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Scott Walker

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Il disco coi Sunn poteva agevolmente non esistere. Nessuna deviazione dal tracciato: loro che cacciano dronate come un vecchio scorregge dopo avere ingerito una pignatta di fagioli alla Bud Spencer, lui che delira cose a caso con quella mostruosa voce da tenore in lacrime. Per me, Scott Walker è Farmer in the city. Fosse iniziata e finita con quel pezzo la sua carriera sarebbe stato uguale, anzi, pure meglio. Mi sarei risparmiato tutto il resto, da Climate of Hunter in poi in particolare (i dischi prima roba da oratorio), tutta la parata di giochini insensatamente arzigogolati, profondamente sgradevoli, totalmente autistici; ordigni escheriani spigolosi, respingenti, cacofonici, che disorientano e spiazzano, mettono a disagio ma in alcun modo arricchiscono, al contrario: ne esci depauperato, spossato, senza essere arrivato da qualche parte. Come correre da fermo. Con tutto il rispetto dovuto ai matti veri: palla al piede era e palla al piede resta.