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Pikkio Music Awards 2k14 (parte 3)

L’intro è nella prima parte e i premi minori nella seconda leggetevele se volete capire il 2k14 in musica!!!

E ora ecco i  Pikkio Music Awards presentano i DISCHI DIO DELL’ANNO 2k14 IN ORDINE ALFABETICO ANON !!! perché la classifica è un’illusione del diavolo (i titoli sono cliccabili in quanto full streaming ascoltabili!).

Aphex Twin – Syro

FINAL MASTER SYRO DIGIPAK.indd

E’ ovviamente l’unico vero disco DIO.

 

Actress – Ghettoville

ghettoville

Actress (al secolo Darren Cunningham) venne a Roma l’estate 2k14 per suonare ad un festival, ma poi non si presentò. La colpa fu mia perché lo bloccai sulla metro b per intervistarlo su Ghettoville in quanto DISCO DIO, va bene?
“Ghettoville nasce da un sogno speciale che feci, in questo sogno dopo aver fumato un botto avevo l’illusione di far parte di una certa Voodoo Posse. Ecco il disco parla di Balotelli se fosse povero a Bergamo. No anzi è come se mi rappassi me stesso attorno a me.”
A Darren ma che cazzo stai a di? Nun c’ho capito un cazzo e hai pisciato un live solo per dirmi kuesto? 6 1 grande!!! Tornando a noi Ghettoville è DISCO DIO perché il suo sgrakkio, i suoi rallentati sciolti groove fatti di polvere di mp3, trasportano in menti altrui di gente che popola lo sprawl urbano. La musica e l’ambiente di Ghettoville è quello dello speaker dello smartphone o delle cuffione rotte di sto sfattone mentre si va a prendere uno skrokkio di fango al distributore della metro dietro casa, mentre balla con la sua posse, mentre fa il romantico con la ragazza del ponte, mentre ragiona su se stesso, per poi tornare in mezzo alle enormi catapecchie di foratini e acciaio degli gnomi spacciatori. Così facendo ti fai un viaggio cyberpsychunk 20k0 particolarissimo che mostra cosa c’è sotto l’HD dei grandi agglomerati urbani: un gran casotto di scarti prodotti dal risukkio dell’instikkio; tanto pure loro (gli scarti) finiranno li nel crystal universe 049b. I HAD A SPECIAL DREAM VOODOO POSSE CHRONIC ILLUSION.

D’Angelo and The Vanguard – Black Messiah

DAngeloAndTheVanguard

A fine 2k14 è arrivato, risukkiato a stekka nel mese di dicembre, sto disco MAESTOSO così: BAM!, tipo una minkia in faccia!!! D’angelo, eroe del “nu-soul” fine ’90, sbroccò dopo aver creato il riassunto delle canzoni e musica black tramite astrazione del groove in quel MONOLITE di Voodoo. D’altronde chi tocca i monoliti sbrocca sempre, figuriamoci chi li crea! Per nostra fortuna non so come (un mix di incredibile forza di volontà e gente preziosa tipo ?uestlove dei Roots) D’Angelo si è ripreso e incoronandosi giustamente come Black Messiah ci ha donato la sua visione più aperta, meno astratta, ma non meno sorprendente, de LA STORIA (pisello) RIDDIM. Ci stan sempre Sly Stone/Miles Davis/James Brown/Prince/P-Funk e mille altri, ma c’è sopratutto D’Angelo stesso e la sua voglia di riappropiarsi, a sto giro, anche del rock. Ma sopratutto c’è tanta voglia de suonà de cristo, con suoni de cristo re (il suo produttore è uno dei pochi da cui posso sorbirmi i pipponi sull’analogico visto come usa bassi a mitraglia scaturiti da non si sa quale ragionamento malato di D’Angelo e che paiono triplette footwork ma so fatti col classico metodo del nastro dei pacchi regalo), con gente de cristo re, e con pezzi de cristo re. Tutto ciò rende Black Messiah il mio disco TOTAL preferito degli ultimi 10 anni credo. Il che lo fa anche mio disco rock preferito degli ultimi 10 anni. Con buona pace dei vari ripoff total rock che ci sono in giro tipo gli …………………….. (riempite voi i puntini con qualche band di quelle tipo Arcade Fire etc.) Ogni battuta su Nino D’Angelo (e quell’altro comico cretino) verrà punita con violenza inaudita quando meno ve l’aspettate.

Fhloston Paradigm – The Phoenix

Fhloston-Paradigm-phoenix-cover

IL disco DIO PHUTURO dell’anno e miglior disco Hyperdub mai fatto (insieme a quelli di Kode9, Burial e DVA). Questo è l’ASTROBLACK 2k14 pari merito con Afrikan Sciences di cui dicevo nel precedente PMA. Sviaggi di arpeggi cyber acidoni, ritmi techno che si scontrano con spazi bass/step come se le macchine volessero liberarsi in jam funk/jazz, tappetoni di pad tra Blade Runner e Ghost In The Shell. Ci sono persino pezzi soul/lirici di future dive pop da spazioporto. Il tutto fluisce perfettamente grazie alla colla del groove (dietro il nome Fhloston Paradigm c’è un king dei beat come King Britt) e al concept dichiaratamente sci-fi: ogni brano nasce come sonorizzazione immaginaria di film di fantascienza amati da King Britt, con vari portali a introdurci in differenti scene. Ecco immaginatevi la tradizione afrofuturista applicata come colonna sonora dei film sci-fi della vostra vita! Vero e proprio NEGROPHUTURO.

