Un anno di Stregoni

*Questo è un diario di appunti sparsi presi nel corso del primo anno di Stregoni

Da quasi dodici mesi sono uno Stregone. Mi alzo la mattina prestissimo, controllo la posta o whatsapp e al posto dei miei contatti tradizionali trovo messaggi vocali in Pidgin, il broken english mescolato con i dialetti africani. Trovo canzoni, preghiere, fotografie e richieste di aiuto.

Che cosa facciamo con Stregoni. Suoniamo con gli ospiti dei centri migranti. Nell’ultimo anno siamo stati praticamente ovunque in Italia e poi abbiamo avuto la fortuna di intraprendere un viaggio che ci ha portato a Parigi, Bruxelles, Amsterdam, Amburgo, Copenhagen e Malmö. Questo viaggio è diventato un film.

Da quando il progetto è partito abbiamo suonato con più di 900 persone diverse, tutte richiedenti asilo provenienti da Mali, Nigeria, Etiopia, Gambia, Senegal, Siria, Niger, Iraq, Afghanistan, Costa d’Avorio, Sierra Leone, Sudan, Eritrea, Libano, Pakistan, Palestina.

Stregoni è un confronto continuo e faticoso. Lo abbiamo accettato da subito, facendo i conti prima con i nostri limiti, scegliendo di sfidarli,  metterli alla prova e successivamente trovandoci a confrontarci con le diverse sensibilità dei ragazzi che abbiamo incontrato.

Stregoni alla Festa del Ringraziamento – Foto Marco Pak Pasqalotto


Il nemico
Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, i problemi più grossi non li abbiamo avuti con neofascisti, leghisti o quei ragazzacci del Family Day.
Il nemico invisibile contro cui lottiamo dal giorno in cui siamo partiti con questa avventura è la Nostalgia, un muro spesso e molle, difficile da infrangere.
La nostalgia non serve solo al marketing o alla politica. In Europa, così come in molte altre parti del mondo, questo sentimento minaccia la convivenza di gruppi diversi all’interno dello stesso territorio perché distorce la realtà.
Un tempo si trattava di una semplice distorsione del passato: oggi, data l’assenza di alternative e di ideologie, la nostalgia sta facendo a pezzi anche il presente e il futuro.
Non si tratta solo dei filtri di instagram, della retromania, di serie ultra-citazioniste come Stranger Things o di andare a vedere la reunion di vecchi rocker settantenni. La nostalgia agisce molto più in profondità, soprattutto in chi, come nel caso dei ragazzi che suonano con noi, ha dovuto affrontare una migrazione.

Paris – Stalingrad Camp – Foto Johnny Mox

Tutti i rifugiati che hanno abbandonato la loro terra condividono un profondo senso di struggimento nostalgico, un disorientamento a cui non viene data alcuna risposta. Non hanno solo perso la casa, hanno perso un’idea di presente, di quotidianità, a cui restano appesi con i loro smartphone, vagando in città come zombie in cerca di wi-fi.

E qui cominciano i problemi. Ci siamo trovati a fare i conti con due diverse nostalgie, che rischiano di generare conflitti e fratture.

Em Slim – Foto Johnny Mox

La nostalgia stanca e decadente dei millennials occidentali, che si rifugiano (mi ci metto pure io coi miei vinili) nel tepore di un mondo lontano perduto. Sono lo specchio di un presente in crisi perenne, insidiato e irrimediabilmente minacciato.

Dall’altra i migranti sono la materializzazione di questo fantasma: ma la loro è una forma molto diversa di nostalgia. Non riuscendo a trovare un posto in una società incapace di ripensarsi, sono sempre di più quelli che inconsciamente scelgono di rifugiarsi in un mondo ideale e puro pervaso dalla nostalgia di luoghi e case, lingue e costumi che hanno perduto violentemente.
Sarebbe proprio la nostalgia il vero motore della radicalizzazione di molti islamici-europei di seconda o terza generazione, la cui ribellione contro la società viene alimentata da una sentimento nostalgico folle e distorto di un mondo che nessuno di loro ha mai veramente vissuto.

Kora player – Fattoria di Vigheffio Parma

Io continuo ad avere a che fare con ragazzi che fisicamente si trovano a vivere in Italia, camminano per le nostre strade, ma hanno ancora la testa in Africa o in Asia. E il cellulare in questo caso è il vero e proprio cordone ombelicale che li tiene attaccati alla loro terra.

Non c’è niente di sbagliato: i ragazzi impazziscono per la stand-up comedy made in Nigeria perché è obiettivamente divertentissima: stanno tra di loro a ridacchiare su youtube esattamente come migliaia di ragazzi italiani in Erasmus si ritrova(va)no a Parigi o Bruxelles a vedere la partita e farsi la spaghettata con il sugo portato da mammà.

E’ evidente però che la combo nostalgia + social network rischia di rivelarsi un cocktail micidiale. La nostalgia agisce come una droga, tranquillizzante o stimolante a seconda delle esigenze, come un nuovo oppio dei popoli. Ciò che conta è che sta riducendo a brandelli la stessa idea collettiva di futuro.

