Anteprima: SAN LEO – DOM

 

Corrieri cosmici di nuovo sulla traccia. Chitarra e batteria tutto quel che serve per restare in quota oltre i confini del subconscio; l’astronave Delta 9 è partita già da un po’, in questo caso, l’astronave sa essere mentale. Ogni riferimento conosciuto, saltato nel momento in cui parte la prima nota, il rituale si innesca, le porte della percezione scardinate e via si va. È dal vivo che la faccenda prende strade imprevedibili, ogni volta diverse, percorsi che finiscono sempre in territori inesplorati. La parte più interessante del viaggio: non la destinazione, il viaggio stesso. In questo senso, San Leo è un moltiplicatore di mondi, DOM la base di partenza; soltanto uno degli infiniti scenari possibili, il secondo resoconto biennale (parafrasando i Throbbing Gristle). I titoli dei pezzi, ancora una volta torrenziali flussi di coscienza come in un clash Lovecraft/Joyce ma preso bene, sono un’ipotesi, la cornice di un quadro che non smette di uscire dalla tela, vaghe coordinate, il resto – come diceva Neffa – è nella mente. Nessun bisogno di assumere sostanze psicotrope perché salga la botta, per cominciare a sentire i colori, vedere i suoni eccetera: sono gli effetti di questa cosa nel preciso istante in cui entra in circolo, espansione del cervello attivata di default come Johnny Mnemonic sull’orlo del collasso neurale ma senza dolore, solo stati alterati da far scappare via piangendo Ken Russell quanto Tim Leary: il film è la cosa vera, o viceversa, comunque una versione superpesa della realtà, migliore della realtà. Il cranio esplode come un cocomero preso a martellate, come nello sketch stigmatizzato da Bill Hicks ma serio, di colpo è di nuovo 1997 ma dopodomani, motori dell’Enterprise lanciati a massima potenza e scatta il florilegio di nomi di gruppi stoner che serve zero tirare in ballo quando potete agilmente sentire com’è schiacciando il tasto play.

Il vinile di DOM esce l’11 maggio. Come prima, produce Luca Ciffo, masterizza Rico. Cambia la lista di etichette che co-producono. Eccole:
Bleuaudio
E’ un brutto posto dove vivere

Brigadisco
DreaminGorilla Records
Vollmer Industries
Tafuzzy Records
Upwind Production
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Anteprima: SAN LEO – XXIV

San Leo - XXIV cover

 

In quarta elementare sono stato in gita a San Leo con la scuola. Sveglia prima dell’alba, tempo orrendo, nessun raggio di luce all’orizzonte, sul pullman Vattene amore messa in loop da un autista evidentemente sadico. Alla prima i più informati sulle ultime novità discografiche hanno cominciato a cantare; alla quindicesima, di fila, dopo il trentesimo tornante, anche il più ostinato fan di Amedeo Minghi non cantava più.
Ha diluviato tutto il giorno. Anche nel pomeriggio, quando ci hanno portati a Italia In Miniatura; nel parco soltanto noi, le maestre e qualche inserviente blindato nelle baracchine che vendevano ciarpame fradicio di pioggia al niente. Avevo con me dei soldi, cinquemila lire mi pare, di cui potevo disporre a mio piacimento. Ho comprato una granita e una pistola giocattolo; a premere il grilletto riproduceva i rumori di una sparatoria. Ho tenuto il grilletto premuto ininterrottamente fino a esaurire la carica meno di tre ore più tardi. Tornati a scuola, prima che mio padre mi venisse a prendere ho fracassato la gamba di uno stronzetto di quinta giocando a calcio. Sapevo che il giorno dopo la maestra mi avrebbe sgridato davanti a tutta la classe, intanto la vaga sensazione di aver fatto qualcosa di giusto e un pezzo di plastica morto. La mia prima gita.

La rocca di San Leo si è svelata ai miei occhi di bimbo come qualcosa di minaccioso, enigmatico, mistico, fin dal primo sguardo: vero luogo dell’anima nel silenzio irreale, la pioggia, i cieli grigi e il nulla intorno. Le feritoie tra le mura lasciavano immaginare guerre cruente, insensati spargimenti di sangue o epidemie dal decorso penoso in tempi troppo lontani per poter venire visualizzati, se non attraverso il filtro distorto di vecchi film. La prigione era stata progettata per essere una prigione: quattro pareti senza una porta, venire calati dal soffitto e solo dal soffitto poterne uscire, destinazione una cassa di legno a essere fortunati, altrimenti erba verde.

Il motivo per cui i San Leo hanno deciso di chiamarsi San Leo scorre lungo i solchi di XXIV. La consistenza dell’aria che si respira dentro quelle mura riprende vita, imprigionata e magicamente traslata nel tinello di casa o ovunque altrove; connessione uomo–territorio più solida e viscerale che in un film di John Milius, pregnante più che in Walden di Thoreau ma con la nuda pietra millenaria al posto della campagna, watt a sfare a riempire il silenzio. Sono dettagli, per il resto stessa tensione, stesso magnetismo, stesse vibrazioni: la stasi innaturale come la quiete terribile che precede l’arrivo di un uragano, l’uragano, poi di nuovo quiete fino al prossimo assalto, e poi ancora. Tutto il disco è così. Chitarra e batteria la sola artiglieria, oltre a un muro di Marshall non serve altro per entrare nella dimensione parallela; quando e in che stato uscirne, se uscirne, le uniche variabili.
È una gara di resistenza tra una scarica di elettricità e l’altra – nel mezzo un sadico temporeggiare – sempre in trincea in attesa della nuova esplosione, annaspare stretti all’angolo come da un pugile drogato. Ogni pezzo parte liquido, come sangue che si espande nell’acqua o una chiazza d’olio che guadagna terreno, occasionalmente da qualche parte echi lontani di suoni che sembrano l’incrocio tra un organo da chiesa e un sonar lanciato nell’iperuranio, per poi virare in una trance tribaloide e malmostosa dalle infinite diramazioni, implacabile come un carrarmato, inderogabile quanto un rullo compressore con il freno sabotato.