Flying Lotus – You’re Dead

You're_Dead!

Dopo l’asfalto lo sciolto di Los Angeles, lo spazio tondo di Cosmogramma, e la meditazione interiore di When the Quiet Comes la nostra Lotulla Volante non poteva non esprimersi in un vero instikkio-concept. Ricordiamo come l’anno scorso i Boards Of Canada abbiano tentato l’instikkio tramite antichi rituali egizi. Giusto quindi che Flying Lotus recuperi tradizioni dei propri antichi antenati egizi! Per l’occasione il nostro ha comprato un turbocompressore dell’anima e ci ha buttato dentro tutta la sua esistenza (dall’amata free spjazz fusion agli amati videogiochi, dall’astroblack al dillatude, dallo sgrakkio rap al warpismo) per instikkiarla in una piccola puntina sonora. Quando noi andiamo a ripodurre You’re Dead questa puntina sonora ci esplode in faccia per circa 38 minuti di suoni TURBOBLASTATI in faccia, perennemente ROTEANTI, di esecuzioni live perfettamente morte dentro un’organizzazione da slittamento digitale che esplode con la vitalità di una TURBOBLASTATA in faccia che poi si va a richiudere proprio li dietro la vostra nuca, in una piccola puntina sonora. Quando andiamo a riprodurre You’re Dead questa puntina sonora ci esplode in faccia per circa 38 minuti di suoni TURBOBLASTATI in faccia, perennemente ROTEANTI, di esecuzioni ilvz perfettamente morte dentro un’organizzazione da skrikkiamento digitale che esplode con la vitalità di una TURBOBLASTATA in faccia che poi si va a instikkiare proprio li dietro la vostra nuca, in una piccola puntina sonora. Quando andiamo a riprodurre You’re Dead questa puntina sonora ci esplode in faccia per circa 38 minuti di suoni TURBOBLASTATI in lfacc, perennemente ROTEANTI, di esecuzioni kazz perfettamente morte dentro un’organizzazione da skroitamento zenitale che esplode con la vitalità di una TURBOBLASTATA in faccia che poi si va a riinstikkiare proprio li dietro la vostra nuca, in una puntina sonora.

Golden Retriever – Seer

golden

Synth modulare, clarinetto basso e lezioni di giovani montagne in just intonation. Ma pure pianoforti monofischi tagliaincollini. Ma anche cani fluffosi che guardano in estasi la valle che devono controllare spandersi attorno a loro, quei cani son dorati. Quel doro dei cani è materia sopraffina con cui il duo americano Golden Retriver ha creato il capolavoro di pura e cristallina eufonia che mancava alla recente generazione VIAGGIO/SVIAGGIO americana, di quelli che “er modulare/er drone”. Pare che infatti in Seer i Golden Retriever siano riusciti, attraverso particolari accorgimenti scientifici al limite dell’esoterico/alchemico, a sintetizzare in musica proprio il doro dei cani dorati. In realtà Seer è semplicemente un disco di psichedelia NaTuRaLiStA e minimalismo americano, per farci scrutare oltre al risukkio ed espandare la nostra mente verso nuovi universi.

Luke Abbott – Wysing Forest

luke

“Avete mai sentito il suono di una foresta che vive?” Me lo ripeteva sempre Guinnevere, la mia maestra dell’elementari. Noi bimbi tendevamo le orecchie verso la magica foresta che si affacciava fuori la finestra della nostra classe e rispondevamo convinti “si maestra lo stiamo sentendo proprio ora!” e lei “no quelli sono gli uccelli! la sentite la foresta che vive?” e noi ci rimanevamo male perché ‘sto phaNtoMaTico suono proprio non lo sentivamo. Finalmente a 32 anni posso ascoltare questo suono e se volete potrete ascoltarlo anche voi! E’ il suono della musica di questo DISCO DIO che Luke Abbot (druido inglese) ha creato in un ritiro nella Wysing Forest portandosi appresso il suo armamentario di sintetizzatori modulari allacciandoli al suo cervello e alle radici degli alberi per poi cavarne ritmi, melodie e magike armonie. Se il compare (e boss) James Holden aveva creato l’anno scorso (in The Inheritors) il suono dei rituali magici del moderno druido matemago, qui potrete ascoltare il risultato di uno di questi rituali: il rituale della foresta che parla, che lentamente si muove, balla persino, e che fa ovviamente sviaggiare. Wysing Forest ricrea vita di foresta anche in luoghi privi di significative foreste. Ricordo quel momento magico d’una notte di mezza estate, sull’ardeatina: Amphis (reprise) veniva riprodotta dallo scatolo dei suoni avvolgendomi mentre scivolavo nel caldo stagno blu, li in profondità la musica di Luke Abbot era in armonia con i riverberi di luce subacquea dei coleotteri notturni. Lentamente riemersi a galla a pancia in su e mi si rivelarono le stelle sopra di me mentre Wysing Forest sfumava via sentendomi parte del TUTTO. NATURALISMO.

