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#occupay, Jovanotti, giornalisti, lavori non pagati, supercazzole

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Il mio rapporto con i soldi è complicato, non ho molto rispetto per i soldi, compresi i miei, li gestisco in maniera totalmente umorale e priva di senno, non credo che averne di più mi renderebbe più felice o cose simili, non ci sono particolarmente attaccato, mi piace spenderli, mi piacerebbe spenderne di più ma non necessariamente fare quello che sarebbe da fare per avere più soldi da spendere (mia mamma è abbastanza incazzata per questa cosa). Non ho alcun rispetto per la gente con i soldi, nel senso, non li rispetto in quanto persone con i soldi o che hanno fatto qualcosa che ha reso loro molti soldi; la mancanza di rispetto si estende alla mancanza di dis-rispetto, ovviamente, nel senso che non odio le persone che hanno soldi, o comunque non li odio per questo motivo o perché usano i soldi o che altro. Il motivo per cui preferisco Seth Putnam a Bono è che gli Anal Cunt mi piacciono molto più degli U2. Capita sempre più spesso che questo atteggiamento sia considerato profondamente oscurantista, snob, pretenzioso o indice di qualche malcelata volontà di fare il punk col culo degli Altro. Non è fastidiosa l’obiezione in sé quanto il meccanismo mentale che sta alla base. La mentalità secondo cui il conto in banca di un artista sia un modo efficace di misurare il suo valore artistico va di moda, ma è sbagliata (“sbagliato” non significa “un’opinione interessante” o “non condivido le tue idee ma morirei perché tu possa continuare a esprimerle”, significa “sbagliato”. Sarebbe come dire che l’area di un triangolo è sempre maggiore dell’area di un rombo: il fatto che alcuni triangoli siano più grandi di alcuni rombi e alcuni artisti eccezionali vendano un sacco di dischi non rende sensato il parere). Allo stesso modo, grossomodo, non si dovrebbe giudicare il lavoro di una persona sulla base del suo pacchetto clienti. Saper ottenere grossi pagamenti da aziende prestigiose è uno skill specifico che alcune persone hanno e altre no, è un discorso complicato di entrature, capacità espositiva, conoscenza di un linguaggio e cose simili. È uno skill che non possiedo e vorrei possedere, sia chiaro: è una cosa in cui si può migliorare o ottenere una sorta di muscle memory o imparare qualche buon accorgimento da manuale per il successo, ma la capacità di vendere/vendersi/farsi pagare mi sembra più che altro una caratteristica innata di certi individui e non c’è niente di male nell’usarla fino in fondo.

Jova ha detto una cosa all’università di Firenze e qualcuno l’ha presa molto male. Il pezzo parte da qui, nel senso che la causa scatenante è quella, ma la cosa detta da Jovanotti in sé non è commentabile. “non commentabile” non significa “odiosa” o “triste” o “preferisco non prendere una parte”, vuol dire che proprio non è possibile commentarla. Jovanotti ha detto cose banali e ovvie su cui non ci si può dividere tra chi pensa che siano giuste o sbagliate (che diciamo è quello che succede se chiami Jovanotti a parlare all’università). Non è possibile, nel 2015, aprire un dibattito sul concetto di retribuzione, se ne esistano di altri tipi oltre a quella monetaria, né niente del genere. Non è possibile andare contro quello che dice, non è possibile sostenerlo.

(comunque se non avete mai lavorato da volontari a una festa di paese e non concepite che qualcuno possa farlo, diciamo che Jovanotti è l’ultimo dei vostri problemi)3

I giorni scorsi è successo tutto il casino di ISBN e c’è stato modo di riflettere sulle cose, si fa per dire. Il coro contro Jovanotti si leva a corpo ancora caldo sullo stesso problema, quello del nuovo lavoro intellettuale, o del nuovo giornalismo, o del nuovo social media monitoring, o del nuovo cool hunting o qualsiasi cosa “nuova” che rispetti i canoni di base dei nuovi lavori di adesso: pagato poco/niente e senza garanzie perché concepito come “piacevole”. Sullo stesso argomento alcune rivelazioni piuttosto agghiaccianti su come stiano andando le cose in Expo, tra ragazzi additati come “generazione non abituata al lavoro” perché non accettano condizioni di lavoro ridicole, persone che vengono licenziate perché hanno partecipato a qualche manifestazione, “pornografia della devastazione” e scandali a contorno. È un periodo che, culturalmente parlando, non ho mai vissuto prima. Vi spiego come funzionava quando ero adolescente.

