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100 canzoni italiane #7: VOGLIO UNA PELLE SPLENDIDA

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Il 1997 fu un anno memorabile. Io compivo vent’anni e il rock in italiano stava abbastanza bene, come sempre del resto. Vasco Rossi era già diventato da tempo Vasco, quello dei tour negli stadi strapieni, preferibilmente contro la guerra in Jugoslavia o cose così. Ligabue aveva fatto il botto a inizio novanta e si era già svolto una fase di crisi e la consacrazione di Buon Compleanno Elvis. Nello stesso anno esce L’Albero di Jovanotti, il disco della mutazione definitiva da ex-buffone a colto notabile del pop italiano per eccellenza. I Litfiba pubblicano Mondi Sommersi, che chiude la tetralogia degli elementi ed è un po’ il loro ultimo disco. Questa è più o meno la roba che muove le grosse folle di giovani, negli stadi e nei palazzetti o dove capita. I club si riempiono per gruppi che si chiamano Negrita o Timoria, e poi c’è un periodo-cuscinetto in cui una nuova scena esistente da anni inizia ad imporsi al pubblico. È fatta di gruppi che si chiamano CSI, Marlene Kuntz, Afterhours, Ustmamò e via di questo passo: hanno fatto dischi per tutto il decennio, qualcuno di loro già negli anni ottanta, e poi d’un tratto sono in copertina sulle riviste e prendono soldi per fare il lavoro. O qualcosa del genere. Nel 1997 nascono anche MTV Italia e il Meeting delle Etichette Indipendenti, nella forma che conosciamo oggi. È una strana confluenza di caso, impegno e sfinimento. I gruppi che suonano in cantina suonano ancora come i Litfiba ma qualcuno sente di aver bisogno di qualcos’altro. Nel 1997, tra le altre cose, esce Hai paura del buio?; non il primo disco degli Afterhours e nemmeno il loro primo disco in italiano, ma il disco più adatto al momento più propizio. Nasceva il MEI, allo scopo di creare una rete ed ingrandire i numeri della musica indipendente italiana, per farla arrivare a più gente possibile. MTV Italia era un nuovo brand musicale e cercava un manifesto giovanile italiano o qualcosa del genere. Le avvisaglie erano presenti da anni ma è successo tutto in un lasso di tempo relativamente breve.

La questione su quale sia il tuo posto e quanto devi accontentarti di starci è vecchia e noiosa quanto il rock indipendente. Non è nata qui, come del resto non è nato qui il rock né tantomeno il rock indipendente; noi ci siamo presi le posizioni già standardizzate e abbiamo cercato di capire quanto fosse il caso di farle nostre. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno risolto da anni il conflitto tra alternativa e mainstream, trovando un modo di inglobare la prima nel secondo in un modo che i consumatori della prima riuscivano a percepire come sostenibile, e invece il cazzo, ma ormai è andata e viviamo in quel mondo lì. Noi (plurale generico) combattiamo con una percezione di arretratezza culturale che sospetto innata, congenita. Lecchiamo il culo agli americani, consumiamo i loro prodotti artistici e ne produciamo di nuovi che somiglino ai loro in quanto più avanti. Li promuoviamo in quanto giusti e migliori dei nostri; in alcuni casi li consumiamo in virtù del loro essere di nicchia o d’avanguardia, di parlare specificamente a noi in quanto ascoltatori esigenti; in altri casi pensiamo possano essere destinati ad un pubblico enorme, ma cieco e disinteressato, e spingiamo perché i nostri artisti preferiti e quel pubblico s’incontrino per un matrimonio che ci sembra scritto in cielo. In qualche modo il successo di questi artisti ci sembra una vittoria personale. Non so perchè succeda, è una di quelle mille sovrastrutture dell’arte che ci fanno sentire critici più preparati. Mia madre continua a raccontare la storia di quando vide Riccardo Cocciante a non so che festa dell’Unità e lui “era ancora sconosciuto”. È lo stesso processo mentale per cui ci sentiamo tenuti a dire che indossavamo le Converse All-Star anche prima che tornassero di moda, questa mentalità minoritaria e tribale che ci spinge (tra le altre cose) ad avere più familiarità con persone che indossano anfibi e scarpette giuste rispetto a quella che abbiamo con le persone che indossano Hogan. Fondamentalmente è una forma di fascismo di ritorno.

Nel 1996 la coalizione di centrosinistra vinse le elezioni, il che con un po’ di scienza politica creativa ci permise di dire che il Partito Comunista (scioltosi cinque anni prima) era andato per la prima volta al governo. Berlusconi dettava già legge ed aveva cambiato le regole del gioco. il governo lo facevano i notabili, gli uomini di punta. La musica s’era lamentata per decenni di come andavano le cose e all’improvviso c’era qualcuno con cui dialogare. In un Rumore del ’97 c’è una doppia intervista a Jovanotti (epoca de L’albero) e Modena City Ramblers. Il pezzo si chiama Ulivo al governo. Ai temi ho sentito sventrare il mio immaginario: non è tanto Jovanotti, uno che comunque erano anni che andava a caccia di consenso dentro al giro di gente che ascolta musica in maniera ossessiva, è il contorno più generale. Leggere i Modena City Ramblers dichiarare cose tipo (cito a memoria, potrei sbagliare) “Visco alle Finanze è una persona che mi dà fiducia” ti alzava da terra. Poi s’è scoperto che della sinistra al governo nessuno sapeva cosa farsene, e che la sinistra è una cosa e che il governo è un’altra cosa, e tutta una serie di concetti legati a questo. Imparavamo man mano che s’andava avanti com’era stare al governo, e poi qualcosa non ha funzionato e s’è capito che la colpa era tutta dei comunisti (non riesco a spiegarmela ancora oggi ma vabbè). D’Alema era già il grande paciere da un pezzo, Veltroni scalpitava da dietro con le sue menate.