Nastro – Terzo Mondo

nastro

I Nastro sono una delle mie band italiane preferite di sempre, proprio ever and evah 3000. Prima forse avevo dei motivi personali essendo band formata da due artisti, geni della vita, che conosco di persona (Manuel Cascone e Francesco Petricca) e che tanto, a loro insaputa, hanno contribuito alla mia pikkiomania. Ora però con questo disco i Nastro mi si sono instikkiati nella mente come tra i pochissimi ad affrontare e riportare la realtà odierna in musica, in maniera non codificata, estremamente personale, eppure saldamente ancorata a degli archetipi ben riconoscibili (di base tribalità ossessiva ritmica). O vi giuro che per me i Nastro battono i Black Dice sull’argomento asfalto traffic riddim, forse sarà perché hanno fatto il disco più SGRAKKIO SECCO SGRAKKIO TRAKEA che esista. Registrato con un telefonino, pentole e dark energy (e pifferi ed effetti etc.) il Terzo Mondo creato dai Nastro è un trip skrotomaniaco nell’esteso confusionario agglomerato umano/urbano di oggi. Un Terzo Mondo nato nel caos tra Roma (e i suoi trenini arruginiti ancora esistenti) e Latina (e le sue inedite campagne con immigrati che zappano il gombo) che in realtà pur non c’entrando nulla con techno/il clubbing/er cazzo uk è più vicino a Ghettoville di Actress che ad altro, condividendo entrambi un’amore per l’attuale strada che stiamo vivendo. Se in Actress però si sogna in maniera esistenziale nell’odierno sprawl, coi Nastro ci si vive per davvero senza schermi, senza scazzi, anzi partecipando e divertendocisi pure. Cellulari che rimbalzano da una parte all’altra informazioni di un tram affollato, persone che rimbalzano dentro a un camioncino scassato, il min amp portatile di un suonatore rompicojoni, pezzi di cassette di frutta, persone che si urtano perché hanno gli occhi sullo schermo, un motorino, echi di qualche musica truzza, etc. Tutto un globale incastro d’umanità sintetizzato alla perfezione in incastri ritmici, come moderno voodoo concreto delle vite 2k1x underground di tutto il mondo. E poi viene tutto risukkiato nel cesso.

Panoram – Everyone is a Door

panoram

Grazie agli esperimenti del coso che rotea particelle in svizzera si è scoperto che tutti quanti gli esseri umani sono una porta e ogni porta è un mondo. Panoram si è dunque munito della sua famigerata panoramica de gristo (che in musica si traduce in caldi tappeti melodici/sonori di synth super espressivi, e in accorti geometrici funk astrali) per documentare le viste più curiose e poetiche di alcune di queste porte. Il risultato è meraviglioso, dei bozzetti visionari che non superano mai i 3 minuti e mezzo, come un vero e proprio moderno disco di library music (no retromanie, no nostalgie) atto a trasformare le pareti della vostra stanza (o del vostro cortile, o del vostro kuore) in diversi scenari in cui perdersi. Il paragone più vicino potrebbe essere un eventuale raccolta degli skit dei Boards Of Canada, ma Everyone is a Door ha modalità e suoni diversi, c’è un personalità particolare nella trama sonora che risulta sempre lucida scintillante a volte skrokkiante, mai sfocata memoria. Il trucco è che Panoram dosa alla perfezione gli elementi nello spazio sonoro, ma questa perfezione è piena di particolari sfasature spaziali atte a mostrare cosa potrebbe esserci al di la di una certa vista, allargando l’ascolto verso ipotetiche altre porte sonore, in un risukkio continuo verso diverse dimensioni. Praticamente un compatto DISCO DIO per tutti i giorni, ma che può generare altri DISCHI DIO a seconda del vostro grado di attenzione. Un risultato più unico che raro!!! (erano anni che volevo usare quest’espressione)

Theo Parrish – American Intelligence

theo

Per questo disco la leggenda della Detroit House Theo Parrish ha deciso di chiamare tutta l’intelligence americana e dargli la seguente missione, nome in codice: Tutto Groove. No non è vero, in realtà Theo ha deciso di rappresentare l’intelligenza americana tramite un solo imperativo: Tutto Groove. No è na cazzata. Missione di sta intelligence di due ore (su 2cd) è usare house e techno come strumenti per riassumer tutta la cultura groovosa americana (facciamo che il groove è questo). La stessa black music narrata pure nel disco di D’Angelo, solo che Theo non ci fa le canzoni ma ci si arrovella mente, anima e zervello. I più rompicazzo direbbero “ce se fa le pippe co sti ridmy theo! sto disco nun parte maiii!” io invece che sono piccolo e indifeso dico “no no vi ripeto qui vedi proprio la sfida, a volte sofferta, a volte giocosa, a volte meditativa, dell’uomo nel conquistare il groove del popolo senza imporgli dittature fasulle!!”. Potrei scrivere quindi che Theo costruisce jam con drum machine, sampler, synth in maniera cruda e diretta come certa house di origine chicagoana, ma con uno spirito proprio della techno di Detroit di spingere in avanti ritmi o andare verso giustapposizioni rischiose. Per capirci non è lo spirito techno de ste mongoplettiche ritmiche pestone con due droni preset demmerda che mo i darke der nu-millennium hanno scoperto la techno, non è nemmeno il “futurismo” a buffo (per cui io ho un debole), e nonostante le fisse di Theo per l’analogico/l’old skool non è nemmeno la house retromaniaca “er vinile ahò!” (per quello basta vederlo dietro ai piatti dare anima e corpo per sette ore facendoti godere come non mai). Volendo in certe robe di American Intelligence ci si può vedere persino un’interpretazione particolare della footwork (ovviamente rallentata a battito umano) come spazio caciara ritmica nuovo, da cui titolo del miglior pezzo del 2k14, ma non del disco, facciamo che quello invece è il brodo de polpa di cazzo fica e cervello che corrisponde al nome di Be In Yo Self. tl;dr American Intelligence è DISCO DIO di convogliare e unire recuperando lo spirito progresskrotista della storia del groove.

