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Il pezzo dell’estate. Di ogni estate.

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Celebrated summer è l’inno che l’estate non merita, allo stesso modo in cui Un mercoledì da leoni è il film che i surfisti non meritano o Lo Straniero il libro che i galeotti non meritano. Però c’è, esiste, e dal momento che c’è non puoi fare altro se non accettare grato il dono della bellezza e tacere (o ignorarlo, certo: altro discorso). Dal dettaglio più macroscopico fino alla più infinitesimale delle sfumature, tutto concorre a renderlo un’opera che dire monumentale sarebbe fare un torto alla categoria delle opere monumentali: il suono scartavetrato delle chitarre, la batteria che pare un torchio manovrato con furia omicida e accanimento chirurgico da un operaio alla catena strafatto di crack, il crescendo wagneriano, le parole e quello che significano e il modo sguaiato in cui vengono urlate a squarciagola, in alternativa lo sforzo titanico nel produrre una linea vocale vagamente melodica nei momenti tranquilli (chiaramente finito a schifio già dalla prima nota), il pacchetto completo. Quattro minuti in cui è racchiuso qualcosa di più umano dell’umano.

Esclusi i sordi (inteso in senso lato), dal momento in cui ci finisci dentro resti dentro, non se ne esce; entra nel sangue e ogni estate lo ritiri fuori, come i maglioni in naftalina all’arrivo dei primi freddi. Un rito a cui diventa impossibile sottrarsi. È matematico, un rapporto di azione–reazione, come un livido dopo aver sbattuto da qualche parte o il mal di testa il mattino dopo una sbronza particolarmente aggressiva.
Per me, qualcosa che da sempre associo a una vaga e onnicomprensiva idea di stare bene generalizzato, una zona della mente dove vado ogni volta che quello stato mentale voglio prendermelo: I summer where I winter at, and no one is allowed there. Deviazione dal tracciato: per me funziona soltanto in estate. D’inverno non avrebbe senso (quando fuori si gela e alle cinque del pomeriggio è già buio magari certi pezzi di New Day Rising li ascolto pure, ma Celebrated summer la salto, sempre. Limite mio). Che il sole sorga domani è un’ipotesi; far girare Celebrated summer quando il sole c’è una certezza.

Poi subentra il discorso delle aspettative, quello è più bastardo. Celebrated summer carica molle inaudite in tal senso. Finisci per sentirti in colpa se non stai passando un’estate da paura, il pedale dell’acceleratore sempre schiacciato fino in fondo. Ansia da prestazione. Uniche soluzioni: cancellare le aspettative (autodeterminazione) e lasciare che sia, o pentirsi di avere incrociato la strada con questo pezzo. Delle due, soltanto una porta effettivi benefici nell’affrontare la questione.

Nel 1995 gli Anthrax l’hanno rifatta, è forse la sola cover degli Husker Du ad avere mai avuto un senso.

il disco più bello di sempre e l’altro disco più bello di sempre

Quando dico “il disco più bello di sempre” non mento mai, però in realtà il disco più bello di sempre è più di uno. Ci sono tre ragioni per cui lo faccio: la prima è che mi permette di dare un’altra sfumatura a “uno dei miei dischi preferiti”. “Uno dei miei dischi preferiti” posso dirlo di centinaia di dischi. Vitalogy è uno dei miei dischi preferiti,  In Utero è il disco più bello di sempre. La seconda è che mi permette di non scegliere tra In Utero Niandra LaDes. La terza è che le ragioni devono sempre essere tre. Se guardi Le Invasioni Barbariche, il film intendo, a un certo punto sono a tavola ed enunciano una teoria secondo cui l’intelligenza non è una caratteristica individuale ma un fenomeno collettivo/nazionale/intermittente: una sola stanza, tante teste pensanti: Palazzo Vecchio a Firenze nel Rinascimento, e via di quelle. La storia della musica rock è piuttosto avara di capolavori assoluti, di dischi che ci dicono qualcosa sulla nostra vita. Ne esce uno ogni tanto, a volte si concentrano in maniera pazzesca nel giro di un anno o due, e poi magari seguono cinque o sei anni di stasi.

