La rubrica pop di bastonate che oggi urla MATANGI facendo il gesto delle pistole con le mani alzate

matangi

Non saprei dire esattamente quando ho iniziato a sentir dire -e poi a dire io stesso- quanto MIA era fondamentale alla comprensione dello spirito del (nostro) tempo. MIA, nella sua migliore versione, è un corrispondente cinghione di Lily Allen con l’electropunk e le congas al posto del pop e del pianoforte. Se il tuo modo di porti è abbastanza alieno puoi avere l’occasione di scavalcare il momento in cui tutti iniziano a darti dello sfigato. Avere un bel disco in uscita può aiutare, ma alle volte non basta; nel suo caso ne sono serviti due, ma quando Paper Planes ha iniziato a girare per film e spot e servizi di Studio Aperto (circa un annetto dopo l’uscita di Kala, sto sparandola ma credo siano tempi abbastanza corretti), il personaggio della giovane etno-abbestia che viene dal ghetto e spara minchiate a raffica senza soluzione di continuità è diventato una sorta di appuntamento fisso dei tabloid di musica/fashion in tutto il mondo. In queste fasi di stallo culturale non è mai ben chiaro se l’hype sul personaggio sia una sorta di tributo fuori tempo massimo al valore artistico del disco prima o se non sia piuttosto una lunga maratona di attese che montano in merito all’uscita di un nuovo lavoro. Nel caso di MIA, essendo così brava a rappresentare i nostri tempi, è semplicemente successo che il mondo stesse cercando qualcuno di cui parlare (qualcuno che POSSIBILMENTE non fosse uscito da Youtube o da qualche talent-show per gente bollita con la botta per il multimediale), ha trovato una tamil che viveva a Londra e l’ha adottata come una specie di figliol prodigo perenne a cui si perdona un po’ tutto come se fosse un peccato veniale. Prima di riuscire a dimostrare musicalmente qualcosa (oltre a saper fare un buon disco, una cosa di cui tutto sommato è stato capace persino Chris Martin), tuttavia, il fenomeno-MIA ha raggiunto quel punto di rottura dopo il quale, per una zona franca temporale che può durare anche molti anni, puoi permetterti di produrre segnali a caso e farli sembrare come tappe di un eccitante work in progress e/o una serie infinita di metafore la cui comprensione è negata ai più MA appannaggio di una serie di eletti coi piedi per terra e la puzza sotto il naso (probabilmente gli stessi che storcono il naso quando lo pronunci Mìa invece di Emaiéi e sanno scrivere correttamente il cognome senza cercarlo su google), un circolo ristretto di cui quasi tutti quelli che sono arrivati a leggere fin qui credono con tutta probabilità di fare parte. In realtà il gioco di specchi di MIA somiglia più da vicino a un certo qual protoberlusconismo o a quando gioco a indovinare l’animale con la nipotina della mia morosa. Ha quattro zampe? Sì. Vive in Africa? Sì. Ha il pelo? Sì. A questo punto provi a indovinare e dici “tigre”. La bimba ha pensato alla tigre ma dice comunque di no per non fare la figura di quella che l’ha fatta troppo facile. Dopo “tigre” e “ghepardo” le risposte alle tue domande perdono attinenza col reale, perchè è troppo presto per fare finire il gioco -e lei ora sta pensando al pollo. “Ha quattro zampe?” “no” “ma avevi detto di sì” “mi ero sbagliata a contarle”. Comprendere MIA nella fase artistica di ///Y/ significa essere in grado di sapere quando una bambina smette di pensare a ghepardi leoni tigri e pantere e inizia a pensare ai polli. E il post-///Y/ in realtà ancora non ci è dato di conoscerlo, ma così a naso ci staran dentro solo i curiosi (beh, son tanti) e quelli  che ascoltarono Pull up the People in piena crisi dell’electroclash e finirono, va detto, col cervello scoperchiato. Ve lo ricordate ///Y/? Conteneva una dozzina di pezzi, perlopiù messi assieme con perizia da panzer nel non-così-disperato tentativo di fare sembrare il nuovo album di MIA un album di MIA. Il punto massimo era il primo singolo uscito fuori, si chiamava Born Free ed era una cover stupidissima di Ghost Rider con MIA al posto di Alan Vega (la cosa, vi giuro, non aiuta) e una batteria accacì a spingere sotto. Piuttosto vi conviene avvezzare il remix scranno con Slip It In al posto di Ghost Rider che confezionò Pikkiomania ai tempi, fomentato da chi scrive. Il singolo era venduto assieme all’apposito video-shock girato da quel cioccolataio del figlio di Costa-Gavras, un Chris Cunningham dei poveri con la poetica dello stare male ad ogni costo in un contesto indie-figo (e il dopo-Born Free è andato ancora peggio, immagino ci arriveremo). Il resto faccio fatica a ricordarlo: era robetta alla MIA di MIA senza nessuno dei guizzi di genio/idiotsavanteria che diedero i natali a roba tipo Jimmy o Paper Planes. Vi siete mai trovati ad un party con Paper Planes e la gente (beh, voi stessi) che ballava facendo la mossa delle pistole? Anche io. Credo sia stato a una di quelle feste che mi è arrivata addosso la sensazione di averne avuto abbastanza: era già difficile ricontestualizzare quella cosa lì in posti generici, ma quello poteva essere ancora snobismo. Due anni dopo avevamo somatizzato ///Y/ e ci eravamo beccato la MIA-attivista (Tamil, violenza sulle donne, bambini poveri, Wikileaks etcetera) appena sotto la MIA con i leggings dorati che faceva il segno delle pistole, senza che nessuno facesse una piega perché (immagino) il valore iconografico di qualsiasi incarnazione di Maya Arulpragasam a questo punto era già non-negoziabile. E poi l’abbiamo dovuta sommare alla MIA mezza matta che ventilava pubblicamente plagi della sua musica da parte di Lady Gaga (la gigantesca scritta WTF) e alla MIA madre di famiglia che viveva a Brentwood col figlio dell’amministratore delegato di Warner Bros. Non ci fossero state occasionali sfuriate pubbliche contro questo e quest’altro, sarebbe stata un’altra tristissima storia americana, ma anche in quel caso l’avremmo dovuta mettere in coppia con una musica che fino a Kala voleva essere (o forse no ma sembrava) una critica ferocissima a tutto questo mucchio di minchiate. Voglio dire, anche per un fan terminale sarebbe stato meglio avere un altro disco di scarti alla ///Y/ piuttosto che due anni di MIA nei rotocalchi.