IL LISTONE DEL MARTEDÌ: dieci foto di gruppi che giustificano da sole la deprecabile arte del fotografare i gruppi

Torna l’appuntamento con il listone del martedì. Questa settimana vorrebbe essere una cosa disimpegnata, ma forse anche boh. Dieci foto che danno un senso parziale ai duemila euro che avete speso per la reflex e il lomokino. E ovviamente la prima della lista è

QUALSIASI FOTO DI JASON NEWSTED
Questa cosa risale ai tempi dei forum e delle webzine metal, sarebbe troppo complicato spiegarla e spiegare come mai tra i più grandi rimpianti della nostra vita ci sia passare notti insonni al computer rompendo i coglioni ai moderatori del forum di metallus.it e derivati.

LA COPERTINA DI LONDON CALLING
Le biografie ufficiali raccontano che Paul Simonon è finito dentro ai Clash nonostante non sapesse suonare, perché era un figo e stava bene col basso a tracolla. Qualche anno dopo viene fotografato nell’atto di spaccare il basso a terra (oppure no) e sbattuto in una copertina che vorrebbe essere lo spoof di un disco di Elvis Presley. Non so se l’ho mai detto qui ma io odio tre o quattro gruppi al massimo quanto odio i Clash. La foto finisce dentro perché in qualche modo poi t’ascolti il disco e pensi diobono, se mi limitavo alla copertina. No, scherzo. No, non scherzo. (altro…)

NEL 2012 FANNO DICIOTT’ANNI (una cosa che parla perlopiù di Henry Rollins)

Non ho fratelli maggiori (non che io sappia perlomeno) né parenti o amici già edotti, nessuna collezione di dischi scovata in soffitta da cui attingere o altro, a Henry Rollins ci sono arrivato da solo. È uno dei motivi per cui sono grato di essere stato giovane negli anni novanta: per qualche ragione che continua a sfuggirmi c’è stato un periodo in cui Henry Rollins era effettivamente famoso, di quel tipo di fama dove chiunque sa chi sei a prescindere da cosa tu faccia. La breccia si è aperta nel 1992, The End Of Silence l’ariete di sfondamento, ed è durata almeno fino a tutto il 1995. Io c’ero dentro. Sapevo chi fosse Henry Rollins prima ancora di avere ascoltato una nota dei suoi dischi, letto una riga dei suoi libri o visto un solo fotogramma dei film o dei videoclip in cui compariva; erano le interviste, probabilmente. Rollins rilasciava un sacco di interviste. Ne ricordo una in particolare su Rockstar dove spiegava come l’ammazzarsi di esercizi in palestra fino e oltre la soglia del dolore fisico fosse l’unico modo per dimenticare anche solo per qualche attimo il senso di inadeguatezza che provava nei confronti del resto della razza umana. Il concetto era questo, però lui lo diceva molto meglio e senza sembrare un dissociato semiautistico con seri problemi comportamentali (non ai miei occhi, almeno). E le foto, anche. Rollins non sorrideva mai. Ti scrutava attraverso l’obiettivo con quello sguardo che avrebbe perforato il titanio e una smorfia di sdegno come un marine che non cagava bene da una settimana. Ma non era sgradevole, lo sentivi che non c’era nulla di artefatto nel suo modo di porsi: era solo un energumeno che faceva molta fatica a vivere in questo casino del cazzo. Come dargli torto? I dischi della Rollins Band arrivarono poco più in là, tempo intercettare il video di Liar un pomeriggio su Videomusic e restarne folgorato all’istante. Non capivo molto dei testi, ma quel poco mi bastava. Ecco finalmente qualcuno che riesce a spiegare quello che sento ma non so dire. A un tratto mi pareva di conoscerlo da sempre. Avrei voluto essere suo amico, giocarci insieme a basket e poi dividere una cocacola, portarlo a scuola a massacrare di legnate i bulletti che mi davano il tormento. Non ero più solo.