Nel 1983 gli Husker Du sono conosciuti come uno dei gruppi punk più violenti in circolazione. Basso, chitarra e batteria senza frontman: concerti in cui inseriscono scientemente il maggior numero di canzoni possibile nei pochi minuti a loro concessi, senza una pausa tra una canzone e l’altra. Da qualche tempo hanno iniziato a mettere mano a qualche canzone più melodica: il responso del pubblico è buono, le canzoni melodiche iniziano a diventare il loro repertorio prediletto. Nel momento in cui iniziano a pensare al nuovo disco c’è aria di inversione di rotta. Ognuno dei due autori (il batterista e il chitarrista) scrive pezzi in solitudine, li provano tutti assieme per vedere cosa funziona e cosa no, e si vede cosa viene fuori. Viene fuori il materiale per un doppio album, concepito in realtà quasi politicamente, in sfregio a certe regole non scritte del punk rock. Il gruppo prova in una specie di comune chiamata The Church. Ad ottobre il gruppo va in studio a Redondo Beach con i pezzi pronti e l’uomo di fiducia della loro etichetta (si fa chiamare Spot). Si inizia sciogliendo metanfetamina in una brocca di caffè e registrando una versione tormentata di Eight Miles High. Il disco viene registrato in un’unica sessione di 45 ore, più altre quaranta per il mixaggio. Buona la prima per quasi tutti i brani. Bob Mould alla chitarra, Grant Hart alla batteria, Greg Norton al basso. Il disco viene chiamato Zen Arcade. Conto finale: 3200 dollari.

I Minutemen hanno finito da poco di registrare Buzz or Howl under the Influence of Heat. La maggior parte del disco viene registrata da Spot, su un due tracce, in presa diretta, per 50 dollari complessivi. A completare, tre canzoni registrate gratis da un produttore di nome Ethan James, ex-Blue Cheer. Il risultato li convince a saltare Spot e confermarlo come produttore per il disco successivo: registrazioni fissate per un giorno, nel novembre del 1983, materiale pronto per un LP singolo. A cose fatte scoprono che gli Huskers hanno in programma un doppio LP, decidono di fare lo stesso, si rimettono a scrivere e registrano altro materiale l’aprile successivo. L’ordine delle canzoni è deciso pescando il bastoncino: vince il batterista, sceglie una canzone da mettere nel suo lato, poi ne sceglie una il chitarrista, poi una il bassista. E via fino a riempire tre facciate di LP. La quarta facciata contiene le canzoni scartate. Il titolo è Double Nickels on the Dime: espressione gergale per “guidare rispettando il limite di velocità”, una presa per il culo di una canzone di Sammy Hagar. Dennes Dale Boon alla chitarra, George Hurley alla batteria, Mike Watt al basso.

SST Records e i Black Flag sono sbudellati da un paio d’anni tosti e una disputa con la Unicorn, che ha fatto finire Greg Ginn in galera per qualche giorno e impedito al suo gruppo di far uscire nuovo materiale. Nel 1983 la Unicorn fallisce; i Black Flag riprendono l’attività a pieno regime e decidono di far uscire quattro dischi su SST nel corso del 1984. L’uscita di Eight Miles High come singolo incontra uno straordinario favore critico: gli Husker Du annusano l’aria e fanno sapere all’etichetta che il nuovo disco godrà di molta esposizione. I Minutemen, dal canto loro, presentano il materiale per un doppio album. SST decide di fare uscire i due dischi lo stesso giorno come mossa promozionale.