O forse no: la parte musicale dell’ultimo periodo è quasi peggio che tutto il resto. Si limita peraltro ad un paio di canzoni uscite in contemporanea: il primo è un inedito intitolato Bad Girls, uscito con l’ennesimo video di Romain Gavras ad accompagnare la cosa (di lì a poco Gavras firmerà l’inqualificabile clip di No Church in the Wild e tanti saluti a tutti); una roba che più MIA non si potrebbe e senza un briciolo della botta che rendeva irresistibili cose tipo Bamboo Banga. Poca roba. Il secondo pezzo è molto peggio: si chiama Give Me All Your Lovin’ ed è un pezzo di Madonna scritto da Martin Solveig. In linea con la media delle produzioni dell’uomo, fa sostanzialmente accapponare la pelle. MIA, di suo, non aiuta un cazzo: entra in scena vestita da cheerleader canticchiando L.U.V. MADONNA, rappa per venti secondi nel ruolo di apposito etno-rappusa e si agita sorridente e maliziosa come se fosse a casa sua. Per dire, al confronto nel pezzo viene fuori l’altra ospite Nicki Minaj, una che ha avuto quest’aura un po’ da leccaculo dal giorno uno. Madonna sembra esteticamente la copia di Blake Lively, è tutto orribile, è tutto sbagliato. la gente in giro si scatenò con improbabili peana stile Gaga torna a succhiare il cazzo di Giuda, soprattutto in seno alla cerchia di chi ne capisce di musica; sembra comunque chiaro che si tratta di una roba di livello infimo anche considerati gli standard della Ciccone –il disco che contiene il singolo si chiama MDNA ed è robaccia.

Dicono che quando Madonna ti prende a collaborare vuol dire che è finita. Oddio, in realtà lo dico solo io, ma sono d’accordo con me stesso. Parlando di inversione della moralità nel pop contemporaneo Madonna è il passo uno: ai vecchi tempi un produttore d’avanguardia imponeva il proprio suono e continuava a fare la sua cosa a testa bassa, incrociando di straforo qualche generatore automatico di quattrini tipo film, spot pubblicitari o locali di tendenza; oggi collaborare con Madonna è diventato un obiettivo più che una marchetta, una specie di celebrazione dell’eterno ritorno che a conti fatti ha ucciso artisticamente quasi chiunque abbia provato a remar contro. Questa cosa al cinema è sempre stata abbastanza evidente, ma nei dischi si dà per scontato il contrario (ma magari William Orbit e Timbaland sono ancora sulla cresta dell’onda e io sono in malafede).  MIA sembra già ad un altro livello. Le danze sgraziate da poppettara DIY sembrano le stesse del video di Paper Planes, come se l’avessero piazzata a calci davanti a uno schermone verde urlandole DAI, FAI QUALCOSA DI NORMALE mentre qualcuno lavorava da dietro per capire come infilarla in un contesto qualsiasi e qualcun altro consultava il Necronomicon per togliere di dosso a Madonna i venti anni in eccesso. Sorpresa: tutto funziona a meraviglia, nel senso che tutto sembra medio e fine a se stesso, qualunque cosa sia quel che succede. La musica diventa un artificio spontaneo (cit.).