Echi Earth ma personali (Pentastar senza la voce, ma pure Primitive And Deadly asciugato fino all’essenziale, sempre senza voce), gli Sleep di Jerusalem, un sacco di altra roba uscita a cavallo tra la fine degli anni novanta e l’inizio del nuovo millennio, in quello strano varco spaziotemporale dove stoner, doom, rock psichedelico da altre ere si mescolavano con continuità e quella roba costituiva una scena e aveva un pubblico. Oggi, materia da plasmare che restituisce un senso e una consistenza a parole tipo esoterico, ancestrale, sulfureo, ossianico (eccolo il magico termine che significa tutto e niente, ricorrente nelle recensioni di dischi dai Black Sabbath in giu); l’impressione di essere finiti intrappolati, bloccati in un sottomondo, come la cella in cui ristagnava per interminabili ore giorni anni il conte Cagliostro. Qui il cerchio si chiude e i padiglioni auricolari si spalancano.

 

Il vinile di XXIV esce l’8 novembre; una coproduzione Corpoc/Tafuzzy Records. Produce Luca Ciffo, masterizza Rico. In anteprima qui lo streaming integrale.

STREAMO/TrueBelievers/StareBene/DISCONE e altre cose sul nuovoWolf Eyes

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La prima volta che ho letto il nome Wolf Eyes, come quasi tutti in Italia, è stato su Blow Up. Erano i primi anni duemila e si parlava con un certo entusiasmo di qualche uscita a loro nome, poi collegata a tutto un discorso di nuova musica wave e nuova musica industriale, che tuttora mi ronza nelle orecchie. Ho letto e sedimentato, un momento in cui Blow Up e la musica sembravano nutrirsi a vicenda di questa sorta di energia che li spingeva tutti nella stessa direzione. Ho scoperto abbastanza presto che i Wolf Eyes erano, effettivamente, uno dei gruppi più interessanti del periodo: registrazioni carbonare licenziate sul mercato a botte di venti o trenta l’anno, nei formati più disparati e con in calce nomi di etichette assurdi che negli anni a venire avrebbero ossessionato un intero immaginario. Anche solo metterne in condivisione i dischi su Soulseek ti faceva sentire un punk di prima categoria o una specie di grande diffusore della Cultura, a cui un certo punto persino il mondo esterno prima o poi sarebbe arrivato riconoscendo implicitamente il nostro ruolo di teste di ponte (c’era già arrivato, ovviamente, due minuti prima di noi). Ho scoperto abbastanza presto che essere fan dei Wolf Eyes e del NOISE richiedeva una dedizione ed uno stipendio assolutamente maggiori di quelli di cui disponevo ai tempi. Dischi in vinile colorato stampati su un lato solo e tirati in poche decine di copie; cassette a tiratura ugualmente limitata smerciate più o meno a caso ai banchetti di qualche festival europeo a tema in cui era possibile assistere alle performance; amici che risparmiavano per mesi prima di quell’evento e si portavano a casa edizioni immancabilmente limitate e scrause pagando trecento euro a botta; si fa presto a sentirsi inadeguati, uomini non-nuovi, adepti di seconda o terza categoria destinati a una più che prevedibile abiura del NOISE una volta che quei suoni fossero passati di moda.

L’unico modo di continuare a quei livelli, nel noise, è di diventare artista. Ovviamente a un certo punto lo faccio, un po’ lo facevo anche prima ma ora lo faccio con uno spirito. Lo stupore intrinseco alla scoperta che certa musica può interessare a qualcuno che non sei tu. Registro cose con un mangianastri, aggiungo stronzatine fatte con una strumentazione rimediata e composta (vado a memoria) da tre pedali, un mixer, una tastiera, qualche microfono a contatto piazzato ovunque, un vecchio lettore CD dotato di un tasto per i loop e via; il pezzo forte era un Kaoss Pad 2 comprato a un centinaio di euro ad un amico, utilizzato un paio di volte e ributtato nel cestino. Il valore artistico della musica oscillava quasi sempre tra il ripugnante e l’inascoltabile, e le cassette/gli mp3 sono giustamente rimasti in un cassetto finchè la vita è andata necessariamente avanti e mi ha imposto di buttare le macchinette e ricominciare, boh, a disegnare; la mancanza di dedizione alla CAUSA ci ha imposto di rivedere il nostro asse critico ed abbiamo più che volentieri declassato l’harshnoise a un baraccone di idioti che (a parte pochi nomi, dei quali peraltro manco eravamo così convinti) sfruttava l’hype intorno a Wolf Eyes e simili come un trampolino di lancio per fare cagnara con macchinette autocostruite invece che con le vecchie autoghettizzatesi chitarre, senza alcuna idea alla base della musica stessa a parte il puro casino e a qualche cicatrice autoinflitta nei fortunatamente rari concerti dal vivo. Per poi bollarlo come una sega mentale artsy-fartsy non appena abbiamo visto comparire (tipo ai tempi dell’esplosione di un Prurient) il sospetto che la musica di qualcuno si fosse estesa oltre le bestemmie sputate in faccia a un pubblico di dieci stronzi con un microfono effettato a boia. Le storie di ascesa e caduta, nel rock e derivati, sono tutte riscritture apocrife della rivoluzione francese. Nel periodo di monomania riesco persino a farli piacere a qualche collega di lavoro, con il risultato di ritrovarmi di lì a un anno in discussioni in cui è LUI a raccontarmi per filo e per segno progetti di secondo e terzo grado di gente che ha suonato il corno in una cassetta dei WE uscita nel 2004 su American Tapes dicendomi cose tipo questa te la devi assolutamente sentire ti faccio un disco di mp3 mentre tu pensi quanto tempo da perdere ha ‘sto tizio. E poi? Boh, più niente. Circa un lustro fa smettono di uscire dischi a nome Wolf Eyes e i membri si fanno vivi solo in proprio.