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È un periodo storico particolare per la musica rock americana, un periodo in cui –si scoprirà in seguito- viene a definirsi un genere musicale trasversale che esploderà all’inizio del decennio successivo. L’etichetta di Greg Ginn decide, per qualche motivo, di far uscire gruppi fuori asse piuttosto che band osservanti: Saccharine Trust, Saint Vitus, Meat Puppets e tutto il resto. A guardarci oggi era già la visione di un nuovo mercato musicale, una versione in scala del rock’n’roll più classico portato avanti da gente fuori asse e non troppo interessata a divismi e perdizione. Musica suonata da gente testarda che si sposta di luogo in luogo elemosinando favori da altra gente testarda. L’epica delle narrazioni postume tende a darne un resoconto piuttosto romantico, ma in questa fase le intuizioni dei singoli gruppi tendono a fare poca legna. Le principali chiavi di lettura di quel periodo storico sono contenute in due dischi: Zen Arcade e Double Nickels on the Dime.

Zen Arcade è il disco più bello di sempre e non è nemmeno il disco più bello del gruppo che l’ha inciso. Non è quello con la qualità media più alta (New Day Rising), non contiene i picchi assoluti della produzione dei due artisti (Candy Apple Grey) e non è nemmeno quello che riesce a raccontare meglio il pubblico a cui si rivolge (Warehouse). Il valore di Zen Arcade è soprattutto il suo valore di documento: il gruppo che l’aveva realizzato non godeva dell’inattaccabile reputazione da capiscuola: era un gruppo che aveva sentito muoversi le acque e aveva deciso di tirare la volata. L’inattaccabile reputazione da capiscuola è arrivata dopo il disco, sull’onda della bontà di quel disco. La divina commedia del punk, secondo una delle più felici definizioni da libro delle medie mai date ad un disco, affibbiata a Zen Arcade dall’odiatissimo Piero Scaruffi.

I Minutemen sono l’ennesima reincarnazione di un gruppo la cui ossatura nasce dieci e più anni prima. Mike Watt e D.Boon si incontrano in un parco a tredici anni e diventano amici per la pelle. La madre di D.Boon li spinge a mettere insieme un gruppo per non fargli fare una fine peggiore; i comprimari cambieranno un poco, chitarra e basso indissolubili dal giorno uno. L’incrocio delle parti strumentali è il resoconto fedele di questa dinamica: un alternarsi imprendibile che parla una lingua sconosciuta al mondo e che ti esplode in testa solo dopo qualche ascolto.

Uno dei protagonisti di Little Miss Sunshine è un accademico omosessuale, considerato tra i massimi esperti mondiali di Proust. Un altro accademico gli frega il fidanzato e la palma di massimo esperto mondiale di Proust. Tenta il suicidio, viene costretto a unirsi alla famiglia, fanno un viaggio, bla bla bla. Più o meno. Gli Husker Du, secondo quella che è forse una leggenda metropolitana, si formano sull’onda di un esperimento di sociologia del chitarrista: la dialettica interna al gruppo è tra le più trite della musica rock di ogni tempo. Chitarrista e batterista impegnati in una continua sfida, sempre meno amichevole e sempre più avvincente, che consumerà la band dall’interno. La sfida è a colpi di canzoni e cattivo karma. Si fossero sciolti appena dopo Zen Arcade, nessuno avrebbe avuto dubbi in merito al fatto che il talento compositivo dentro agli Husker Du fosse il batterista: mentre Bob Mould cesellava la potenza accacì della band mettendo in scaletta le bombe atomiche, tipo The Biggest Lie Indecision Time, Grant Hart piazzava in scaletta un pezzo per chitarra acustica. Certo, l’approccio di Mould è meno monolitico in Zen Arcade che nei dischi passati, e Chartered Trips e Newest Industry spingono già dalla parte del genio, ma a conti fatti la qualità pop dei pezzi di Hart in Zen Arcade svetta di gran lunga. A conti fatti è estremamente probabile che Bob Mould abbia messo mano alla roba melodica per cercare di fregare Grant Hart. Da questo punto di vista Zen Arcade racconta la storia di un gruppo diverso da quello che gli Husker Du, di fatto, sono stati. I pezzi di Mould ci metteranno poco ad arrivare: nel disco successivo inizia a spaccare tutto e non smette più.

