THIS MACHINE KILLS ARTISTS

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Tuono Pettinato

 

Gli ultimi dischi dei Melvins, diciamo da dopo Sugar Daddy Live, si dimenticano agevolmente. Indistinguibili l’uno dall’altro, controllatissimi, mai fuori asse, mai uno sbrocco. Con i Melvins Lite ho un rapporto problematico, del tipo rispetto eccetera ma a un certo punto anche basta. Naturalmente rimpiango moltissimo quasi tutto quel che c’è stato fino a Sugar Daddy Live in compenso, perfino robaccia come Colossus of Destiny o quell’ibrido solo in parte centrato (fa strano usare il termine ‘centrato’ in riferimento ai Melvins, ma comunque) che è stato il disco con Lustmord – non considero i Fantomas o gli Shrinebuilder o il primo dei Venomous Concept o gli altri progettini (Dumb Numbers, ecc.), altre storie, né l’associazione a delinquere Melvins-Fantomas, simpatico cazzeggio a volerla vedere nel meglio predisposto dei modi – e porto ancora dentro i concerti fiume con due batteristi King Buzzo e un bassista a caso, ancora prima Buzzo e Crover più il bassista dei Cows. Credo siano in assoluto tra le cose più belle a cui abbia assistito in tutta la mia vita.
Gli ultimi anni sono stati impegnativi. A un calo verticale della qualità non ha corrisposto un minore accanimento in termini di presenza sul mercato, nella forma della solita messe di uscite che nemmeno ha accennato ad attenuarsi (non dico spegnersi), come i loro mentori (i Kiss degli anni d’oro) insegnano, da decenni assestatasi sulla media di un disco ogni sei mesi o giù di lì (senza contare i singoli, spesso in vinile, spesso a tiratura limitata, albi fuori serie della Marvel se la Marvel stampasse dischi e non fumetti). Manco da dire che abbiano preso a pubblicare tutto quel che passava loro per la testa: non è una novità, vanno avanti così da sempre. Erano i pezzi a mancare. Un tracollo in piena regola, la devozione messa a dura prova come mai prima (almeno per me). Vedi alla voce frustare un cavallo morto, tirare la carretta al fienile eccetera. Lentamente qualcosa che per anni è stato parte di me andava spegnendosi, assumendo in maniera sempre più definita e drastica la forma e i contorni di un ricordo lontano, come uno zio d’America che sai non tornerà più, la certezza che mai più nella vita avrei riascoltato Freak Puke o Tres Cabrones o Everybody Loves Sausages, e la lista potrebbe andare avanti elencando tutto quello che han buttato fuori dal 2012 all’altroieri, ed è tanto.

Questo fino a oggi. Fino a This Machine Kills Artists (già dal titolo perfino troppo evidente quanto il tristo pilota automatico degli ultimi tempi se ne sia andato affanculo, perlomeno adesso e qui). Nelle parole del suo stesso creatore:

Perché in acustico ora? Perché ha un senso. […] Ho registrato quasi tutti pezzi dell’album suonando nient’altro che la mia Buck Owens American acustica. È una gran chitarra, è praticamente insostituibile, per questo non la porto mai in tour. Un vero peccato. Magari un giorno dipingerò di rosso bianco e blu quella cinese che invece uso per i concerti. […] Non ho alcun interesse ad assomigliare a una versione stitica di James Taylor o a un Woody Guthrie fatto col culo, che è quel che succede regolarmente ogni volta che un musicista rock stacca la spina. No, grazie. This Machine Kills Artists è un’altra bestia. (la presentazione completa, oltre allo streaming integrale – ma bisogna vedere per quanto tempo – qui)