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È abbastanza commovente riascoltarsi oggi i dischi dei Wolf Eyes. L’ho fatto la scorsa settimana: ho iniziato per caso trasferendo dischi da un appartamento all’altro e ripescando dalla pila dei disastri sfilati a qualche distro una delle collaborazioni con i Black Dice. Bello, per niente noioso, per niente gratuito. Ho ricominciato così, un po’ alla volta: Burned Mind che continuo non-originalmente a pensare sia il loro disco definitivo, Human Animal di qualche anno seguente, sempre su Sub Pop, sempre bellissimo. Slicer che forse era uscito su Hanson qualche anno prima, il disco (bellissimo anche questo) con Anthony Braxton. Al momento sono fermo qui. Probabilmente sono partito dai miei preferiti, ma è difficile guardare indietro a quegli anni e trovare un gruppo così amato allora che ancor oggi suona così dentro i tempi. Gran parte del merito è da darsi ovviamente all’eleganza formale dell’estetica del gruppo, oltre ovviamente alla capacità di Nate Young di ottenere un risultato specifico e peculiare a partire da qualsiasi suono. O alla sua capacità di selettore della propria musica capace di buttare sistematicamente nel cestino la roba non interessante o comunque riservarla ad uscite che finisco per non ascoltare. Resta il fatto che il nome Wolf Eyes continua ad essere –parlando di America- la pietra miliare del NOISE così come lo conosco io: al nome Wolf Eyes è associabile quasi tutto quel che so di questa musica, a partire dai padri fondatori per arrivare alle deviazioni freejazz a cui in qualche modo sono giunto ascoltandoli, a una manciata di etichette con nomi tipo Bulb o Hanson o Hospital o American Tapes ma anche Important e Troubleman che li hanno fatti uscire, a duecento side-project dei membri del gruppo, duecento gruppi con cui sono usciti split o dischi in formazione allargata e via di questo passo. Parlando di NOISE, in quella accezione, Wolf Eyes è quasi un genere musicale in sè.

E certo è una notizia che stranisce quella che una nuova formazione del gruppo senza Aaron Dilloway (presente come ospite su una traccia), quattro anni dopo le ultime uscite a nome Wolf Eyes, torna sul mercato con un disco nuovo intitolato No Answer: Lower Floors e viene ospitata su Pitchfork Advance –quindi per certi versi esce con lo stesso hype riservato ai nuovi Strokes* o Yo La Tengo. Siamo ai primi ascolti ma il disco sembra comunque buonissimo: NOISE di sapore molto industrial (in senso buono), per nulla gratuito, costruito su un equilibrio impossibile e su un profilo bassissimo, quasi ad elemosinare nella sua estrema eleganza un posto qualsiasi ai margini dello spettro musicale. Ancora una volta familiare ma al contempo non allineato, ed animato da questo senso di necessità che anche spento il player non accenna ad andarsene: un disco il cui solo essere uscito è una dichiarazione politica che ci colpisce dove fa più male: io ho mollato, i miei conoscenti hanno mollato, il NOISE in molti casi ha mollato. Wolf Eyes è ancora qui in forma smagliante: non sembra potersi permettere di essere altrove.

*mi chiedevo tra l’altro se nel caso di un disco come Comedown Machine sono gli Strokes a pagare per finire su Pitchfork Advance o se è Pitchfork a pagare gli Strokes per l’esclusiva. Quante cazzo di cose che non so.

Codeine @ Locomotiv, Bologna (31/05/2012)

Good Evening, we’re Codeine from New York City. Di mio ho sempre preferito i gruppi che si presentano prima di iniziare  a suonare, perché è una cosa giusta da fare e sembra sempre un po’ come se tu non abbia fatto cento chilometri per vederli. E poi mi sono sempre chiesto se si dicesse còdeine o codeìn o codèin, io di solito uso la seconda. Stephen Immerwahr pronuncia Codììn, ha una voce lenta e un portamento da professore di antropologia. John Engle somiglia un po’ a Stone Gossard coi capelli corti, nel senso che tiene la chitarra come se non ne avesse mai vista una fino a dieci minuti prima di salire sul palco. Chris Brokaw, schiacciato sul fondo del palco, è un batterista grandioso. Ho sentito tre o quattro concerti con dei suoni così perfetti: un paio dei Mono, Shellac, Arto Lindsay, altre cose al momento mi sfuggono. Immerwahr tra l’altro ad Arto Lindsay ci somiglia un po’, ha la stessa vocetta e un modo simile di stare sul palco.

Last time I was in Bologna, you were probably 10 years old.
You’ve done well.