Ai Black Flag ci sono arrivato in un secondo momento; non ricordo l’istante preciso, di sicuro a fare da tramite una copertina di Raymond Pettibon che spicca come un urlo nel buio tra il marasma di vinili appesi alle pareti di Underground e mi colpisce come uno schiaffo a mano aperta in piena faccia. Qualcosa come il fumetto più divertente e pericoloso del mondo, del tipo che al confronto Robert Crumb è un pavido cazzone; comunque una calamita. Volevo quella roba, sapevo che mi sarebbe piaciuta. Ma i dischi della SST costavano caro, nuovi o usati nessuna differenza, e per portare a casa Damaged, My War, e poi Slip It In, Family Man, Who’s Got the 10/2? e via via tutto il resto c’è voluto molto tempo, con snervanti intervalli tra un’acquisizione e l’altra. E comunque quella era un’altra storia, lo capivi dopo mezzo secondo che il vero motore lì dentro era Greg Ginn con la sua chitarra fuori da ogni costrutto che suonava come un alieno intrappolato in uno scantinato, Rollins poco più di un ospite neanche troppo a suo agio, spesso in disparte, schiacciato dalla forza ultraterrena di riff più grandi della vita stessa. E però My War è a tutti gli effetti un disco di Henry Rollins, anche se nello specifico ha scritto quattro testi e nemmeno una nota, quei pezzi li incarna, sono le sue viscere e il suo sangue e le sue corde vocali portate al punto di rottura, impossibile immaginare un altro uomo al comando, che se quelle parole le avesse urlate qualcun altro non farebbero l’effetto che fanno, non entrerebbero nella carne come coltellate (perlomeno nella carne degli afflitti, dei deboli e degli umiliati). Se c’è un senso nell’ingombrante, esponenziale growing up in public di Rollins fino ad allora (Washington DC, gli State Of Alert, l’amicizia con Ian MacKaye, i turni da gelataio e le notti in bianco ai concerti punk, le esplorazioni tossiche assieme a Greg Ginn, le prime maldestre ricognizioni poetiche con Lydia Lunch ad aprire la strada, il tutto mosso e motivato da un bisogno devastante, ancora difficile da incanalare), quel senso è da ricercare tra le pieghe di My War: la pasta è quella di chi è emerso dall’abisso il tempo necessario e con sufficiente lucidità per poter dirne. Probabilmente i Black Flag hanno inciso di meglio, se si resta all’interno di rassicuranti parametri quali canzoni, singoli o album (in questo senso lo zenit sta in un ipotetico punto d’incontro tra The First Four Years e The Process Of Weeding Out, il primo la raccolta delle vecchie cose con gli altri cantanti, il secondo interamente strumentale, a dimostrazione che Rollins e i Black Flag sono sempre stati due entità separate). My War è diverso. È un test attitudinale, una prova di vita: chi ha saputo è dentro, chi è fuori era fuori e resta fuori. I dischi della Rollins Band fino al 1997 sono tutti così.

Se non ti sei mai sentito in stato di guerra totale contro il mondo, se non hai conosciuto a più riprese e approfonditamente il rifiuto, l’umiliazione e il silenzio, se non sai come sono fatte le ore di un pomeriggio solitario (per non parlare delle notti) e non hai mai avuto nemmeno per un istante la certezza di essere rimasto l’unico essere umano vivo al mondo è difficile – quando non proprio impossibile – che questa roba ti dica qualcosa della tua vita. Puoi ascoltarla, certo, ma non puoi sentirla incendiarti il sangue nelle vene e attorcigliarti le budella. Viceversa, chiunque sia rimasto solo, tra le quattro pareti di una stanza spoglia o per le strade di una città ostile, probabilmente questa roba la conosce fin troppo bene; sono quelli che per anni hanno affollato le prime file dei suoi concerti, a urlare di rimando ogni singola parola di pezzi che erano e sono qualcosa di più di un semplice sottofondo. Come per My War, anche con Hot Animal Machine il primo pugno in bocca arriva dalla copertina: pare la locandina deformata di un film di Frank Capra però demente, infinitamente più cattivo e senza il finale, come se James Stewart fosse condannato a vagare per l’eternità in un inferno perfino peggiore di quello terreno. Titolo e immagine ghignante e fondale rosa shocking lo rendono un oggetto minaccioso, anomalo e sottilmente inquietante, come un vecchio giornale porno rinvenuto per caso nella soffitta di casa dei nonni, di quei dischi che ti vergogni di mostrare alla cassiera per il pagamento. Il contenuto è all’altezza delle premesse: la musica il vero significato del termine ‘Blues’, i testi un racconto di Bukowski senza l’ironia. Nessuna speranza, nessuna redenzione, nessuno sconto, solo rospi in gola e pugni nella pancia e assorbire tutta l’ostilità dell’universo senza poter scappare. Il concetto di omeopatia spinto alle estreme conseguenze, e senza dover ingurgitare pillole zuccherine dai nulli effetti. Il successivo Life Time ancora più virulento e inesorabile, indescrivibile nella sua sistematica demolizione di ogni possibile appiglio consolatorio, un urlo primordiale che niente e nessuno può mettere a tacere. I titoli parlano chiaro: Ustionato oltre ogni riconoscimento, Che cosa ci faccio qui?, Mille volte cieco, Isolato, Se sei vivo, oltre all’irraggiungibile Pistola in bocca blues, e la furia nell’esecuzione e la forza di parole che riescono a dare forma a concetti universali come sgomento, abbandono, incomunicabilità e schiacciante bisogno di calore e amore lo rendono ancora oggi e per sempre il Vangelo di chiunque stia soffrendo come un cane da solo nel mondo.

