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tanto se ribeccamo: Ice-T e i Body Count (parte II)

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Non puoi scegliere i punti fermi della tua generazione, non più di quanto puoi scegliere l’anno in cui nasci. Nel 1990 Ice-T fonda un gruppo rock assieme ad un ex compagno di scuola (Ernie C) alla chitarra. Il nome è Body Count, la conta dei corpi. Sono già una specie di informale caricatura: devoti al rock pesante, inflessioni thrash metal del cazzo e testi perfettamente in linea con il resto della produzione del rapper: l’obiettivo è un po’ sfottere il clichè del maschio bianco ritardato che suona metal, un po’ incassare soldi dai maschi bianchi che il metal lo ciucciano a getto continuo senza farsi troppe domande. Il primo disco del gruppo viene registrato alla fine del 1991: c’è una canzone che si chiama Cop Killer, che dovrebbe dare anche il titolo al disco, una Psycho Killer per niente sfumata con un testo sull’uccidere i poliziotti mentre le violenze post-Rodney King non si sono ancora spente del tutto. In copertina al disco c’è il dipinto graffiti-style di un negro incazzato con torso nudo scolpito di muscoli, bandana in testa, pistola alla cinta e la scritta COP KILLER tatuata sul petto. L’etichetta (Sire, proprietà di Warner Bros.) inizia a subire pressioni per scaricare il gruppo a man bassa; decide di tenere duro e supportarlo, Ice-T è un nome che fa girare parecchi soldi (OG nel ’91 arriva in top ten), ma al momento di far uscire il disco fa marcia indietro. L’album esce omonimo, con la canzone alla fine del disco. La presenza del brano in scaletta, in ogni caso, basta e avanza: Cop Killer diventa un caso nazionale da sera a mattina e il gruppo si ritrova nell’occhio di uno dei più violenti scontri sulla censura musicale dai tempi di Stairway to Heaven. I sindacati di polizia di tutto il paese chiedono il ritiro dell’album dal mercato, Tipper Gore lancia fiamme, Dan Quayle (all’epoca vicepresidente) condanna la canzone in pubblico. Charlton Heston (all’epoca non ancora presidente dell’NRA) si presenta ad una riunione degli azionisti Warner, legge il testo della canzone e se ne va via lasciando di sasso gli astanti. Persino il presidente Bush ha parole contro l’industria discografica che permette la diffusione di contenuti tanto estremi. Poco importa che a conti fatti il disco dei Body Count suoni anche ad un orecchio inesperto come una rappresentazione del vero caricata oltre il paradosso, o che i testi non riescano a far rimanere acceso il cervello di un maggiorenne per più di tre minuti. Iniziano a farsi largo accuse di sedizione e minacce di morte a gente ai vertici dell’amministrazione Warner: Ice-T si scarica la coscienza e molla il colpo, ritirando il disco e facendone uscire una nuova versione da cui spariscono sia Cop Killer che il tatuaggio sul petto del negro (al suo posto la semplice scritta Body Count). Volendo è possibile vederla come l’ennesima dichiarazione politica del gruppo, ma anche e soprattutto no.

Non fosse infuriata la polemica, il primo disco del gruppo avrebbe avuto la stessa fama di cui oggi gode roba tipo, boh, i Methods of Mayhem. Body Count è un maldestro esempio di rock del cazzo suonato con uno sfoggio muscolare di rabbia posticcia, immotivata e innecessaria, atteggiamenti machisti da hard discount ed inclinazioni pastorali da impara la vita dei duri e/o pure i negri san suonare il metal. La parola motherfucker è pronunciata una volta ogni quattro secondi circa, ma la musica non graffia manco mezzo minuto; qualunque clone dei Metallica in circolazione in quegli anni sa fare di meglio. È l’onda lunga delle proteste a farlo diventare un grande classico degli anni novanta. Uno di quei titoli di cui era obbligatorio possedere in casa una copia, a prescindere da quanto venga poi voglia di ascoltarlo. Nel mondo di provincia in cui vivo, alla fine,  i Body Count arrivano prima e meglio dei Nirvana: mettere Body Count’s in the House in ogni mixtape è essenziale per almeno un anno, qualsiasi ipotesi alternativa di rock’n’roll viene bollata come moscia, e via di questo passo. Le ragazze conoscono il gruppo, io stesso possiedo una cassetta originale. Di lì a poco la mia terra scoprirà il rap, e poi il rap hardcore, e poi il rap-metal; Body Count mette d’accordo tutti. Mollando trentamila lire ottieni una versione in scala della realtà più infernale in circolazione, un mondo in cui hai i poliziotti costantemente incazzati dietro al culo e le altre gang che cercano di ucciderti. Mamma e papà hanno mollato la P38 da decenni (i miei dalla P38 ci sono stati belli lontani anche ai tempi).

