Crea sito

Navigarella: GIORNALISTI MUSICALI VS. NEMICI DELLA MUSICA

Lana del Rey ha cantato dal vivo una versione non disprezzabile di Heart-Shaped Box, e quando dico non disprezzabile intendo dire in realtà darsi fuoco. Mentre la rete si divideva più o meno a metà tra colpevolisti a prescindere e innocentisti a prescindere (tutto si può dire di Lana del Rey meno che non sia stata coerente nel non far nulla per farsi odiare da chi la ama o farsi amare da chi la odia, in questo vera popstar-chiave del nostro millennio), Courtney Love ha detto una cosa su twitter tipo AHAHAH STAI CANTANDO UNA CANZONE SULLA MIA FIGA. Continuano le celebrazioni della morte di Kurt Cobain.

C’è una prima anticipazione del nuovo disco degli Animal Collective, uno dei pochi gruppi bolliti da anni e anni che in realtà no. Anche il disco nuovo sembra poterci piacere molto.

Sta per uscire il secondo disco della Corin Tucker Band. Il primo disco della Corin Tucker Band è una delle pochissime testimonianze audio del fatto che si possa fare musica rock normale senza necessariamente venire inclusi in un gruppo di spocchiose teste di cazzo che fanno musica rock mimando un anacronistico ritorno alla normalità nel disperato tentativo di venire considerati un nuovo trend di gente a cui forse non frega un cazzo di niente ma io guarderei bene cosa c’è sotto (cosa che tanto per dire non è riuscita alle molto più considerate Wild Flag, cioè le ex-Sleater Kinney senza Corin Tucker, autrici di un disco brutto e triste in culo su cui si è sviluppato un minuscolo hype un paio d’anni fa). Il secondo disco della Corin Tucker Band, a giudicare dai primi due estratti, promette d’esser quasi meglio del precedente, e meno male che ci sono i volti nuovi di vent’anni fa ad indicare nuove strade da percorrere ai volti nuovi di adesso.

A proposito di anacronismo, c’è un flame molto divertente sul facebook di Edoardo Bridda. Edoardo Bridda sarebbe il boss o uno dei boss di SentireAscoltare. Sulla sua pagina ha postato il link a una recensione di Ondarock dei Wild Nothing uscita (a quanto pare) un mese prima del disco. Lamenta il fatto che quelli di Ondarock si sono sempre dichiarati contrari a questa cosa e via di questo passo. Nei commenti al post si scatena una specie di guerra delle coscienze, interviene perfino Claudio Fabretti con un tono tipo “io sono il boss di Ondarock, sono intervenuto qui ma ora c’ho degli altri cazzi da fare e comunque di quel che fate voi me ne frego”. In realtà è lo scontro tra due modelli di giornalismo musicale: il primo si sbatte a duemila per essere sempre sul pezzo, il secondo si erge a roccioso bastione del mercato musicale tradizionale, supporta etichette distributori e artisti e se ne va per la sua strada. La cosa più tenera è farsi il viaggio e pensare che dietro tutto questo ambaradan ci sia una lotta senza esclusione di colpi per diventare il web magazine italiano più influente della storia E una recensione arrivata un mese prima influenza irrimediabilmente l’ascolto, bruciando la recensione dell’altro sito e determinando in maniera indelebile il gusto dell’ascoltatore in merito al disco dei Wild Nothing. Bridda mette il tutto sotto forma di domanda: e voi cosa farete? Pubblicherete la recensione dei Wild Nothing in questi giorni o quando sarà uscito il disco? Difficile a dirsi, ma immagino che Bastonate non pubblicherà la recensione del disco di merda dei Wild Nothing, parlo senza averlo ascoltato MA avendo letto la recensione di Ondarock, prima della data di uscita ufficiale. Né dopo, credo, ma non si può mai dire. Ho scritto cose per entrambe le webzine, una parte del mio passato che non ricordo con orgoglio.

 

E dato che abbiamo iniziato a rompere i coglioni alle webzine, andiamo con una rapida rassegna di recensioni italiane del nuovo disco dei Baroness. Ora, il disco per quanto mi riguarda è una ciofeca prog anni settanta suonata con un briciolo di gusto e senza un briciolo di botta, con un approccio tipo “ora ti spiego il post rock e tu lo capirai anche se metallaro e ignorante” (che dopo dieci anni di Neurosis in tutte le salse mi sembra pure un po’ patetico). L’elenco serve a dimostrare quanto e come un disco per il quale è in corso un PLEBISCITO (di quelle che ho letto la stroncatura più violenta è quella di metalitalia, in numeri un 6,5) contenga in quasi tutte le recensioni un riferimento al fatto che è un disco che dividerà gli ascoltatori.