I live dell’epoca – più simili a riti sacrificali in cui la vittima manco a dirlo è Rollins stesso, un fascio di nervi doloranti e muscoli in perenne torsione nella febbrile ricerca dello spasmo fatale – riuscivano magicamente a ricreare notte dopo notte, con intensità invariata, la spaventosa potenza di quei pezzi; a testimoniarlo Turned On, tra i più grandi album dal vivo di sempre. Punitivo nella versione CD (un’unica traccia di settantadue minuti che rende impossibile il passaggio da un brano all’altro se non col dito fisso sull’avanti veloce) è il resoconto più o meno integrale – alcuni pezzi sfumano in corrispondenza della fine di ogni lato del vinile, identico il trattamento su CD; il discorsetto iniziale di Rollins è tronco, a finire registrata soltanto la conclusione, comunque più che esauriente: Anyway thanks for comin’ on down, and… well… good luck. – di una data a Vienna del 1989, era il tour di Hard Volume (che di Life Time è l’appendice giusto un pelo più meditata). Quel tour è passato anche da Bologna, all’Isola nel Kantiere, i racconti mitologici di chi c’era dicono di un Theo Van Rock completamente ubriaco che si piazza al mixer, alza tutti i canali al massimo e a parte finire una bottiglia di whisky da solo per tutto il concerto non farà nient’altro; c’è chi sostiene che anche Rollins quella sera fosse ubriaco. Se il concerto è stato anche solo lontanamente paragonabile a quel che si sente in Turned On non mi stupirei se qualcuno sostenesse pure di avere visto la madonna. Alla fine l’unico vero peccato di questa fase della Rollins Band è che non esista una versione in studio di Out There, il pezzo più drammatico, dilatato e prostrante, al cui confronto viene da ridimensionare perfino Gun In Mouth Blues; la versione contenuta in Turned On, per quanto mastodontica, è soltanto una parte di un irraccontabile totale che non conosceremo mai, che avrebbe rischiato di essere superiore alla somma di tutte le esecuzioni messe insieme, oltre il nero, oltre ogni pretesa di equilibrio psicofisico, oltre il dolore, oltre tutto.


