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DISCHI STUPIDI: Iceage – Plowing into the Field of Love

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Leggevo stamattina un articolo che segue il MEI di Faenza, nel quale vengono dati dieci consigli per aiutare la carriera di un artista emergente1. Devo confessare tra l’altro che io stesso sono andato al MEI questo fine settimana, anche se dire “andato” forse è eccessivo2; in un caso o nell’altro, mentre su qualche network succede questo, su qualche altro il nuovo degli IceAge viene messo in streaming. In qualche modo le due cose sono collegate. Provo a spiegarmi. Gli Iceage sono uno dei gruppi screamo più coccolati di questi anni. La ragione è che non passano per un gruppo screamo: il disco che li ha imposti all’attenzione generale, New Brigade se non erro, suonava come un interessante riflusso art-rock destrutturato; abbastanza imparentabile con certa roba shitgaze che girava ancora all’epoca (non che oggi abbia smesso di girare), e quindi molto contemporaneo ma non in modo peloso/paraculo.

Il pensiero debole del rock è settato spesso sulle potenzialità delle canzoni. Quando inizi ad ascoltare musica rumorosa ti trovi a pensare che se certi dischi non fossero costruiti su quelle geometrie casuali di chitarre rumorosissime potrebbero sbancare le classifiche del pop, o quantomeno avere un senso al di là del suono. “suonassero acustici farebbero i miliardi”. Gli Iceage funzionano esattamente al contrario. Quel suono brutto e scarno sembra una specie di screamo potenziale, una cosa che se urlassero e tenessero alte le chitarre potrebbero essere i nuovi Portraits of Past, o simili3. Non ci si mette molto a scoprire che è qualcosa di voluto. Gli Iceage in effetti sono un normalissimo gruppo screamo che stacca scientemente la spina quando arriva in sala di registrazione, realizzando canzoni/dischi sgaffi come la merda che funzionano in quanto sgaffi come la merda (perché i dischi funzionano, non ce n’è). Dove sarebbe ragionevole sentire chitarre grosse ci sono chitarrine appuntite, dove sarebbe ragionevole sentire uno che urla come un ossesso ti ritrovi un depresso che stecca.

Dal punto di vista ideologico ascoltare un gruppo come gli Iceage non è poi diverso dall’uscire di testa per gli Impaled Northern Moon Forest, fermo restando che i secondi sono una cosa messa su per ridere e gli Iceage sono un progetto. Dal vivo, tra l’altro, attaccano le chitarre e urlano, mostrando tutto il potenziale della loro musica (poco o niente). Il successo artistico degli Iceage è dovuto soprattutto al loro essere costantemente fuori contesto (ma non troppo): portare davanti al palco i fan del tuo disco e gonfiarli di suoni saturi. Che è molto meglio di deprimersi davanti a dei depressi, quantomeno dal punto di vista dello spettacolo e nell’ottica del gesto situazionista (il gesto situazionista di non fare dischi o concerti o nessuno dei due è drammaticamente passato di moda, purtroppo).

Il fatto è che alla fine della fiera gli Iceage non sono i nuovi Portraits of Past, e non sono nemmeno i nuovi Holy Molar4. Sono un esperimento di ingegneria artistica all’interno di uno spirito del tempo quantomai transitorio ed ingiustificabile, e come tale valgono grossomodo i soldi che si spendono a passarli in streaming su una piattaforma di quelle sintonizzate con lo stesso spirito del tempo, e gli occasionali momenti di interesse suscitati dal disco non valgono i quindici euro che sono disposto a sborsare per roba molto meno avventurosa e programmatica tipo, boh, Lorde.

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1 uno dei dieci tips è “con quali aziende volete lavorare?” e dice “se avete un network popoloso alcune aziende potrebbero essere interessate al vostro target (strumenti, zaini, bevande, abbigliamento, occhiali da sole, etc.). Ideate un piano, proponetelo al partner, lavorate duro per tre mesi e tornate con i risultati; se è contento la prossima volta potrebbe pagarvi”.

2 la storia è che sono andato al parco di Faenza con la bambina a vedere le anatre, poi s’è fatto tardi e abbiamo preferito mangiare in città invece di tornare a casa. Abbiamo cenato all’Osteria del Mercato, dietro la piazza grande di Faenza dove non immaginavo ci fosse il MEI (una volta stava alla fiera), nel grottino di sotto invaso da artisti con in mano un coupon per cenare. In sostanza i presenti erano il personale, una coppia con una bambina vestita a merda e cinquanta artisti emergenti (alcuni dei quali molto più vecchi di me) equamente divisi tra cloni dei Ministri, wannabe-BoboRondelli e potenziali turnisti dei Reggae National Tickets.

3 nel mondo musicale che ho in testa, milioni di persone sono alla disperata ricerca dei nuovi Portraits of Past.

4 significa “non sono nemmeno qualsiasi nuovo altro gruppo di cui ci si è dimenticati nonostante fosse figo”.