rievocare, c’è chi la ricollega a John Wetton e chi a Steve Albini e in sè non c’è nulla di male, è la natura delle cose, però che tristezza. Non so come, nello spazio di una sola esibizione (peraltro molto generosa rispetto agli standard del gruppo, oltre un’ora e mezza di concerto) gli Shellac sono passati da avanguardia pura contro tutto e tutti a tristo lunapark da karaoke dell’umano per collezionisti seriali di concertoni, gli stessi che il mese scorso probabilmente erano agli Arcade Fire e che, in un imprecisato futuro, andranno a vedere per l’ennesima volta il Boss. Forse esagero e spero di sbagliarmi, ma a ‘sto giro mi sa che era meglio se lasciavo perdere e mi tenevo i ricordi.

bonus pics (kekko):

LAGWAGON, NO USE FOR A NAME @ Velvet (Rimini, 10/8/2010)

Per quelli della nostra generazione (diciamo “intorno ai trenta”…) un’accoppiata come Lagwagon + No Use For A Name, oggi, non è qualcosa da prendere alla leggera. Il rischio – che diventa certezza per chiunque in quegli anni abbia coltivato anche solo un lontano interesse per la musica – è quello di finire risucchiati in una spirale di ricordi, memorie e flashback devastanti di tempi che ora sembrano distanti ere geologiche, cartoline di un’adolescenza remota che avevamo quasi rimosso a costo di (innumerevoli) calci nei denti e (infiniti) rospi ingoiati senza troppe cerimonie. Andare a un concerto dei Lagwagon nel 2010 significa fare i conti con tutto quel che abbiamo perso (a cominciare dalla gioventù), guardare in faccia la vita che se ne va, misurare spietatamente quanto quello che volevamo essere sia sideralmente lontano da quel che  invece, nostro malgrado, siamo diventati. Roba pericolosa, in ogni caso. Roba per veri duri. E non è neanche una questione di gusti musicali: personalmente quando è uscito Hoss (il loro capolavoro, poi mai più ripetuto) ascoltavo tutt’altro, figurarsi per i dischi successivi. Il fatto è che quella musica mi appartiene (ci appartiene) comunque, era nell’aria ai tempi dei primi giorni del liceo, delle partite interminabili al campetto dei giardini e nei lunghi pomeriggi nelle sale giochi più malfamate del quartiere, potevi sentirla nei corridoi a scuola quando passava la tipa di quarta F sperimentale che l’anno prossimo sarebbe andata a studiare negli Stati Uniti per il gemellaggio (in cambio spedivano a noi uno yankee a caso) come per le strade del centro o in Montagnola o in qualsiasi altro posto dove andavi, calpestando l’asfalto con il passo di uno che ha capito qualc0sa, che si sente speciale; ti rimbombava in testa nelle serate delle troppe birre coi ragazzi e ti teneva compagnia nelle lunghe mattine in cui cercavi di ignorare la voce del professore di turno come si fa con un ronzio fastidioso, nascondendo i fumetti sotto il libro di storia e sognando di essere altrove. Perchè i Lagwagon (e i No Use For A Name, e in generale un certo tipo di hardcore melodico  che vedeva nella Fat Wreck Chords e in certa Epitaph i principali campi base), per quelli della nostra generazione, incarnano come pochi altri il ponte tra la prima e la seconda metà degli anni novanta, e di conseguenza gli anni nel pieno dell’adolescenza, gli anni formativi, quelli che contano; per questo riascoltare i loro dischi adesso, non so voi, ma a me fa lo stesso effetto di una madeleine proustiana intinta di veleno. Tanto più che il tempo non è stato galantuomo neppure con loro: qualcuno è morto, qualcun altro è finito sotto in storie di droga pese. Sarò vigliacco ma preferisco tenermi il ricordo dei miei Lagwagon. Che è cristallizzato da qualche parte a metà dei novanta e per quel che mi riguarda sta bene dove sta: Quel che viene venga e mi sta bene, quel che è stato è già passato e mò il passato se lo tiene.
Per fortuna la nostra fotoreporter Saori è stata meno pusillanime di noi e indomita ha sfidato le lame acuminate della nostalgia per consegnarci le foto che seguono: buona visione.
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IRON MAIDEN @ Codroipo (Udine, 17/7/2010)

Da un Trooper all’altro: ecco una scarica di foto che il nostro reporter Filippo ha scattato, da qualche parte nel pubblico, al concerto degli Iron Maiden lo scorso 17 agosto -unica data italiana – nella suggestiva cornice della sfarzosa e pornesca Villa Manin a Codroipo; anagrammate il nome e scoprirete qual è stata la nostra reazione una volta venuti a conoscenza del prezzo del biglietto (sessantasei euro in prevendita: forse hanno deciso così perchè con un altro sei – davanti o dietro non importa – si andava a formare un bel ‘number of the beast’…).

un momento jodorovskiano del fantascientifico impianto luci

i nostri eroi (e un tripudio di fotocamere accese e scattanti)
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