Il primo film in cui ho visto Henry Rollins è stato Sesso & fuga con l’ostaggio. Era il 1994, un grande anno per i fan di Charlie Sheen, l’ultimo, da lì in poi la serie Z più bieca; mi ero appena pappato Terminal Velocity e già non vedevo l’ora che arrivasse l’estate anche per l’anteprima di Major League 2 (il primo un pilastro inscalfibile della mia formazione umana), in tutto questo Sesso & fuga con l’ostaggio era una specie di ciliegina su una specie di squinternata torta. Dei tre è l’unico film che tuttora rivedo sempre volentieri, e non solo perché Rollins è praticamente il co-protagonista; una specie di precognizione dell’inseguimento di OJ Simpson imbottita di gas esilarante e con un sacco di volti noti (se sei cresciuto di fronte a un videonoleggio negli anni novanta) e una colonna sonora che come poche altre ti faceva sentire figlio del tuo tempo (meglio di così giusto Empire Records e pochissimo altro). Per me era assolutamente scontato che Henry Rollins ci recitasse; voglio dire, in quel periodo era ovunque, e comunque avevo da poco letto l’intervista su Rockstar in cui parlava del sollevamento pesi. Quel che ignoravo era perché in quel periodo Rollins fosse ovunque, e quanto fosse tragicamente ironico che l’inizio della sua ascesa abbia preso le mosse da uno dei momenti più problematici della sua vita. Nel dicembre 1991 sopravvive a una rapina dove finisce ucciso il suo migliore amico, coinquilino e roadie Joe Cole; sull’orlo dell’esaurimento nervoso, la depressione che torna ad attanagliarlo come e più che ai tempi della scuola, delle punizioni corporali e del Ritalin somministrato a tradimento, si butta nel superlavoro per evitare di impazzire. Costantemente sulla strada, con la band in posti via via sempre più grandi (a culminare in una tournée di spalla ai Red Hot Chili Peppers, era l’anno di Blood Sugar Sex Magik), da solo in teatri, librerie, bar e qualunque altro cimiciaio fosse disposto a ospitare un armadio col microfono in mano armato soltanto delle sue paranoie e di una parlantina inarrestabile, pubblica a getto continuo libri e spoken word album su quanto cazzo sta messo alla canna del gas (See a Grown Man Cry e Now Watch Him Die il meglio tra i primi, Live at McCabe’s per i secondi), un flusso di parole che è l’equivalente di anni di psicoterapia in pubblico se la psicoterapia funzionasse davvero, un fuoco di fila di uscite che metterebbe a dura prova il più incallito degli archivisti; nel mezzo The End Of Silence, l’allora ultimo album della Rollins Band, inizia a vendere come il pane. Musicalmente è la cosa migliore a cui Rollins abbia preso parte, ma ad aver contribuito alla sua fortuna commerciale è soprattutto un tempismo perfetto ancorché del tutto inconsapevole: The End Of Silence arriva in un momento in cui se stai male e non te ne frega un cazzo dei Nirvana sei fottuto. La risposta di pubblico è immediata: mezzo milione di disperati fanno schizzare il disco nelle zone alte delle classifiche, dove rimarrà per mesi. Rollins diventa l’intellettuale della generazione X, si improvvisa editore e, assieme a Rick Rubin, discografico, pubblica libri e dischi di Alan Vega, Hubert Selby Jr., Iceberg Slim, ristampa James Chance, Mississippi Fred McDowell, i Gang Of Four, i Devo, c’è effettivamente un momento in cui qualsiasi cosa tocchi si trasforma in cibo per la mente. Con un nuovo album in uscita (Weight, che venderà altre camionate di copie), presenza fissa su MTV come su qualsiasi altro canale TV, radio, rivista e rotocalco, il cinema è l’ultimo step in ordine di tempo nella sua inarrestabile opera di colonizzazione dell’immaginario negli anni novanta; parallelamente a Sesso & fuga con l’ostaggio partecipa alle riprese di Johnny Mnemonic, ai controlli il pittore Robert Longo (presente la copertina di The Ascension di Glenn Branca? Quella è la sua roba), un cast incredibile, praticamente un frullato degli ultimi cinque anni di cultura audiovisiva americana e non (da Keanu Reeves a Dolph Lundgren, da Udo Kier a Ice-T, da Dina Meyer direttamente da Beverly Hills 90210 fino a Takeshi Kitano), sulla carta il film cyberpunk definitivo. Qualcosa non va come dovrebbe, il film esce quasi un anno e mezzo più tardi, visivamente è un capolavoro ma la storia non gira, e comunque è troppo strano per piacere e troppo poco scadente o improbabile o brutto per generare un culto sommerso di qualsiasi tipo, inoltre a fine 1995 il cyberpunk non interessa più a nessuno. Tempo un frettoloso e imbarazzato passaggio nei peggiori cinema del circondario e Johnny Mnemonic viene immediatamente dimenticato, e siamo al secondo flop su due per Rollins attore (anche Sesso & fuga con l’ostaggio aveva incassato quasi un cazzo e fatto schifo a quei pochi che l’avevano visto, tra le rarissime eccezioni Roger Ebert che lo definì ‘decoroso’). Ma nel 1995 esce anche il miglior film della sua carriera: Heat di Michael Mann, e Henry è ancora ben saldo sulla vetta a duettare con i grandi, tant’è che le prende di santa ragione da Al Pacino. Poco più tardi David Lynch annuncerà di averlo scritturato per il suo ultimo film, Lost Highway (dove Rollins recita una, dicasi una, battuta: Quell’uxoricida sta dando di matto), e anche se da allora continueranno le frequentazioni (in film sempre più improbabili e produzioni di livello sempre più infimo, dal caramelloso Jack Frost a robaccia indegna della peggiore tv via cavo tipo Scene da un crimine e Morgan’s ferry con Billy Zane, ultimamente horroracci ‘divertenti’ tipo Feast o Wrong Turn 2, nel mezzo un solo fulmineo rientro nel mainstream con un’apparizione-lampo in Bad Boys II) il percorso cinematografico di Rollins potrebbe ben dirsi concluso, così come quello musicale. Nel 1997, dopo due anni di lavorazione, esce l’ultimo disco della Rollins Band, Come In and Burn.


Un amico che ora non c’è più (nel senso che non sta più in Italia, non che è morto) aveva fatto incetta di libri di Rollins durante un viaggio negli States; al suo ritorno me li aveva prestati. Get in the van, Black coffee blues, Eye scream, See a grown man cry, ma soprattutto Now watch him die: quei tascabili dalle copertine oscure e respingenti, già usurate come un giallaccio di quarta mano, le pagine che odoravano di gas di scarico e sedili rancidi dei bus Greyhound, sono stati la mia personale Recherche, il mio Signore degli anelli, il mio (inserite qui il titolo di un libro che vi ha cambiato la vita). Ancora una volta l’effetto era lo stesso dei dischi, spesso pure superiore: una vicinanza che andava oltre il semplice concetto di identificazione, ritrovarsi rispecchiati con aderenza perfino inquietante nello sguardo di un perfetto estraneo in cui si riconosce all’istante uno spirito affine, quali che siano le differenze di vissuto, geografiche o temporali. Lo scarto vero stava nel linguaggio: Rollins era riuscito a trovare le parole, quelle parole che a me continuavano a sfuggire, per dare una forma a quel che sentivo dentro (o almeno provarci). Era roba di una semplicità brutale, egocentrica oltre ogni possibilità di speranza, certamente materiale che non sarebbe mai finito nelle antologie della Grande Letteratura Americana, ma era quel che avevo bisogno di sentirmi dire e che nessuno mi aveva detto mai. Ancora una volta, nel buio non ero più solo; da qualche parte nel mondo c’era qualcuno che quel buio lo aveva già attraversato e chissà come ce l’aveva fatta a metterlo per iscritto. Una guida Lonely Planet del subconscio, ecco cosa. Da quando ho dovuto restituirli quei libri non li ho mai ricomprati; mi sarei dovuto accontentare di ristampe, di terze o quarte edizioni ordinate via Internet mentre volevo  quelle copie là, il che è impossibile; ma il contenuto ce l’ho ancora ben impresso in testa come il marchio a fuoco sulle chiappe dei vitelli. Mi ha salvato la vita un numero incalcolabile di volte.