Di Zen Arcade rimane il valore emotivo altissimo, la piacevole sensazione che quando lo citi tutti sanno di cosa stai parlando e qualche momento autobiografico. Ho ascoltato Broken Home Broken Heart a tutto volume in cuffia la notte che mio babbo e mia mamma si son separati. Sono stato forse sorpreso da un vicino che bussava infuriato alla mia finestra per farmi abbassare i volumi a fare air guitar durante Turn on the News. Ho ascoltato circa cinquanta volte Chartered Trips in un singolo viaggio in macchina diretto manco più mi ricordo dove, a vedere manco più mi ricordo chi, in culo all’Emilia. Ho ritrovato il primo nastro di Zen Arcade che mi era stato passato, in un cartone pieno di fumetti, sopravvissuto ad una purga di centinaia di cassette buttate nell’immondizia da mia mamma un giorno che la camera si stava riempiendo troppo di CD. Matteo mi ha doppiato il primo CD nel 2002, più o meno. L’ho ricomprato un paio d’anni dopo. Il vinile verso fine anni duemila.

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Double Nickels on the Dime invece è il miglior disco dei Minutemen e il miglior modo di raccontare i Minutemen. Non è il loro unico capolavoro, ma le altre opere del gruppo impallidiscono comunque. Double Nickels on the Dime  è il disco più bello di sempre: si compone di quarantasei canzoni cortissime e di una bellezza stravolgente, ancora oggi lontanissime da qualsiasi basica concezione di “rock’n’roll”, estremo o meno. è difficile persino immaginare cosa sarebbe stato della band se avesse proseguito l’attività per dieci anni: forse ne avremmo conosciuto un lato più pacificato e meno politico, una specie di Project:Mersh meno scientista, davvero difficile a dirsi.

Zen Arcade viene tenuto in caldo per uscire lo stesso giorno di Double Nickels on the Dime. Lo sforzo produttivo di SST è notevole. Le cinquemila copie stampate per eccesso di cautela si esauriscono in pochi giorni, col gruppo furioso infilato in un tour massacrante per promuovere un disco che è sparito dai negozi per mesi. Da lì in poi tra SST e gli Husker Du è guerra aperta: impongono Spot alla produzione di New Day Rising, iniziano questioni legate al pagamento delle royalty. Alla fine dell’anno Zen Arcade campeggia in cima alle playlist dei giornali rispettabili, le vendite danneggiate irreparabilmente dall’esaurirsi della prima stampa.

“Our band could be your life”

Nel sistema culturale che bazzico, è il verso più famoso di sempre; sta a metà di Double Nickels on the Dime, all’inizio di una canzone che si chiama History Lesson part III nomi veri ne siano prova. Io e Mike Watt abbiamo suonato per anni. Il punk rock ha cambiato la nostra vita. La canzone è scritta da Mike Watt e cantata da D.Boon. Io non so dire se il punk rock abbia cambiato la mia vita. Se c’è una persona che compatisco è quello che interviene a cazzo in una discussione dicendo “sai, io vengo dal punk”. Le stesse persone che erano ai concerti che “eravamo in venti”. Il punk è il più nutrito insieme di gente figa per autocertificazione con cui abbia mai avuto a che fare. Il punk è un luogo comune dove fanno aperitivo centinaia di migliaia di stronzi. Per come lo conosco io si compone al venti per cento da arrampicatori sociali in erba e all’ottanta per cento da un branco di rimastoni che non riusciranno a superarlo per il resto della vita. Da quel punto di vista non c’è molta differenza tra mettere in piedi la terza reunion del tuo gruppo crust o scrivere un pezzo di quindicimila battute che celebri il trentennale dei dischi che hanno segnato la tua vita. È la versione povera e triste del fan dei Led Zeppelin. Quando sono usciti quei dischi avevo sei anni, racconto la storia di qualcun altro come se fosse la mia. C’era una cosa del punk di quegli anni che ha segnato un passo in avanti, però: un acronimo di tre lettere che in italiano si traduce come faidatè. Significa che ci sono le condizioni per fare qualsiasi cosa tu voglia fare a costo zero o quasi-zero, e che se non ci sono le condizioni puoi inventartene una nuova versione. I Minutemen volevano suonare la loro musica. Per continuare a farla l’hanno rimpicciolita fino a renderla tascabile: canzoni di un minuto e mezzo, registrazioni a poco prezzo, pochi video, strumentazione ridotta all’osso, spese contenute, centinaia di concerti. Hanno rimpicciolito la musica in maniera testarda fino al punto in cui era possibile portarla ovunque. Era una scelta politica. Per imporla e farla diventare un modello sostenibile servono due cose: un’etica del lavoro mostruosa e una musica eccezionale. I Minutemen ce le avevano tutte e due: hanno spinto come pazzi per un lustro, erano soddisfatti dei risultati, continuavano a suonare e a crescere, un concerto alla volta. Si sono presi un solo momento di pausa per celebrare la loro storia: sta esattamente a metà del loro disco migliore, due minuti scarsi di musica. Son passati vent’anni e tremila passaggi dalla prima volta che l’ho sentita: ancora singhiozzo come un bambino.

