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True believers: BILL CALLAHAN

gente allegra

C’era gente che sui dischi di Smog ci piangeva a dirotto quando io riuscivo sì e no ad ammettere l’esistenza di quel genere di musica, quindi su di lui non posso mimare quella scafatezza anni 2000 di chi sapeva tutto di tutti prima di tutti gli altri. Per me Smog era più che altro un tizio di cui sapevo qualcosa (per esempio che Smog era sostanzialmente un tizio) per via di un articolo di Rumore a metà anni novanta che metteva insieme lui, Palace e Sebadoh (epoca Harmacy) per ragionare di una sorta di rinascita folk in seno all’indie rock americano. A quei tempi non sapevamo quanti danni avrebbe fatto ‘sta cosa della rinascita folk in seno all’indie rock americano. La colpa di sicuro non è di Bill Callahan, che ha continuato a viaggiare per la sua strada raccontando di sé e del mondo immaginario in cui vive con una regolarità che tutto sommato ha dell’impressionante. Da quei tempi è cambiata poca roba: gli arrangiamenti si sono fatti ancora più essenziali, la produzione si è levigata un poco e i dischi escono firmati con nome e cognome. Negli ultimi anni ha fatto chiacchierare una sua storia con Joanna Newsom, compagna d’etichetta di almeno quindici anni più giovane, autrice di un fenomenale esordio e naufragata dal secondo disco in poi in un terribile prog-folk aulico dal peso specifico massacrante (il suo ultimo disco è triplo, per dire). Tra l’altro per molti Bill Callahan nasce come fidanzato della tipa. Nel frattempo alla chitarra acustica ci sono arrivato pure io, l’ho messa tra i mieiascolti fissi, sono andato in overdose, ho cercato di uscirne e ho snellito la mia discoteca fino a tenermi una manciata di nomi essenziali con cui sopravvivere. Bill Callahan s’è scavato il suo posto nella top ten con metodo e perseveranza: il suo tono freddo e declamatorio mai fuori controllo mi devasta il triplo delle voci sovraccariche di qualsiasi weird-folkster in commercio. Ad ogni nuova uscita a suo nome è sempre più chiara e marcata la distanza (musicale, ma soprattutto emotiva) tra l’uomo ed il genere che –volente o nolente- s’è trovato ad ispirare, come se in qualche modo sprofondare nella maniera per Bill Callahan allontanasse ulteriormente la distanza tra l’autore, la musica e chi la ascolta. Eppure l’effetto è ogni volta più devastante. L’ultimo Apocalypse inizia con una delle canzoni più scure e prese male del passato recente. Si chiama Drover: parte con Bill che bofonchia “the real people went away” senza strumenti in sottofondo e nel giro di un secondo ti trascina in un pozzo di disperazione.

The real people went away
But I’ll find a better world, someday
Leaving only me and my dreams
My cattle and a resonator

I drove all the beast down right under your nose
The lumbering footloose power
The bull and the rose
Don’t touch them don’t try to hurt them
My cattle

I drove them by the crops and thought the crops were lost
I consoled myself with rudimentary thoughts
And I set my watch against the city clock
It was way off

Yeah one thing about this wild, wild country
It takes a strong, strong
It breaks a strong, strong mind
Yeah one thing about this wild, wild country
It takes a strong, strong
It breaks a strong, strong mind

And anything less, anything less
Makes me feel like I’m wasting my time

But the pain and frustration, is not mine
It belongs to the cattle, through the valley

And when my cattle turns on me
I was knocked back flat
I was knocked out cold for one clack of the train track
Then I rose a colossal hand buried, buried in sand
I rose like a drover
For I am in the end a drover
A drover by trade
When my cattle turns on me
I am a drover, double fold

My cattle bears it all away for me and everyone
One, one, one, one, one, one …

Yeah one thing about this wild, wild country
It takes a strong, strong
It breaks a strong, strong mind
And anything less, anything less
Makes me feel like I’m wasting my time