Quando ero adolescente uscivano leggi che ci riguardavano, le discutevamo tra di noi e se qualcosa non ci andava bene facevamo un casino. Eravamo adolescenti, e per questioni anagrafiche proprie della razza umana non capivamo assolutamente un cazzo, quindi forse non abbiamo proprio infilato alla perfezione tutte le battaglie in cui ci siamo ficcati. Era comunque un atteggiamento che condividevamo, come specie: sceglievamo da che parte stare e cosa pensare e ce la giocavamo tra di noi –destra contro sinistra, attivisti contro fancazzisti, mettersi nei guai con gli sbirri vs stare tranquilli (io: 2,2,2). Si votava e si decideva cosa fare, si scendeva in piazza e tutto il resto. Mio fratello aveva dieci anni in più di me e partecipava a lotte più violente, mio padre e mia madre a lotte più violente ancora, e via così. La nostra specie tende all’impoltronimento e questa cosa ci ha portato al mondo di oggi. Nel mondo di oggi si tende ad accettare il cambiamento con patetiche scuse legate a terribili teorie dell’evoluzione, sostenute tra l’altro da pensatori contemporanei come Jovanotti (che quando le esponeva a cuor leggero veniva messo in croce molto meno di ora; il motivo è che siamo un popolo ridicolo e ci svegliamo solo quando abbiamo il sospetto che ci stiano infilando la mano in tasca). La cosa riguarda abbastanza da vicino le persone che scrivono: una volta era un lavoro, adesso è una specie di passatempo a volte retribuito. La teoria di cui sopra è che si debba accettare il cambiamento e muoversi all’interno di esso per trarne, individualmente, il massimo profitto, e puntare a sopravvivere qualunque cosa succeda domani, come fanno ibagarozzi e gli imprenditori di successo. Questa mentalità è la ragione economica alla base della rivoluzione del self-branding (la concezione del come capitale puro è un po’ la base del pensiero contemporaneo, assieme alla prima strofa di Last Friday Night quando Katy Perry dice oh, well), una delle più grosse piaghe dell’oggi.

Anche le discussioni in materia vengono affrontate partendo da questa mentalità: pubblicare un parere su questa cosa di cui si sta parlando, che pur non sapendo bene cosa sia possiamo riassumere tramite l’hashtag #occupay, funziona solo se rispetta certi codici base della poetica odierna. Dev’essere entertaining, riferirsi a una bibliografia quanto più corta possibile, proiettare un’immagine ragionevolmente figa di chi scrive e contenere una terminologia comprensibile da tutti ma in quel modo sghicio da farti pensare di essere uno dei pochi con tutti i riferimenti necessari a comprendermi, e dev’essere sempre e solo concepito come l’ultima parola sulla faccenda. Ci sguazzo, sia chiaro.

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Ok, allora, la questione del lavoro gratis. Ho un amico che produce birre eccezionali, roba che sta nella top ten delle birre che ho bevuto in vita. Le produce e le smazza agli amici, a un prezzo che serve sì e no a coprire i costi. Gli amici le comprano perché sono birre buone. Di tanto in tanto qualcuno gli dice che “dovresti farlo come lavoro, aprire un birrificio”. La maggior parte della gente lo dice nel modo bonario e scherzoso che è sinonimo di “la tua birra è eccezionale”, e tutti la prendono come la cosa che è. Molta gente, specie online, ha la tendenza a pensare che se qualcuno ha una passione o un talento di qualsiasi tipo dovrebbe spremerci quanti più soldi possibile e renderlo la propria vita; alcuni di quelli che lo pensano sono buzzurri, altri sono persone eccezionali. Prendiamo il mio hobby preferito, scrivere: come devi fare per far sì che diventi “il tuo lavoro”? Hai i coglioni per farlo? è una cosa su cui ho speso un sacco del tempo che mi serve.