This Machine Kills Artists è la cosa migliore che potesse capitare a chi ancora ha a cuore uno dei personaggi più dissociati e molesti del mondo. Inaspettato come un calcio in faccia a tradimento, polverizza il polverizzabile con una chitarra acustica e una voce che se non è la più ripugnante mai sentita ci va molto vicino. Il senso di straniamento iniziale dura esattamente ventisette secondi, i primi ventisette secondi dell’iniziale Dark brown teeth (basta la parola, già sai com’è qui); pare un clone subnormale di Billy Bragg incazzato per qualcosa che sta soltanto dentro la sua testa e lo sta divorando. Nessuna Giusta Causa per cui ergersi e farsi paladino, solo demoni invisibili che lo stanno mangiando vivo. Quei demoni sono gli stessi di sempre; appena entra la voce capisci che la visione obliqua e deformata delle cose è la stessissima di sempre. Dal primo all’ultimo pezzo (quasi tutti troncati a buffo dopo due minuti e qualcosa, chissà perché), inutile citarne qualcuno in particolare, la solita cara vecchia storia, la stessa visione malsana e trasfigurata e contagiosa della realtà, come venire catapultati nell’Interzona del Pasto Nudo o nella cosmogonia di Clive Barker dei “Libri di Sangue” di colpo e senza possibilità di uscita.

Meraviglioso. Fosse un amico verrebbe da abbracciarlo e dirgli bentornato a casa, magari grigliare qualche tonnellata di carnazza ignorante per celebrare, sperando che porti con sé Gene Simmons e i ragazzi (dando per buona questa urban legend ovviamente).
Viene davvero da credere in King Buzzo, fosse anche solo per il fatto che a parlargli lui risponde. DEVOTION.

N O I S E

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Una cosa che faccio spesso per capire che aria tira in merito a un certo argomento è cercare concetti aperti e generalissimi su google immagini. Se cerchi BAND PHOTO su google immagini viene fuori un’estetica molto precisa. Sono immagini divise 50 e 50 tra bianco e nero tiratissimo e iperrealismo digitale. Tutte le foto in cima sembrano essere scattate allo scopo di suscitare un’idea precisa legata al rock’n’roll così com’è supposto essere. Da qualche anno sulle riviste di musica pesante è sostanzialmente impossibile distinguere un gruppo dall’altro: quasi tutti incazzati e vestiti di scuro sotto un cielo plumbeo. È l’esatto opposto di quello che si supporrebbe essere la naturalità della musica. La maggior parte delle foto di gruppi rock pesanti mi suggerisce l’idea che i musicisti stiano affrontando conflitti interni tutt’altro che pesanti e appena troveranno da scopare passeranno al twee-pop. Non so dire, onestamente, se l’estetica dei gruppi sia mai stata diversa. Negli anni ottanta c’erano completi di pelle tirati a lucido, negli anni novanta c’erano foto sgranate o polo Fred Perry e tute Adidas. Suppongo che a un certo livello di inserimento nel sistema –contratto major, trecento paganti a data, due canzoni conosciute da qualcuno- nessuno abbia più interesse a sembrare un idiota. Non lo so.

