MATTONI issue #5: Goldie

 

L’avevamo promesso ed eccolo, Mother, il punto di non ritorno, il Grado Zero della musica elettronica, l’ultimo pezzo di musica elettronica possibile, il testamento definitivo dell’uomo nato Clifford Price poi ribattezzatosi Goldie, qualcosa di molto simile a un codice segreto senza però il relativo John Nash completamente folle da qualche parte nel mondo a disposizione per decifrarlo. In un’intervista a Simon Reynolds del 1995, con la sua consueta modestia Goldie aveva definito il suo brano-monstre Timelesscome un Rolex: perfetto nei meccanismi ma anche bellissimo da vedere“, o qualcosa del genere (non ricordo le parole precise ma il concetto era quello). Con Mother, l’uomo sposta l’asse di qualche sistema solare più avanti; magari da fuori sembra ancora un Rolex, ma di sicuro il tempo che segna non è quello di questa terra. Forse di Plutone, o di Saturno (come il titolo del CD in cui Mother è incluso). E gli ingranaggi interni non sono più frutto della chirurgica, tranquillizzante, affidabile precisione svizzera bensì di un’ipotetica session di brainstorming tra M.C. Escher, HR Giger, Stephen Hawking e Abdul Alhazred, con Philip Glass da qualche parte nella stanza a monitorare il lavoro. Comunque la si giri, il pezzo è impressionante; non soltanto in termini di durata (67 minuti), ma anche e soprattutto per la portata e la quantità di suggestioni e possibilità che contiene, riuscendo a teorizzare una fusione fino ad allora intentata (e, nonostante i numerosissimi e più o meno blasonati tentativi, tuttora ineguagliata) tra jungle, minimalismo, drum’n’bass, techno, musica concreta,  psicanalisi e musica impressionista, e rappresentando di fatto un ponte tra il mondo alto della classica contemporanea e il basso dei capannoni abbandonati, dei magazzini dismessi, dei tunnel della metropolitana in disuso farciti di sudore e anidride carbonica in eccesso e umori corporali di ogni tipo al termine del più colossale dei rave illegali di quegli anni. In tanti hanno poi provato a battere lo stesso terreno, a scandagliare simili universi; dal Trent Reznor del massimalista e debussiano The Fragile, all’Aphex Twin di Drukqs, all’orchestra siderale di “Mad” Mike Banks fino a Carl Craig & Maurizio, ognuno con la propria visione e il proprio tocco. Ma Goldie li aveva già bruciati tutti sul tempo, lui era già altrove, padrone creatore e sovrano assoluto di un universo la cui entrata era preclusa – probabilmente – a chiunque non facesse parte della sua schiera privata di fantasmi. Bisognerebbe davvero poter tornare a parlare di Mother tra qualche eone; di sicuro verrebbe voglia di suonarla, ininterrottamente e senza soluzione di continuità, dal 1998 a oggi e oltre.

Autechre @ laboratorio Crash (Bologna, 27/3/2010)

ecco un gruppo che dal vivo non suda mai.