Mi piace scrivere. Non è che mi piaccia in sé, mi piace la sensazione che provo quando ho finito di scrivere qualcosa e ho ottenuto un risultato qualsiasi. È un tipo di gioia molto effimero e probabilmente racconta di certe insicurezze e di certi atteggiamenti adolescenziali che non ho mai superato. Ma in qualsiasi caso sto molto meglio quando scrivo e ottengo risultati di come sto quando non scrivo, o quando scrivo e non esce niente di buono (al momento mi sento dentro la fase 3, grazie per la domanda). Ho considerato l’idea di scrivere facendomi pagare, diventare un autore di successo e comprare un ranch in Montana, ma non credo di avere quel tipo di capacità. I saltuari esperimenti di fiction a cui mi dedico portano risultati tra l’agghiacciante e il patetico, roba che non vorrei mai fare leggere a nessuno

(petizione perché Dario Franceschini rimetta a posto la fiaschetta di sangiovese e ci faccia la grazia di lasciare i nostri manoscritti di merda in fondo al cassetto dove li abbiamo imboscati)

e quindi continuo a scrivere -perlopiù- deliranti papiri di nonfiction mascherata da critica artistica, o di critica artistica mascherata da nonfiction, o qualunque altra roba sia quello che faccio. Ci sono possibilità di strutturare quello che faccio e tirarci su qualcosa che umoristicamente potrebbe essere definito uno stipendio, ma non ho voglia di fare quel che va fatto per farlo. Dovrei chiedere a più persone, stringere altri rapporti, strutturare il mio tempo, fare tutto quel che è necessario per insediarmi in posizioni occupate da altre persone (magari con la scusa di ritenerli più scarsi di me), passare parte del mio tempo ad acquisire capacità professionali necessarie che non possiedo, e via di questo passo. Non ho voglia di farlo, e quindi resta il cosiddetto piano B: scrivere per l’anima del cazzo, accettare le occasionali proposte di chi vuole un mio pezzo, collaborare con qualche rivista e tirarci su un quantitativo di soldi che basta a malapena a coprire la rottura di coglioni di dichiararlo nei redditi il maggio successivo. Le persone che fanno questa cosa/al mio livello/in questo paese/con i miei risultati sono centinaia, forse migliaia. Hanno collaborazioni con grandi gruppi editoriali e piccole pubblicazioni freepress, aprono siti e blog e surrogati, gestiscono questa o quella cosa per conto di questo o quello. Alcuni insistono sull’essere pagati, altri lo fanno per il gusto di farlo. L’altro giorno stavo al giardino di fronte a casa e ho scoperto che quello che sta nella porta di fianco alla mia scrive su un sito metal.