Voglio una pelle splendida è la ballata pop più tranquilla dentro Hai paura del buio?. Il testo non so esattamente cosa significhi ma credo sia una cosa politica e parli della necessità di non sentire dolore. Ascoltai il disco con l’estasi delle recensioni dentro le orecchie e la trovai una canzone delicatissima ed eccezionale. C’era qualcosa di simile anche in Germi, ma non c’era comunque paragone. Formulai pensieri su quanto sarebbe stato bello un disco così spudoratamente pop degli Afterhours, su quanto avrebbe spaccato una canzone così a Sanremo, eccetera.

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Se gli Afterhours non fossero diventati gli Afterhours, e lo sono diventati con questo disco, avrei di HPDB un ricordo splendido. Un disco importante che arrivava in un momento nevralgico a sancire qualcosa che andava sancito. Poi gli Afterhours sono diventati gli Afterhours. Non l’hanno fatto da soli: lo stesso anno di Hai paura del buio? un disco di area affine (Tabula Rasa Elettrificata dei CSI) arriva primo nella classifica di vendite italiana. Per una settimana soltanto, ma è un momento importantissimo per quello che un libro di Alberto Campo chiama Nuovo Rock Italiano. Il MEI, come detto, nasce nello stesso anno. Poi i CSI smettono di esistere e gli Afterhours diventano in qualche modo il principale motore di questa scena. Agnelli mette insieme un festival itinerante di successo chiamato Tora! Tora!, a benedire il tutto. I Subsonica finiscono a Sanremo nel 2000 e danno la stura a tutto il movimento.

Il mondo da allora è cambiato un pochetto. Internet arriva in forze a fine anni novanta e tira una crepa sul muro. La gente ascolta sempre più musica e ne paga sempre meno, i gruppi continuano ad esistere in questo assetto. Il nuovo rock italiano è ancora lì e ci fa ancora la figura del nuovo. Manuel Agnelli si è affezionato al suo ruolo di portavoce di una non meglio identificata Musica Alternativa Italiana, uno di quei concetti inesistenti che contano su un pubblico di riferimento gigantesco. Sono andati a Sanremo per illuminare un’Italia musicale sconosciuta al grande pubblico, hanno messo in piedi un festival celebrativo e l’hanno lanciato con un articolo delirante. Hanno mantenuto la loro fama di buon gruppo fino a oggi, producendo dischi sempre più brutti ma mai davvero discussi (a parte forse Padania, paradossalmente una delle opere più emblematiche del decennio). Sono usciti allo scoperto altri gruppi più o meno simili agli Afterhours, nel suono e nella posizione mediatica. Non frequento molto i saloni della musica e i dibattiti sull’innovazione. Leggo interviste alle persone, continuano a parlare di SIAE e di sgravi fiscali. Sangiorgi del MEI non perde occasione di pontificare su quote radio e TV riservate agli artisti emergenti italiani. La gente dibatte perché ama mettersi dietro a un microfono o a una scrivania. Ci sono modi concreti di far evolvere la musica, ad esempio tagliare la testa ai gruppi vecchi di trent’anni che già agli inizi non erano poi così innovativi, proibir loro di esibirsi o di organizzare eventi o che altro. Non lo facciamo perché l’evoluzione della musica non è poi tutta questa priorità, e perché la loro musica ci piace più di molte altre musiche. Alla fine di tutti i discorsi HPDB oggi suona come uno dei dischi più normativi e noiosi della storia della musica, uno di quegli assi pigliatutto che sfoggiano eclettismo e visione da ogni solco, roba assolutamente tipica di una mentalità anni novanta di merda che si è estinta ovunque tranne che in questo giro di ascoltatori e critici. È un disco che sta lì buono buono ad accontentare tutti: c’è il pezzo un po’ noise, c’è il pezzo un po’ punk, c’è il pezzo cantautorale e la ballatona e poi si ricomincia il giro. L’anno scorso ne è uscita una versione celebrativa, con un disco bonus in cui i pezzi vengono risuonati con un guest diverso ognuno. Voglio una pelle splendida è con Samuel dei Subsonica. Alla fine del disco c’è anche Male di Miele cantata da Piero Pelù, a chiudere idealmente il cerchio.

E così, insomma. Se canzoni come Voglio una pelle splendida guadagnassero il palco di Sanremo, farebbero un figurone. Un mare di cazzate: se gli Afterhours del ’97 l’avessero presentata a Sanremo, sarebbero stati accolti a risate e scorregge e cacciati a calci (un destino tutto sommato simile a quello riservato alla loro canzone che al Festival ci andò, poi). Una sorte che magari, ai Litfiba di Goccia a goccia, sarebbe stata evitata. Voglio una pelle splendida è una canzoncina da cinque e mezzo/sei che se fosse stata stipata, così com’è, in qualche disco di Ramazzotti o del Blasco o chi per loro, sarebbe stata una cosa minore che non interessa a nessuno, e d’altra parte una canzone assolutamente meritevole di finire in dischi di questi artisti. E se Agnelli fosse finito a scrivere i pezzi a questa gente, l’avrebbero preso in molti come un riconoscimento.  Le canzoni vivono in queste bizzarre economie culturali: è sempre tutto un po’ più piccolo o più grande di quello che scopriremo qualche anno dopo.

 

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disegni:
Ratigher,
Bimbo Fango
pennarello su pelle splendida
2015