Di Rob Hall, annunciato in cartellone come guest principale, non v’è traccia; in compenso tocca sorbirsi quasi due ore di dj set di tale Didjt che con sadica perseveranza infligge un’interminabile serie di numeri UK garage, hip hop inglese (che già di per sé è come dire “yodel africano”), quella roba oscura e presa male con qualche negro strafatto che ci latra sopra cose incomprensibili che quelli che ne sanno chiamano grime, ritmi bradicardici che ti fanno salire la fattanza mentre smezzi una canna di marocchino coi ragazzi, beats asfittici e perfino un lunghissimo quarto d’ora di dancehall per giamaicani rincoglioniti dal troppo fumo che poi tornati a casa picchiano la moglie. Veramente allucinante. Il pubblico però (almeno nelle prime file) pare gradire.
Il set di Russell Haswell invece dura un quarto d’ora. Come dire: la legge dei grandi numeri, però al contrario. Presente i primi dieci secondi di Turning point, il pezzo che apre Sheer Hellish Miasma di Kevin Drumm? Prendeteli, metteteli in loop, centuplicate il volume e avrete una vaga idea di quel che ha commesso. Haswell è sempre stato un fan accanito dei Whitehouse, e si sente: le sventagliate di sfrigolii digitali prodotte questa notte farebbero invidia a William Bennett per cattiveria, ignoranza e capacità di ottundimento (ma senza le stronzate da pedofilo di contorno). Peccato solo per i volumi decisamente sopportabili.
Probabilmente è la prima volta che gli Autechre a Bologna possono usufruire di un impianto audio adeguato alle loro esigenze; ricordo tutte le loro precedenti date a cui io abbia presenziato come lunghissimi calvari di roba pazzesca irreparabilmente rovinata e numeri assurdi tristemente vanificati da sistemi di amplificazione non all’altezza e/o locali dall’acustica peggiore di un’autostrada all’ora di punta, coi fonici che disperatamente tentavano di salvare il salvabile con le stesse probabilità di successo di un chirurgo alle prese con un triplo bypass da operare con posate da pic-nic. Sentire la loro musica così come è stata progettata è già di per sè un piccolo miracolo; il problema è che è sabato sera, siamo in un centro sociale e farsi vedere a un live degli Autechre evidentemente è trés-trés chic, c’è chiunque ti aspetti che ci sia e chi non è occupato a fare pubbliche relazioni e/o a ciarlare di stronzate probabilmente vuole soltanto che la scimmia gli salga in fretta. Non esattamente l’audience ideale per il live di un gruppo per il quale è stata inventata la stronzissima definizione Intelligent Dance Music. Manca inoltre un ingrediente fondamentale per le loro esibizioni: il buio. Oltre ai lampioni del circondario la cui luce arancione filtra dagli enormi finestroni alle pareti, la stanza è in parte illuminata da un faretto blu lasciato scriteriatamente acceso per tutta la durata del concerto. La micidiale combinazione pubblico di merda+chiacchiericcio+luminosità (la molestia del quadro generale incrementata da decine di teste di cazzo armate di digitale o telefonino che ciclicamente cercano di fotografare il palco, nonostante la notoria ritrosia del duo agli scatti e nonostante la presenza di un gigantesco e inequivocabile cartello NO CAMERA – NO FLASH all’entrata) rischia di compromettere irrimediabilmente l’esito della serata. E invece no. Gli Autechre sono in botta. Freschi reduci da un live webcast di 12 ore per promuovere l’uscita del recentissimo Oversteps, nonostante la luce e il rumore di fondo e le battaglie da lasergame inscenate tra i coglioni col flash e due tizi della security armati di torcia e puntatore a infrarossi loro se ne fregano, e legnano, e tirano fuori un catalogo di suoni come sempre indescrivibili per fantasia e toni del tutto sconosciuti a orecchio umano; frequenze aliene, passaggi liquidi da incubi drexciyani, beats ultraterreni e bassi da rivoltare le budella e far schizzare i timpani su Plutone, un insieme che non può essere definito altrimenti che mentale e che per questa volta privilegia il lato aggressivo e pestone dei marziani di Rochdale. È il suono dei videogame che si giocheranno nel 3025 su Saturno, dei rave parties tenuti negli slums di District 9, ed è entusiasmante e in un certo modo perfino liberatorio assistere a un live degli Autechre che non sia un’altra seduta psicanalitica brutale e triturante, comunque sempre imprendibile e sempre con suoni – letteralmente – mai uditi prima d’ora. Terminato il set in uno scroscio di applausi increduli, sentire il dj che viene dopo, chiunque sia, significa sporcarsi le orecchie.

Speciale True Believers: Goldie

 

 