Matteo era passato sulla reunion dei Codeine chiedendosi se sarebbe stato più sbagliato paccare la reunion o presentarsi con la consapevolezza di un karaoke per introdotti panzoni: io ho scelto la seconda. Il gruppo sul palco non lascia spazio a interpretazioni: sono tre signori di mezza età che hanno ricostruito una band defunta da quasi vent’anni per suonare qualche concerto, si trovano davanti un mare di gente in festa e ringraziano timidamente. Un po’ sembrano far fatica anche loro a capire cosa sia successo. Rispondono nell’unico modo sensato: chini sui loro strumenti, suoni perfetti e una scaletta che pesca un po’ da tutta la loro discografia (capirai). Stephen è l’unico con un microfono davanti. La prima è D, cioè quella che apre Frigid Stars. L’ultima si chiama Broken Hearted Wine e se devo essere sincero non l’ho mai ascoltata prima di ieri sera (devastante). Immerwahr la presenta con un filo di voce: the other songs, you could call them un happy. This one, i wouldn’t say it’s a happy song but for sure it’s not unhappy. Mi devasta. Dei gruppi che aprono si segnala il finale in acustico dei Comaneci, in mezzo alla sala semivuota con dedica a Tiziano/Bob Corn, danneggiato dal terremoto. Poi la sala si riempie di gentaglia: panzoni, ultratrentenni, gente in botta, studenti fuori sede con le lenti come il fondo delle bottiglie e gli occhi umidi sotto. Quelli con le magliette azzurre fosforescenti hanno paccato in favore dei Cloud Nothings la sera prima. Speriamo gli sia andata bene.

(la foto l’ho scattata io per pressappoco)

La morte grippa, di musica non è bello parlare e altre cose del genere

nigga presi bene dalla vita

A sentirlo così, pare giusto infilarlo a forza nel mucchio dei nigga veramente incazzati  e con qualcosa più che il pregiudizio di un bianco merdoso qualsiasi a stanarlo fuori dal merdaio circostante. Fatto sta che davanti a obiettivi definibili meno che miseri (Mi Ami, Litfiba, Rolling Stone rivista, Sanremo) si sente il dovere e il bisogno di guadagnarsi il cumulo di droghe ed elettroshock mensili per, tipo, tre post in tre anni, e spargere violentemente i semi dell’odio. Da cui il fatto che, messa da parte la speranza di NON sostenere la campagna abbonamenti del Mucchio (né di Rumore, Blow Up o alcuna altra roba del genere), urge riconoscere che si è finiti sul pezzo  anche da queste parti. Il prossimo passo alla riconoscibilità totale del volemose bene nel volemose male sta forse nella forgiatura di una statua a grandezza naturale di – cazzoneso – Zach Hill, o uno qualsiasi del genere.
(E no, non c’è nessun insidejokes perché non siamo amici, non frequento i tuoi giri e non ti capisco quando parli)

Detto questo, visto che anche  gente tipo Roly Porter e Jamie Teasdale ha saggiamente (stocazzo) deciso di andare ognuno per la propria strada – strada che vede per l’uno massicce dosi di oscurità, droni industrialoidi, minacce psichico-tecnologiche varie e per l’altro la lingua fuori su culi luccicanti e pop e tremendamente d’ambiente – la strada, dicevamo, che è qualcosa di inferiore alla sottrazione delle parti che componevano Vex’d, ecco, per questo una volta in più è doveroso star dietro a sobillatori d’odio e rumore che abbiano voglia di far cagnara con modi musica e livore.
Il nome è Death Grips, la miscela è acida tipo hip hop sputato fuori a raschiare ugola e rancore. I testi sono primizie tipo “In the time before time eyes ‘bove which horns/Curve like psychotropic scythes/And smell of torn flesh bled dry/By hell swarms of pestis flies/Vomiting forth flames lit by/An older than ancient force /That slays this life with no remorse” o “Tie the chord kick the chair and your dead” e ancora “Cuz all I really need is some cool shit to mob /Like driving down the street to the beat of a blow job /I own that shit /On some throw back shit /You already know that shit /You even know ‘bout how I know the man /Who grows that, bitch ” , che manco un incrocio tra Sepultura e Michael Gira prima maniera renderebbero appieno. Sotto ci sono robe a tratti semplicemente grezze e momenti fantasmatici con strascichi di quelli che chiamano Steve Albini alla produzione e cose così. A farla da maggiore, comunque, a prescindere dai campionamenti, il rumore, l’overload e l’elettronica varia (compresa qualche parentesi di dancehall meccanica e catacombale splendida), è il senso di un disagio veramente concreto. Di  quei dischi insomma che ti fanno sentire ancora più di merda quando stai di merda; di quelli che consigli a pochi, fiducioso che se lo consumeranno digrignando i denti. Con in postilla l’augurio di un remix stile Kevin Martin dei momenti migliori, scansando e fottendosene della partecipazione di Zach Hill – sempre lui – alla faccenda.  E con un calcio in faccia per successo, magari, a Tyler the Creator e sodali. I tipi comunque, nel dubbio se ne sbattono e ti regalano anche chicche tipo questa. Oltre al disco stesso, certo.

Poi, cagate a parte, viene da ripensare all’asse Def Jux/Anticon dieci anni fa, a come pareva fosse la salvezza del rap, di una certa idea militante di comunità e stronzate così.  Oggi, su quelle orbite, spuntano fuori anche IconAclass (robe post-Dalek, belle ma easy) che non mantengono nemmeno un’oncia di quanto vorremmo promettessero.