Esiste una teoria che identifica i dischi che ti hanno cambiato la vita nella misura in cui riesci a ricordare precisamente dove fossi e cosa stessi facendo nel momento in cui ci sei entrato in contatto, a isolare quel momento cristallizzandolo nel tempo. Prendendo per buona questa teoria, la mia vita è cambiata per sempre quando ho appoggiato nel cassettino del lettore un CD comprato a caso quello stesso pomeriggio, pescando tra gli usati del “Disco D’Oro”, attirato dalla copertina (ricordo pure il prezzo: 6.500 lire), e ho premuto il tasto play. Il disco si chiama Into the Vortex, il gruppo Hammerhead. L’etichetta Amphetamine Reptile, ed è il nome, quel nome, ad aver fatto scattare la scintilla; a rimbalzarmi in testa all’istante confuse immagini di qualcosa di strisciante, anfibio, minaccioso e letale, che mi attraeva a sé come un magnete le scorie di metallo. La mia mente era una tavoletta d’argilla che aspettava soltanto di essere plasmata. Avevo dodici anni.
È stato il pacchetto completo (musica, immagini, tutto) a farmi esplodere il cervello. Non avevo mai sentito roba del genere. Che esistesse da qualche parte qualcosa chiamato noise rock ne ero solo vagamente a conoscenza: avevo visto i manifesti di un concerto dei Cop Shoot Cop in centro ma a parte il nome pittoresco non mi era rimasto altro; su Videomusic passavano un video degli HELMET, ma mi rompeva i coglioni (era appena uscito Betty, il loro disco più tranquillo – non considero la merda buttata fuori dal 2004 in poi. Avrei comunque cambiato idea molto presto. Come si cambia per non morire, eccetera). Ascoltavo metal ma non avevo mai trovato qualcosa di altrettanto ostile, deragliato e pesante. Ascoltavo hardcore (erano gli anni dell’ondata newyorkese, roba sul bullistico-prevaricatore che piaceva ai rissaioli del campetto, i dischi mazzate da venti minuti a botta e bella lì; il punk per me erano i Green Day, ciarpame farsesco) ma non avevo mai trovato qualcosa di altrettanto violento, incarognito, preso male. Ascoltavo il Deejay Time e certo lì non c’era un cazzo di anche solo lontanamente paragonabile. I miei orizzonti erano alquanto limitati allora, è vero; ma anche adesso, vent’anni più tardi, non saprei indicare qualcosa che suoni come gli Hammerhead, a parte gli Hammerhead. I dischi Amphetamine Reptile sono tutti così. Ognuno un’isola a sé stante con barricate alte fino al cielo. Immediatamente riconoscibili e alieni a qualsiasi altro genere e suono. Inimitabili, irripetuti. Decisi all’istante che quella roba faceva al caso mio. Da allora in poi avrei comprato a prescindere qualsiasi disco portasse il logo N O I S E stampato da qualche parte nel retrocopertina. Inutile rievocare adesso quanto fosse difficile procurarseli allora, i dischi. Era un altro mondo. Cataloghi per corrispondenza e fanzine (ma solo quelle particolarmente illuminate) i soli canali di informazione, il costo oggi semplicemente impensabile dei CD (i vinili in compenso te li tiravano dietro ma erano scomodi e ingombranti, non entravano nel Discman, non ci potevi girare) e le conseguenti, logoranti attese nella speranza che qualche imbecille se ne disfacesse per poterli finalmente ricomprare, usati, a un prezzo sostenibile per un regazzino con le tasche sempre vuote. Pazienza e perseveranza in dosi da elefante erano i requisiti indispensabili per mantenere vivo questo fuoco. Sarei stato ampiamente ripagato. A ogni nuovo incontro, a ogni nuova acquisizione, quali visioni, quante emanazioni da un altro spaziotempo. Ogni volta la magia si ripeteva inalterata. Una certezza, come il giorno di natale il 25 dicembre. Mai più stato altrettanto felice di perdere all’istante tutti i punti di riferimento conosciuti. Erano autentici bombardamenti psichici quelli a cui periodicamente mi sottoponevo. Storie di ricerche snervanti e attese esasperanti che culminavano in rivelazioni dalla portata al cui confronto i Vangeli erano cacchette di mosca. Come rendere a parole la virulenza del primo contatto con Psychedelicatessen dei Lubricated Goat? Come raccontare a chi non ne abbia avuto a sua volta esperienza diretta la portata dei dischi dei Cows (tutti, dal primo all’ultimo)? Come spiegare la devastazione emotiva, lo stato di prostrazione totale dopo il primo (e il secondo, e il trecentesimo) ascolto di Willpower dei Today Is The Day? Impossibile, pure per William Burroughs se fosse ancora al mondo. E lo stupore e il disorientamento erano gli stessi sempre, tanto che la lista dovrebbe andare avanti fino a includere dal primo all’ultimo titolo in catalogo, ognuno un varco dimensionale che lasciava intravedere scenari inauditi, irraccontabili; a prescindere dagli autori, fossero i Melvins come gli HELMET come i Cosmic Psychos come i Janitor Joe, nomi già minacciosi e deraglianti a un livello puramente fonetico. Roba che faceva credere davvero che qualsiasi altra musica registrata con gli strumenti amplificati fosse alla fine poco meno di un passatempo per capistazione.

Esisteva un’estetica che accomunava tutti i gruppi Amphetamine Reptile, rendendoli coesi, idealmente membri della stessa famiglia: le copertine, vignette autistiche da fumetto drogato o layout asettico che nasconde sempre almeno un dettaglio disturbante, libretto di due pagine con dentro solo un recapito e una foto del gruppo, tutti i componenti col cappellino, calzoni corti e magliette tinta unita, che ti guardano male, foto in bianco e nero sgranatissima e nient’altro, niente testi mai. Il grafico era sempre lo stesso, accidentalmente anche il proprietario-factotum dell’etichetta nonché membro fondatore degli Halo of Flies (mai un abum, solo singoli), un ex marine di nome Tom Hazelmyer. Ai miei occhi, creatore di universi.