 

Da qui in poi MIA più o meno scompare. Bad Girls sembrava l’assaggio per il disco nuovo, ma il disco nuovo ha cannato tre o quattro date di uscita già annunciate. Si chiamerà Matangi ed è stato registrato da diversa gente in diverse parti del mondo. La prima anticipazione (seconda se vogliamo contare Bad Girls) è un pezzo intitolato Bring the Noize, come quella dei Bon Jovi che illustra cose di MIA di cui già sapevamo: fosse il livello medio del nuovo disco, croppato di tutte le minchiate, potremmo conviverci (persino il video è non-girato da Romain Gavras). Rimane il fatto che siamo una quindicina di passi indietro anche solo a Born Free: fosse (com’è del tutto probabile) la cosa più buona contenuta dentro Matangi possiamo pure prenderci il disturbo di non ascoltarlo nemmeno e vaffanculo.

 

(nota: questo pezzo contiene numerose cose che avevo scritto in passato, purgate dalla scomparsa di un paio di siti)

il listone del martedì: OTTO COVER NON DISPREZZABILI DEI JOY DIVISION

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Tra i prossimi listoni ci sarà qualche episodio sulle cover. Siamo partiti qualche tempo fa descrivendo le cover più brutte della storia come deterrente per realizzarle, e nel caso concreto parlavamo del fatto che (a parte Woven Hand e gli Swans) uno dei modi più sicuri di sbagliare è di coverizzare appunto un pezzo dei JD a caso tratto dalla nutrita discografia di inediti del gruppo -la quale per molti si riduce alla sola Love Will Tear Us Apart, ma in un caso o nell’altro stiamo parlando comunque di uno sport del cazzo. A parziale (totale) smentita di quel discorso, siamo a mettere in fila otto esempi di cover dei Joy Division ed affini i quali ci fanno stare bene nonostante lo sport in sè continui a essere ignobile. Per lamentele e cose così abbiamo una sezione commenti apposita, è obbligatorio l’indirizzo email ma potete metterne uno falso.

GIRLS AGAINST BOYS – SHE’S LOST CONTROL

“Nei concettuali anni ’90, i concetti più anni ’90 della storia umana erano non tanto i Girls Against Boys (gruppo dal design del tutto inconcepibile oggi, che all’epoca incredibilmente sembrava nuovo e fico e proibito e misterioso come, immagino, i ragazzi oggi percepiscano gentaglia come Health o Japandroids, che conosco di sfuggita e che abbino solo perché li vidi insieme sulla locandina di un concerto a cui non andai), quanto gli album di tributo. Negli anni ’90, chiunque ebbe un album di tributo, persino i Nomadi, i canti partigiani e i Joy Division. A Means to an End, che in realtà comprai perché conteneva un pezzo degli Smashing Pumpkins sotto falso nome (una risibile cover di Isolation), includeva almeno due grosse verità: l’unico buon pezzo della carriera di Moby (New Dawn Fades), e questa She’s Lost Control, entrambe heavy e anninovantissime, e ben superiori agli originali, cosa che torno oggi a dire senza vergogna nonostante io abbia passato gli ultimi diciassette anni a fingere di preferire una pacchiana voce baritonale su di uno scarno rullante a delle grasse, grosse chitarre distorte ed effettate. Negli anni ’90 si pagava tributo a chiunque, eppure non esisterà mai un posto meno asservito dove vivere.” (Ashared Apil-Ekur, che la mette in questa lista)

SWANS – LOVE WILL TEAR US APART

Di tutti quelli che ci han provato, la maggior parte ci ha provato con il pezzo più difficile da coverizzare, vale a dire Love Will Tear Us Apart, la canzone dei Joy Division che piace di più ai non-fan dei Joy Division –e quindi per contrappasso quella che piace di meno ai fan, i quali si tengono volentierissimo lo Ian Curtis pacificato delle varie Atrocity Exhibition e continuano ad ascoltare black metal con l’altra mano ed inalare il fetore delle carogne di animali per essere sicuri di farsi il viaggio al centouno per cento. Gli Swans, per la sola ragione di essere gli Swans E in segno di spregio, ne hanno fatte non una ma DUE versioni migliori dell’originale, una cantata da un annoiatissimo Michael Gira e l’altra da un’altrettanto annoiata Jarboe. Nessuna delle due la ascolto da anni, ma mi fido della memoria perché altrimenti arrivare a farne una decina è una pena.