Dunque, stretta di mano su stretta di mano, è sinceramente preferibile ri-chiamare in causa accoltellamenti fraterni stile b/metal e dintorni, piuttosto che, ancora una volta, doversi sorbire impunemente schiere di tabulae rasae ambulanti, con due gambe, twitter e qualche collezione di dischi.
Fuor di metafora: le corse a condividere e condividere e condividere il nuovo FBYC a furia di like, plaudendo alla rincorsa sociale di stocazzo senza ancora averlo ascoltato, il disco: SentireAscoltare che butta fuori nomi e cognomi sull’autoreferenzialità della scena (e tra l’altro giuro ho l’impressione che prima vi fosse la foto dei tizi semi-desnudi con le loro facce disegnate sui genitali) e/o rincara la dose egotistica di casa Teatro degli Orrori: Elio Germano in combutta con Teho Teardo:  Mark Stewart pre-ritorno The Pop Group a far sboccare con Bobby Gillespie: Bugo che via twitter la conta a scribi e sodali: Bastonate che diventa paradigma per gentiluomini e via di questo passo.

Segnali precisi dal profondo: è tempo di tornare all’ostilità, pura e semplice e totale. Senza occhiolini, strette di mano, comunanze farlocche, pompini vicendevoli e null’altro. Sempre in nome dell’ODIOpuro (non sociale, non sentimentale, non politico) in quanto modello conoscitivo e mai contro un nemico specifico che non sia il tutto.
Colonna sonora: l’ossessività e reiterazione e palude cerebrale incluse nel pacchetto Death Grips.
Tanto per il resto frega un cazzo, tra un po’ esce il nuovo Disquieted By, arriva la botta Johnny Mox, è fuori Bologna Violenta, Wallace ha sfornato pure l’ultimo Miss Massive Snowflake e io  torno felice.
Benché l’odio e il disprezzo sincero per la comunità rimangano, certo.

L’agendina dei concerti Bologna e dintorni – 11-17 aprile 2011

 
Dice che in settimana le temperature scenderanno di dieci gradi. Speriamo, che ad andare avanti a 30 e passa gradi ad aprile magari è la volta che a giugno si schiatta sul serio. Comunque vada, occhio alla pioggia radioattiva.
Se ieri sera anche voi come me vi siete persi Arrington de Dionyso al Modo Infoshop (io a quell’ora ero a farmi trapanare i timpani dai Lucertulas al Leviatani&Zanzare, voi?), potrete rimediare oggi recandovi allo spazio Meme a Carpi (vicino a casa del Menarca quindi), dove dalle 19 in poi l’irsuto clarinettista flippato per le nenie indonesiane presenzierà alla sua mostra di disegnini accompagnandola con un bel concerto; tutti i dettagli Qui. Martedì a parte lo schizzato Allevi alle Celebrazioni o le mummie semoventi America al Manzoni in giro non c’è nient’altro quindi a meno che non siate cultori della merda o pellerossa ottuagenari in vena di nostalgie potete tranquillamente dedicarvi alla costruzione del vostro rifugio antiatomico (noi lo faremo).
Mercoledì a MeryXM si parla di cinesi e a seguire concerto a base di rumorini analogici e strumenti autocostruiti (info Qui); giovedì, per la serie “ma comunque non riescono a farla finita”, gli Asian Dub Foundation all’Estragon (dalle 23, quindici euro). Troppo 1999.
Venerdì (e sabato) overdose crust punk core animalista all’XM24 con contorno di foto e video di animali carini torturati e gran scorpacciate di tapioca e farro e azuki e succo di carota e soia soia soia soia come se piovesse; dalle 22,  prezzi politici, spuntoni appuntiti e giubbotto sbrindellato con toppe di gruppi D-beat a random obbligatori. Venerdì ci sono anche gli inossidabili Rage al Sottotetto, e sabato Nargaroth (più altri quattro gruppi black metal tutti uguali) al Blogos (dalle 20, venti euro), i nuovi mai-più-senza del post-dubstep peNsante et intellettualmente stimolante Darkstar al Bronson e Lindo Ferretti in amarcord spinto al Velvet (a seguire dj-set amarcord pilotato).
Domenica si piange, si sgranano rosari, ci si cosparge di ragnatele e si sniffano ossa umane polverizzate come se non ci fosse un domani: arrivano i Pentagram in data unica al Bronson, un appuntamento che, per chi sa, ha il sapore del regalo.

 

Perché il freddo, quello vero, sa essere qui, in fondo al mio cuore di sbarbo.

un'istantanea di Justin Broadrick il giorno in cui ha appreso di aver vinto al Bingo

