Il listone del martedì: OTTO MUSICISTI CHE NE SANNO A PACCHI DI MUSICA

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Per sfatare il luogo comune secondo cui chi suona nei gruppi sia una capra ignorante che si è sentita sei dischi in vita sua, una manciata di persone i cui ascolti ci hanno influenzato e ci hanno fatto stare bene

TOM HAZELMYER

La storia sarebbe che un tizio di Minneapolis fonda un’etichetta a metà degli anni ottanta per produrre i dischi del suo gruppo, che sarebbe la storia meno originale dell’indie rock di sempre se non fosse che il gruppo si chiamava Halo Of Flies e l’etichetta Amphetamine Reptile. Con la quale, sostanzialmente, Haze ci ha costretto a soggiacere ad un concetto di musica che era totalmente frutto di una sua sega mentale e l’ha imposto fino al punto da creare un genere musicale a sé. Anche da questo punto di vista non è che sia una storia così interessante, o almeno esistono altri esempi tipo Ian MacKaye, Greg Ginn, l’odiosissimo Jello Biafra (il cui unico merito era quello di spacciare musica non-punk ai punk), Greg Anderson/Stephen O’Malley e tutto il resto, ma non mi sembra la stessa cosa, o forse il fatto di avere imposto un’estetica nella quale per un certo periodo potevi stare su un palco con pantaloncini, berretto da baseball e scarpette tipo Reebok Pump ai piedi facendo comunque la figura dell’intellettuale è una cosa che impressiona solo me. (kekko)

STEVE ALBINI

Steve Albini è uno di quelli che dà una opinione sulle cose e quella diventa l’opinione giusta sulla faccenda (lo so che c’è un errore, è per tenerti sveglio).  Questo  riguarda qualsiasi argomento dello scibile, e approfitto dell’autogancio per riportare lo stralcio di un post su Rollins nel forum degli Electrical Audio: I guess I don’t see the point in exertion for the sake of exertion, and the element of vanity inherent in bodybuilding doesn’t appeal to me. If you’re conditioning yourself in order to do something, great. But I don’t see the value in picking things up off the ground and then putting them back. Più in particolare avere a che fare con Steve Albini vuol dire beccarsi un’opinione onesta tranciante e molto spesso negativissima su qualsiasi gruppo in terra ivi compresi quelli con cui lavorato (anzi soprattutto loro, magari perché ha cognizione di causa), questo da prima che diventasse musicista/produttore ma anche e soprattutto dopo. Il tutto è testimonianza per prima cosa del fatto che in certi casi sparuti (tre o quattro al mondo) lavorare bene ti può permettere di lavorare nella musica indie anche se sei una testa di cazzo, secondo che se hai inciso Songs About Fucking il tuo parere conta ancora un bel po’ e terzo (non so, ho avuto difficoltà a trovare la seconda motivazione in realtà). Va a finire che ad ascoltare le opinioni di Steve Albini per un lasso di tempo sufficientemente lungo si finisce plagiati in toto, diventando dei miopi rancorosi ancorché senza cognizione di causa per quanto riguarda microfoni e condensatori, e si inizia a prendere la vita per quello che è: un lungo topic sul forum di hatemusic.org nel quale il miglior gruppo mai esistito sono i Ramones o i Jesus Lizard e il peggiore gli Urge Overkill, e quasi tutti quelli in mezzo hanno qualcosa da nascondere. Va da sé che l’esistenza di Steve Albini non è particolarmente ben vista da chi legge le riviste e pensa che i musicisti passino il tempo a leccarsi il culo a vicenda: qualcuno ancora gli rompe il cazzo perché considera i Pixies un gruppetto (“la loro volontà di essere “guidati” dal loro manager, dalla loro etichetta e dai loro produttori è unica. Non ho mai visto quattro mucche più ansiose di essere prese per l’anello al naso e portate in giro”), qualcun altro lo ripesca di tanto in tanto per nutrire la scena di gossip (tipo l’affare Amanda Palmer: spara lì che chiedere ai tuoi fans di suonare gratis per te dopo che ti hanno allungato un milione di dollari in anticipo è una cosa da idioti, e i siti rititolano “Steve Albini dà dell’idiota ad Amanda Palmer”); qualcun altro rivede il suo giudizio in negativo dopo aver saputo che i Radiohead lo annoiano a morte. Succede. (kekko)

