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La gigantesca scritta LOAL: Dez Fafara, una cover dei 16 Horsepower e tutto quel che è andato di merda negli ultimi dieci anni di metal.

Dez Fafara esordì nel 1997. Il suo gruppo si chiamava Coal Chamber ed aveva fatto uscire un disco senza titolo su Roadrunner. Conobbi prima i Coal Chamber di un sacco di gruppi fighi usciti nello stesso momento, tipo i 16 Horsepower. La scusa è che non cagavo per niente il folk, ero più fanatico di crossover e simili e la gente con cui uscivo non si perdeva un disco. Arrivò fuori ‘sto coso su Roadrunner e la gente ci andò discretamente sotto -era una scopiazzatura dei Korn che anche un ventenne com’ero allora poteva etichettare senza problemi come dozzinale. Un paio d’anni dopo fecero uscire Chamber Music, il disco con cui -a detta di chiunque- si smarcarono dalle ombre korniane (ombre con cui nel momento in cui usciva il primo disco nessuno sembrava avere problemi) per andare incontro ad un glorioso futuro artistico fatto di rivisitazioni gothic metal in salsa crossover (di lì a poco si iniziò a parlare di nu metal). Nelle interviste di quel periodo Dez Fafara continuava a ripetere senza problemi di avere inventato il suono del primo disco dei Coal Chamber (cioè il suono dei Korn) di sana pianta, e di essere stato fregato dal fatto che la band non sia riuscita a fare uscire il disco d’esordio prima dei Korn (e GRAZIE A DIO, vorrei aggiungere). Chamber Music guadagnò alla band ulteriore credito musicale nonostante il disco in sè fosse una gran martellata sui coglioni. Il punto è che in quel periodo il crossover era davvero alla canna del gas: i gruppi non sapevano più cosa inventarsi e la critica continuava a promuovere eccitata gli incroci più assurdi e balzani tra generi (i Puya, diocristo. In quegli anni non si faceva altro che parlare dei Puya, ve li ricordate?). I Coal Chamber erano truccati, gotici e con una bassista carina. Bastava e avanzava per avere una messe di recensioni positive nell’epoca di Spineshank e Static X.
E niente, dopo qualche anno i Coal Chamber erano alla frutta. La band si sciolse poco dopo la pubblicazione del suo disco più brutto, Dark Days (in realtà era brutto come gli altri, ma con meno scuse). Dez Fafara fondò i Devildriver, che erano una specie di declinazione aggro dei Coal Chamber. Quasi dieci anni dopo mi ritrovo ad ascoltare un disco della band per la prima volta dall’esordio. Non ho idea da chi sia composta, fermo restando che il cantante è sempre Dez (struccato, grazie a dio); la musica è una terribile -e per certi versi esaltante- metafora di tutto quel che è andato storto in questo genere dal 2000 in poi: becerissimo groove-metal tastierato con produzione ultra hi-fi e nessun pezzo, su cui il cantante urla come un ossesso alla disperata ricerca di una personalità inesistente (abbastanza paradossale se parli di uno che sta dentro a dei gruppi metal da vent’anni). Naturalmente tutto questo astio critico da parte di chi scrive tradisce un terribile e fastidiosissimo gap generazionale, dieci anni di cultura che pensavo di aver vissuto in diretta mentre ero più occupato a bere birra, cucinare, fidanzarmi e mettere insieme qualche ora di sonno. In buona sostanza sono diventato mio padre come in quella canzone del FABER, solo che invece di dar fuoco ai quadri di Guttuso preferisco andare in giro a rompere i coglioni ai ragazzetti chedendo come cazzo fanno a distinguere un gruppo dall’altro. La cosa non mi fa onore, ma non credo di essere l’unico essere umano al mondo così preso male da questa orribile trasversalità metal/HC che da adesso in poi, per comodità, chiameremo Pro-Tools-core. Non la voglio fare lunga, ma sono assolutamente convinto che Tomas Lindberg brucerà all’inferno per il solo fatto di aver concepito questo suono in tempi non sospetti -e probabilmente a tutti noi toccherà qualche anno di purgatorio per averla menata così tanto con Slaughter Of The Soul, ma chi se l’aspettava?
Comunque non è che sto parlando male di Dez Fafara per sport. Cioè, un po’ sì, ma il problema VERO è che nell’ultimo disco i Devildriver hanno deciso di fare le cose in grande e ha infilato nella scaletta una cover dei Sixteen Horsepower, nella fattispecie Black Soul Choir. Mi rendo conto che la cosa potrebbe non far girare le palle a nessuno dei presenti, naturalmente. I Sixteen Horsepower erano il gruppo di David Eugene Edwards prima di Woven Hand. Hanno registrato una manciata di dischi, tutti bellissimi -come quelli di Woven Hand, d’altra parte. Black Soul Choir è sostanzialmente il primo singolo del primo disco, quindi per certi versi il calcio d’inizio di una delle carriere artistiche più incredibili -forse la più incredibile di tutte, se togliamo i musicisti che non credono in Dio. La parte di banjo dell’originale è suonata come se fosse un riff degli Iron Maiden ed incollata a cazzo su un pezzo uguale a tutti gli altri del disco -rullate, blast beats, voce bruciata e tutto il resto. Ve lo sto segnalando nel caso in cui siate appassionati di rock pesante e vogliate compilare una playlist delle idee più stupide, fastidiose e genericamente SBAGLIATE dell’anno in corso.