Nel 2012 fanno diciotto anni da quando Henry Rollins mi tiene compagnia. A lui devo una buona parte del mio fragile equilibrio, e non penso di essere il solo. Vorrei poter dire che siamo cresciuti insieme; ovviamente non è così: io lui non l’ho mai conosciuto, se non attraverso i solchi dei suoi dischi e le pagine dei suoi libri (e gli spoken word, e i film eccetera). Eppure nella mia vita è stato una presenza costante, soprattutto nei momenti più impegnativi; lui c’era anche quando accanto a me non era rimasto nessun altro, le sue parole tra le poche che abbia avuto la forza di ascoltare quando lo schifo e il disprezzo per me stesso tracimavano fino ad assumere nuovi e mirabolanti significati e mi ritrovavo messo peggio di un cane rognoso, nudo e inerme di fronte all’infinita crudeltà dell’universo. È stato il mio personale Tom Joad della sofferenza, del dolore e della frustrazione: ogni volta che stavo male, lui c’era. E c’è ancora. Basta far girare Life Time un’altra volta, o aprire Now Watch Him Die a una pagina a caso. Io non sono cambiato.

Tra qualche giorno passa per la prima volta dall’Italia uno spoken word di Henry Rollins. Ieri era il suo compleanno. Un pretesto come un altro per parlare di qualcuno di cui abbiamo voglia di parlare. Tanti auguri, e ci vediamo sotto il palco. Il racconto è di Matteo, i disegni sono di Francesco.

geni

Da tempo sappiamo che  lo zio Hank non ama la dance, o anche

tuttavia,

vale a dire GENIO. Nel caso comunque abbiate qualcosa da dire,

(tutta colpa di polly)

(ok, sto diventando un pelo monotono, ve lo concedo)

DISCONE: The Flaming Lips and Stardeath and White Dwarfs with Henry Rollins and Peaches Doing the Dark Side of the Moon

A quanto pare Embryonic non bastava. Un ispirato mastodonte di psichedelia pop fricchettona a caso, in effetti, era il minimo che potessero fare per aver abusato del nostro tempo con un disco –sostanzialmente- del cazzo come At War With The Mystics. Quello su cui tuttavia i Flaming Lips decidono di giocarsi la propria credibilità “storica” è una sorta di opera-rock concettuale pensata e realizzata come una versione noughties di Zaireeka. In che senso? (grazie per la domanda) Nel senso di un album parallelo alla discografia ufficiale basato su premesse concettuali talmente fighe che è quasi inutile ascoltarlo. Ora, se avete avuto a che fare con me nei primi anni duemila sapete NON SOLO che dopo i 20 non sono mai stato magro, ma anche che ho un’insana passione per Zaireeka. Stefano I.Bianchi di Blow Up lo ha chiamato grossomodo l’opera pop definitiva: sono abbastanza d’accordo. The Dark Side Of The Moon si muove grossomodo sulle stesse coordinate: vale come dichiarazione d’intenti almeno quanto disco, anche se non ha la carica rivoluzionaria di Zaireeka e ha comportato un lavoro molto meno intenso in sede di scrittura. Nel senso che è –appunto- Dark Side Of The Moon rifatto pari pari da un gruppo di addetti ai lavori che comprende Peaches e Henry Rollins.

(Che già come concetto fa cacar sotto dal ridere, tipo mestiere del WTF. Concepire un’ospitata dello Zio in mezzo a un branco di quarantenni strafatti di acido. Così, tanto per farne una. Magari era andato a fargli il cazziatone e l’hanno obbligato a fare le backing vocals.)

Il risultato è tronfiamente intitolato The Flaming Lips and Stardeath and White Dwarfs with Henry Rollins and Peaches Doing the Dark Side of the Moon. DISCONE. Una raccolta di canzoni suonate come la versione calligrafica di Dark Side ma eseguita dai Pink Floyd era-Barrett, che sembra registrato con dei microfoni attaccati ai muri della stanza accanto ed editato da qualche mammasantissima del freak pop tipo un Fourtet col viaggio del vintage. I pezzi sono i pezzi di Dark Side, quindi probabilmente li conoscete piuttosto bene –ma vi assicuro che fa un effetto devastante. E certo, non è un’opera-pop importante come Zaireeka, ma è ragionevole pensare che stia alla musica rock degli anni duemila come Zaireeka stava alla musica rock degli anni novanta (la musica rock degli anni duemila fa molto più schifo, purtroppo). Se avete voglia di seghe mentali c’è tutto quel che serve: calligrafismo, importanza dell’opera, il senso della reinterpretazione, la dialettica tra questo e quell’altro e tutta quella serie di cose che fanno sborrare Simon Reynolds. Oppure potreste fare una scelta sensata e buttarvi semplicemente sulla musica. Dicevo: DISCONE, e a me l’originale non piace nemmeno troppo. Purtroppo per ora –e suppongo per sempre- il CD non è in vendita, quindi vi dovrete accontentare degli mp3 su iTunes –o quel che è, insomma. Viva lo zio Hank.