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Navigarella (di questo post non vi dirò nulla perché da oggi è vostro e non più mio)

È morta Nora Ephron, rocciosissima sceneggiatrice/regista responsabile di roba tipo Harry ti presento Sally, Insonnia d’amore e C’è posta per te e perfino di un film decente tratto da un blog, Julie&Julia. Lo so che di questi tempi va di moda me

Sempre parlando di film, l’altro ieri era il trentennale di Blade Runner. Per l’occasione vi ricordiamo che anche se è più difficile da trovare in divx, la versione corretta da guardare è l’originale rimaneggiata e non quella sòla da puristi di merda del director’s cut.

Sempre parlando di film, pare che The Amazing Spider-Man (il reboot a cura del regista di 500 giorni insieme) faccia schifo al cazzo. Lo so perché lo ha detto Federico Bernocchi su Studio. Senza spostarci di sito, c’è una bella cronaca pagina-per-pagina di Cinquanta sfumature di grigio, che pare essere un bestseller e/o un caso letterario d’altri tempi.

A proposito di casi letterari d’altri tempi, ieri è uscito anche il secondo romanzo di Rossella Rasulo, una blogger diventata scrittrice e che pare scriva roba alla Moccia (da cui immagino il cuore illuminato in copertina). Piuttosto divertente il modo in cui lo presenta: “Di questo libro non vi dirò nulla perché da oggi è vostro e non più mio. Sarete voi, se vorrete, a dirmi qualcosa di lui.” Il libro si chiama Mi piace vederti felice. Conosco un tizio che colleziona ogni minchiata mai scritta dai blogger italiani, e voglio dire proprio TUTTE, dice che ha anche La mamma di Psycho per dire.

Se invece vi sentite costruttivi c’è un libro di fantascienza da compilare per Barabba, le regole per la partecipazione stanno qui e insomma, si va avanti. La nostra opinione in proposito è che bisogna mettere un piedino dentro tutto quello che fa Barabba perchè loro sono i meglio di tutti.

Andiamo sulla musica: la scorsa settimana è uscito un nuovo disco dei Manowar, per i quali il ciclo delle rivalutazioni è passato giustamente da band più perculata del sistema solare a ultimo baluardo di un’attitudine incontaminata e senza compromessi che ad ogni nuovo ascolto si rinnova. Una cosa piuttosto figa è che la risantificazione dei Manowar, soprattutto dalle parti di quello che m’immagino sia il nostro bacino di utenza, sia passata perlopiù dal fatto che sono il gruppo preferito dei Wolf Eyes. Il disco si chiama The Lord of Steel e l’etichetta è quella di Joey de Mayo, il cui nome è ispirato a Wagner.

Parlando della stessa identica cosa, i Dinosaur Jr hanno un disco in uscita a settembre, e se dovessi scegliere UN SOLO gruppo autenticamente heavy metal in circolazione non c’è dubbio che preferirei J Mascis e Lou Barlow a Eric Adams e Joey de Mayo. Ricordiamo che l’ultimo disco dei Dinosaur Jr si chiamava Farm ed è ancor oggi di una bellezza clamorosa. Il disco solista di J Mascis su Sub Pop era anche quello piuttosto carino, ma a conti fatti dopo mesi e mesi di ascolti siamo stati più che felici di riporlo sullo scaffale e tornare ad ascoltare i dischi elettrici.

Uno che ha mollato in tronco l’heavy metal è stato John Baizley. Il nuovo disco dei Baroness è una tega in doppio CD di cui qui potrete sentire un’anteprima. Anticipato da una pletora di chiacchiere stile lo spirito si erge guerriero sotto una coltre di suoni mai così pacificati e/o non tutti potranno comprendere la nuova visione dei Baroness, ed inteso essere una specie di Dark Side of the Moon della band di Savannah, suona in realtà come la versione spompata e triste di un disco poco ispirato dei Cripple Black Phoenix, cioè più o meno la cosa peggiore che si possa ascoltare di ‘sti tempi eccezion fatta per la vecchia che vive accanto a casa mia.