Nello stesso anno di Body Count esce anche quello che ad oggi è l’unico contributo fondamentale di Ice-T alla musica pesante: la canzone Disorder, un medley degli Exploited, lui al microfono con gli Slayer a pestare sotto, per la colonna sonora di Judgment Night; giusto per capire che differenza fa la musica quando suoni musica. Non puoi scegliere i punti fermi della tua generazione. A riascoltare Body Count oggigiorno provi lo stesso effetto di allora, quell’anticlimax che solo la musica di merda ha la capacità di offrirti, l’aspettativa col fiato corto dell’approcciarsi a qualcosa che qualcuno ti ha giurato essere enorme e proibito, e lo slogarsi delle mascelle a furia di sbadigli dal minuto 10 in poi. In ogni caso Body Count è un documento molto prezioso per tracciare il ritratto di massima di una generazione che sta scappando a gambe levate dallo street rock di gomma dei vari Skid Row e dagli anni ottanta statunitensi in generale ma è ancora indecisa da quale altro suono farsi rappresentare nel decennio in corso; i maschi adolescenti della provincia di Forlì scopriranno a brevissimo le possibilità alternative di manifestare il loro scazzo a mezzo musica, tagliati su misura per una periferia non-violenta che rivendica comunque il suo diritto a fare a gomitate nei club il sabato sera. Routine culturale.

I Body Count non sopravviveranno all’esplosione del grunge: ai tempi del successivo Born Dead le polemiche si sono spente e sembra già di avere a che fare con un gruppo di zombi. Del resto Born Dead è un brutto disco: bolso, noioso e fuori tempo massimo per qualsiasi chiamata alle armi. Ice-T è dentro ad altre storie (cinema, soprattutto) e la sua metal-band super incazzata è già degradata a gruppetto della domenica; una cover di Hey Joe come manifesto programmatico. Il successivo Violent Demise si apre con il tradizionale skit audio in cui Ice-T viene impezzato da un critico rock che lo mette all’angolo lamentandosi di quanto fanno schifo i suoi dischi e continuando a dire “i can’t feel you anymore”. Lui risponde “feel this” e gli spara, e poi via di gangsta-metal all’acqua di rose. Capirai. Li vedo nel tour che segue: il primo disco eseguito da cima a fondo, pochissime concessioni al resto; suck my motherfuckin’ dick ogni trenta secondi, pilota automatico spinto, cattiveria zero, pose plastiche da metallari falliti Ernie C suona con una maschera da hockey stile Jason Vorhees, Ice-T arringa la folla con stronzate separatiste pronunciate col sorriso in bocca e un pubblico di locali con la canotta da basket che urla in prima fila ODIARE I NERI? NOI? Ai tempi i Body Count hanno perso già il batterista, morto di leucemia; qualche anno dopo il bassista morirà in una sparatoria. Il gruppo realizzerà un disco nel 2006 di cui non mi viene data notizia. Nel 2006 ho 28 o 29 anni, mai passata una notte in cella, mai presa una manganellata.

Mi capita di sentire il loro nuovo album, uscito da poche settimane. In linea teorica parliamo del revival più triste concepibile, salvato parzialmente dal fatto che mettere Ice-T su un palco ha comunque un senso. Nel frattempo lui è diventato il protagonista del fumetto sulla sua vita: appesantito dall’età, vestito da clown, una moglie-modella tettona di 20 anni più giovane con la quale ha realizzato un reality show, appena prima dieci anni di Law&Order a farlo icona. Facile immaginare Manslaughter come l’ennesimo specchio del narcisismo del personaggio: la musica è il solito breviario aggro-metal di merda pompato di steroidi digitali ed aggiornato alle tecniche produttive dell’ultimo quindicennio (c’è pure Jamey Jasta in un pezzo). Contiene una cover di Institutionalized col testo cambiato per dare addosso ai vegani, un pezzo a favore dei soldati statunitensi, accuse di impoverimento alla musica rock e altre cacate protofasciste che mi fanno vergognare di aver avuto quattordici anni nel ’92, parlo in generale. La destra puritana statunitense ha altro a cui pensare nel 2014, naturalmente (tipo due pentacoli scoloriti in salsa Rob Zombie nei video di Ke$ha); la stessa insipienza molesta dell’ultimo disco dei Body Count potrebbe significare che alla fine il tempo ha dato loro ragione, che a forza di non togliersi dalle palle nonostante il disinteresse dell’opinione pubblica il gruppo ha raggiunto una dimensione nella quale può esprimere ogni cosa gli passi in testa senza venir bloccato da qualche eminenza grigia. E anche dando questa cosa per scontata rimane il fatto che la musica di Manslaughter non vale nemmeno il tempo speso a disegnare dei cazzi su un foglio da riciclo mentre la ascolti con disinteresse e corri con la memoria all’adolescente ribelle che non sei mai stato. Non puoi scegliere i punti fermi della tua generazione.