SIXTEEN HORSEPOWER – HEART AND SOUL

Esistono diversi modi di sputtanare il tuo gruppo, uno dei quali è pubblicare una cover moscia e tremenda di Day of the Lords nel tuo disco dal vivo (un altro bel fail del disco dal vivo dei 16 Horsepower era che c’era allegato un biglietto con la VERA tracklist del disco perché quella stampata dietro era sbagliata, credo l’unico caso in cui questa cosa era successa). Soprattutto se da anni stai girando per i palchi di tutto il mondo con una paurosissima et spiritatissima cover di Heart and Soul nella quale a metà pezza sia tu che il tuo pubblico vi ritrovate a parlare coi fantasmini e a perdere la fidanzata (quello solo il tuo pubblico, in tuo favore). Ancora oggi che ha cambiato nome in Woven Hand (senza prendersi il disturbo, tra le altre cose, di cambiare membri del gruppo) porta in giro la cover di Heart&Soul per mandare fuori gli astanti e farsi fare i commenti dalle tipe, cosa che –per dire- con Ian Curtis non sarebbe successo o sarebbe successo solo in un contesto anni settanta/ottanta; le tipe hip lo avrebbero schifato in quanto sciatto e privo di una consapevole estetica anni settanta/ottanta.

CODEINE – ATMOSPHERE

Questa viene sempre dal tributo di metà anni novanta, appena dopo Transmission rifatta dai Low per mettere in chiaro qual è la differenza che passa tra i Codeine e qualsiasi altro gruppo slowcore. Tra l’altro in occasione del disco tributo si viene a scoprire che Atmosphere è una canzone dei Codeine scippata in malo modo dai Barney Sumner e compagni, velocizzata senza nessun diritto di farlo e buttata fuori a coprire l’evidente lacuna nel repertorio JD di un pezzo alla Codeine velocizzato. Forse sto esagerando perché stamattina mi è finita nell’autoradio mentre venivo al lavoro con una nebbia del cristo, rendendomi il più bolso e meteopatico ascoltatore di postrock sulla faccia della terra.

NINE INCH NAILS – DEAD SOULS

Per la colonna sonora del Corvo sono stati compiuti ben due miracoli, la parola miracoli intesa come sinonimo di cover metal di pezzi wave che non mandano tutto in vacca. Nella fattispecie Ghost Rider dei Bauhaus rifatta dalla Rollins Band e Dead Souls, sempre dei Bauhaus, rifatta da Trent Reznor basandosi sull’idea geniale che se tieni un ritmo dritto tanto vale tenerlo appunto dritto, mandargli dietro una chitarra e mettere un effettino sulla voce. Su quest’ultima cosa non gli va benissimo e comunque soccombe sull’originale, ma la scena di Brandon Lee che corre sotto la pioggia e sopra ai tetti con sotto la cover di Dead Souls fatta dai Nine Inch Nails ha un suo sporchissimo perché. Molto meglio del pezzo dei Cure, per dire, forse perché i Cure mi son sempre stati molto sui coioni (tra le cover dei Cure migliori degli originali, per dire, c’è Close To Me rifatta dagli Zero Assoluto con il titolo Per Dimenticare).

OFFLAGA DISCO PAX – VENTI MINUTI

Non è una cover in senso stretto ma è comunque il miglior pezzo di sempre degli Offlaga Disco Pax, quello più bastardo a livello emotivo e quello più nudo e sensato partendo dall’ottica del gruppo (prima o poi ammetterò a me stesso che odio gli emiliani per ovvi motivi ma degli Offlaga Disco Pax non penso poi così male). Quando nella seconda parte arriva la citazione di She’s Lost Control, come disse da qualche parte il redattore m.c., è effettivamente difficile tenere a freno la lacrimella.

THE GET UP KIDS – REGRET

Quando registrarono Republic, nei primi anni novanta, i New Order avevano cambiato pelle una decina di volte e battuto ogni strada battibile negli anni ottanta, devastati di acid test e crollati a picco in una spirale di rock emotivo del quale Regret è lo specchio più grandioso. Oltre a questo, Regret è un po’ la negazione ultima di essere mai stati i Joy Division, il che rende la cosa abbastanza squillante da ammazzarci definitivamente quando la stessa Regret viene ripresa dai Get Up Kids e coverizzata come se fosse una outtake di Something To Write Home About. Stiamo andando un cicinino fuori tema, magari.