Notizie più buone vengono dalle spiagge di Drugapulco. Il nostro eroe Com Truise ha in uscita a luglio un disco di scarti per il quale persino quei democristiani di Stereogum hanno parole di scherno per la prima volta da tipo SEMPRE, eccezion fatta per Lana del Rey. Qui un assaggio.

Se vi siete (giustamente) stancati di fare degli aperitivi e volete farvi un pranzo intero, c’è in streaming il nuovo Old Man Gloom. Tutti dicono che è figo, ma io ho una paura boia e per ora non l’ho toccato manco con i guanti.

Ultimo punto: i nastroni estivi. Quando arriva giugno i blog musicali iniziano a buttar fuori delle compilation con le quali (immaginiamo) educare il pubblico, metterlo a parte delle loro ardite ricerche su e giù per Soulseek e mettere a punto la playlist perfetta per il viaggio da casa alla spiaggia più vicina; la nostra l’abbiam sparata l’anno scorso e non abbiamo intenzione di menare troppo il torrone. Abbiamo Polaroid, Stereogram, Rockit e un sacco di altra gente (vorrei linkare perlomeno Frigopop ma al momento è down). La mia preferita per quest’anno è quella di MusicLetter: pigliano una quindicina di pezzi in download dai siti delle etichette, li linkano nel loro sito (salva oggetto con nome, mi raccomando) e ci aggiungono una copertina scritta tutta col font che sta nei titoli di testa di Drive. Finchè non è uscita fuori internet non avevamo idea di quanti geni camminassero in terra.

True believers: GINO CASTALDO/DOLCENERA (split issue)

occupy Paludi Pontine (fonte: Wiki)

“Ti ricordi di Antoine Rocamora? Mezzo nero mezzo samoano, lo chiamavano Tony Rocky Horror.”
“Sì mi pare, quello grasso”
“Beh io non arriverei a chiamarlo grasso, ha problemi di peso, che deve fare, è samoano.”
“Credo di avere capito di chi stai parlando”
(Gino Castaldo ed Ernesto Assante, dialogo)

Stefano ha trentasei anni, dorme due ore in meno di quanto dovrebbe per notte, sta facendo la posta da troppo tempo a una graduatoria per entrare come ricercatore in un ateneo di scarsa rilevanza culturale alla corte di un baronetto che gli fa gestire il lavoro delle dottorande assunte a scopi sessuali, un totale di dodici persone che si fumano assegni di ricerca facendoli piovere adosso a cattedre di fondamentale importanza tipo Sociologia ed economia comportamentale del coito anale telematico. Stefano lavora troppo ma non è un vero lavoro e per cinque giorni alla settimana a pranzo mangia un panino alla bresaola e una banana. Soffre di acidità di stomaco. Vuota tre o quattro bicchieri di vino del cazzo tipo morellino di Scansano o Syrah accompagnandoli a crostini riscaldati e fonduta di infima qualità al dell’università, tutte le sere dalle sei alle sette. Ogni anno si sente più vecchio triste e preso male, poi riesce a scoparsi una tesista e scaccia il pensiero per altri dodici mesi. Stefano non è una persona che conosco, ma potrebbe esserlo. La sua storia mi serve solo a farvi concepire l’esistenza di esseri umani che 1 leggono Repubblica, 2 hanno comprato dischi in vita loro e 3 sono disposti a dare credito a un articolo di Castaldo all’inizio del 2012.

True believer #1: Gino Castaldo. Nasce a Napoli nel 1950, vale a dire che era trentenne e nato a Napoli all’epoca in cui i Dead Kennedys facevano uscire il loro primo disco. Non ho altro da dire su Castaldo, lascio la sua bibliografia per dimostrare qualcosa che non ho chiaro nemmeno io.