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“Noi”, questa categoria di centinaia/migliaia di dilettanti armati di tastiera ed email, siamo il nostro pubblico di riferimento. Scriviamo roba ombelicale pensando che ombelicale sia un velato insulto alla roba che scriviamo, elenchiamo mentalmente le testate con cui abbiamo collaborato e via di questo passo. La nostra esistenza è uno dei principali ostacoli allo sviluppo di un network di autori/editori/etcetera che sia economicamente sostenibile. Ho scritto gratis per riviste cartacee, riviste online e fanzine, ho mandato disegni gratis a riviste cartacee online e fanzine, ho fatto cose gratis controvoglia (interviste a gruppi del cazzo, recensioni di gruppi del cazzo eccetera); ho mandato disegni per illustrare dischi, poster, volantini, magliette, sportine, tovaglie; scritto stralci di testo per cartelle stampa e redazionali e servizi per qualche quotidiano locale di merda e ho progettato rudimentali siti internet, pagine myspace, profili twitter e tutto il resto; ho scritto gratis articoli di costume di taglio merdoso/avvilente su fenomeni di “tendenza” e merda anche peggiore, per magazine online appartenenti a multinazionali ignobili o gruppi editoriali iper-criticati, magari perché me lo chiedeva qualche amico che poi non s’è fatto più sentire; ho suonato dischi gratis prima e dopo concerti, a feste organizzate; ho aiutato a organizzare concerti, ho spammato cose fatte da amici miei, ho partecipato a programmi radio, scritto roba per programmi radio, servito come barista/uomo di fatica/autista/cassiere/cameriere, uomo al banchetto, ufficio informazioni e guardalinee. Ho inviato dischi a giornalisti amici-nemici-sconosciuti, collaborato con etichette, lavorato per gruppi. La maggior parte di queste cose le ho fatte senza beccare un soldo, a volte rimettendoci denaro e ovviamente tempo. Non ho un modus operandi o un codice morale a cui mi attengo, e se ce l’ho è soggetto a continue revisioni. A volte è perché mi piace farlo, o perché non ho voglia di dire di no, o perché sei mio amico, o nella previsione di ottenere soldi in futuro per altre cose, o per ottenere l’ormai mitica visibilità o anche per noia o per impedire che tu lo chieda a qualcun altro che mi sta sul cazzo. Questo sito è la mia isola felice: ci scrivo solo quello che mi va e che mi viene, se non mi viene niente non aggiorno.

Non so se chi combatte di giorno in giorno per un pezzo di pane ha una buona opinione di me, o se ne ha una cattiva. Non ho mai sentito nessuno di loro lamentarsi personalmente con me, in ogni caso. Li ho sentiti lamentarsi di quelli come me, di quelli che fanno lo stesso lavoro dei pro, un po’ peggiore ma senza farsi pagare; ma non di me. Se fossi uno di loro sarei incazzato come una biscia, ma la coscienza di classe dei professionisti del settore, ammesso ce ne sia una, non si estende all’additarmi come crumiro e testa di minchia, ma a pensarci lo sono.

(per dire, è stato aperto il sito Occupay, “per un’editoria trasparente”, ma nel sito non c’è scritto chi l’ha aperto e chi partecipa –suppongo sia una mancanza temporanea ma insomma)

I professionisti hanno comunque la loro parte di colpe, ad esempio quella di non essere poi –mediamente- così più in gamba di noi scalzacani, nonostante nella vita non facciano altro che questo. La più grande loro colpa, però, credo sia di essersi adeguati acriticamente ad un sistema culturale che si sgretola e muore ogni volta che una pubblicazione chiude, e di ricominciare ogni volta il gioco dello schierarsi tra quelli che la cultura va sostenuta e quelli che bisogna adeguarsi al mercato.

Anche qui, non è un male in sé. È che a ogni nuovo dibattito su questi concetti si allontana la speranza di averne uno diverso, più organico e continuo e importante, in cui si cerca di rendersi conto a che punto siamo, chi siamo, chi ci pubblica, chi ci paga e chi non ci paga. Una bella discussione a mille teste da cui vengano fuori non dico una carta dei diritti o una dichiarazione di intenti, ma almeno una delle linee guida, o anche solo un linguaggio comune, a cui io possa reagire associandomi o dissociandomi, e venire giudicato per questo. Ecco, questo dibattito qui non sta avendo luogo. Al suo posto c’è uno strano blob di esperienze, suggerimenti, detti-non-detti, cose che lo sanno tutti, riferimenti generici a gentaglia dell’ambiente, editori che non pagano, redazioni che sfruttano i collaboratori, spifferi di vento, amicizie, persone a cui non vanno pestati i calli e tutto il resto, più occasionali sputtanamenti in massa di un singolo manigoldo o di un terribile musicista pop che -a forza di andare avanti a piantar chiodi- finiscono per renderceli quasi simpatici.