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la rubrica POP di bastonate che ci elenca a mo’ di listone CINQUE CANOVACCI DI BASE SU CUI DOVREBBE SVILUPPARSI L’AFFAIRE PEQUENO-MINETTI

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fonte Instagram (clicca per)

Qualcuno mi linka il twitter di Selvaggia Lucarelli, il quale dice che Nicole Minetti ora si vede con Guè Pequeno. La cosa viene confermata da una foto nel profilo instagram di Nicole, la quale secondo il ragionevole parere del mio amico Mattia è “l’unico esempio di riminese di successo nella nostra generazione”. La cosa non è di pressante interesse per la musica pop contemporanea, ma con tutta probabilità lo sarà in un prossimo futuro. Pochi giorni fa stavo scrivendo un pezzo sul rap italiano, o meglio stavo buttando via in pubblico un pezzo scritto a metà sul rap italiano; mi riallaccio a quel discorso cercando di illuminare dall’esterno qualche menopeggio del Nuovo Rap, evidenti a tutti peraltro (nel senso che è evidente che i Club Dogo sono i menopeggio, o almeno mi sembra evidente che con tutto quel che gli puoi dire i Club Dogo non sono Emis Killa insomma, se qualcuno non è d’accordo su questa cosa mi manifesti il suo dissenso in privato) e nello scoprire quanto e come questo nuovo step ci esalti come pochissime altre cose successe nell’aprile 2013. È quindi lecito immaginare una manciata di possibili happy ending artistici di questa unione, nella speranza che almeno uno di essi si verifichi.

THE VELVET UNDERGROUND & NICO
Nicole, la quale comunque in almeno un’occasione ha dato prova di maneggiare un inglese più che passabile, diventa condizione sufficiente al reboot più spettacolare della nostra epoca: consigliere regionale, modella, diva del pop. Questo percorso, che è più o meno il contrario di quello di Mara Carfagna, ha nell’alleanza con Club Dogo un grandioso punto di forza musicale (Gue Pequeno come Dr.Luke) e potrebbe portare all’Italia la prima popstar femminile musicalmente credibile, seppellendo seduta stante tentativi caciaroni e maldestri di upgrade R&B tipo Dolcenera feat. Professor Green e superando a destra persino l’Anna Tatangelo di Occhio per Occhio (il quale a un mesetto scarso dall’uscita sembra già un preventivo correre ai ripari). Il matrimonio d’intenti tra Dogo e Nicole peraltro è alla luce del sole, il potenziale esplosivo della coppia evidente a tutti e le possibili implicazioni morali sono già foriere di roventi polemiche in merito al tutto. Per non parlare dei testi: chi scriverebbe i testi del primo album di Nicole? Con tutta probabilità Nicole stessa, magari imbeccata da un padre-padrone artistico che consiglierebbe di calcare la mano sul sordido e rivelare, magari a costo di dover smentire o mettere uno di quegli adesivi nel disco stile “questo album è opera di fantasia, il riferimento etc etc”, magari con libro allegato, magari DVD con immagini d’epoca tirate fuori da qualche telefonino. Il quale sarebbe fin da subito la grande opera pop del decennio e per averlo sono disposto ad espiare (anch’io preventivamente) guardandomi video di Fedez a ruota per altri sei mesi.

ELTON JOHN (Worst Case Scenario)
La storia Guè/Nicole a ricalcare le orme di certi drammi strappalacrime in bilico tra pubblico e privato tipo Whitney Houston/Bobby Brown o Rihanna/Chris Brown (un consiglio: non fidanzatevi con gente che fa Brown di cognome se siete una popstar nera, rischia di marcare male) nel quale l’infinito gioco di specchi tra vero, falso e verosimile si rinnova ciclicamente attraverso un percorso della decadenza stilato su base iconografica (foto di Guè Pequeno col volto tumefatto). Futura celebrazione dei riti funebri del rapper, intervengono notabili della politica e del mondo dello spettacolo ed Elton John intona Candle in the Wind di fronte ad una platea commossa. Prima di questa cosa possibili sberleffi criptici a Nicole infarcirebbero i testi dell’album più oscuro ed old skool mai concepito dai Dogo. O magari la cosa succederebbe in contemporanea alla soluzione di cui sopra, iniziando una guerra di diss a distanza tra lui e lei, i quali porterebbero alla prima possibilità di rifondare la cultura italiana dalle fondamenta dopo quattro decenni di sequestro culturale della sinistra e tre di berlusconismo d’accatto.

BARBARA D’URSO (Italia’s Sweethearts)
La possibile unione delle due singole figure di drop-out in una nuova palingenetica alleanza di coppia contro chi ce vole male, possibile ospitata in talk show televisivi il cui canovaccio viene costruito sulla falsariga dell’intervista Bonolis/Fabri Fibra per dimostrare alla casalinga di Voghera che sia Nicole che Guè sono entrambe in realtà molto intelligenti ed entrambi simboleggiare le armi del Cambiamento -no copyright infingement intended, ma al momento i Club Dogo mi sembrano davvero gli unici che possono porre un freno al nefasto dilagare della parola DAJE fuori roma, usata con un’assiduità semplicemente indegna e recentemente oggetto persino di contese sul copyright, per dire di cosa siano capaci gli uomini. Da qui in poi le applicazioni sociali alla cosa sono infinite: serate di beneficienza, associazioni non-a-scopo di lucro, giovani ragazzini vestiti a merda che dichiarano in TV di essere stati salvati dalla lettura delle liriche dei Dogo e registrano pezzi stile Cose Preziose ma scrausi e col vocoder. A un dato momento spunta fuori un cucciolo di Labrador.