SWING KIDS – WARSAW

La cover più sconvolta dei Joy Division mai messa in piedi è in realtà una cover di Warsaw, suonata dagli Warsaw appunto e risuonata dagli Swing Kids in una tiratissima versione alla Swing Kids. Se vogliamo farci delle seghe mentali è pure una versione piuttosto importante dal punto di vista storico, nel senso che è da qui –tra le altre cose- che parte tutto un movimento accacì pesantemente influenzato dal postpunk che sfocerà in un decennio di musica a cassa dritta risuonata senza vergogna uguale identica agli originali (fui piuttosto scioccato quando mi dissero che il padrone di Level Plane era il batterista degli Interpol, oggi non lo sarei più). È tutto un magna magna.

L’agendina dei concerti Emilia Romagna – 15-21 ottobre 2012

 
Chàsm Achanés rimane uno dei migliori dischi di drone music ossessiva e spaccacervello degli ultimi anni; questa sera lunedì 15 ottobre i suoi autori Luciano Maggiore e Francesco ‘Fuzz’ Brasini tornano sul pezzo, al Modo Infoshop dalle 19.30 e le teste riprendono a ronzare… Martedì 16 Hawthorne Heights al Chet’s (dalle 22, dieci euro), per chi ci crede ancora… Lo spirito dei folli Isis rivive mercoledì 17 al Chet’s con il nuovo progetto di Aaron Turner: dalle 20.30 Mamiffer nella casa, occhio ai timpani (aprono Menace Ruine e 26thousandyears, ingresso dieci euro)… Mercoledì anche MeryXM in Marocco-fattanza e prima serata di “Indigenous” con Francesco ‘Fuzz’ Brasini nuovamente sugli scudi, e le teste continuano a ronzare… Giovedì 18 gli Hard-Ons al Chet’s, ed è leggenda vera, se mancate siete dei poveri fessi… Così pure venerdì al Lazzaretto per gli Agathocles, (dalle 21, con anche Dehuman, Terror Firmer,  Nowhiterag e Grindine, a seguire djset trash per tutta la notte, il tutto a cinque pidocchiosi euri), solo rispetto… Sabato il migliore gruppo del mondo: Disquieted By al Tpo (con anche Chambers e Gazebo Penguins), fanculo tutto il resto… E per finire domenica al Sidro Club beccatevi ‘sta metallata sui piedi… Fino alla prossima: lagendinadeiconcerti(at)gmail(dot)com

La morte grippa, di musica non è bello parlare e altre cose del genere

nigga presi bene dalla vita

A sentirlo così, pare giusto infilarlo a forza nel mucchio dei nigga veramente incazzati  e con qualcosa più che il pregiudizio di un bianco merdoso qualsiasi a stanarlo fuori dal merdaio circostante. Fatto sta che davanti a obiettivi definibili meno che miseri (Mi Ami, Litfiba, Rolling Stone rivista, Sanremo) si sente il dovere e il bisogno di guadagnarsi il cumulo di droghe ed elettroshock mensili per, tipo, tre post in tre anni, e spargere violentemente i semi dell’odio. Da cui il fatto che, messa da parte la speranza di NON sostenere la campagna abbonamenti del Mucchio (né di Rumore, Blow Up o alcuna altra roba del genere), urge riconoscere che si è finiti sul pezzo  anche da queste parti. Il prossimo passo alla riconoscibilità totale del volemose bene nel volemose male sta forse nella forgiatura di una statua a grandezza naturale di – cazzoneso – Zach Hill, o uno qualsiasi del genere.
(E no, non c’è nessun insidejokes perché non siamo amici, non frequento i tuoi giri e non ti capisco quando parli)