Intanto, il gruppo americano rimarrà vittima di un’antica contraddizione: se proponi sempre le stesse cose, sei monotono e pecchi di capacità evolutiva; ma se cambi strada e tenti qualcosa di nuovo, sbagli comunque e l’accusa è di aver ceduto la purezza artistica alle sirene del mercato. (metal.it)

“Yellow & Green” è quindi il disco che pone definitivamente i Baroness su un altro piano, rispetto al metal estremo e al post hardcore delle origini, e lo fa con lucidità e cognizione di causa, applicando strutture e concetti cardine della storia del rock al proprio stile originario, approdando a una sintesi stilistica inaspettatamente viva e fertile. (metallus)

Per ascoltare “Yellow & Green” ci vogliono orecchie nuove e maggiore sensibilità, bisogna riconoscere l’evoluzione del sound e i motivi alla base di questa scelta. Per gli scontenti ci sono sempre i dischi rosso e blu, per tutti gli altri “Yellow & Green” potrebbe essere un valido motivo per spendere ore e ore cullati dalla bellezza che solo la musica può offrire. (spaziorock)

grazie a una band come i Baroness è possibile che si inauguri una nuova stagione nel mondo della musica metal. Una stagione che dividerà, che creerà scompiglio, che farà perdere ai Baroness il pubblico più intransigente, ma farà loro guadagnare il rispetto di chi, anche dal metal, chiede un’evoluzione. Ed oggi, si dica chiaramente, i Baroness sono una delle forme più evolute di metal con la quale possiate confrontarvi. (sentireascoltare)

Non abbiate paura ad avvicinarvi a questo Yellow And Green: aprite la vostra mente ed ascoltatelo fino a farlo entrare in circolo dentro di voi, solo così riuscirete a mettevi in contatto con le anime di questa band eccezionale (che è vero non hanno ancora messo a fuoco perfettamente la propria strada, ma che sicuramente hanno dimostrato di sapersi mettere in gioco) (metallized)

Scandalo, capolavoro. Si sono venduti, anzi no, hanno fatto il loro miglior disco. No, no, è un album vergognoso, l’ho cestinato subito; però si sono rinnovati nel migliore dei modi. Stanno facendo come i Mastodon, sono meglio dei Mastodon. Abbiamo già sentito, e probabilmente sentiremo ancora a lungo, i pareri più disparati sul nuovo album dei Baroness, nome sempre più conosciuto che sta travalicando i confini del panorama sludge metal a cui era relegato. Alcuni giudizi ci sembrano affrettati, altri espressi con eccessiva presunzione, tanto perché al giorno d’oggi se non ascolti i Baroness sei un po’ “indietro” (però fino a pochi anni fa eravamo ancora quattro gatti a vederli, chi è indietro allora?) (gotr)

Il bello dei “nuovi” Baroness è, forse, anche questo: ascoltare capitolo per capitolo con viva e rinnovata curiosità, senza sapere bene dove porterà lo step successivo. Un genuino disorientamento che, se per alcuni sarà testimone di un decadimento mentale e qualitativo senza freni, per noi è il simbolo di quella decomposizione di cui in avvio: il salutare decesso dell’ordinarietà verso nuovi orizzonti, nuovi traguardi. (storia della musica, e questa è IMPORTANTE che ve la leggiate tutta, possibilmente sotto l’effetto di qualcosa)

STREAMO: Fennesz/Daniell/Buck – Knoxville (Thrill Jockey)

cover (dettaglio) (non è vero)