Tom Hazelmyer non ha studi di design alle spalle. Il fatto che non conosca gente che possa disegnargli le copertine dei dischi lo obbliga ad imparare; pesca idee più o meno ovunque gli capiti, dai cartelloni pubblicitari dozzinali ai più celebri designer legati al punk, e tira fuori un’estetica inconsapevole votata ad un iperrealismo rock’n’roll che non ha quasi termini di paragone. Il piglio artistico delle foto di Charles Peterson che stanno nei dischi Sub Pop è lontano centinaia di chilometri. A riguardare oggi quelle copertine si viene ancora sbattuti di peso in un’epoca nella quale il grado di finzione all’interno del rock’n’roll era praticamente zero.

Solo una volta sono rimasto deluso: Yeah, Me Too dei Gaunt, l’anno era forse il 1996, poppettino-punkettino all’acqua di rose, giusto quel minimo meno conciliante degli umilianti standard dell’epoca, comunque offensivo quanto un bicchier d’acqua. Mai capito perché fosse uscito su AmRep, mai rappresentato un problema comunque: non c’è luce senza ombre, e una singola ombra sposta di niente il quadro generale.

Di una cosa sono assolutamente certo: i gruppi di bianchi che hanno capito il blues li puoi contare sulle dita di una mano. Ne avanza pure qualcuna. La lista è brevissima: ZZ Top, Rollins Band, UNSANE. Gli UNSANE stavano su Amphetamine Reptile e i loro dischi (fino a Occupational Hazard perlomeno) restano la cosa più sporca e violenta si possa concepire. BLUES. Asfalto e grattacieli al posto di paludi e baracche, Chris Spencer l’equivalente morale di Mississippi Quell’Altro o Blind Pinco Palla. I dischi una ricognizione nei bassifondi più fetidi della Grande Mela Marcia, un microcosmo parallelo dove i cinema proiettano solo horroracci con sangue a ettolitri e per le strade ci si spacca le ossa. Il suono della sopraffazione, con più eroina che sangue a scorrere nelle vene. Forse il gruppo che più di ogni altro ha incarnato il dolore fisico in tutta la scuderia AmRep; di sicuro quello che ha lasciato gli sfregi più profondi.

A un certo punto i dischi Amphetamine Reptile semplicemente hanno smesso di uscire. Nessuna dichiarazione al proposito, nessun commento. Solo silenzio. Era la fine degli anni novanta, la fine di un’era. L’immensità del vuoto che quell’assenza, improvvisa, brutale, aveva creato si è insinuata lentamente in me. A un tratto niente più AmRep, fine della storia. Il mondo sembrava non avere fatto una piega, ma per me era come per un tossico vedersi privato del metadone senza motivo dall’oggi al domani. Sul momento non te ne accorgi, è sulla lunga distanza che gli effetti si rivelano devastanti. Mai più sono riuscito a trovare roba del genere.

Da qualche anno risorge periodicamente dalle sue ceneri AmRep, come un’araba fenice con le sinapsi in disordine, farcita di bile e allucinogeni di dubbia provenienza. Ogni tanto esce qualcosa, roba puramente autocelebrativa in edizione limitata numerata venduta direttamente dal sito Internet, a volte ripescaggi dai soliti sospetti, vinili curatissimi, graficamente ineccepibili, niente da dire. Solo che è l’esatto opposto dei CD con libretto di due pagine in bianco e nero che pubblicavano regolarmente una volta. Questo non mi interessa.

Quello di questa settimana è una sorta di tributo. Parliamo di una musica che c’interessa, prendendo spunto da tre o quattro cose successe in questo periodo, da qui a fine settimana. Ci dividiamo tra recuperi e nuova roba, proviamo a rintracciare l’estetica di AmRep in giro per gli anni che vanno dalla fine di AmRep ad oggi. Una specie di esperimento. buona lettura.

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MC + FF

L’agendina dei concerti Emilia Romagna – 22-28 ottobre 2012

eh… già.