È il 1996 e Goldie è il padrone del mondo. Il suo primo album, il titanico doppio Timeless che raccoglie una serie impressionante di hit tra cui l’imprescindibile title-track, ha rivoluzionato il corso della musica elettronica, rifondando fin dalle radici l’intero genere drum’n’bass e determinando la nascita del suo (ancora più) schizofrenico upgrade denominato jungle, ha venduto fantastiliardi di copie e lo ha reso di fatto la prima (e probabilmente unica) superstar conosciuta a livello mondiale dell’underground breakbeat britannico: fisico scolpito da lunghe ore spese in palestra a sudare sangue sugli attrezzi, street knowledge inattaccabile, una faccia che vista una volta non te la dimentichi (grazie anche a entrambe le arcate dentali interamente incapsulate in oro, antica specialità dell’uomo da cui il nomignolo Goldie), ogni dettaglio nel mosaico Clifford Price si rivela eccellente per la consacrazione iconica, perfettamente vendibile alle masse affamate di nuovi idoli dopo che Cobain si è fatto saltare le cervella e la scena dei rave è stata brutalmente smantellata previa manovre repressive da Terzo Reich. L’etichetta Metalheadz (da lui fondata un paio di anni prima) va alla grande, la sua faccia è su tutti i magazine che si occupano anche solo lontanamente di musica, la sua presenza a qualsiasi party che conti qualcosa tanto matematicamente certa da far nascere sospetti su una sua inspiegabile ubiquità; è praticamente di stanza a MTV, tra il video di Inner city life programmato a spron battuto e il suo ghigno beffardo intercettato dalle telecamere di MTV News in giro per le feste più cool del pianeta. Si fidanza con Bjork, e quando il volitivo folletto islandese lo scarica si consola uscendo con Naomi Campbell. Nel frattempo trova il modo di lavorare al suo ritorno discografico, la cui uscita viene fissata per gennaio 2008. Saturnzreturn è nuovamente un (mastodontico) doppio, il cui primo CD è quasi interamente colonizzato da un’unica traccia – Mother, probabile prossimo oggetto di osservazione sulla nostra rubrica MATTONI – lunga più di un’ora, il tutto nella (nemmeno troppo) segreta speranza di dimostrare al mondo che la sua genialità andava oltre l’aver ridefinito un genere (come se poi ciò non fosse abbastanza…!). Senza contare peraltro la messe di ospiti “prestigiosi” di cui è infarcito il resto dell’album: Noel Gallagher in Temper Temper, KRS-one (lui sì, grande per davvero) su Digital, fino a David Bowie nella spettrale e Lynchiana Truth. Il disco, forse ancora più del precedente, rivela la straordinaria abilità di Goldie come arrangiatore, produttore e mago dello studio di registrazione in genere, un “tocco” letteralmente unico e una maestria tali da rendere doveroso e per nulla azzardato l’accostamento dell’uomo, per importanza e maestria, ad autentiche autorità del tenore di Phil Spector, Todd Rundgren, Barry Manilow o Isaac Hayes. Saturnzreturn è anche il suo lavoro più personale e sofferto, una lunghissima interminabile sessione di autoanalisi brutale e introspezione che non arretra davanti a niente, svelando i fantasmi più nascosti (Demonz), le paure più recondite (la profetica Chico – death of a rockstar) e le ossessioni più tormentose e dolorosamente private di un uomo disperatamente solo al comando (Mother, la straziante, splendida Letter of fate, probabilmente il suo pezzo più toccante di sempre).
Raramente disfatta fu altrettanto epocale: il disco non vende un cazzo e lui viene rinnegato dai fans (che volevano soltanto roba schizzata in tempi dispari per farsi salire la scimmia più velocemente) e spietatamente sbertucciato dal resto del mondo. La casa discografica lo scarica, dopo che nemmeno l’EP vecchio stile accontentaidioti pubblicato a mo’ di “scuse” pochi mesi più tardi (Ring of Saturn, che pure contiene una edit di Mother arcigna e angosciante, con tanto di video orrorifico annesso) riesce a far rialzare le quotazioni. A quel punto, sfruttando quel briciolo di popolarità che gli era rimasta e di cui godeva soprattutto in Inghilterra, tenta la strada del cinema: compare in Snatch e nel James Bond di Michael Apted, in entrambi i casi nei panni dello scagnozzo cattivissimo. E non recita neanche male, solo che chissà perché non attecchisce, non resta nella memoria; nel James Bond rimangono impressi più che altro i prodigi ipertecnologici e le megaesplosioni di uno degli episodi più rutilanti dell’intera serie, e in Snatch la sua presenza viene irrimediabilmente eclissata dalla parata stellare di facce da stronzi che è il resto del cast (Jason Statham, Vinnie Jones, uno strepitoso Brad Pitt versione zingaro, Dennis Farina, ecc.). Gli rimane da giocare la carta del pietismo pietoso: sulla sua triste storia di orfanello rimbalzato da un istituto di correzione all’altro costruisce un lacrimevole documentario autobiografico (When Saturn Returns, oggi introvabile) mandato in onda una sola volta da una rete inglese poi impietosamente dimenticato dal mondo, e nel 2002 partecipa al Celebrity Big Brother con dichiarazioni del tipo: “se vinco ho intenzione di devolvere il montepremi a tutti i bambini senza genitori del mondo. Ne hanno davvero bisogno“. È il primo ad essere sbattuto fuori dalla casa.
Da allora di Goldie raramente si sente più parlare – almeno a livelli di mainstream. Dopo Ring of Saturn escono un paio di compilation da lui mixate su etichette underground e, nel 2007, un album sotto uno dei suoi pseudonimi più noti (Rufige Kru) di cui ho faticato come un dannato per riuscire a leggere recensioni a proposito (pochissime, e quasi tutte su giornali non inglesi). Nel 2008 finisce sulla copertina del venticinquennale di Mixmag, assieme ad altri ventiquattro dj che han fatto la storia. Come un residuato bellico. Come un vecchio dinosauro che un tempo è stato grande. Lui è un genio, ma la sua parabola discendente è ancora più epica della sua arte.