Gli Husker Du hanno intuito un’occasione minuscola, la possibilità di mollare il punk e diventare qualcosa d’altro. Ci si sono tuffati di testa e hanno iniziato a spingere come dei pazzi, finchè quella cosa ha iniziato ad ingrandirsi per conto suo. Nel giro di tre anni da Zen Arcade hanno continuato a scrivere incessantemente, incrementato il loro pubblico a dismisura, lanciato un genere musicale a sé stante, sciolto la partnership con SST e firmato con una major. Primo gruppo punk-hardcore a farlo. Nessuna esperienza pregressa né errori da cui imparare: il rapporto di amicizia con SST era andato a puttane da un pezzo, il gruppo decise di accettare l’offerta di Warner limitandosi a spuntare l’unica condizione a cui erano interessati: controllo artistico totale, nessuna interferenza dell’etichetta sulla musica. Fu una specie di sfida: il gruppo ne uscì sconfitto. Nel 1987 stavano ancora pigiando sull’acceleratore, un altro album doppio, il miglior disco di sempre, suonato da cima a fondo in un tour massacrante che puzzava di storia già finita; lo scioglimento di lì a poco, mangiati da una convivenza forzata ormai inaccettabile. Forse volevano cambiare le cose, forse ce l’hanno fatta davvero: cinque anni dopo quella stessa musica è esplosa in giro per il mondo. Gli Husker Du non si sono mai riformati. Bob Mould e Grant Hart sono saliti insieme su un palco una sola volta, a una serata di beneficienza. Hanno continuato a fare musica bella e onesta per tutta la loro vita, che non è mai (mai) arrivata vicina alla bellezza di quella degli Husker Du. Non si sopportavano ma erano nati per suonare assieme.

Nel dicembre del 1985 Dennes Dale Boon muore in un incidente automobilistico. Mike Watt cade in depressione e decide di smettere con la musica; viene riportato sul palco a calci in culo da un ragazzetto dell’Ohio, tale Ed Crawford, che si presenta a casa sua e lo supplica di formare un nuovo gruppo offrendosi come chitarrista. Da lì nascono i fIREHOSE. Un’altra storia, non diversissima. Meno importante. I superstiti di quell’epoca se ne stanno in giro a fare le loro cose. George Hurley ha suonato con fIREHOSE e Red Krayola, Greg Norton ha aperto e chiuso un ristorante. Bob Mould, Grant Hart e Mike Watt suonano ancora a testa bassa. Mike Watt ha continuato a dedicare a D.Boon ogni cosa che ha fatto in vita.