Per chi sballa con cose tipo i vuvuvuvuvuvus, vale a dire la versione volgarotta e metallosa di certe intuizioni minimal che hanno smesso di chiamarsi intuizioni trentacinque anni fa, a prescindere da quello che ne pensi mia madre, la quale annovera tra le cose più urgenti a cui ri-pensare (così a mente) un nuovo frigorifero, una lavastoviglie, quello che danno stasera su raidue, le cure termali, un’automobile, il fatto che io le fabbrichi un nipote e la festa della parrocchia del mio paese. Tony Buck (batteria) è un australiano di quelli che incontrate in metà dei dischi che ascoltate se ascoltate quel genere di dischi, giro Ex quando va bene e giro Zorn quando va male. David Daniell è un carneade del post-post-rock, vale a dire che ha un disco in giro con Doug McCombs (che vi potete beccare in sconto se lo comprate assieme al disco di cui parliamo, perché la musica post nella sua forma più pura e perfetta la fanno un tanto al chilo). Fennesz è Fennesz. In tre danno vita a una ragionevolissima versione  rock dei dischi più ambient di Fennesz: tappetoni di chitarre effettate stile drone music elegantissima su cui s’appoggiano batterie più o meno a caso guardandosi bene dal buttar dentro un beat -anche per sbaglio. Rumorosissimo se si alza il volume, elegantissimi a prescindere dal volume stesso. Sul finale Tony Buck suona un sacco e si sente meno quell’effetto primi Growing (che per carità, dieci volte meglio l’effetto primi Growing che i Growing attuali) e si inizia a sentire un disco postrock davvero piuttosto interessante figo ed ascoltabile, una specie di Storm&Stress senza il problema di dover scrivere pezzi o che altro tagliati con dosi di Eluvium, SixOrgans, Chatham, Pyramids, ovviamente My Bloody Valentine e un centinaio di altri artisti a caso purchè tendenzialmente malinconici e pallosi. Per i fan di drone metal e affini c’è anche un sottotesto relativamente dark che viene reso quasi meglio dalla press-sheet di Thrill Jockey (che in inglese significa vale la pena a prescindere) di quanto possa mai sperare di fare la musica in se stessa, quindi lasciamo il link alla pagina -dove potrete perfino ascoltare il disco in streaming e sballare con l’epicità pastosa e raggiante della musica che si posa delicata sul tramonto dell’ultimo sole di un’estate ormai agli sgoccioli mentre continuate a postare foto della vostra vacanza ad Amsterdam su Facebook nella segreta speranza che qualcuno se le caghi pure. Grazie a Delso per l’imbeccata.

WEIRD WIVES – piccoli fans, mattoni, download illegale della settimana, true believers e pure un po’ DISCONE.

Avete mai sentito parlare di tali Surfer Blood? Parlando del loro ultimo disco, Nunziata di OndaRock scrive “è un piccolo, delizioso compendio di noise-pop impreziosito da qualche eccentrica soluzione in fase di arrangiamento e da una scrittura che, se raramente tenta la sorte, pur riesce mediamente fresca e accattivante”. Sarò un classista e un pezzo di merda, ma ho pensato che non fosse necessario ascoltarlo per decidere che era un disco del cazzo. Googlando alla ricerca di altri pareri in materia mi imbatto su indie-rock.it e scopro che le recensioni sono tutte impostate rispondendo a una decina di tag (tra cui spicca densità di qualità), perdo interesse nella faccenda Surfer Blood e inizio a leggermi le rece tanto per capire il punto.  Comunque poi il disco me lo son sentito, e ovviamente tutti i paroloni di ‘sta terra non tolgono il fatto che sia una robetta paracula blurgh-fi che mischia Pet Sounds, gli Weezer e due quintali di shoegaze d’accatto -fosse uscito in qualsiasi anno precedente al 2008 probabilmente sarebbe stato persino un buon disco pop. Stamattina invece mi alzo presto e vado a cacare col macbook sulle ginocchia, decido di dare la mia occhiata mensile a Stereogum e scopro conto che esiste una side-band non ufficiale dei Surfer-Blood (tre musicisti su cinque) che si chiama Weird Wives e spacca il culo alle vigogne. Ci sono pezzi in streaming, e sono una specie di antipasto ad un paio di EP messi in download gratuito dalla band. File under COSE A CASO: un pastone vintage-noise* devastante tra Jesus Lizard ed ubriachezza molesta, con un sacco di accenti garage che ricordano vagamente certe cose di Hunches o Hospitals. Le canzoni rispettano quasi tutte i dettami delle band sopracitate, AKA pezzi punk sconvolti di due minuti, ma il CLIMAX è senza dubbio una traccia di nove minuti intitolata Bulldozer Puppet Fucker. Che in realtà è una canzone di tre minuti più sei minuti di feedback di chitarra a buffo, roba davvero MOLTO gratuita ed esaltante. Il fatto che il cantante sia un obeso sudatissimo à la Pink Eyes e faccia il trick di sputar fuoco ai concerti li farà probabilmente finire in mezzo alle cronache accanto alla lunga et insidiosa schiera di sodali-barra-imitatori dei Fucked Up, ma sono davvero un gruppo noise di quelli che Dio ne caga fuori uno ogni sei mesi al massimo. E vi danno pure i dischi gratis da scaricare. RISPETTO.

*vintage-noise per me significa AmRep più qualche disco T&G/Skin Graft basato su coordinate AmRep. Giusto per chiarire, sia mai che mi prendete per un fan degli Scratch Acid. Beh ok, gli Scratch Acid spaccano il culo.