Detto questo, visto che anche  gente tipo Roly Porter e Jamie Teasdale ha saggiamente (stocazzo) deciso di andare ognuno per la propria strada – strada che vede per l’uno massicce dosi di oscurità, droni industrialoidi, minacce psichico-tecnologiche varie e per l’altro la lingua fuori su culi luccicanti e pop e tremendamente d’ambiente – la strada, dicevamo, che è qualcosa di inferiore alla sottrazione delle parti che componevano Vex’d, ecco, per questo una volta in più è doveroso star dietro a sobillatori d’odio e rumore che abbiano voglia di far cagnara con modi musica e livore.
Il nome è Death Grips, la miscela è acida tipo hip hop sputato fuori a raschiare ugola e rancore. I testi sono primizie tipo “In the time before time eyes ‘bove which horns/Curve like psychotropic scythes/And smell of torn flesh bled dry/By hell swarms of pestis flies/Vomiting forth flames lit by/An older than ancient force /That slays this life with no remorse” o “Tie the chord kick the chair and your dead” e ancora “Cuz all I really need is some cool shit to mob /Like driving down the street to the beat of a blow job /I own that shit /On some throw back shit /You already know that shit /You even know ‘bout how I know the man /Who grows that, bitch ” , che manco un incrocio tra Sepultura e Michael Gira prima maniera renderebbero appieno. Sotto ci sono robe a tratti semplicemente grezze e momenti fantasmatici con strascichi di quelli che chiamano Steve Albini alla produzione e cose così. A farla da maggiore, comunque, a prescindere dai campionamenti, il rumore, l’overload e l’elettronica varia (compresa qualche parentesi di dancehall meccanica e catacombale splendida), è il senso di un disagio veramente concreto. Di  quei dischi insomma che ti fanno sentire ancora più di merda quando stai di merda; di quelli che consigli a pochi, fiducioso che se lo consumeranno digrignando i denti. Con in postilla l’augurio di un remix stile Kevin Martin dei momenti migliori, scansando e fottendosene della partecipazione di Zach Hill – sempre lui – alla faccenda.  E con un calcio in faccia per successo, magari, a Tyler the Creator e sodali. I tipi comunque, nel dubbio se ne sbattono e ti regalano anche chicche tipo questa. Oltre al disco stesso, certo.

Poi, cagate a parte, viene da ripensare all’asse Def Jux/Anticon dieci anni fa, a come pareva fosse la salvezza del rap, di una certa idea militante di comunità e stronzate così.  Oggi, su quelle orbite, spuntano fuori anche IconAclass (robe post-Dalek, belle ma easy) che non mantengono nemmeno un’oncia di quanto vorremmo promettessero.

Dunque, stretta di mano su stretta di mano, è sinceramente preferibile ri-chiamare in causa accoltellamenti fraterni stile b/metal e dintorni, piuttosto che, ancora una volta, doversi sorbire impunemente schiere di tabulae rasae ambulanti, con due gambe, twitter e qualche collezione di dischi.
Fuor di metafora: le corse a condividere e condividere e condividere il nuovo FBYC a furia di like, plaudendo alla rincorsa sociale di stocazzo senza ancora averlo ascoltato, il disco: SentireAscoltare che butta fuori nomi e cognomi sull’autoreferenzialità della scena (e tra l’altro giuro ho l’impressione che prima vi fosse la foto dei tizi semi-desnudi con le loro facce disegnate sui genitali) e/o rincara la dose egotistica di casa Teatro degli Orrori: Elio Germano in combutta con Teho Teardo:  Mark Stewart pre-ritorno The Pop Group a far sboccare con Bobby Gillespie: Bugo che via twitter la conta a scribi e sodali: Bastonate che diventa paradigma per gentiluomini e via di questo passo.

Segnali precisi dal profondo: è tempo di tornare all’ostilità, pura e semplice e totale. Senza occhiolini, strette di mano, comunanze farlocche, pompini vicendevoli e null’altro. Sempre in nome dell’ODIOpuro (non sociale, non sentimentale, non politico) in quanto modello conoscitivo e mai contro un nemico specifico che non sia il tutto.
Colonna sonora: l’ossessività e reiterazione e palude cerebrale incluse nel pacchetto Death Grips.
Tanto per il resto frega un cazzo, tra un po’ esce il nuovo Disquieted By, arriva la botta Johnny Mox, è fuori Bologna Violenta, Wallace ha sfornato pure l’ultimo Miss Massive Snowflake e io  torno felice.
Benché l’odio e il disprezzo sincero per la comunità rimangano, certo.

badilate di cultura: MARIA ANTONIETTA

Maria Antonietta scrive dei testi così:

“io stasera non esco saldamelo tu il conto con il resto del mondo io resto a letto perché mi sento uno schifo e non è la prima volta non è neanche la seconda (…) e poi tu non sei migliore di me anzi com’è che siamo sempre i peggiori e io non mi sforzo neanche troppo è una specie di vocazione naturale l’aveva sempre detto mia madre (…) ti odio ma fingo bene sono molto intelligente quando mi conviene”.

Oppure così:

“volevo essere buona per dirti la verità ma la verità non ti tiene compagnia quando dormi da solo che poi chi l’ha detto che la verità rende liberi voglio restare prigioniera e avere bei vestiti dentro cui morire giovane in una vasca di motel”.

Oppure così:

“volevo sequestrarti al mondo intero e alla felicità agli amici ai diversivi ai dischi tristi e ai locali punk volevo sequestrarti anche a Dio perché  tu fossi solamente mio”.