Non sono mai riuscito a formulare un pensiero coerente su Zen Arcade, non ci riuscirò ora. Per Double Nickels on the Dime mi è più facile: potrei vivere il resto della vita chiuso in una stanza senza finestre e non avere bisogno d’altro. Letteralmente. Dentro Double Nickels on the Dime c’è tutto quel che serve a rendere una vita sopportabile; di più, sensata, appagante, degna di essere vissuta. È talmente grande la portata di quel disco da travalicare il concetto stesso di tempo; roba scritta e registrata trent’anni fa ma valida ieri, dopodomani, sempre. La vita vera senza i momenti morti e le parti sgradevoli. O meglio, coi momenti morti e le parti sgradevoli purgati dalla merda e trasformati sempre in qualcosa di costruttivo, formativo, giusto. Un esercizio di autodeterminazione tra i più efficaci che conosca; piegare la realtà verso il buono, il corretto, l’eticamente sostenibile, anche quando la vita stessa sembra stare sfuggendo dalle mani, quando l’elemento inaspettato esplode e deraglia e vira verso territori avvilenti, deprimenti, schiaccianti; riuscire a uscire da scenari che sono la morte di ogni immaginazione con la sola forza di strumenti amplificati e corde vocali collegate a una mente funzionante. PMA allo stato puro, al livello successivo, declinata molto più e molto meglio degli stessi Bad Brains. Un corso accelerato, senza data di scadenza, su come stare al mondo correttamente. Un miracolo. Chiunque sia vivo dovrebbe tenere in casa questo disco.

Non è il mio preferito degli Husker Du Zen Arcade, ma sarebbe come dire che la Cappella Sistina non è il mio preferito dei soffitti dipinti, di questo sono pienamente consapevole. Resta in tutti i casi una vertigine, qualcosa di impossibile da trasmettere se non attraverso uno stereo e due orecchie sane. La chitarra suona come se al posto del plettro avessero usato una grattugia, o un pugno di chiodi, o una palla di cartavetrata; in tutti i casi qualcosa di corrosivo, abrasivo e contundente. Delle due voci, una è trasfigurata, deforme, incattivita da frustrazione e repressione in dosi da uccidere un elefante, il ruggito disperato e tristissimo di un orso preso a pallettoni; l’altra sovreccitata da troppa cocaina di pessima qualità salita male, la mente che gira a mille e gira a vuoto. Insieme, la dicotomia più inquietante, chimicamente alterata e perturbante mai intercettata. Ci si perde dentro Zen Arcade come ci si perde tra le pagine di un libro che non smette mai di venire riscritto, nel mezzo i rumori della vita che scorre. Tutto il resto è meccanica.

Quando dico “il disco più bello di sempre” non mento mai, però in realtà il disco più bello di sempre è più di uno. In un solo caso il disco più bello di sempre erano due dischi diversi di due gruppi diversi, usciti lo stesso giorno. A luglio fanno trent’anni esatti. Non so dire che giorno di preciso.

Il disco più bello di sempre.

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Quando dico “il disco più bello di sempre” non mento mai, però in realtà il disco più bello di sempre è più di uno. Ci sono tre ragioni per cui lo faccio: la prima è che mi permette di dare un’altra sfumatura a “uno dei miei dischi preferiti”. “Uno dei miei dischi preferiti” posso dirlo di centinaia di dischi. The More Things Change è uno dei miei dischi preferiti,  Zen Arcade è il disco più bello di sempre. La seconda è che mi permette di non scegliere tra Zen Arcade e, non so, End Hits o SxM. La terza è che le ragioni devono sempre essere tre. John Frusciante esce dai Red Hot Chili Peppers nel giugno del ’92, in maniera rocambolesca ma non del tutto inaspettata. I Red Hot Chili Peppers sono esplosi da un annetto con Blood Sugar Sex Magik e lui manifesta da tempo totale incapacità di gestire tanto successo di pubblico. Reagisce sabotando i concerti, buttandola in caciara, registrandosi canzoncine in cameretta e facendosi di eroina: l’inizio di una spirale autodistruttiva che se lo mangia mani e piedi, lo fa uscire dal gruppo, lo rinchiude in casa per due annetti e lo risputa fuori sotto forma di zombie.