  • Dizionario della canzone italiana – Armando Curcio Editore, 1990
  • La mela canterina. Appunti per un sillabario musicale, Minimum Fax 1996
  • La Terra Promessa. Quarant’anni di cultura rock, Feltrinelli 1994
  • Blues, Jazz, Rock, Pop. Il Novecento americano (con Ernesto Assante), Einaudi 2004
  • Trentatré dischi senza i quali non si può vivere. Il racconto di un’epoca (con Ernesto Assante), Einaudi 2007
  • Il buio, il fuoco, il desiderio. Ode in morte della musica, Einaudi 2008
  • Il tempo di Woodstock (con Ernesto Assante), Laterza 2009
  • Music Box – Contrasto 2011

(trovata sulla pagina Gino Castaldo su Wikipedia italiana, la quale ad imperitura testimonianza del nostro rosico NON contiene una voce “Bastonate”)

Insomma, oggi Gino è sulla traccia con il suo solito* articolo sulla fine del rock come genere da classifica e/o testimonianza della rivolta popolare, cioè sulla fine del rock come concetto. Non è facilissimo mettersi a fare le pulci a un articolo su delle cose del genere, sarebbe più o meno come sgattaiolare alle spalle di Umberto Bossi e sussurrargli all’orecchio “è Mark Lanegan. Non so se lo conosci, era il cantante degli Screaming Trees”. Vi basti sapere che come esempi moderni di rock (nelle uniche due righe che non parlano degli U2 o dei Coldplay) sono Bon Iver e Fleet Foxes, nella nostra scala di valori due tra le più eloquenti testimonianze dell’assenza di un Dio a cui rivolgere le nostre preghiere. Tra l’altro qualcuno mi manda per conoscenza un articolo di manco un mese fa scritto da Paolo Giordano sul Giornale, nel quale commenta la morte del rock sempre partendo dal fatto che l’ultimo disco dei Coldplay non ha venduto un cazzo. Nello stesso articolo parla di Adele definendola il Calimero del pop, cioè tipo come fai a chiamare Calimero L’UNICA poppettara non nera di successo nel 2011? Vabbè. Paolo Giordano del Giornale non è lo stesso Paolo Giordano che ha scritto il libro. Ci sono due Paoli Giordani a questo mondo, ed entrambi scrivono un sacco. Tornando a Castaldo, l’Uomo si prende un paio di righe per cercare di capire le cause (sembra ce l’abbia con gli iPod, non riesco a capire perchè). Arriva ad accusare il mercato di avere sabotato il rock e di continuare a farlo, anche e soprattutto in Italia dove gruppi parecchio incazzati tipo Ministri e Teatro degli Orrori vengono continuamente boicottati e sabotati (non dagli indieblogger, eh, proprio tipo dal MERCATO MUSICALE), lo stesso giorno in cui i Gazebo Penguins pubblicano una nota FB nella quale sentono il bisogno di difendersi da accuse di sellout (WTF?). Risposta possibile:

Gira e rigira finiamo sempre a fare i balletti intorno agli storpi, insomma. La cosa più rock a cui riesco a pensare ad inizio del 2012 in Italia, a pochi centimetri di di scroll dalla recensione degli Obake, è un video di dieci secondi nel quale Dolcenera (mai così elegantemente anoressica) sorride sul palco di TRL e accontenta uno sparuto gruppo di liberaldemocratici che le sta urlando FACCENSALUTO. Il video tra l’altro risale al 2009, mi è rimbalzato sulla bacheca di FB e non riesco a smettere di spararmelo. True believer #2: DOLCENERA. Il nome d’arte di Dolcenera (all’anagrafe Emanuela Trane), come tutte le cose brutte successe in Italia da Piazzale Loreto in poi, è una citazione di Fabrizio De Andrè. Era uno con un bel senso dell’umorismo, starà stappando. L’ultimo disco di Dolcenera si chiama Evoluzione della specie, per fugare i dubbi ideologi sull’opera di Darwin. Contiene canzoni sinceramente rock, nel senso Gianna Nannini del termine, nelle quali compaiono righe di testo tipo nella giungla senza legge ci sono gli animali e Roma non è più di nessuno. I miei pezzi preferiti sono

1 Evoluzione della specie UOMO: Celentano meets KT Tunstall meets LO SCRANNO, testo davvero piuttosto incredibile e/o imprendibile sul sesso o sull’autocoscienza o sul rapporto tra uomini e donne o niente di tutto questo.