Come si reagisce di fronte a storie così scritte così? Io sono sicuro che qualcuno ha letto queste sei frasi e ha detto Ehi, questa ragazza ha ragione, anch’io mi sento così sola, così stanca. Io sono sicuro che qualcun altro ha letto queste sei frasi e ha detto Su, su, stellina, è solo adolescenza, poi passa. Nel mezzo, tutti i modi diversi in cui si può rimanere indifferenti di fronte un dolore che non è nostro. Agli estremi, le frecciatine dei cinici distaccati – chissà che musica ascoltano, loro – o gli entusiasmi smodati delle ragazzine – deprimere le ragazzine è come pescare pesci rossi in un barile. Anche i cantautori sono musica da ragazzine: cercare la verità nei testi di Bob Dylan ti rende figo di fronte al tuo amico che non sa l’inglese, ma poi passa uno che ha letto sei volte le memorie dal sottosuolo di Dostoevskij e ti dice Cosa ne vuoi sapere tu dell’inquietudine? A fare del relativismo su tutto finisce che non si stringe niente e tutto passa, ma senza voler entrare nelle logiche del mercato musicale indipendente italiano, della nicchia e della domanda e dell’offerta, cosa vuoi che ne sappia io, io parlo proprio per noi che ascoltiamo la musica da soli o in due o in tre in casa o in macchina o in treno, noi che ascoltiamo musica quando dobbiamo decidere che disco ascoltare, o spesso riascoltare, perché abbiamo voglia di qualcosa che conosciamo già, così possiamo cantare, dobbiamo cantare cose in cui crediamo, musica che dica qualcosa della nostra vita, perché altrimenti tanto vale ammazzare il dj: le canzoni di Maria Antonietta ci dicono qualcosa della nostra vita? Perché va bene l’urgenza di comunicare, ma qualcosa la dovremo pur dire.

Quando eravamo ragazzi non c’erano i reality per lanciare le popstar. Al limite c’era il festival di Castrocaro, il raduno annuale di quelli che ce la volevano fare col Karaoke, qualcuno c’è pure riuscito, la pausini mi sa che sia venuta fuori da Castrocaro. Castrocaro, Sanremo Nuove Proposte, Sanremo Big, un pezzo un po’ dancey per il Festivalbar e poi potenzialmente puoi riregistrare il disco in spagnolo e nessuno se ne accorge, tanto quelli che avrebbero qualcosa da ridire sono impegnati a scoprire qualcosa che sia oscuro, tenero e spigoloso. La commistione tra i due generi è molto più recente di così, e non sappiamo davvero da cosa sia iniziato: la musica ha due livelli d’ingresso e dopo un po’ uno si rompe le scatole di militare ad ogni costo, preferisce ascoltare un buon disco ogni tanto senza chiedersi troppo da dove viene. Ci siamo sacrificati in nome del sacro vincolo artistico-sociale degli anni duemila (mangiar merda meno, mangiar merda tutti) e ci ritroviamo nel 2011 a soffrire sul fatto che X-Factor è su Sky mentre piazziamo Tiziano Ferro e Rihanna da qualche parte nelle classifiche di fine anno. I generi musicali non esistono più, chiunque ascolta qualunque cosa. L’appartenenza all’elite di chi ascolta la musica giusta funziona per autocertificazione e si manifesta in una serie di pratiche rituali ripetute a nastro da quasi tutti –foto ai concerti, un account su ogni network di massa, un blog, una collaborazione con non so manco io chi cazzo, eccetera. Il gruppo pop italiano del 2012 si chiama I Cani e affastella più o meno ad arte una serie di luoghi comuni. Maria Antonietta ci prova da una prospettiva più indie. I gruppi che ascolto, le persone che mi sono scopata, quanto mi ti vorrei scopare, quanto ti amo quelle cose lì; il disco intero non l’abbiamo sentito, ma il singolo è una cosetta quasi-beat-garage allegra con le tastierino anni sessanta. Maria Antonietta un anno fa si chiamava Marie Antoinette, aveva messo fuori un disco autoprodotto di gradevolissimo cantautorato lo-fi in inglese piuttosto passabile e ci era piaciuta. L’anno prima Maria Antonietta si chiamava Letizia qualcosa e cantava negli Young Wrists, un gruppetto di shoegaze depresso calligrafico ed artisticamente tristissimo che la critica ha adottato bene e spesso come un buon segnale dal futuro dell’indie rock italiano. Ora gli Young Wrists si sono sciolti, lei canta in italiano e tutto è finito a culi. Succede. Una volta mettevi un fuzz nel primo disco ed eri condannato a vita, ora puoi passare dai Joy Division ai Beach Boys nel giro di due anni e la prendono tutti come una cosa normale.

