Speciale Dischi Stupidi: Maxence Cyrin

 

Maxence Cyrin suona il piano fin da bambino. Poco più che adolescente scopre la new wave, ed è la prima folgorazione; la seconda sarà la techno, un amore vissuto con passione viscerale e coinvolgimento totale nel pieno degli anni d’oro del genere. E la fiamma non si spegne: Maxence è ancora un technoide pazzo quando conosce Laurent Garnier nei corridoi del network francese dove entrambi lavorano. Da qualche tempo sta cullando l’idea di riarrangiare pezzi techno per piano solo; accenna il suo progetto a un incredulo Garnier che lo mette sotto contratto per la sua etichetta Fcom sulla fiducia, senza avere ascoltato nemmeno una nota. Modern Rhapsodies esce nel 2005, e sulla carta sembra una gran puttanata: la scaletta è di quelle che ci si aspetterebbero da un dj set très-très chic a una festa privata tra miliardari o in localini di un certo livello, in perfetto equilibrio tra generalismo dance sofisticato (Go di Moby, l’hit planetario Don’t You Want Me di Felix, ma anche Sabres of Paradise e Windowlicker per i palati più esigenti) e improvvisi colpetti da stronzo che tradiscono una passione autentica (DJ Rolando, Sueño Latino, Laurent Garnier & Shazz, LFO), con i Massive Attack in mezzo a depotenziare e i Depeche Mode all’inizio per rompere gli indugi. E invece funziona; quasi tutte le riletture sono perlomeno interessanti nonchè perfettamente in grado di reggersi sulle proprie gambe, chi non ha mai ascoltato un pezzo techno in vita sua penserà di trovarsi di fronte a un Michael Nyman preso bene, e anche per gli introdotti ogni sospetto di gratuità dell’operazione viene spazzato via al cospetto di una Jaguar perfino commovente, tipo Steve Reich in trip ibizenco, comunque una cosa indescrivibile. Intanto l’uomo comincia a esibirsi dal vivo, ed è incontenibile, pare poter riarrangiare qualsiasi cosa, da Britney Spears agli immancabili Nirvana (ormai coverizzati in tutte le salse da chiunque) ai classici degli anni ottanta (quale che sia il genere non fa differenza), il tutto frullato dissezionato e ricomposto in un imprevedibile stream of consciousness condito spesso e volentieri da torrenziali improvvisazioni (a differenza di quel cialtrone di Allevi che non improvvisa mai un cazzo).
Per il recentissimo Novö Piano Maxence alza il tiro, titolo con umlaut e scaletta onnicomprensiva, non più soltanto limitata a un repertorio di stretta osservanza dance; il rischio è quello di trasformarsi anzitempo in un incrocio (ancora più molesto della somma delle parti) tra Tori Amos e Yanni. Rischio per ora dribblato in extremis grazie a due numeri francamente eccezionali: una malinconica, debussiana Where Is My Mind? (di gran lunga superiore all’originale) e la conclusiva, tonitruante Crazy In Love (capace di rivaleggiare con la frocesca versione di Antony). Il resto è robetta, tra scelte da francese snob del cazzo (My Bloody Valentine, Daft Punk), ciarpame attuale indifendibile (Arcade Fire, MGMT e gli orribili Justice), ancora Nirvana (Lithium) e una coraggiosa Ivo dei Cocteau Twins fortunatamente passabile. Bonus track per il solo mercato giapponese, ovviamente della Yellow Magic Orchestra. Tolti i due pezzi di cui sopra, ecco pronta la nuova colonna sonora degli aperitivi estivi più à la page: il produttore, del resto, è lo stesso dei Nouvelle Vague, e già da questo si doveva capire che sarebbe andata a finire male. Non metto link perchè praticamente tutto l’album è già finito su youtube, basta cercare.