2 un pezzo verso metà disco la cui musica è clamorosamente a metà tra Lust for Life e il primo degli Strokes che si chiama Nel regime delle belle apparenze e contiene la linea di testo io ti ho visto dare fuoco ad ogni ipocrisia con il tuo spirito. Giuro. I nostri figli e nipoti, che fortunatamente non ci siamo ancora presi il disturbo di procreare, sono alla mercè di una messe di generatori automatici di odio di classe, e questa è probabilmente una cosa positiva (voglio dire, a questo punto passare da Dolcenera a Jeff Hanneman diventa solo una questione di commitment).

Non so nient’altro di Dolcenera, ma mi sto documentando. Esteticamente è quel che la gente al mio bar definisce una gran figa, ha vinto Sanremo Giovani, sembra avere un taglio di capelli radicalmente diverso ogni mese, ha una voce della madonna. Ha fatto innamorare e/o sbroccare Baccini durante un reality show, ha partecipato al concerto per l’Abruzzo a San Siro. Il suo ultimo disco è prodotto da Martin Hannett e John Olson (Dead Machines, Wolf Eyes). Il secondo videoclip tratto dal disco in questione è prodotto assieme a Playboy, si chiama L’amore è un gioco e nella descrizione di VEVO c’è scritto, cito testualmente: “Una sequenza di immagini come invito alla consapevolezza della propria personalità, a crescere e ad esprimersi, per sentirsi affini con la persona che si ama e con chi ci circonda: è questo il messaggio che emerge dal videoclip” (il primo fotogramma è un tubo di rossetto Pupa). Il testo recita cose tipo “se solo invece di scarpe coi tacchi avessi un paio d’ali io volerei lì da te”. Giriamo la questione alla Stiletto Academy: perchè non si può recare da lui a piedi? Non saprei. Dolcenera in ogni caso ha più un problema di comunicazione che altro. Personalmente ci sono  TROPPO dentro, l’altro ieri sapevo sì e no chi fosse ed ora mi sa che mi sparo l’intera discografia. La smentita di Dolcenera su Facebook è un po’ deboluccia. L’altro ieri, tra l’altro, Bastonate è stato al centro di una polemica che lo voleva finanziato pubblicamente in quota AN e in grave difficoltà per via dello scisma finiano. Ad essere sinceri era una polemica autoalimentata, ma insomma.

Ecco, i due true believers di cui sopra non sono proprio legati, ma nel caso vogliate rispondere al sondaggio di Repubblica “il rock è finito?” (tre risposte: , no, terza opzione senza senso perchè a metterne solo due poi pare che non hai la pacca) che scaturisce dal lungimirante editoriale di Castaldo, tenete conto che in questo esatto momento Dolcenera sta operando sotto la vostra sedia. Tra l’altro insomma, dalla morte e decomposizione del rock potrebbe venire qualcosa di positvo: un cantante black metal potrebbe inalarne il fetore per esibirsi al pieno delle sue possibilità. Sieg howdy.

*non sono convintissimo che sia il SUO solito articolo, in realtà. è sostanzialmente impossibile distinguere Castaldo da Assante. Magari è il primo articolo scritto da Castaldo in assoluto su qualsiasi argomento.

Still not loud enough, still not fast enough.