L’anno successivo all’uscita dalla band John Frusciante lo passa chiuso in casa in uno stato di isolamento e dipendenza sempre più profondi. La lista di amici che gli sono vicino in questo momento include gente tipo Gibby Haynes e Flea, il bassista dei Peppers. Pare sia soprattutto lui a spingere perché Frusciante pubblichi alcune canzoni che ha registrato nei ritagli di tempo durante le session di BSSM e nel tour promozionale seguente: pop psichedelico preso a rasoiate da una chitarra elettrica che spara assoli senza senso, lui che canta e urla con una voce sgraziatissima. Roba registrata per supplire (parrebbe) ad una generale insoddisfazione per la musica a lui contemporanea. Riescono a convincerlo a far uscire il materiale: sono due mini-dischi chiamati Niandra LaDes e Usually Just a T-Shirt. Warner Bros. ha un’opzione legata al contratto dei RHCP, ma una volta ascoltati i nastri decide di lavarsene le mani. L’occasione viene colta dalla American di Rick Rubin, la quale pubblicherà i due dischi insieme con il titolo Niandra LaDes and Usually Just a T-Shirt. Esce l’8 marzo del 1994, con John Frusciante sempre più isolato e stordito dalle droghe, magro come uno scheletro e incapace di promuovere il disco. Viene raggiunto a casa da una troupe che lo intervista per una rete olandese, a creare uno dei freakshow più disturbanti della storia del rock.

Ai tempi di Niandra John Frusciante è ancora all’inizio della spirale discendente. Continua lo stato di sostanziale reclusione, mix a eroina crack e cocaina ed è a un passo dallo stirare le zampine. Tre anni dopo fa uscire il suo secondo disco Smile from the Streets You Hold, raccolta di canzoni disseminate in giro per la sua carriera, poco meno disturbante del disco precedente. Da dichiarazioni successive, il disco è stato messo insieme allo scopo di far soldi per la droga. Prima dell’uscita dell’album, in ogni caso, il chitarrista (aiutato tra gli altri dal solito Flea) inizia a disintossicarsi: viene ricoverato in una clinica, gli vengono estirpati e sostituiti i denti marci e subisce interventi alle braccia per curare infezioni estese. è un periodo di riabilitazione da cui esce rinnovato. Nel 1998 i Red Hot Chili Peppers hanno fatto fuori Dave Navarro (con cui avevano realizzato One Hot Minute) e sono sul punto di sciogliersi: Flea spinge per fare un ultimo tentativo con Frusciante, che accetta con entusiasmo e ricomincia la vita da musicista con uno slancio senza precedenti. Nell’ottica di questa rinascita, e del successo senza precedenti di Californication, nel ’99 ritira dal mercato i due dischi solisti. Continuerà a fare uscire materiale: due anni dopo il famigerato internet album e quello che forse è il suo disco solista più famoso, To Record Only Water for Ten Days; da lì in poi dischi tristi dei Peppers e dischi tristi da solo.

Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Brizzi arriva in libreria tre mesi dopo Niandra. Come per quasi tutti i rockettari italiani di provincia della mia generazione, al netto di tutti gli sfottò che poi gli abbiamo appioppato, è un culto assoluto. La dimensione romanzesca in cui ancor oggi viene sbattuta la musica di John Frusciante dalla critica internazionale non è poi così diversa da quella messa in piedi nel libro: l’amore per la musica che ti fa uscire dal cono di luce, il salto fuori dal cerchio e tutta quella roba lì. Niandra LaDes and Usually Just a T-Shirt invece è la negazione più violenta e feroce di questo canovaccio, prima ancora che ci sia dato modo di metterlo insieme. Niandra è l’espressione di una non-volontà che tende a mangiarsi qualsiasi ipotetica dimensione di eroismo applicata a Frusciante e lo sbatte in un vicolo cieco di irragionevoli seghe mentali, nelle quali entrare è sostanzialmente impossibile. Niandra è l’espressione di un tossicodipendente sociopatico incapace di relazionarsi a se stesso, figurarsi di creare un qualsiasi grado di empatia con il suo pubblico. Metà grassa del minutaggio del disco è composto di esperimenti che altrove non vengono tentati per pura ragionevolezza: urla stridule, chitarre irragionevolmente acide, effetti stupidi, voci rallentate/velocizzate. Metà della roba registrata dentro Niandra (e ancora più in Usually Just a T-Shirt) è messa lì apposta per dare fastidio e far sapere all’ascoltatore di essere entrato in un ambiente insalubre, un ecosistema ostile.