EVAN DANDO

Non è colpa mia se quando è uscito Il Laureato ero ancora dentro ai coglioni di mio padre (e lì sarei rimasto per diversi anni ancora). Nel 1992 però stavo già su questo pianeta, e in quel periodo mi capitava spesso di ascoltare alla radio un pezzo che mi piaceva molto. Mrs. Robinson. Lo cantavano i Lemonheads. All’originale di Simon & Garfunkel sono arrivato grazie a loro.
Nel 1995 esce un filmetto con una colonna sonora da paura: Empire Records. Dentro c’è il meglio di certo pop chitarroso e zuccheroso in equilibrio fatato tra Phil Spector e i gruppi della serie “Nuggets” però riaggiornato in chiave anni novanta e che urla anni novanta da ogni fibra. Una serie di numeri da tre minuti e via spaventosamente vicini all’idea di perfezione assoluta, magia pura, il concetto stesso di paradiso se il paradiso esistesse davvero, roba che farebbe schizzare la glicemia a livelli da polverizzare una mandria di bisonti e che solleverebbe il morale anche a Johnny di “E Johnny prese il fucile”. Quella colonna sonora, indispensabile se si vuole capire cosa significa essere vivi, l’ha assemblata Evan Dando.
Altre frequentazioni di quest’uomo meraviglioso: Eugene Kelly dei Vaselines (If I could talk I’d tell you, un altro pezzo che in meno di tre minuti dice più cose sul paradiso di quante ne dicano i vangeli), Mike Watt (Piss-bottle man, basta la parola), gente del giro australiano tipo Hummingbirds, Smudge, Godstar (basterebbe la loro opera omnia per stare bene vita natural durante), J Mascis e Murph, il regista James Mangold (Evan Dando recita in Dolly’s restaurant, inutile specificare che trattasi di una visione necessaria se avete un cuore e sapete farlo funzionare), poi certo Juliana Hatfield, poi certo i fratelli Gallagher nel periodo di massima deboscia quando l’uomo era diventato una specie di replica inconsapevole di Bez degli Happy Mondays ma ancora più inutile e patetico, il che ovviamente era sublime… E le cover anche, spesso migliori degli originali: Suzanne Vega, Townes Van Zandt, GG Allin, i FuckEmos… Senza di lui, che vita triste… (m.c.)

THURSTON MOORE

Fosse stato per i soldi immagino che i Sonic Youth si sarebbero limitati a continuare ad incidere dischi major di successo fino a diventare una barzelletta non divertente e/o dei reduci di guerra che intraprendono un reunion tour ogni vent’anni con stacchetto rumoristico per accontentare quelli che li preferivano puri, spettinati e confusion is sex. Questa cosa è stata evitata per puro caso per via del fatto che il cantante-chitarrista del gruppo è un fan di musica contemporanea in ogni sua forma, dalla più nobile alla più stronza e gratuita e priva di senso (vale a dire i My Cat is an Alien) Wolf Eyes a cose tipo Anthony Braxton o Rune Grammofon e cose simili. Thurston Moore, tra le altre cose, è la ragione principale per cui noise becero, folk macilento, avant-jazz e rock’n’roll urlato senza senso sono generi ascoltati dalla stessa gente, perlopiù un branco di irredimibili sfigati di fronte a casa dei quali bisognerebbe mettere per legge un cecchino che spari se provano ad uscire. E che pensano oltretutto di essere gli UNICI al mondo con un blend di gusti così vario ed assortito, gli unici ad ascoltare noise insensato e jazz minimale nelle stesse due ore e che odiano Thurston Moore e i Sonic Youth più o meno per gli stessi motivi per cui i fan della roba sponsorizzata da Kurt Cobain odiano i Nirvana, AKA grossomodo essersi svenduti alla musica commerciale e ai jingle del rock alternativo in tempi fin troppo sospetti. VAFFANCULO. Poi su tutto il resto delle cose fatte dai Sonic Youth, sia da su major che in libera uscita, ci si può pure buttare il sale sopra e tenercisi a distanza per puro principio, ma almeno arrendiamoci all’evidenza che i gusti musicali di Thurston Moore ci hanno tirato fuori dalla culla a calci in culo e ci hanno reso le persone sgradevoli che siamo, ci hanno riempito la casa di vinili dei Panicsville color ectoplasma imbustati nei cartoni della pizza e ci hanno fatto passare almeno una notte in bianco quando si trattava di comprare i biglietti per l’ATP più caciarone e coatto della storia.(kekko)

