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IL LISTONE DEL MARTEDÌ: dieci foto di gruppi che giustificano da sole la deprecabile arte del fotografare i gruppi

Torna l’appuntamento con il listone del martedì. Questa settimana vorrebbe essere una cosa disimpegnata, ma forse anche boh. Dieci foto che danno un senso parziale ai duemila euro che avete speso per la reflex e il lomokino. E ovviamente la prima della lista è

QUALSIASI FOTO DI JASON NEWSTED
Questa cosa risale ai tempi dei forum e delle webzine metal, sarebbe troppo complicato spiegarla e spiegare come mai tra i più grandi rimpianti della nostra vita ci sia passare notti insonni al computer rompendo i coglioni ai moderatori del forum di metallus.it e derivati.

LA COPERTINA DI LONDON CALLING
Le biografie ufficiali raccontano che Paul Simonon è finito dentro ai Clash nonostante non sapesse suonare, perché era un figo e stava bene col basso a tracolla. Qualche anno dopo viene fotografato nell’atto di spaccare il basso a terra (oppure no) e sbattuto in una copertina che vorrebbe essere lo spoof di un disco di Elvis Presley. Non so se l’ho mai detto qui ma io odio tre o quattro gruppi al massimo quanto odio i Clash. La foto finisce dentro perché in qualche modo poi t’ascolti il disco e pensi diobono, se mi limitavo alla copertina. No, scherzo. No, non scherzo. (altro…)

Il più che necessario post sugli anniversari.

L’11 settembre 2001 crollavano le torri gemelle a New York. La prima cosa che ho letto ieri in proposito era su Facebook ed ovviamente era una cosa sull’11 settembre del ’73 (noia). Per un certo numero di secondi ho pensato di fare un post stile “cosa facevi quando son crollate le torri” ma poi ho pensato che l’avrebbero fatto tutti e quindi vaffanculo. Comunque ero dentro il cassone di un camion.

L’11 settembre del 1987 moriva Peter Tosh. Da lì in poi non era più possibile distinguere Peter da Bob Marley dicendo “Bob Marley è quello morto” (cit.).

Il 12 settembre del 2003 moriva Johnny Cash. Non ho nessuna opinione rilevante su Johnny Cash, come del resto tutti quanti. Mi beo con un briciolo d’orgoglio di aver saputo dell’esistenza delle American Recordings prima di sapere della morte di Johnny Cash, anche se non posso fornire alcuna prova della cosa. Ho sempre pensato, in totale controtendenza con il resto del mondo, che le cover sparse in giro per i suoi dischi sono mediamente più brutte degli originali, tipo Personal Jesus o I See a Darkness non s’ascoltano. Anche di Hurt, comunque migliore delle altre, è finalmente il caso di accettare che l’originale dei Nine Inch Nails è molto più figo e teso e sensato. Qualcuno, non ricordo chi, scrisse un pezzo in cui si chiedeva quanti dei fan TOTALI di Johnny Cash che erano spuntati fuori dopo la sua morte e il relativo film avessero effettivamente ascoltato dischi di Johnny Cash che non fossero le American Recordings, il live a Folsom e/o qualche raccolta di merda pescata nei cestoni del Media World. Quando lo lessi mi sentii una lama bruciare nel cazzo di costato.

Il 12 settembre del 2008 moriva David Foster Wallace, probabilmente l’unico vero genio (o comunque uno dei pochissimi) della letteratura americana contemporanea. Il primo libro che lessi di lui fu Brevi interviste con uomini schifosi, seguito da La ragazza con i capelli strani. Poi ho letto anche La scopa del sistema e Infinite Jest, anche se di quest’ultimo non ho portato a termine la classica lettura-mattone in cui tutti gli indie si cimentano una volta nella vita –e passano il resto della stessa vita da indie a parlarne- e anzi sto considerando da qualcosa come sette anni l’idea di riprenderlo in mano, pur sapendo che è del tutto probabile non succederà mai. Non ho più toccato un suo libro, anzi, dacchè l’autore si è ucciso, senza nessuna vera e propria ragione. Tutto il resto non l’ho letto, anche se potrei aver millantato di averlo fatto in diverse occasioni.