 
Nei mesi più freddi dell’anno è Justin Broadrick overload. In forma come non succedeva da anni (che per uno iperprolifico come lui sono l’equivalente di ere geologiche per gli esseri umani normali), come se il connubio autunno-inverno, e il buio, e il ghiaccio, e la luce gialla dei lampioni la notte, e il clima sempre più rigido e le giornate sempre più corte avessero riacceso un’ispirazione che da sempre si nutre di climi aspri e zone inospitali della mente, e cresce e prolifera in tunnel abbandonati e stanze piene solo di silenzio.
Contemporaneamente al fenomenale Christmas di cui abbiamo già parlato è uscito, sempre in digitale e sempre acquistabile sul sito della Avalanche Inc. alle solite tre sterle, un nuovo EP di Final; My Body Is a Dying Machine (si parte bene già dal titolo) contiene alcune delle cose migliori incise dal proteiforme Broadrick sotto la denominazione più longeva della sua intera carriera (appena tredicenne titolò così i suoi primi demo) dopo quell’abissale viaggio al termine della notte che era (è) il doppio 3 del 2006; probabilmente conscio dell’irripetibilità dell’atto, Broadrick/Final si era poi perso dietro troppi album di improvvisazione per sola chitarra, a volte chitarra e basso, pubblicati in tirature ultralimitate e venduti esclusivamente ai concerti, cui sarebbe seguita una serie di dischi anche piacevoli (se tra le vostre idee di ‘piacevole’ è contemplata un’ambient asfissiante, ultraminimale, da tecnici del suono malvagi e semiautistici presi male) per quanto in eccessiva contemplazione del proprio ombelico (molto bello comunque Fade Away del 2008). In mezzora scarsa Broadrick torna alla guerra: Gravity irrompe immediatamente e di diritto ai piani alti della graduatoria dei pezzi più belli mai incisi dall’uomo, sei minuti di estatiche rifrazioni e angeliche stratificazioni di drones ipersaturi sospesi nel niente che ridefiniscono fin dentro le ossa concetti come ‘nostalgia’, ‘perdita’, e ‘rimpianto’, una morsa di dolore puro che spreme il cuore come un limone troppo maturo e che è l’unico punto d’incontro ipotizzabile tra la 4AD dei tempi belli e il noise più fiero, con un’intensità che basterebbe ad alimentare legioni di centrali nucleari per l’eternità. La title-track (riproposta anche in chiusura in versione ‘live’) procede implacabile come un boia narcolettico per accumulo di pulviscoli di suono (una chitarra e uno stuolo di pedali da rendere irriconoscibile qualsiasi sorgente) pungenti e carezzevoli come cristalli di neve sulla pelle fresca; Black Dollars è una distesa di pece dove la paranoia è annegata da secchiate di sedativi da mandare all’altro mondo uno stegosauro, A Slight Return introduce repentine sciabolate di luce in un’oscurità liquida e ipnotica da trip senza ritorno, un pezzo che come ho letto da qualche parte* è la colonna sonora ideale per una love story tra giovani eroinomani.
My Body Is a Dying Machine raccoglie materiale composto tra il 2005 e il 2010, ma è questo il periodo adatto per fargli spazio nelle vostre vene.
(Continua a leggere)

Gruppi con nomi stupidi “the Christmas edition”: SKITLIV

 

Il disco delle feste 2010 (ma anche del 2009, e del 2011, e del 2012, e se il mondo non sarà andato a puttane del 2013, e… insomma, avete capito) è stato senza dubbio Skandinavisk Misantropi di Skitliv. Skitliv (che significa “vita di merda” in norvegese) è il progetto principale di Maniac; per chi ha avuto un’adolescenza normale, Maniac è stato il cantante dei MayheM (sai, quei norvegesi matti che si ammazzavano tra di loro) dal 1986 al 1988 e dal 1995 al 2004. Pare sia stato cacciato dalla band perché costantemente ubriaco o strafatto di medicinali che avrebbero dovuto fargli passare la voglia di bere (al suo posto è rientrato il temibile ungherese tossico Attila Csihar, già negli psicotropi Plasma Pool, cantante per caso su De Mysteriis D.O.M. Sathanas poi sfruttatissimo dai Sunn O))) ogni volta che sentono il bisogno di vocals maligne) . Il vero nome di Maniac è Sven Erik Kristiansen; vive a Oslo, ha due figli, il corpo disseminato di tatuaggi più o meno da ergastolano e somiglia vagamente a Marco Materazzi. Soprattutto, canta in un modo assolutamente spaventoso, malsano e profondamente perturbante, impossibile da replicare quanto da raccontare; ci si è avvicinato più degli altri Malfeitor Fabban quando nella recensione di Wolf’s Lair Abyss scrisse che la voce di Maniac sembra provenire da un essere deforme incapace di aprire la bocca per bene (le parole precise non le ricordo ma il concetto era questo). Da quelle corde vocali indistruttibili prendono forma i latrati più raccapriccianti che mente umana possa concepire; dopo il trattamento-Maniac, ogni frase diventa un incubo senza fine, ogni periodo la strofa di una poesia in una lingua sconosciuta il cui suono delle parole basta a fare impazzire di terrore.
Insieme al problematico (Niklas) Kvarforth degli Shining svedesi (quelli depressi, non i segaioli jazz) ha dato vita a Skitliv poco dopo la cacciata dai MayheM (la line-up comprende anche tale Ingvar alla seconda chitarra, Tore Moren al basso e una serie già piuttosto lunga di batteristi avvicendatisi in puro Spinal Tap style). Skitliv è la proiezione del marcio universo interiore dell’artista, della sua squilibrata visione del mondo e delle cose del mondo; musicalmente si articola in un black doom metal strisciante, affilato e implacabile, indolente come un pluriergastolano la domenica pomeriggio e gradevole come un appestato che viene a bussare alla tua porta alle quattro del mattino. Ma la componente in assoluto più straniante è costituita dai testi, spesso chilometrici, in cui l’autore si mette a nudo con una brutalità e una totale mancanza di sovrastrutture perfino imbarazzante; il fatto è che il più delle volte le liriche di pezzi dai titoli già di per se emblematici (Slow pain coming, Hollow devotion, Towards the shores of loss, ecc.) sembrano riflessioni private dal diario segreto di un liceale particolarmente problematico dopo la prima pippa con Baudelaire, un devastante incrocio tra inettitudine cronica e intuizioni fulminanti, atroci velleità da poeta maledetto e dolore puro, affettazione sgangherata e disagio tangibile e tagliente come lame, su tutto il riflesso di un ego ipertrofico e straripante, frenetico e sgraziato e probabilmente rimasto imprigionato in un’età mentale che si aggira intorno ai quindici-sedici anni. Veramente micidiale. Forse soltanto i deliri poliglotti dei Worship del terminale Last Tape Before Doomsday sono riusciti a evocare parte degli stessi scenari (tanto per capire di cosa stiamo parlando, poi il gruppo – perlomeno la prima formazione – cessò di esistere dal momento in cui il cantante-batterista-compositore principale Max Varnier si suicidò lanciandosi da un ponte). Skandinavisk Misantropi è il disco che risveglia il peggiore lato oscuro dentro ognuno di noi, ricordi di emozioni che il subconscio si affanna quotidianamente a sotterrare. Pochi dischi, in questo senso, sanno essere altrettanto molesti. Dal 2009 in poi (anno di uscita di Skandinavisk Misantropi), probabilmente nessuno.
Messe di ospiti più o meno ininfluenti alla riuscita del tutto; tra gli altri un catacombale Gaahl, l’amico Attila Csihar e un esagitato David Tibet che declama stronzate nell’intro di Towards the shores of loss.