YNGWIE MALMSTEEN
“Lascia che ti chieda una cosa: Se uno dei tuoi colleghi, volontariamente o no, riempisse un suo articolo di errori di ortografia, cosa ne penseresti? Non credi che il suo articolo perderebbe in coerenza? Io ne sono sicuro. Leggere un pasticcio simile non servirebbe ad informare i lettori nel modo piu’ funzionale. E lo stesso vale per la musica. Un articolo pieno di errori di ortografia non piace a nessuno per una ragione molto semplice: Non è buono. Fa cacare.” (Yngwie Malmsteen inviperito dopo che a un blind test un redattore di qualche rivista gli aveva fatto ascoltare i Nirvana)
Le righe che precedono non contengono altro che sconcertanti verità. Certo non sarà facile capirlo per voi, scimmie illetterate che sprecate la vostra adolescenza tra un disco punk e un blog musicale: ma non c’è davvero nulla che si possa obiettare alle parole accordate e pentatoniche di Yngwie, un uomo costretto alle più atroci sofferenze essendo l’unico musicista rock, in fondo, a capirne di musica. Per lui deve essere un vero strazio. Come vi sentite voi, quando siete gli unici a capirne di quello di cui si sta parlando, voi che fate, che ne so, gli idraulici, e io vi chiamo e vi dico: ho il lavello interrotto, e voi: caso mai intasato, sì insomma, ma lo stappi, e voi dite, ok, deve esserci un’occlusione, e io: secondo me è un tappo, grossomodo è lo stesso, ma lei non usa la pompa?, che pompa?, la pompa che aveva il suo collega che venne un anno fa – come vi sentite? Malmsteen, perenne zimbello di praticamente chiunque ad eccezione di strani froci che insegnano chitarra ai tredicenni di Monteverde cercando di adescarli, è l’omino che tira fuori la merda dalle tubature che gli Steve Vai qualunque intasano di tritoni (con la o aperta, non gli animali – Yngwie se legge “tritoni” capisce al volo di cosa si parla) e pentatoniche, e quando finalmente riesce a liberarle, scopre con orrore che Steve Vai è decine di miglia sopra il più virtuoso dei non virtuosi che normalmente incidono dischi, vendono copie e sono adorati da noi giovani che di Bach conosciamo solo Sebastian senza Johann, e perdipiù lo riteniamo solo un personaggio di Una mamma per amica.
Perché il mondo è popolato solo da incolti pezzi di merda senza gusto, perché nessuno sa fare un bend passando correttamente da una nota e l’altra, perché – e non sto neanche ad argomentare la banale nozione che segue – i metallari autoproclamatisi tali non seguono le orme dei loro predecessori, Mozart, Vivaldi, Wagner? Malmsteen ha gusto, Malmsteen fa bend corretti col pensiero, Malmsteen avrebbe due paroline a dire a Wagner: Wagner, la terza corda del dodicesimo violino lì dietro è scordata di sette tritoni. L’animale? No l’animale, la nota! E comunque, a Bayreuth non si capisce un cazzo, rimbomba tutto. Malmsteen non rimbomba. Malmsteen è veloce, Malmsteen suona bene. Anzi, Malmsteen non suona, esegue. Quando Malmsteen esegue la caffettiera, il caffè passa in tre secondi e passando suona il Liebestod. A Malmsteen piacciono le cose pure: le persone a forma di persona, le note a forma di nota: “Lascia che ti dica una cosa……A me non piace Picasso e neppure nessun impressionista. A me piacciono Da Vinci, Rembrandt, Michelangelo……dell’arte “pura”. David Byrne ha recentemente scritto un libro sulla musica, e su questo Malmsteen ha scritto la recensione preventiva perfetta: “Non amo quei coglioni dei Talking Heads, non amo….quelli che fanno cose diverse fini a se stesse. E’ solo una scusa per non ammettere di non essere abbastanza bravi! Mi spiace ma io sono un purista. Trovo disgustoso che della gente paghi dei soldi per ritrovarsi con una merda simile di disco.”
Mi spiace, ma io sono un purista. E voi stronzi – vi leggo dentro – che avete preso per il culo Yngwie ogni giorno della vostra vita, sappiate che nel tempo che vi ci è voluto per leggere ogni parola di questo post, lui ha già eseguito un assolo. (ashared apil-ekur)