Letter of fate

 

No-one ever said that living would be easier than
My letter of fate, I write, for I am
No-one ever said that waiting would be easy for me
That I can feel and touch and see

 
No-one ever said that living would be easy
Than me alone, and
No-one ever said that living would be

Alone.
There is no breeze around me.

Alone.
I can feel and touch and
See, for me

My letter of fate I rise for me
My letter of fate I write for me
Tonight.

Liars – Sisterworld (non-recensione)

Non ho ascoltato neanche una nota del nuovo album dei Liars, o perlomeno molte poche (un solo pezzo, una sola volta, due mesi fa, zero attenzione), ma ho appena effettuato il pre-order purchase VAT non included + postage (Postgate) e secondo la proprietà transitoria degli oggetti di scialo (libri, dischi, musicassette e dvd – ma questi ultimi solo nel caso di film noiosi) possedere un oggetto equivale a conoscerlo approfonditamente, dunque posso partire con la mia recensione pregiudiziale, che resterà peraltro la più autorevole su piazza a meno che non ci si decida a fermare un passante e chiedergli due parole a proposito.

Una recensione è peraltro inutile, dal momento che i Liars, come tutti i gruppi che “ce la fanno” partendo dal piccolo (ossia: dalla ficaggine vera e per pochi alla ficaggine pallosa comunemente accettata come tale, spesso chiamata Genio dagli sprovveduti), sono già destinati a essere album dell’anno. Questo perché tali band, di norma, fanno un disco-vabbè (il primo dei Liars/Von), un disco fichissimo che conquista i cuori degli Ascoltatori di fascia A (il secondo dei Liars/Agagaetis Burin), un disco bello ma levigato che si insinua nelle menti degli ascoltatori di fascia B, i B-scoltatori (Drums/Disco bianco co’ le parentesi intagliate), e a questo punto conquistano il mondo mandando tutto in merda con Takk, consegnandosi pienamente agli ascoltatori delle serie inferiori (usando la cavea dell’Auditorium di Roma come cavallo di troia), e dopo un altro disco o due i fan della prima ora li hanno totalmente rimossi, cioè neanche si preoccupano più se la band pubblica qualcosa (diciamo che dopo Takk, per quanto mi riguarda, i Sigur-Ròs avrebbero anche potuto fare cinquanta dischi, e forse l’hanno fatto, io non lo saprei in ogni caso perché li odio in pianta stabile e in pianta stabile mi occupo ormai di roots-folk e riscoperta dei Sepultura), e loro arrivano a Sanremo e quindi anche ai nostri nonni che apprezzano lo stacchetto dimostrando che la nostra famosa Musica Complessa Che Noi Amiamo è in realtà POPPETTONE FACILE che qualunque vecchio capisce in scioltezza, tale e quale a Poopaw e al Principe.