Il juke-box del suicidio

L’altro giorno Reje mi ha scritto che era uscito il nuovo dei Canaan. È una specie di rituale: Canaan e Colloquio sono i nostri Beatles e Rolling Stones, e la data esatta di uscita del nuovo disco è un evento da segnare sul calendario. In questo, Reje è sempre stato sul pezzo molto più di me, controllando quotidianamente il sito della Eibon – unica fonte per notizie di tal genere – e guai a sgarrare, con la perseveranza e la devozione che solo chi è stato un fan maniacale può conoscere. Quando è uscito l’ultimo dei Colloquio mi ha addirittura telefonato. Io, onestamente era da un po’ che avevo mollato il colpo, anche solo per una banale questione di autoconservazione: avessi continuato a sottoporre la mia mente e il mio fisico all’ascolto reiterato di quei dischi, a quest’ora non sarei qui a scrivere ma sotto un cipresso a farmi divorare anzitempo dai vermi. La ragione è che i Canaan (e i Colloquio, e i Neronoia, che è un progetto in cui confluiscono Canaan e Colloquio, il che è come dire morte più morte) avevano (hanno) il potere di amplificare ben oltre il limite dell’umanamente tollerabile una gamma di sfumature della tristezza virtualmente inesauribile.
Chi non ha mai sentito una canzone dei Canaan finora si è perso una delle colonne sonore migliori per i momenti (o giorni, o mesi, o anni, o vita) di disperazione più nera e dolore mentale più puro, senza filtri né barriere di sorta. Il leader e compositore principale del gruppo, Mauro Berchi, è un professionista della depressione; la sonda, la misura, la abita probabilmente da sempre, l’ha analizzata e vivisezionata instancabilmente, per anni, in lunghe interviste che somigliano piuttosto a esaurienti trattati di psicanalisi, l’ha plasmata a proprio piacimento (si fa per dire) lungo canzoni e dischi che sono la voce di chi la speranza l’ha già persa da un pezzo ma che comunque, per ragioni che ignoro, non riesce a farla finita, l’ha incanalata, attraverso una serie cruciale di uscite-chiave, in una piccola etichetta discografica che è stata un autentico faro nella notte senza fine degli afflitti, i deboli e gli umiliati (ma solo quelli con gusti musicali tendenti al dark più tetro, all’ambient più opprimente e al power electronics più molesto). Dopo aver subito un disco dei Canaan anche aver vinto alla lotteria sembrerà una disgrazia insormontabile. È roba pericolosa, roba che avvelena l’anima, che entra dentro la carne come una coltellata, ed è roba a cui – vai tu a sapere per quali masochistici motivi – non riusciamo a fare a meno.
Credevo di essermi liberato dell’allucinante cappa oppressiva dei Canaan dopo The Unsaid Words, disco che stranamente sentivo ‘distante’, che non mi rispecchiava al 300% come gli altri, e allora avevo lasciato perdere, avevo cercato altrove, ero perfino arrivato a dimenticarmi della loro esistenza dopo il secondo Neronoia; per alcuni mesi sono sicuro di non avere mai, nemmeno per un istante, pensato ai Canaan. Ma è impossibile cambiare quel che siamo, ecco perché non appena Reje mi ha scritto che sul sito della Eibon erano stati caricati due samples del nuovo album dei Canaan mi ci sono precipitato, e poi ho ritirato fuori l’intera discografia e me la sono sucata tutta dall’inizio alla fine, da Blue Fire a The Unsaid Words (che peraltro mi ha dilaniato come mai prima), un tour de force assolutamente scriteriato nelle pieghe dello stare male gratis, l’ultima idea che dovrebbe venire a un essere umano anche solo parzialmente sano di mente se non come anticamera del suicidio. Il prossimo step si intitola Contro.Luce, ed è una tortura a cui non vediamo l’ora di sottoporci. Non lo consiglio soltanto perché non vorrei cadaveri sulla coscienza, però insomma, sapete cosa fare.

