Piccoli fans: TERMINAL HZ

 
Terminal Hz è il titolo del brano che chiude il cibernetico EP NAI-HA, siamo nel pieno del periodo amerikano degli Zeni Geva e il pezzo suona come un clash incestuoso tra Ministry e Cop Shoot Cop molestati da un pluriomicida in libera uscita durante la visione coatta di Tetsuo da un globo oculare e Il Tagliaerbe dall’altro: è il 1992 e il futuro non è mai sembrato così vicino, mentre il presente sta bruciando. Non molto tempo dopo inizia il sodalizio del leader KK Null con David “Candlesnuffer” Brown, autentico luminare della chitarra preparata nonché veterano della scena improv australiana dalla metà degli anni settanta fino ad oggi (particolarmente apprezzato da chi se ne intende il recente supergruppo improv Pateras/Baxter/Brown); i due collaborano perlopiù scambiandosi per posta i nastri su cui si sovraincidono a vicenda, creando una fitta serie di textures atmosferiche altamente alienanti, spesso ben oltre l’ambient isolazionista più tetro e preso male. Nel 2000 parte delle sessions viene raccolta in Terminal Hz (ehi, chissà dove ho già sentito questo nome…!), pubblicato da Ground Fault come KK Null/David Brown (e classificato “serie II” su tre livelli di molestia); in poco più di mezzora viene srotolato un catalogo di suoni e situazioni virtualmente sterminato, dalla musica concreta al noise più brutale, dai microsuoni infinitesimali al rimbombare austero di funerei drones, un viaggio nelle pieghe più oscure della sperimentazione sonora ipnotico come un Godfrey Reggio sotto acidi e vivido come un sogno lucido.
La collaborazione a distanza continua, ben lungi dall’esaurire la spinta propulsiva verso l’abbattimento di steccati e il raggiungimento di orizzonti sempre nuovi, anche se la distanza fisica consente al duo di riunirsi soltanto sporadicamente per una breve serie di rarissimi concerti perlopiù in Australia; ora Terminal Hz è diventato un gruppo a tutti gli effetti con l’inserimento in pianta stabile di Sean Baxter alla batteria, un album – Behind the Signalin uscita e, finalmente, un tour europeo. Che passa anche per l’Italia, dove KK Null ha un conto in sospeso dopo la data-farsa all’Atlantide con gli Zeni Geva lo scorso aprile. Queste le date, non perdeteli.

 

16 febbraio, Tetris (Trieste)
17 febbraio, United Club (Torino)
18 febbraio, Perditempo (Napoli)
19 febbraio TBA

Rozzemilia issue #7: INDCH LIBERTINE

 

Indch Libertine durante una tranquilla giornata di lavoro

 


Indch Libertine
è un teppista ultrasonico di Bologna che traffica con pedali e pedaliere allo scopo di ottenere il muro di rumore più molesto e impenetrabile mai percepito da orecchio umano. Il suo modus operandi è semplice: volume a 12, tutti gli effetti settati a livelli di distorsione & saturazione intollerabili e via a registrare finché non finisce il nastro o la memoria nell’hard drive. I suoi pezzi possono durare tre minuti come tre ore, l’annichilimento è garantito in ogni caso, e comunque basta poco per smarrire la cognizione del tempo mentre si subisce un suo disco. Il corredo estetico-operativo è quello che potete immaginarvi: dischi dedicati a Richard Speck, ai coniugi Brady o a film malsani e perversi, pubblicati a getto continuo su etichette minuscole in tirature risibili, il più delle volte in formati inusuali (cassetta) o in CD-R. La differenza tra un’uscita e l’altra è che un pezzo fa SCHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHH, un altro CCCCCCCHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHH, un altro KKRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRR, un altro FFFFSSHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHH, e via assordando. È roba per chi si rilassa con l’opera omnia degli Incapacitants, legge Peter Sotos per conciliare il sonno e si diletta con cineforum a base di Buttgereit, Nacho Cerdà e The Act of Seeing with One’s Own Eyes di Brakhage. Fino a un paio di anni fa Indch Libertine era più famoso negli States e nella perfida Albione che da noi; amico personale di Richard Ramirez, aveva suonato a Leeds e a Glasgow ma mai in Italia. Una data a Vittorio Veneto lo scorso inverno ha spezzato il tabù; da allora sono seguite esibizioni a Massa e all’HNW Fest di Venezia, oltre alla consueta pioggia di uscite che non accenna a fermarsi.
Il misfatto più recente è Bodil Jørgensen Lover, 33 copie su Toxic Industries, un’unica tirata di quarantasei minuti e rotti dedicata all’omonima attrice danese (pare sia stata la Greta Garbo del porno con animali – o qualcosa del genere) sdoganata dal perspicace Lars von Trier che la volle nel suo Idioti; è forse la sua uscita più fastidiosa di tutte (sicuramente lo è tra quelle che ho ascoltato), un’impenetrabile muraglia di caos analogico insostenibile, amorale, inalterato (a parte un paio di salti di volume sul finale), che inizia e termina bruscamente come un cazzotto sul grugno sferrato a tradimento, roba da far sembrare Metal Machine Music una cazzatella da educande. Arrivare alla fine del disco con timpani, nervi e impianto stereo intatti è solo un’eventualità.
Indch Libertine è anche attivo come produttore speedcore con l’alias Ralph Brown. Qui e Qui si possono scaricare gratis alcune compilation a cui ha partecipato.