Nel caso dei Liars, già tre anni fa li avevamo lasciati lì lì per produrre il loro Takk, e proprio mentre noi soloni – cioè grandi sòle – del pop-rock eravamo pronti al massacro, e proprio mentre voi faciloni – cioè gente normale – del pop-rock eravate pronti a fare le file presso il miglior negozio di dischi della città (www.slsknet.org, o quei cazzo di distillati moderni che io non conosco tipo i torrent o lo scambio-file telepatico attraverso quelle piccole porte spazio-temporali che vi portate sempre dietro), ecco che tac!, i Liars se ne escono con un disco raw-rock (rawk) anni ’90, demodéissimo, con inserti di indie-hop malfatto e swingate basse e numeri di vecchio stampo hard-bop che a raccontarlo oggi non sembra neanche vero tanto era spiazzante nella sua semplicità, guadagnandosi in un colpo solo la medaglia d’argento di essere accolti con tiepidità (“Sette” e faccetta un po’ schifata e bigia) dai soloni, e quella d’oro di mantenere un pubblico ampio e schifoso ma senza che la genericità indie-moda si trasformasse in genericità e basta. Che poi io rabbrividirei se il mio pubblico fosse solo indie-moda o anche solo indie-indie o solone-solone, e sì, chiaro che anche il pubblico Feltrinelli mi farebbe schifo ma questo è un problema di per sé della razza umana: è bello avere un pubblico di per sé, poi il pubblico è disprezzabile per antonevrosi, quindi a quel punto tanto meglio che il pubblico sia tanto e pagante. Ma questo è un altro discorso.

Venendo a noi, cioè a Loro (intesi come Liars come si capisce dalla L maiuscola), il tempo è passato e pian piano si è riformata (almeno nella mia mente già infondata di per sé) la sensazione che il loro prossimo album, ormai imminente, sarà il famigerato Primo Disco dopo il Botto, ossia la Cacata-Alpha. Questo è chiaro da tanti piccoli indizi: innanzitutto lo penso io; poi il disco è stato promozionato tramite un sito tutto brillante yé-yé interattivo che sembra una di quelle trovate giovanilistiche che vengono usate per promuovere le iscrizioni alla Luiss; infine due mesi fa sentii per sbaglio mezzo pezzo ed era di quella subdola orecchiabilità geniale, cioè si insinuava a poco a poco e già dal terzo ascolto (cui mai sono arrivato) ecco che te lo stai cantilenando tra te e te, e certo che te lo cantileni tra te e te e non tra te e un altro perché sei talmente solo che il tuo stato è scritto con la zeta iniziale: zolo. Ma a poco a poco, col passare dei giorni e con gli ascolti che restavano a zero – dove sono ancora oggi perché io amo finanziare le lobby acquistando i supporti e il disco deve ancora uscire – ho capito che era appunto la zolitudine a farmi fare tali pensieri oscuri, è tutto un magna-magna e una paura di esporsi e di aprirsi al prossimo cedendo così parte della propria ricchezza solipsistica infantile, e se Freud fosse qui direbbe probabilmente YYYYAAAAAAAARGH e poi entrerebbero le percussioni a sostenerne il ballo folle per quarantacinque minuti di concerto. Insomma, cosa resta alla fine della giornata, o meglio all’inizio visto che ho passato tutta la notte a fare un collage di foto dei Miei Eroi? C’è che non ho ascoltato neanche una nota dell’ultimo disco dei Liars e ne ho parlato tuttavia per alcune migliaia di battute e ora sono certo che l’ultimo disco dei Liars sarà il miglior album dei Liars e bè, potrei anche averlo sentito questo benedetto disco, e poi guardo le tende che nascondono le porte e sulle tende c’è un cartello che nello stesso colore delle tende dice QUESTA NON E’ L’USCITA.