Il nostro sodale/amico/compagno Reje non fu tenerissimo con Evolution Through Revolution. La ragione è che la produzione del disco seguiva il canone ultra hi-fi di quel genere di produzione pro-tools moderna e bombastica che ha massacrato il metal in ogni sua forma (nota a parte: quando è iniziato questo scempio? A me vengono in mente i Killswitch Engage, ma forse mi sbaglio. Scrivetemi un commento o una mail). Probabilmente è vero, o forse no. Dentro Evolution Through Revolution c’è forse uno degli ultimi gridi d’allarme del metal (paradossalmente) classico, il rantolo furioso del vecchio che avanza (old is the new young, come nel retro della mia maglietta dei Nomeansno, che è l’equivalente poi di un Kevin Sharp che sale sul palco a Cervia e chiudendo pollice e indice dice “We’re Brutal Truth and this is grindcore“, facendomi piangere poco prima di travolgermi con il più bel concerto a cui abbia mai assistito). Reje parla di un disco pensato per le nuove generazioni di metallari, ma sotto il palco durante i tour ci sono vecchi bacucchi, nostalgici di un’epoca in cui non servivano pantaloni oversize o frangette per essere osservanti e panzoni alcolizzati ancora in botta per la vita.  La musica dei Brutal Truth in ETR  è riuscita in qualche modo a fondere le tendenze che la governavano dall’interno e dall’esterno e ributtarle fuori con il pragmatismo schifato di cui il gruppo è maestro indiscusso, e si è resa diversa non solo da tutto il resto, ma anche da se stessa. Probabilmente dico cazzate, ma mi ritrovo a riascoltare spessissimo –e sempre con estremo piacere- l’ultimo disco dei quattro newyorkesi e a ritrovarci ogni volta un altro me stesso, e se è vero che ultimamente mi ritrovo nella maniera e nella retroguardia MOLTO più di quanto mi ci potevo ritrovare a diciannove anni, d’altra parte ogni nuovo ascolto di ETR dà conto di quanto i Brutal Truth siano NECESSARI al sostentamento del metal e dell’accacì o di qualunque altra cosa siano diventati oggi.
L’ulteriore e non-necessaria conferma alla cosa viene da una sola traccia smerdata che è possibile ascoltare soltanto nel profilo Facebook della band, al prezzo di un clic sul bottone “mi piace” (almeno credo, io li ho fan-izzati il giorno dopo essere entrato su facebook tipo). I Brutal Truth, chitarrista a parte, sono gli stessi che mettevano le foto dei pescatori che uccidevano le foche a bastonate nel loro primo disco. Musicalmente sono quelli che sono diventati dal ’94 in poi, solo un po’ più metal. Il pezzo si chiama End Time e sarà inclusa nel disco che uscirà a fine settembre: stesso titolo, stessa etichetta, stessa formazione dell’ultimo lavoro. La tracklist (23 pezzi, uno in più di Sounds of the Animal Kingdom) è qua sotto, e solo a leggere i titoli vien voglia tipo di scendere in piazza a menare i fasci a mani nude.

  1. Malice
  2. Simple Math
  3. End Time
  4. Fuck Cancer
  5. Celebratory Gunfire
  6. Small Talk
  7. .58 Caliber
  8. Swift And Violent (Swift Version)
  9. Crawling Man Blues
  10. Lottery
  11. Warm Embrace Of Poverty
  12. Old World Order
  13. Butcher
  14. Killing Planet Earth
  15. Gut-Check
  16. All Work And No Play
  17. Addicted
  18. Sweet Dreams
  19. Echo Friendly Discharge
  20. Twenty Bag
  21. Trash
  22. Drink Up
  23. Control Room