Dischi stupidi: Graveyard Classics

Perché non ci sono soltanto gruppi con nomi stupidi, esistono anche dischi stupidi, e come! Un buon esempio sono i cover album, categoria profondamente e irredimibilmente stupida già in sé e per sé – a parte rarissime e circostanziate eccezioni. E quale modo migliore per inaugurare una rubrica che parla di dischi stupidi se non presentando un gruppo che di cover album nella propria carriera ne ha incisi addirittura tre? Autori di tali misfatti sono i nefandi Six Feet Under, vecchia e blasonata conoscenza dei più coriacei death metallers di lungo corso; soltanto questi ultimi infatti sapranno ricordare che il gruppo inizialmente nasce come progettino-passatempo di due tra i più fieri e rispettabili esponenti del genere, ovvero Allen West, chitarrista e mente principale dietro agli Obituary, e Chris Barnes, mugghiante vocalist dei Cannibal Corpse – inventore di uno dei gurgling più bestiali e impareggiabili che si siano mai sentiti. La formazione era completata dal bassista Terry Butler (per cinque minuti nei Death, poi nei Massacre americani), e da tale Greg Gall alla batteria. Iniziano nei primi anni novanta esibendosi nei pub, tra una tournèe e l’altra dei rispettivi gruppi principali; il loro repertorio è composto esclusivamente da cover. Improvvisamente la faccenda si fa seria: con gli Obituary momentaneamente congelati e un allettante contratto per Metal Blade che si profila all’orizzonte, scrivono e registrano in poche settimane il debutto Haunted, un’autentica gemma di puro american death metal alla vecchia, prodotto a regola d’arte da Scott Burns e uscito quasi in sordina in un momento in cui la scena statunitense era ancora prodiga di capolavori (era il 1995, dello stesso periodo – per citarne soltanto alcuni – Domination dei Morbid Angel, Once Upon The Cross dei Deicide e Symbolic dei Death…); il disco, molto obituariano nel songwriting (quasi tutte le idee migliori erano farina del sacco dell’introverso West), oltrepassa in breve tempo la cifra folle – persino per i tempi – delle 80.000 unità vendute. È lo scisma: Barnes molla i Cannibal Corpse nel bel mezzo della lavorazione di un album che si sarebbe dovuto intitolare Created To Kill – poi abortito (parte delle sessions di registrazione si potranno udire, con un paio di lustri di ritardo, nel mastodontico cofanetto celebrativo 15 Year Killing Spree) – per concentrarsi esclusivamente sui Six Feet Under; ma non ha fatto i conti con il volitivo carattere dello spelacchiato West, che progressivamente perde interesse nel progetto e, tempo un inutile EP mezzo studio mezzo live (Alive and Dead, con la cover di Grinder dei Judas Priest) e il fiacchissimo e vagamente spinelloso successore Warpath (1997, con il simpatico inno alla marijuana 4:20), lascia il gruppo per tornare a pieno regime negli Obituary (e poi quasi scioglierli, ma questa è un’altra storia). Con un nuovo chitarrista privo di nerbo e le redini della band in mano al solo Barnes (che nel frattempo deturpa il suo invidiabile look da fotomodello rustico adulterando la sua folta e lucida chioma in un incoerente ammasso di dread stopposi e bisunti, da zecca da centro sociale), i Six Feet Under scivolano lentamente ma inarrestabilmente in una mediocrità da gruppuscolo infimo fatta di dischi tutti uguali, sempre stantii e sempre (più o meno) demotivati e indistinguibili. Con una particolarità: tra un dischetto inciso svogliatamente e frettolosamente dimenticato e l’altro, ogni tanto rispolverano la loro antica vocazione e, in maniera assolutamente randomica, infilano una raccolta di cover di brani hard rock, punk e/o heavy metal old school rivisitati con i chitarroni ipercompressi e il vocione gorgogliante, per tutto il resto esattamente identici agli originali. La serie (perché arrivati al terzo capitolo è di serie che diventa giusto parlare), dal tutt’altro che benaugurante nome di Graveyard Classics (lett. “i classici del cimitero”), viene inaugurata da un primo volume pubblicato nell’autunno 2000 dalla solita Metal Blade. La scaletta pare uscita dagli incubi peggiori di un lettore di Mojo uniti alle fantasie sfrenate di una testa metal impazzita nel mezzo degli anni ottanta: brani di Angel Witch, Deep Purple, Scorpions, Black Sabbath, Savatage, Venom, Accept e perfino Jimi Hendrix e i Monkees, con i Dead Kennedys in mezzo a fare da manicomiale trait d’union. Nell’edizione limitata rincarano la dose con brani di Kiss, Thin Lizzy e una traumatizzante rilettura di Wrathchild degli Iron Maiden. Tutti i pezzi, è bene ribadirlo, differiscono dagli originali unicamente per la compressione delle chitarre e un atonale gorgoglìo stile sciacquone del cesso (guasto) al posto della voce. Ma il meglio, concettualmente parlando, i Six Feet Under lo tengono in serbo per il secondo capitolo, in occasione del quale imbastiscono con straordinario coraggio e donchisciottesco sprezzo del ridicolo un’operazione che supera di diverse lunghezze l’inutilità assoluta, decidendo di riproporre nientemeno che l’intero Back In Black degli AC/DC canzone per canzone, nota per nota. Siamo ben oltre il raffinato giochino situazionista residentsiano, e il gesto potrebbe risultare ben più complesso e teorico di quanto sembri se solo non si conoscesse l’estrazione e il raggio d’azione del gruppo. Resta comunque una delle riflessioni più radicali (e assai probabilmente involontarie) sul concetto stesso di cover album; nemmeno i Laibach sono mai arrivati a tanto, e se soltanto i Negativland avessero avuto la stessa idea oggi forse la SST esisterebbe ancora.
Il terzo – e finora ultimo – volume di Graveyard Classics è di recentissima emissione (è uscito il 14 gennaio), e torna a presentare una scaletta variegata come nel primo; si tornano a coverizzare brani a random dunque, e il trattamento questa volta tocca, tra gli altri, a Mercyful Fate, Exciter, Metallica, Slayer e Anvil (una commovente Metal on metal) come a Van Halen, Ramones e Bachman Turner Overdrive (…). In chiusura l’inaspettato omaggio ai Prong (una delle band in assoluto più sottovalutate di sempre) con la loro Snap your fingers, snap your neck.
Se qualcuno si è mai chiesto come potesse suonare una cover band death metal, ebbene i Graveyard Classics forniscono la più eloquente delle risposte; resta il fatto che mi piacerebbe conoscere la faccia di chi compra questi dischi (oltre alla mia).