Ashared Apil Ekur

True Believers E Tanto se ribeccamo: Grant Hart

Non ho la più pallida idea di cosa abbia fatto Grant Hart negli ultimi dieci anni (al 1999 infatti risale la sua ultima testimonianza discografica, il solo album Good News for Modern Man). In parte non ho voluto saperlo, perché ogni volta che scandagliavo la Rete in cerca di notizie su di lui (la stampa specializzata aveva da tempo smesso di curarsene) trovavo solo irrispettosi resoconti su message board americane che raccontavano di concerti in bettole davanti a 35 persone, di mostre in infime gallerie d’arte disertate da chiunque contasse qualcosa, dell’uomo finito a fare il meccanico di auto di lusso per pagarsi la droga. No, non è questo il Grant Hart che conosco e, alquanto egoisticamente (dopotutto sono solo un essere umano, a differenza di lui che è un angelo), non è nemmeno quello che mi interessa. Allora ho preferito rifugiarmi nel passato, quando Grant Hart era l’altra metà degli Husker Du, la perfetta controparte di Bob Mould il riflessivo, il meditabondo; lui era quello euforico, quello estroverso, il pagliaccio chiassoso che raccontava l’atroce follia della vita attraverso sfavillanti pop songs troppo belle per poter mai essere dimenticate. Ma anche oltre, quando Grant Hart era l’agitato menestrello nel periodo immediatamente successivo alla dissoluzione tossica del gruppo, incapace di trovare requie nelle maglie della forma-canzone, quando i pensieri correvano molto più veloci della penna e ogni pezzo era diverso dall’altro, ognuno la negazione del precedente, ogni volta che credevi di averlo raggiunto lui era già altrove, sempre altrove. Lui era capace di plasmare a proprio piacimento la materia pop, di rivoltarla come un calzino digerirla e ricrearla di nuovo con nuove regole, un genio troppo costantemente in orbita per sapersi anche gestire lungo una carriera che è un’alternanza schizofrenica di vette assolute di fantasia e creatività concentrate in brevi periodi di superlavoro intervallati da lunghi anni di silenzio totale. Come se all’improvviso si ritrovasse nuovamente stupefatto abbacinato assorbito dalla vita al punto da non voler fare altro che viversi le giornate, per poi solo in un secondo momento trasferire il vissuto in dischi, in canzoni che sono fuori dal tempo per quanto bruciano di vita.
Da qualche tempo, Grant Hart è tornato a essere Grant Hart. Dopo una sosta durata dieci anni, che cominciavamo a credere definitiva, se ne esce con un disco registrato in tre giorni: tipico di lui. Hot Wax è il titolo, e – incredibile ma vero – è il suo lavoro migliore dai tempi di Intolerance (1989). Esattamente come allora, ogni canzone è unica e diversa dalle altre, ogni canzone è un ineccepibile manuale su come si scrive la perfetta pop song, e ogni canzone porta dentro di sé tanta tristezza quanta gioia entrambe in dosi tanto massicce da far male al cuore. L’album è stato assemblato negli studi canadesi dei Silver Mount Zion con l’aiuto di gente del giro Constellation, ma non ne risente affatto. È, in tutto e per tutto, la manifestazione dell’incommensurabile talento di un musicista immenso che si chiama Grant Hart.
A celebrarne la statura abbiamo scelto un brano del passato, scritto di getto dopo il tumultuoso split degli Husker Du: è 25 41 (twenty-five forty-one), il civico dell’appartamento dove Hart era andato a convivere assieme al suo compagno di allora, oltre che l’indirizzo della prima sala prove del gruppo (coincidenza che continua ad alimentare il dubbio se Mould e Hart siano mai stati amanti – anche se entrambe le parti hanno sempre negato). Un pezzo che racconta la fine di una relazione, ma anche la fine del più grande gruppo che abbiamo conosciuto nella nostra vita. “Ora tutto è finito, tutto è storia passata, ogni cosa è stata impacchettata, al 25 41…“.

25 41

Jimmy gave us a number
and Jerry gave us a place to stay
and Billy got hold of a van and man,
we moved in the very next day

to 25 41
Big windows to let in the sun
25 41.

well, I put down the money
and I picked up the keys
We had to keep the stove on all night long so the mice wouldn’t freeze.

You put our names on the mailbox
and I put everything else in the past
It was the first place we had to ourselves, we didn’t know it would be the last.

25 41
big windows to let in the sun
25 41.

Now everything is over
Now everything is done
Everything’s in boxes, at 25 41.


Things are so much different now
I’d say that the situation’s reversed
and it’ll probably not be the last time I have to be out by the first.

25 41
Big windows to let in the sun
25 41
Big windows to let in the sun.