Tanto se ribeccamo (speciale crossover): BIOHAZARD

i cornas

Nel ’96 esce il capolavoro dei Biohazard: si chiama Mata Leao ed è inciso per la prima volta da una formazione a tre. Il disco precedente era poco meno bello, giusto un po’ più figlio dei suoi tempi: State of the World Address, un milione di copie vendute, i video girati in mezzo alla loro ballotta con i membri della band in canotta che urlavano contro la telecamera. I Biohazard per certi versi sono l’acme artistico di una tutta una sottocultura di fetenti in canotta che cantano canzoni sul non farsi mettere i piedi in testa anche se ogni sera i poliziotti ti fermano e cercano una scusa per pestarti. La loro musica è un ibrido rap-metal-hardcore che nel ’96 è già vecchio stampo. Il gruppo ha già subito un grosso trauma: il chitarrista Bobby Hambel ha mollato prima delle sessions, da cui l’esigenza di tornare a un suono più asciutto e scarno. La band assumerà poi Rob Echeverria (Rest In Pieces e persino Helmet, dopo la defezione di Peter Mengede) come secondo chitarrista. Il tour europeo va benissimo: in mezzo c’è una data in Germania: un fonico si offre per registrare la performance e il disco verrà pubblicato senza metterci mano con il titolo No Holds Barred (per Roadrunner, l’etichetta che aveva pubblicato Urban Discipline). Dice che quando uno di questi gruppi pubblica il live significa che è finita: non fanno eccezione i Biohazard. Il disco successivo si chiama New World Disorder ed esce su Mercury nel 1999. Puro pilota automatico: recupera le sonorità più cafone e heavy metal di State of the World Address, le affoga in un bagno di violenza e tira come un treno dall’inizio alla fine. Il crossover in questo periodo vive una fase di stravolgimenti continui e continue ibridazioni che cercano d’incrociare ogni genere musicale esistente quanto più alla cazzo di cane sia possibile (gli scempi più divertenti sono quelli etno-metal di Puya, Soulfly etc e le sedicimila declinazioni tecno, tutte da dare alle fiamme a parte i Pitchshifter): l’opinione comune vuole i Biohazard come una sorta di fascisti sonori, reazionari del rapmetal di dodici anni prima che cercano di tirare a campare; il disco tuttavia ci fa la figura di una ventata d’aria fresca e ancora oggi passa nel lettore che è un piacere. Mentre la band lo incide, tuttavia, Evan Seinfeld è sulla rampa di lancio di una carriera da attore. In realtà l’unico ruolo di rilievo è quello di un carcerato di nome Jayz Hoyt in Oz. Non sono ancora arrivato al suo ingresso, ma credo di aver capito che interpreti il capo di una gang di biker nazisti (Evan Seinfeld è ebreo, c’ha pure una stella di David tatuata addosso). In quel ruolo viene notato da Tera Patrick, che lo contatta e diventa la sua fidanzata. Con lei al fianco diventerà una sorta di celebrità del porno USA: attore, regista e sceneggiatore di film di buon successo sotto lo pseudonimo Spyder Jonez e a nome proprio. Nel frattempo la band è arrivata al capolinea, ma fa finta di no. Mercury li molla a brevissimo e il gruppo firma con Sanctuary (USA) e SPV/Steamhammer (Europa). Le label degli ex-grandi gruppi in disuso per eccellenza, se servissero conferme sullo stato di salute del gruppo. Billy Graziadei e Danny Schuler approfittano della pausa del gruppo per ristrutturare la loro sala prove e renderla uno studio di registrazione professionale, nel quale incideranno il successivo Uncivilization. L’andamento del mercato impone di realizzare il loro disco più “crossover” ed eterogeneo, un pasticciaccio brutto senza identità che in mancanza di materiale su cui lavorare (i Biohazard sono quelli di State of the World Address e Mata Leao, punto e basta) cede alla moda imperante dei guest-starring chiamando a raccolta un artista diverso in ogni pezzo, a partire dall’amico di sempre Peter Steele per arrivare ad Agnostic Front, Phil Anselmo, Jamey Jasta, Skarhead eccetera. Il disco non impressiona nessuno, il gruppo ne esce con le ossa rotte. Si rifarà vivo un paio d’anni dopo con Kill Or Be Killed, roba che solo a vedere la tracklist si capisce come suona (basta il titolo, in effetti, che tra l’altro era stato annunciato essere Never Forgive Never Forget, e magari cambiato per non suggerire ai fan cosa pensare degli ultimi due anni di attività della band). Un mea culpa grande come una casa, totalmente fuori tempo massimo e bruciato dalla prima all’ultima nota (sempre meglio che il disco prima, in ogni caso). A questo punto è davvero finito tutto. La band perde il master di un disco chiamato Means to an End, lo ri-registra e lo fa uscire dichiarando che sarà l’ultimo disco a nome Biohazard. Danny Schuler esce dal gruppo, il quale dichiara lo scioglimento prima di imbarcarsi per il tour. È l’inizio del 2006 e la triste fine di un gruppo che a metà degli anni novanta poteva essere tranquillamente la tua vita.