Rozzemilia issue #6: MAHATMA/MOTHER PROPAGANDA

(foto di Maria Ambra Silvi)

L’estate 2009, come del resto gran parte delle estati nei dieci anni precedenti, era cominciata anzitempo: già a metà maggio si crepava di caldo fin dalle prime ore del mattino, una cappa di umidità asfissiante e impenetrabile avvolgeva costantemente la città come un sudario e gli unici momenti di tregua erano – quando andava bene – quelle due-tre ore nel pieno della notte in cui, se si era particolarmente fortunati, arrivava pure ad alzarsi una lievissima brezza. Nel tentativo di tornare a respirare per un po’, scappavo al Lazzaretto ogni volta che potevo. Il Lazzaretto è stato la mia seconda casa, oltre che il migliore centro sociale che Bologna abbia mai avuto (di quelli che ho fatto in tempo a vivere perlomeno; ero troppo piccolo e troppo pavido per varcare l’ingresso dell’Isola nel Kantiere quando c’era): una vecchia casa colonica sopra un pezzo di terra che era quasi campagna, da una parte il deposito dei treni e dall’altra il verde, nessun vicino a rompere il cazzo per i volumi, concerti e dj-set quasi tutte le sere, prezzi bassissimi, orari indefiniti, clima temperato e la compagnia di persone con gli stessi interessi. È stato lì che ho visto per la prima volta all’opera i Mahatma. La cornice era una maratona di otto ore di concerti – prevalentemente crust-hardcore – organizzata i primi di giugno come costola del Festival delle Culture Antifasciste, che si teneva in un posto dove invece di problemi con il vicinato ce n’erano eccome: a mezzanotte bisognava chiudere e quindi la serata si spostava al Lazzaretto. Dopo una serie di gruppi grind tutti identici, intorno alle 5 di mattina hanno cominciato a suonare i Mahatma; la formazione era il classico power-trio chitarra basso batteria con un paio di pedali a supporto per rendere il suono (ancora più) crasso e pastoso come un tocco di hashish quando ti si sfalda tra le dita. Esteticamente sembravano una frangia ribelle di hippie appena scappati dalla comune dopo aver sgozzato tutti gli altri: altissimi e dinoccolati, macilenti come una scultura di Giacometti, calzoni sdruciti, magliette sformate che neanche l’esercito della salvezza, capelli lunghi a coprire il viso. Non ci voleva un genio per capire che la musica sarebbe stata diversa, molto diversa, dal precedente bailamme antagonista ipercinetico. E infatti bastarono un paio di riff in cadenzata successione per catapultare la mente in un universo parallelo deformato e deformante, popolato da visioni spettrali, lo stesso luogo che nei decenni precedenti è stato zona franca di spericolati corrieri tossici delle più svariate origini ed estrazioni, unico comune denominatore la propensione naturale all’esplorazione delle zone più oscure del subconscio, preferibilmente con i sensi alterati da dosi robuste di sostanze psicotrope: dai Black Sabbath ai Blue Cheer, dai Saint Vitus agli Electric Wizard fino alle cavalcate stupefacenti (in senso chimico) degli Hawkwind e le risacche acide dei primi Monster Magnet, tutta roba che convergeva nelle micidiali jam semi-improvvisate dei Mahatma, ognuna un diverso microcosmo maligno a sé bastante, sulfureo come una vecchia cava siciliana e spaventoso come una corsa a perdifiato nel buio. Non ero drogato quella notte, ma già dopo il primo pezzo mi sentivo come se avessi tirato a più non posso per ore e ore da un chillum grosso e grasso come una bottiglia di minerale. Trattandosi di un trio di doom rock interamente strumentale la prima associazione mentale a scattare è stata quella – assai prevedibile – con i Misantropus, grandissimo e misconosciuto trio di Latina autore di un paio di splendidi album pubblicati tra il 2000 e il 2002 e tirati esclusivamente in vinile; ma rispetto a loro i Mahatma inglobavano nel loro suono una componente lisergica autenticamente minacciosa e insidiosamente inquietante, pur conservando al tempo stesso una condivisa propensione alla concisione e al controllo. Il risultato, ipnotico e destabilizzante, era una serie di brani (relativamente) brevi e totalmente privi di sbracate divagazioni ad minchiam (che restano il rischio maggiore di qualsiasi musica anche solo vagamente improvvisata), un blocco di suono compatto, magnetico, atemporale.
All’uscita il sole era già alto; intercettando il gruppo per i doverosi complimenti sono venuto a sapere che quello era stato il loro secondo concerto in assoluto (o qualcosa del genere). Da allora non li ho più visti suonare; ogni tanto incontravo casualmente il bassista o il batterista da qualche parte in giro (o l’uno o l’altro, raramente tutti e due insieme), soprattutto all’Atlantide o all’XM24, spesso a orari disumani. Ho poi imparato che il chitarrista Eugenio si è trasferito a Roma, il bassista Tommy è passato alla chitarra e insieme col batterista Carlo hanno proseguito cambiando il moniker in Mother Propaganda. In questa veste li ho sentiti venerdì scorso all’XM24, in una situazione praticamente speculare alla precedente: festival lunghissimo e inizio del loro set intorno alle 5 del mattino. Nemmeno stavolta ero drogato, però non mangiavo da circa 24 ore e i visuals allucinanti (un mix di scenari ultrapsichedelici in computer grafica alternati a scene da Il mostro è in tavola barone Frankenstein) facevano il resto; la musica non è cambiata rispetto ai Mahatma, sempre lo stesso trip velenoso e deragliante e allucinatorio ma la cura nei suoni è maggiore e i pezzi più incarogniti e il groove mentale e assassino assolutamente impressionante. Una macchina da guerra, Tommy con il suo arsenale di pedali (alcuni dei quali autocostruiti) e Carlo che sente ogni colpo sulle pelli come fosse l’ultima cosa da fare prima dell’apocalisse. Come Mahatma hanno inciso due CD-R (l’omonimo e Gilgamesh, entrambi in free download sul loro myspace) ma per ora il vero viaggio è live; con qualche altro concerto all’attivo e un ingegnere del suono coi coglioni potrebbero far piangere parte del catalogo Southern Lord. In ogni caso, musica che farebbe diventare tossico anche Ian MacKaye. Una benedizione.