SAM PECKINPAH (Best Case Scenario)
Reboot del Mucchio Selvaggio. Il che vuol dire ambientazioni e trama similari ma con un piglio molto più fashionista e contemporaneo ed un’estetica del cinema molto meno cheap, vale a dire tutto a Milano. E occorre prima di tutto ripensare i gimmick dei singoli personaggi coinvolti: la Minetti in un ruolo sottomesso farebbe suonare il tutto come una punizione pubblica per colpe passate inesistenti, del tutto inadeguata tra l’altro, o l’ennesima occasione per risciacquare i panni nell’arno di un moralismo cattolico ancora imperante nonostante vent’anni ad ascoltare gli Slayer e Silvio Berlusconi (in questa cosa volendo si può tornare a vedere una traccia narrativa Milano vs Roma). Il quale è sostenuto da una claque di stronzi di area PD/PdL/SEL/5Stelle che per evidenti ragioni non possono sostenere Guè Pequeno nel ruolo di Signore degli Eserciti contemporaneo e potrebbero decidersi iniziare una fatwa contro il rap e i giovani in generale, dalla quale non possono uscire che perdenti e fuori moda. Serve un canovaccio alternativo, ancora una volta basato sull’inversione dei ruoli base. I toni generali della storia a questo punto potrebbero tranquillamente ricalcare una versione evoluta e di nicchia della Mozione Elton John, ancora una volta quindi il Guercio sottomesso e sanguinante sotto l’occhio finto-impotente di una telecamera finto-amatoriale.

ARNALDO FORLANI (Larghe Intese)
L’inizio di una nuova commistione della Scena con la Scena, l’avvio di una nuova stagione politica del rap italiano ma in senso più liberista e di destra e consapevole. Possibili tentativi di sabotaggi di hacker stipendiati dal PD nel momento in cui –ancora una volta- il team-up Gue-Nicole venga considerato papabile per il Concertone del Primo Maggio o decida in alternativa di mettere insieme lo stesso giorno un altro evento uguale e contrario, imponendo ad ogni singolo artista italiano il cui peso commerciale va dai Cosmetic di scegliere da che parte stare. Sedici anni dopo gli Elio e le Storie Tese saranno invitati e scriveranno una canzoncina ad hoc, premio della Critica a Sanremo, si alza uno, si alzano tutti. Ho visto dieci minuti fa il programma del concertone del Primo Maggio, la roba più radicale è Cristiano de Andrè e insomma, per quanto mi riguarda, Nicole tutta la vita.

tanto se ribecchiamo: CORROSION OF CONFORMITY

L’ultimo colpo di genio dei Corrosion of Conformity risale al 2000. Esce America’s Volume Dealer, un disco influenzatissimo da certo southern metal e abbastanza poco dal resto della carriera del gruppo (che si divide in due tronconi, la fase arcòr negli anni ottanta e quella metal nei novanta). Il gruppo viene fatto abbastanza a fettine, ma il disco ha comunque una manciata di pezzi della madonna che ancora oggi viene voglia di riascoltare di tanto in tanto. Considerato lo standard qualitativo del precedente Wiseblood, tutto sommato, sembra la rinascita artistica di un gruppo, dentro il quale comunque è chiaro che al momento detti legge Pepper Keenan. A questo punto comunque i COC sono già editi da Sanctuary, una specie di informale preavviso di licenziamento artistico; il resto viene fatto da una stampa tutto sommato ostile e/o dal fatto che il southern rock, nel duemila, non tiri poi molto: i Down tornano in pompa magna due anni dopo e diventano il primo lavoro di Keenan, gli altri tirano a campare alla bell’e meglio, Reed Mullin ha già abbandonato e viene sostituito da una serie di turnisti tra cui spicca un quantomai ovvio Jimmy Bower.

Ai tempi del successivo In the Arms of God, cinque anni dopo, la band è quasi allo sfascio. Il disco è un vergognoso mea culpa, cucito alla bell’e meglio addosso ad un paio di riffoni scippati ai Down e su cui la band non si prende il disturbo di costruire un’idea di base per i pezzi.  Il disco vende comunque molto di più del predecessore, viene salutato come un ritorno alla fase più incompromissoria del gruppo e sembra aver portato a casa un risultato. Poi arriva Katrina e il gruppo semplicemente si dissolve, tra Down e incomprensioni e poca benzina rimasta.

Nel 2010 i COC ritornano insieme in formazione a tre: gli storicissimi Woody Weatherman/Mike Dean e il redivivo Reed Mullin. Iniziano a girare vecchio e nuovo continente in versione amarcord, suonando il repertorio anni ottanta, Animosity e quei dischi lì. Qualcuno che li ha visti mi ha raccontato di uno spettacolo piuttosto patetico e senza senso, ma devo ammettere di non poter dare testimonianza diretta. Per un annetto si parla di un disco nuovo al quale sembra debba collaborare anche Pepper Keenan. Ora il disco è in streaming integrale su AOL: niente Keenan, niente pezzi, niente idee di base. Si tratta di un pastone che se non sapessi di chi stiamo parlando avrei detto prima NWOBHM, ma con qualche stacco strumentale di sapore southern metal per incasinare il cervello e/o non lasciare nulla di intentato. è un disco BRUTTO di quella bruttezza così  slegata dagli standard comuni del gusto che per un momento, solo per un momento, sembra in qualche modo riuscito e persino lungimirante.

ascolta il disco.