Due anni dopo c’è un reunion tour per celebrare il ventennale della band, seguito da un giro per i festival estivi l’anno successivo in formazione storica al gran completo (Bobby Hambel alla seconda chitarra). La band ha anche registrato un disco nuovo, che dovrebbe –prima o poi- uscire e di cui per ora sappiamo solo essere dedicato a Peter Steele. Considerato che nel 2007 è uscito un live, la percezione generale è che i Biohazard non si siano mai tolti veramente dalle palle. Evan Seinfeld e Tera Patrick hanno divorziato, ma a quanto pare continuano a lavorare insieme. Che credo si dica scopamici.

tanto se ribeccamo (speciale crossover): RAGE AGAINST THE MACHINE

Nel 2007 i Rage Against the Machine tornano insieme per un set al Coachella, seguito da un piccolo tour europeo. Il gruppo si era sciolto all’indomani del tour a supporto dell’ultimo disco The Battle of Los Angeles (probabilmente, in prospettiva, il loro miglior album). La band covava una spaccatura al suo interno da almeno un lustro: da una parte Zack de la Rocha, un chicano riottoso e brutto come la fame, antagonista ad ogni costo e preso male all’idea di rimanere bloccato per il resto della vita a realizzare dischi rap-metal con lo stampino. Dall’altra parte Tom Morello e gli altri due musicisti, militanti di sinistra consapevoli e ben disposti a svendersi al miglior offerente per poter versare il ricavato alle cause che sostengono. La divisione li porterà, per certi versi, a inseguire il proprio sogno. Dopo la pubblicazione del dispensabilissimo cover album Renegades i tre musicisti finiranno per diventare l’ultima grande retroguardia del rock americano a nome Audioslave, un gruppo creato in vitro da Rick Rubin con Chris Cornell alla voce (per un po’ di tempo s’era persino parlato di un reboot dei RATM con B-Real alla voce) che vende un fantastilione di copie del primo album e viene adottato da Michael Mann per Collateral e Miami Vice (così da creare un concetto di americanità così figo che a conti fatti riesco a riascoltare senza problemi tutti e tre i loro dischi); Zack de La Rocha rimane impantanato per quasi dieci anni nella realizzazione di un disco solista. I lavori erano iniziati già ai tempi dei RATM: continuavano a saltare fuori collaborazioni con ?uest Love dei Roots, Dj Shadow e altra gente parimenti figa, il disco era dato come imminente già ai tempi di Renegades e quasi tutti scommettevano sul capolavoro nonostante il cantante non avesse nessuna credibilità da spendere all’interno del giro hip hop. Ancora oggi il disco non ha dato segno di vita -suppongo sia stato archiviato in via definitiva. A cavallo del 2000 si parlò di un nuovo gruppo formato da Zack de la Rocha e nientemeno che Trent Reznor, ma anche questo progetto non ha mai visto la luce (considerati i progetti di Trent Reznor che la luce l’hanno vista, dal 2000 in poi, è solo un bene). A conti fatti nell’ultimo decennio il rapper ha pubblicato un paio di tracce sparse come guest-star in dischi altrui o come mossa di protesta verso qualche causa. Si rifà vivo quasi dal nulla con un gruppo di nome One Day as a Lion, composto da lui e dal batterista dei Mars Volta, buttando fuori un EP nel 2008 che testimonia -grossomodo- di un impianto per niente diverso da quello dei RATM, con tastiere sature al posto dei chitarroni wah-wah e batterie estremamente più fantasiose di quelle di Brad Wilk (musicalmente è una cosa piuttosto figa, la parte meno convincente è quella vocale). A questo punto i RATM sono già tornati insieme. Il tour è andato benissimo nonostante nessuno abbia la minima intenzione di chiudersi in uno studio e lavorare a qualche pezzo nuovo: solo pezzi del tour suonati come la band li ha sempre suonati (benissimo, sia chiaro, ma con ogni secondo di esecuzione già programmato); l’unica differenza è che Zack de la Rocha ha smesso i dreadlocks e sfoggia una testa di riccioloni afro (da cui probabilmente l’idea di unirsi al batterista dei Mars Volta). La sensazione generale, per nulla smentita dai membri della band, è quella di trovarsi di fronte ad una associazione a scopo di lucro fondata sul concetto di mettere in contatto il meno possibile il rapper e i tre musicisti -tipo i Pantera ai tempi di The Great Southern Trendkill, grossomodo. Negli stessi anni Tom Morello ha provato una carriera solista a nome Nightwatchman con la quale cerca di rinverdire (non richiesto) la tradizione della canzone di protesta -il risultato è disastroso, una specie di versione sobria di certi Pogues saturata di slogan riottosi da seconda liceo. Gli Audioslave invece si sono sciolti all’inizio del 2007 per “divergenze creative e personali”, lasciando libero spazio alla carriera solista di Chris Cornell (impegnato a trovare un significato più radicale al verbo sbagliare) e alla reunion dei Soundgarden. Alla fine del 2007, con qualche strascico live nell’anno successivo, i RATM sono morti e sepolti. C’è un singolo momento di BOTTA quando i RATM si presentano a suonare a sorpresa durante il convegno nazionale repubblicano a Minneapolis: la band cerca di arrivare sul palco, viene fermata dalla polizia e si mette a cantare un paio di pezzi a cappella con un megafono in mezzo alla folla; per il resto è tutto più o meno come la reunion dei Pistols. Succede tuttavia che a fine 2009 viene promossa la campagna anti X-Factor: per impedire al miracolato di turno di arrivare in testa ad iTunes per natale viene proposto agli aderenti di comprare in massa Killing in the Name. La campagna ha successo, e i RATM arrivano in testa alle classifiche inglesi con un pezzo vecchio di 17 anni. Promettono in contropartita un concerto londinese gratuito, mantengono nell’estate del 2010 e ne approfittano per attaccarci qualche festival europeo. Negli ultimi mesi, mentre in Gran Bretagna la campagna anti X-Factor ha preso come bandiera 4’33”, arrivano le prime dichiarazioni sul fatto che la band ha (grossomodo) smussato le divergenze e sta lavorando a pezzi nuovi. Non credo servirà una sfera di cristallo per immaginare quanto sarà identico agli altri tre dischi. I quali, riascoltati, sentono tutti i loro anni: Resiste The Battle of Los Angeles perché ha meno standard e più variazioni sul tema, ma forse c’era una ragione per cui quando nei locali partiva Bullet in the Head arrivavano i buzzurri urlando coi gomiti alti e il cazzo dritto, e cioè che il primo dei RATM è sostanzialmente un disco per buzzurri a cui piace correre in pista urlando coi gomiti alti e il cazzo dritto. Massimo rispetto, ma dopo VENT’ANNI anche basta.

(questo vuol essere il primo di una serie di TANTO SE RIBECCAMO dedicato ai gruppi crossover. Stanno tornando con più verve degli zombi e ci stanno facendo fare i conti con noi stessi dieci o quindici anni più giovani. Son dolori.)