Io sono quasi sicuro che la prima frase della prima canzone del primo singolo dica “Quanto stavamo bene quando ascoltavamo Wilco in autostrada per casa mia”. Esatto: WILCO SENZA ARTICOLO. Quanto stavamo bene quando ascoltavamo Beatles. Quando ascoltavamo Nirvana. Quando ascoltavamo Cani. Io lì ci sento la crepa nel Matrix, perché per lo meno nella canzone dei Cani col bassista che cerca un gruppo post-punk, quando il tizio si presenta puntuale alla fermata della Metro A gli porta un disco DEI GoGoGo Airheart, preposizione articolata. E io non so nemmeno chi siano i GoGoGo Airheart, per dire, ma che sono un gruppo lo capisco, e che i gruppi sono plurali anche se il loro nome finisce con la O, insomma. Ma magari l’articolo davanti a Wilco Maria Antonietta glielo mette, sono io che non lo sento. Oppure si riferisce a Wilco inteso come il disco, quello col cammello in copertina. Chissà.

Maria Antonietta parla di sé per parlare di noi ragazze che stiamo male e non fa nemmeno lo sforzo di inventarsi dei personaggi in cui: un disco in prima persona, perennemente rivolto a un tu assente che non torni mai e anche se tornassi vaffanculo sono io che me ne vado. Funziona? Non lo so. Non sono una ragazza che sta male. Non me le fumo le paglie a colazione con gli occhiali scuri. Non mescolo farmaci e alcolici. Faccio peggio, probabilmente: lo stereotipo dell’artistoide fricchettone o del metallaro pancione è fastidioso come quello dell’hipster gagia col vestito da sposa, è una questione di quantità: quanta gente ti stima, a quanta stai sulle palle, quanta ti ascolta, quanta può fare a meno di te, quanta no?

Un mio amico scrittore affermato mi ha detto che le attenuanti tipo “È giovane, è il suo primo romanzo, si farà” non hanno senso: lui concepisce la letteratura TUTTA come un mondo UNICO: ci sei tu e c’è la pagina bianca e ci sono le tue cazzo di idee e i tuoi cazzo di sentimenti e se decidi di scrivere un libro ti devi rendere conto che giochi lo stesso gioco di Joyce, Nabokov, Carver, chi ti pare: “Perché dovrei leggere te, con tutti gli scrittori bravi che non ho ancora letto?”.

Questa cosa ti stimola a fare meglio e ti schiaccia. Esiste anche in musica?

Poi c’è la storia dei testi. Il concetto de “i testi in anteprima” era legato a quando la mia famiglia comprava TV sorrisi e canzoni e io avevo dieci anni e sapevo leggere e lo facevo appena potevo perché leggere era per leggere e sapere era per sapere, e insomma era una figata: la settimana prima di Sanremo uscivano i pezzi in anteprima, tu li leggevi ed era tutto un immaginare come poteva essere la canzone a partire dalle parole, che poi a quei tempi non me la immaginavo molto la musica quindi per me erano tutte più o meno la stessa cantilena non arrangiata e un po’ simile alla sigla di Holly e Benji. Mi ricordo anche –ma ero un po’ più grandicello, tipo dodici anni- quella volta che uscì Sorrisi e Canzoni con il testo di Vasco, la canzone di Jovanotti, dico, e nella prima riga c’era scritto FIGATA e io mi sentivo un po’ come se stessimo conquistando il mondo, cioè alla fine Jova era già un leader dell’Ulivo e questa è DAVVERO un’altra storia che non c’entra niente. Voglio dire solo che esiste un dato di fatto secondo cui succede che un artista di non-fama non-internazionale come Maria Antonietta, una il cui disco d’esordio è stato cagato dalla cerchia degli amici manco so io di chi, abbia un Vimeo pronto all’uso mentre su rockit escono in anteprima i testi del disco non ancora uscito e non ancora rinnegato dal disco successivo. Uno prova pure a chiedersi a che pro, ma poi fai la figura dell’hater, detto proprio così in inglese ma con l’acca molto incerta perché sei un eiter nostrano e non hai l’afflato epico né il resto. E insomma Marie Antoinette detta ora Maria Antonietta ha un elenco di testi generazionali, nel senso che sembrano un po’ generazionali e un po’ generati da un generatore di testi alla Maria Antonietta, in anteprima su Rockit. Probabilmente nelle canzoni suonano da dio, c’è questa teoria di Steve Albini sui testi composti in sala prove mentre gli altri accordano le chitarre e i bassi. Era una buona occasione per farsela scivolare via di dosso. Se pubblichi i tuoi testi in anteprima giochi lo stesso gioco di Emidio Clementi e di Vasco Brondi, il che tra l’altro non è ben chiaro se sia un complimento o un’offesa a chi dei tre.

(francesco farabegoli e simone rossi, più o meno a quattro mani)