 
Questa sera all’XM24 a partire dalle 22 DeZafra Ridge + Moro Moro Land + Architecture Of The Universe. Esiste un modo migliore di passare il lunedì sera in zona? Non che io sappia…  Mercoledì 24 i Mother Propaganda presentano il loro album a MeryXM (Qui i dettagli), e sarà allora che le nostre teste esploderanno… Si passa direttamente a sabato con il massacro dell’anno, del decennio: trovate il flyer qui sotto, non ci sono parole, non ci sono parole… E domenica il bis: stesso posto, stessa ora, Heartless + Left In Ruins + You Suck! + Lamantide. Si fa in tempo prima anche a passare al Modo Infoshop per la presentazione della ristampa delle prime cose dei Negazione (Qui tutto quel che c’è da sapere)… Avete date da segnalarci? L’indirizzo è il solito: lagendinadeiconcerti(at)gmail(dot)com

 

…e allora canta!

 

Essere pieni di sé – non nel senso dell’orgoglio, ma della ricchezza –, essere travagliati da un’infinità interiore e da una estrema tensione significa vivere con una tale intensità da sentirsi morire di vita.
(Emil Cioran, Al culmine della disperazione)

 

Grandi cuori prossimi al collasso. È una vertigine E allora canta!, il brano che apre Unica, l’ultimo album di Antonello Venditti, ufficialmente nato sull’onda delle proteste di ricercatori e precari sui tetti della facoltà di Architettura a Roma, in realtà parte di un totale ben più ampio: è l’attimo cristallizzato ed espanso per cinque minuti e rotti in cui il groppo in gola si spezza, la faccia si disfa e ogni possibile argine di autocontrollo viene spazzato via per lasciare il campo al pianto incontrollato. È l’esatto istante in cui l’emotività nella sua dimensione più pura prende il sopravvento su tutto e reprimerla diventa uno sforzo insostenibile, ultraterreno, e grosse e rotonde lacrime sgorgano finalmente libere a bruciare le guance. Un attentato al sistema nervoso, il più grande monumento all’immenso potere lenitivo del pianto che l’Orso Bruno sia riuscito a edificare dai tempi di Che fantastica storia è la vita (il pezzo, era il 2003), e prima ancora da chissà quanto, bisogna tornare agli anni ottanta probabilmente. Un totem. Ogni parola al posto giusto, ogni nota a colpire lì dove fa più male, a scavare nell’anima con la stessa facilità con cui una trivella perforerebbe un panetto di burro, con la precisione del più spietato dei cecchini e una maestria nell’individuare le leve giuste per scardinare un cuore che non ha eguali in Italia e pochissimi al mondo; nessuna affettazione, nessuna mediazione, nessuna posa, Antonello è a tutti gli effetti uno di noi, è per questo che E allora canta! fa così male, perché le stesse parole in bocca a chiunque altro suonerebbero fasulle, derisorie, insopportabilmente retoriche, e invece qui è come offrire un bicchiere d’acqua a un annegato. La dimostrazione intercettata per puro caso una domenica sera, Antonello ospite a Che tempo che fa, completamente a tradimento, il groppo in gola che sale inesorabile, la certezza che sarà così per tante altre volte ancora, tant’è che anche oggi dall’uno-due iniziale di Unica non si riesce a uscire indenni.

 