John Frusciante - Vpro 1994 Documentary 035
John Frusciante, 1994

Ho ascoltato molti dischi realizzati da dissociati; perlopiù sono tentativi malriusciti di diventare popstar, alimentati da un culto forse eccessivo ed affascinanti quasi solo nel loro essere in fieri. Sono moltissimi i dischi che valgono (anche tanto) come esplorazioni di una coscienza in disuso più che come opere di musica popolare in senso stretto: buona parte del materiale di Songs in the Key of Z, per dire. Intendo, è più facile che un matto faccia musica come Wesley Willis piuttosto che come Daniel Johnston; è più facile trovare in una sola persona psicosi, incoscienza e buona fede in una persona di quanto lo sia trovare in una sola persona psicosi, incoscienza, buona fede e genio compositivo. Questo in senso stretto non significa che Daniel Johnston sia meglio di Wesley Willis, ma senz’altro servono coraggio o incoscienza (o entrambe le cose) per prendere la melodia di una canzone come (prendo a caso) Running Away Into You, decidere di sabotarne l’altissimo potenziale pop e massacrarla di pitch vocali fino a ridurla come la trovate su Niandra LaDes. Per parte ascoltare Running Away Into You è divertente perché ti sembra di essere in cameretta con Frusciante nel momento in cui decide di buttarla in caciara, ma chiunque l’ha sentita anche distrattamente non può negare che si tratta di roba esattamente all’opposto del so bad it’s good. È una composizione maestosa, infilata in una veste così bizzarra da averle permesso di superare ogni ragionevole data di scadenza.

Niandra, all’uscita, ha venduto qualche decina di migliaia di copie (perlopiù tra completisti ed irriducibili fan dei Peppers). Oggi è difficilissimo porsi a distanza di sicurezza ed analizzarlo come il disco di cantautorato pop-rock che l’autore voleva realizzare: è più facile vederci la fotografia di una stagione nella vita di un uomo che ha toccato il fondo, il momento in cui senza accorgersene si distacca da tutto il resto e cade vittima di se stesso. La maggior parte dei dischi che ho ascoltato e che parlano di questo, in ogni caso, non reggono vent’anni come li regge Niandra. Un disco che di fatto (e non tenendo conto del suo gemello uscito tre anni dopo) non era mai stato inciso e non sarà mai più inciso nella storia della musica, un’opera pop involontariamente stratificata e complessa che ha un aspetto diverso ogni volta che la rimetti sul piatto e che sostanzialmente nessuno (in buona parte per totale disinteresse) è mai riuscito a replicare in seguito.

Non ho ascoltato Niandra il giorno dell’uscita, ma sono comunque passati diversi anni. C’è qualcosa di meraviglioso in un disco che ti permette di invecchiare con lui, una sorta di mutuo privilegio di cui né tu né tantomeno lui siete troppo inclini a parlare. A volte Niandra LaDes and Usually Just a T-Shirt aiuta ad andare avanti, in quel modo un po’ adolescenziale di metterti a contatto con un dolore comunque più intenso e spaventoso di quello che puoi provare. Volendo è pure una storia con un lieto fine, dipende che campana ascoltate (intendo dire, l’autore non ha più realizzato niente di lontanamente paragonabile a Niandra). Fosse morto di overdose nel ’96, Jack Frusciante sarebbe comunque uno dei miei migliori amici. I vostri migliori amici non hanno mai scritto una canzone intitolata La tua fica è incollata a un palazzo in fiamme.

Sabato 8 marzo questo disco meraviglioso compirà vent’anni. Ho intenzione di festeggiare: mi alzerò di buon mattino, girerò per casa rincoglionito come uno zombi, lo metterò in cuffia e lo riascolterò a volumi insensati per la millesima volta. Mi piacerebbe lo facessimo tutti.