KURT COBAIN

Qualsiasi cosa pensiate dei Nirvana, se non vi siete calati nel pozzo di ascolti suggeriti da Kurt Cobain siete dei turisti del gruppo. Se vi siete calati nel pozzo e pensate ancora che i Nirvana siano il più grande gruppo in terra, siete probabilmente dei turisti della musica. L’una o l’altra c’è da perderci qualcosa, tanto vale cioè lasciarsi cullare dagli eventi e vaffanculo. Quando i gruppi punk melodici hanno iniziato a passare su major una delle scuse più usate era che lo facevano per il movimento, o cose simili: andavi a comprarti i Green Day perché stavano su MTV e nel giro di due mesi li sconfessavi per gli Stiff Little Fingers. Sarebbe una scusa stupida e/o un mare di minchiate mal indirizzate, ma èro,a p poi bisognava fare i conti col fatto che a un certo punto della storia dell’umanità è esistito Kurt Cobain. Uno dietro a cui hanno scritto milioni di pagine perché i Pearl Jam gli facevano cagare, che suonava al Saturday Night Live con la magliette su cui aveva scritto FLIPPER senza sapere che qualche anno dopo sarebbe diventata roba da pret à porter. Uno che, tra le altre cose, è responsabile da solo di tutto il culto ventennale intorno a gente tipo Vaselines, Jandek, Daniel Johnston, Wipers, K Records in blocco e via discorrendo (per alcuni di questi è responsabile anche del fatto che qualcuno li abbia mai sentiti nominare, in effetti). Uno che ti sbatteva i gruppi in faccia senza secondi fini e sulla sola forza dell’entusiasmo di farti ascoltare un gruppo perché a lui, buonanima, piaceva. Incidentalmente, la lista degli artisti di cui Cobain era innamorato è il perfetto incrocio tra musica di qualità assoluta ed ostentato bisogno di scavare più sotto del tuo vicino di casa: quasi tutti degli scappati de casa irredimibili che in un’altra vita si sarebbero visti tirare addosso i dischi anche dalle sorelle, roba che su un pubblico di gente “attenta” ha creato un’onda di andate e moltiplicatevi che ha messo in moto una caccia istituzionalizzata al cantautore più scalcinato e stronzo della storia dei cantautori scalcinati e stronzi –contrariamente a quel che mi piace pensare di Cobain la maggior parte del pubblico che ascolta musica sfigata lo fa perché ama la sfiga o non ha gusti musicali o per impressionare le ragazze, o tutte e tre le cose assieme. Cosa ancor più sublime, venire a contatto con gente tipo Wipers o Melvins o Flipper ha portato una ragionevole percentuale di fan dei Nirvana a disconoscere i Nirvana in quanto mezzeseghe e plagiari di tutta una serie di gruppi che hai conosciuto solo perché Cobain era in fotta e pensava che la DOVESSI ascoltare e ti ha fatto il favore di indossare la maglietta nel poster a cui hai dato fuoco nel nome dell’indipendenza e del non ciucciarti quello che si ciucciano tutti gli altri. È un mondo difficile.(kekko)