Tanto se ribeccamo: KAOS


Per Dargen D’Amico il rap è fare finta che domani muori; per Kaos invece è morire ADESSO, in ogni istante, e per davvero. Capisci? È sempre stata questa la differenza. Non avere alternative, giocarsela fino in fondo, fino alla fine, senza un altro posto dove andare, senza un piano B. Poi certo è anche una questione di stile, ma quando sono le tue stesse budella che metti sul piatto senza ripensamenti è raro che sbagli, e se non altro puoi riuscire a sostenere lo sguardo quando vedi la tua immagine riflessa allo specchio – per quanto sia un modo di vivere che spesso possa portare e abbia portato a contraccolpi psichici devastanti. Ritrovarsi nei testi di Kaos significa rivivere ogni mazzata presa, ogni momento brutto, ogni rospo ingoiato, ogni volta che i secondi diventano millenni e fino all’ultimo degli attimi in cui si è stati nudi e inermi di fronte all’immane crudeltà dell’universo, il tutto amplificato per svariati miliardi di megatoni. Difficile pensare a qualcosa di altrettanto vero, non solo in ambito hip hop; forse giusto il sangue quando esce ad altezza polsi, a volte nemmeno quello. Doveva essere il suo ultimo disco Karma, l’album dell’addio alle scene, un estremo contributo alla scienza doppia h e poi levarsi dal cazzo con dignità immutata, lasciare infine che il microfono se lo litighino i vari intercambiabili turisti del flow e dell’umano, lavarsene pilatescamente le mani dopo oltre vent’anni di lotte contro i mulini a vento, perle ai porci e lacrime amare. Ma non si può negare la propria stessa natura e pretendere di sfangarla, sarebbe come dire da domani smetto di respirare: impossibile. E infatti Kaos non se n’è mai realmente andato, continuando negli anni a portare in giro il suo show, un irriferibile stream of consciousness di introspezione brutale dove si intersecano senza soluzione di continuità pezzi che sono chiodi nella carne per chiunque abbia saputo confrontarsi con la vita senza riserve, ogni tanto alternando ai live anche qualche djset confidenziale, lui comunque un faro per chi con la musica intrattenga rapporti che vadano un minimo oltre la semplice conoscenza. Nella seconda metà del 2010 le ristampe in CD di Fastidio e L’Attesa, entrambi introvabili da anni, sono qualcosa di più di un atto dovuto; oltre a dare a Cesare parte di quel che è sempre stato di Cesare, innescano un processo di storicizzazione del personaggio indispensabile soprattutto per chi quegli anni non aveva potuto o voluto viverli, per limiti anagrafici o chissà che altro – certo altri pilastri importanti mancano ancora all’appello (Merda & Melma, Neo Ex, per non dire dei featuring che sono parte del discorso almeno quanto la discografia ufficiale) – di fatto alimentando le speranze di una futura rentrée dell’uomo anche alla luce dei vari inediti proposti di volta in volta nei live più recenti, sorta di work-in-progress di pezzi che già si intuivano almeno di pari livello quando non superiori alle vecchie cose. Dottor K e Le 2 Metà le pugnalate più ferali, il primo una sorta di seguito apocrifo di Cose Preziose (“A 16 anni stavo messo male/ Vent’anni dopo: messo uguale/ Stesso antisociale“), la seconda qualcosa di molto vicino al concetto di canzone d’amore definitiva, in entrambi i casi materiale pericolosissimo, roba che ridurrebbe a brandelli una mandria di bisonti se solo i bisonti sapessero l’italiano. Lo scorso 11 novembre ecco dunque Post Scripta, titolo e copertina che nuovamente giocano con il messaggio di addio alle scene in maniera sempre più insistita e funereamente esplicita, in pratica un ‘al lupo’ a cui si spera nemmeno Kaos stesso creda più; otto pezzi per poco meno di venticinque minuti di pugni al cuore che per la prima volta in una carriera che ha da poco oltrepassato il quarto di secolo potrebbero effettivamente raggiungere più orecchie del necessario, grazie anche a un’esposizione mediatica esorbitante per gli standard a cui l’uomo ci aveva abituato (cioè niente di niente o quasi). Fa strano vederlo gesticolare nel primo videoclip della sua storia (non si contano i Radical Stuff e le partecipazioni ai video di Neffa e OTR), o ascoltarlo aprirsi ai microfoni di Carlo Pastore su Radio2, e non certo per improponibili baggianate “noi vs loro” in questo caso mai altrettanto inappropriate, di fatto il Don non deve dimostrare nulla a nessuno, quanto perché, citando alla lettera un commento apparso su youtube: Non è fatto per luci e telecamere, lui non se fotte veramente un cazzo di convincerti, lui non vuole piacerti, a differenza di tutto il resto dei burattini stereotipati con cui è costretto ad essere messo a confronto lui sta da n’altra parte, è n’altra pasta, n’altra stoffa, n’altra musica, non cambia identità in balia di mode e canoni, lui sta lì e ti racconta le sue storie, con i suoi tempi e il suo modo freddo e perforante di farlo.

Non è maestro di nulla, ma può insegnare molto a tutti.


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