STREAMO: ZEUS! – ZEUS!

Dica: "AAAAAAAAAAAAAAAAAH".

 
ZEUS! è il progetto del metallante bassista dei Calibro 35 Luca Cavina e dell’irsuto batterista dei Rebelde Paolo Mongardi. Insieme generano una potenza di prog-math-metal ignorante alla vecchia, come un ipotetico incrocio tra Lightning Bolt, Flying Luttenbachers ma con un batterista umano, Genghis Tron ma senza la vocetta fastidiosa (Deo gratias), i primi dischi di Greg Ginn solista (ma, uh, senza la chitarra) e, ma sì, mettiamoci pure gli Zu che altrimenti gli intellettuali coi baffi non cagano la mossa. Suonano spesso in giro (questa sera a Genova), dal vivo sono un delirio e il disco (che uscirà a settembre) cattura solo parte della grandezza dei loro tellurici live. E già così è una botta micidiale: un’orgia di cambi di tempo e frequenze fastidiose (sentirlo in cuffia è un’esperienza mistica), ogni tanto qualche urlaccio filtrato che non conserva quasi più nulla di umano, titoli da esplosione immediata del cranio modello “Scanners” (in un sussulto di decenza mi limito a citare soltanto la tripletta iniziale: Suckertorte, Grindmaster Flesh e Koprofiev, nientemeno), una copertina che è il sogno bagnato di un otorinolaringoiatra perverso, qualche spolveratina di tastiera vintage (courtesy of Enrico Gabrielli) nella morriconiana Ate U, un’ombra di theremin (comunque quasi inudibile), e in conclusione gran orgia di shredding mickbarresco così, tanto per essere sicuri di finire anche quei pochi che erano rimasti semistorditi a rantolare nel fango. Veramente bestiale.

Clicca qui per ascoltare l’album in streaming


Rozzemilia issue #3: STARFUCKERS

Una delle riviste che più hanno condizionato la mia vita di ascoltatore era la seconda serie di Cyborg (la prima non sono arrivato in tempo a leggerla), che acquistavo regolarmente da Alessandro Distribuzioni; a pubblicarla era la Telemaco di Daniele Brolli, neonata casa editrice con sede a Bologna, dalla sfortuna imprenditoriale pari almeno alla lungimiranza. Tra le altre cose, stampavano anche uno dei fumetti più belli che avessi mai letto: “Le avventure di Luther Arkwright” di Bryan Talbot. Quella serie, come del resto tutte le pubblicazioni Telemaco, rimase monca in seguito al tracollo finanziario del marchio, sopravvenuto dopo poco più di un anno di esistenza. Raramente ho provato altrettanto dispiacere per la fine di qualcosa. Cyborg, se non ricordo male, non arrivò al decimo numero; ma intanto la mia mente era già segnata. Parlavano di filosofia e letteratura cyberpunk, di piattaforme e supporti allora al massimo dell’avanguardia come la 3DO o il CD-I, ospitavano (a puntate) fumetti che erano fumetti, naturalmente, non mancavano pagine dedicate alla musica. Erano gli anni delle posse, di Stop al panico, Slega la lega e, pochissimo più tardi, Fight da faida; ma anche l’unico momento in cui il noise rock abbia mai goduto di effettiva popolarità ad ampio raggio. Oggi sembra incredibile, ma immediatamente prima dell’invasione del grunge c’è stato un periodo in cui, per la prima e unica volta nella storia dell’umanità, ascoltare gruppi newyorkesi impresentabili e tentare di decifrare i testi dei dischi AmRep (nel cui libretto di due pagine era stampata a malapena una foto in bianco e nero sgranatissima) non erano operazioni ad esclusivo appannaggio di qualche decina di irrimediabili dissociati sparsi in giro per il mondo; ricordo benissimo i video degli Helmet al pomeriggio su Videomusic, le locandine del concerto dei Cop Shoot Cop affisse sui muri del centro, il clangore di chitarre taglienti come lame, bassi squadrati e tempi di batteria ossessivi, da catena di montaggio, che a volte facevano capolino perfino dalle radio nazionali. Sulle pagine musicali di Cyborg parlavano soprattutto dei ClockDVA e di altre band dai nomi esotici, a me totalmente ignote, le cui descrizioni mi catturavano come fiabe magnifiche, stimolando la mia eccitabile fantasia di bimbo: Laibach, Transmisia, gli stessi Cop Shoot Cop. C’era anche una rubrica dedicata alle autoproduzioni, ed è lì che ho sentito nominare per la prima volta gli Starfuckers; ne parlava in un’intervista Umberto Palazzo, allora leader dei Massimo Volume, interrogato a proposito della nuova scena rock bolognese, accostandoli a Splatterpink e Disciplinatha. Gli Starfuckers avevano da poco pubblicato il mini Brodo Di Cagne Strategico. (Continua a leggere)