MIKE PATTON

Uno che ha sciolto i Faith No More prima della crisi creativa (il disco debole dei FNM è tipo Album Of The Year, che se li avessimo ascoltati ai tempi magari Serj Tankian l’avremmo assassinato nella culla) per dedicarsi a tempo pieno a cose tipo Fantomas, diciamocelo, una sua inclinazione ce l’ha. Si è poi scoperto che Mike Patton, erroneamente spacciato come genio da tutta una sottocultura di metallari non-malmsteeniani in cerca di scuse per guardare più al di là del fiacco presente di cui peraltro manco fan parte essendo il presente un luogo fin troppo comodo per uno che sogna di passare la vita dentro una tomba o in sella a un dragone, dicevo Mike Patton è solo un buon cantante, uno che è bravo soprattutto a inzeccare le note e a fare il matto senza esserlo davvero, e una metà grassa dei suoi progetti post-reunion si barcamena in uno spettro qualitativo che va dal poterne fare agevolmente a meno al pesantemente sconsigliato. Quello che invece lo mette in pole position nella lista di chi ne capisce un casino di musica è la mole di uscite fichissime messe insieme sulla inizialmente-non-sembrava-così-importante Ipecac (voglio dire, l’ha fondata col cantante dei DUH!, come faceva a sembrare una roba seria), a cominciare dai 314 dischi dei Melvins per arrivare a cose che stanno tranquillamente tra le migliori uscite degli anni duemila in toto, tipo i dischi di Orthrelm, UNSANE, Zu, Dalek, Locust, Moistboyz, l’antologia su Morricone che non è anni 2000 ma è uscita comunque negli anni 2000 a funerali della musica già avvenuti e a testimonianza del fatto che andare a riproporre musica che tutti già conoscevano e ascoltavano senza sapere di conoscere e ascoltare era molto più fruttuoso che impazzire dietro le seghe mentali di qualcuno che pensava di conoscere e produceva musica che stava a quella di allora come il riso integrale che si cuoce in 40 minuti sta al Carnaroli del supermercato (no, ho sbagliato esempio). Sta di fatto comunque che nel suo voler diventare lo Zorn dei poverissimi e fare di Ipecac la sua Tzadik, ci siamo trovati in mano una roba molto più sciolta e tranquilla che faceva sempre uscire il disco che avevamo voglia di ascoltare, e senza duecentosei dischi di compleanno. Il tutto nonostante Mike Patton ci sia stato sempre più sui coglioni ad ogni nuovo disco uscito, finchè non ci è toccato gettare la spugna e decidere che a conti fatti gli anni duemila sono stati una bella cavalcata e non essere un genio non è poi tutta ‘sta colpa.(kekko)

ANTIMTVDAY #10 (e tutto quello di cui potrebbe parlare un pezzo con questo titolo)

(Tuono Pettinato. Non so se sia mai stata disegnata una locandina più bella)

Per sapere cosa si è, bisogna aver chiaro cosa non si è.
(Laghetto, Uomo Pera)

Trent’anni fa, quasi esatti, iniziavano le trasmissioni di MTV Usa. Era una rete che trasmetteva video ed è finita per diventare la massima espressione televisiva della nostra generazione, intendendo per nostra qualsiasi generazione compresa tra –boh- i 15 e i 25 anni nel momento delle trasmissioni.

Nel ’97 nasce MTV Italia. L’anno successivo avviene la prima edizione dell’MTV Day, un festival gratuito in cui una serie di artisti alternativi italiani (pescati tra quelli che vendono più copie) si esibiscono al Parco Nord di Bologna. Nel 2000 il pubblico alternativo dell’MTV Day si cura di bottigliare i Lunapop (rei probabilmente di rubare la scena agli altri artisti che si avvicendano sul palco, gente tipo Elisa e Ligabue). Nel 2002, dopo un anno di buco, sul palco dell’MTV Day si alternano Afterhours, Piero Pelù e Meganoidi. A circa cinque chilometri di distanza, nello stesso momento, ha luogo un festival punk chiamato AntiMTVday: in cartellone Laghetto, Fine Before You Came, Settlefish, Anna Karina, Nativist e gente simile.

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