Estasiarci 2016 Viterbo – Foto Chiara Ernandes

Nostalgia del Futuro
Occorre al più presto capire chi sono le persone che arrivano nelle nostre città, quali siano le loro speranze, le aspettative, i muri culturali da abbattere.
E’ questa la ragione per cui c’è bisogno al più presto di trovare una strada diversa, prendendosi qualche rischio se necessario. Per farlo abbiamo scelto di cercare una visione nuova, non solo a livello musicale, sbarazzandoci della nostalgia in ogni sua forma, a costo di produrre per tentativi, a qualità intermittente.

Amsterdam Canals with Wasim

Se c’è una cosa che ho imparato da Stregoni è la libertà di sbagliare.
Ho provato (senza riuscirci sempre) a sfidare i miei limiti, a guardare agli altri e me stesso per quello che sono, libero di non capire, libero di arrabbiarmi e di porre interrogativi in uno sforzo continuo nella tensione verso gli altri. La forma che abbiamo scelto non solo per i live ma per tutto quello che produciamo rispecchia esattamente questo tipo di ricerca. Come nella vita vera, come in ogni relazione, serve un tempo per conoscersi, studiarsi, annusarsi e se serve, sbagliare tutto e ricominciare.

Stregoni è nato da subito rifiutando l’idea di band stabile proprio per questo. Siamo un laboratorio perenne senza membri fissi: quello che ci interessa è creare le condizioni per avere uno spazio di confronto più grande del palco, più grande della sala in cui il pubblico assiste all’esibizione. Troppo facile scrivere una bella canzone di sensibilizzazione: non c’è niente da sensibilizzare, questa gente è qui, vive tra noi e ha bisogno di risposte, di azione.

Paris – Theatre de Verre

Non si tratta di andare semplicemente a tempo assieme sul ritmo, quello che si crea con Stregoni è un campo di attrazione magnetica tra gli individui. La musica ha questa forza, quella di dare vita ad uno spazio fisico nuovo, all’interno del quale chiunque può muoversi liberamente ed entrare in contatto. Poco importa se siamo seduti in cerchio a pregare tutti assieme in mezzo alla foresta pluviale, o se ci troviamo in un centro migranti a condividere mp3 con il Bluetooth perché la connessione  è lenta.

Prendi proprio il caso del Bluetooth.
Prima di Stregoni non l’avevo mai utilizzato. Ho imparato ad usarlo grazie ad un paio di ragazzi del Gambia. Da loro è normalissimo scambiarsi musica o video da telefono a telefono. Se ti trovi nel deserto senza connessione internet non c’è amico migliore del bluetooth. Abbiamo tutto da imparare dall’Africa quando si parla di utilizzo punk della tecnologia.

Milano – Santeria Social Club

Paris – Theatre de Verre

Il Futuro di Stregoni
La prima fase di Stregoni si è conclusa, stiamo ultimando assieme a Joe Barba il documentario che racconterà il nostro viaggio in Europa. Dopodiché, come più volte è stato ribadito, ci piacerebbe gradualmente scomparire dalla scena, dando la possibilità ai ragazzi più bravi che hanno suonato con noi di muovere i primi passi in autonomia, utilizzando nome e logo del progetto per organizzare serate di musica nei locali da soli.

Il sogno che coltiviamo è un week-end con cinque concerti di Stregoni in contemporanea in cinque posti diversi d’Europa. Sarebbe il compimento assoluto del progetto.
Responsabilizzare queste persone, renderle protagoniste di un’avventura artistica e perché no, anche lavorativa.
Intanto abbiamo già cominciato a muoverci, creando due cellule separate, a Trento e Verona: io sto lavorando con i ragazzi della residenza Fersina e Brennero nella mia città, mentre a breve a Verona partirà un ciclo di laboratori curati da Marco / Above the Tree assieme ad alcuni membri dei C+C=Maxigross.

Tra i progetti in cantiere c’è anche la creazione di un vero e proprio network radiofonico completamente gestito via smartphone: un programma mensile con musica e “conduttori” multilingue che consenta ai migranti che arrivano in italia di potersi scambiare informazioni utili in un contesto diverso e informale.

Stregoni Workshop – Foto Vito A. Guglielmini

Don’t take my kindness for weakness
Mi chiedo di continuo cosa sarà di molti dei ragazzi che conosco già a partire dalla prossima estate, quando usciranno dai progetti di accoglienza o quando la loro richiesta di asilo verrà respinta.

Gli sbarchi, che nel 2016 hanno raggiunto il numero più alto di sempre, riprenderanno tra poche settimane. Lo scorso anno sono stati espulsi circa 1800 migranti. Una cifra che equivale alla metà del numero di richiedenti asilo arrivati con un solo sbarco.

Sappiamo tutti che gli accordi tra Italia e Libia non risolveranno il problema dei visti e ci faranno sprecare un montagna di denaro che invece andrebbe impiegata per i progetti di accoglienza.

C’è un grosso buco, un cratere che si allarga ogni giorno ed è un buco politico che rischia di inghiottire tutti quanti. L’assenza di regole, di un piano, una visione che vada oltre “l’emergenza” migranti sta producendo danni irreparabili ed è un assist a chi specula sulla paura.
Abbiamo un’opportunità incredibile da sfruttare, una soluzione che sbloccherebbe il problema della crescita demografica ed economica.
Un insegnante precario ogni dieci migranti, per accelerare sull’apprendimento della lingua, ma anche per una formazione mirata e specializzata.
Un investimento che, facendo incontrare due generazioni, quella dei nuovi arrivati e quella iper-qualificata dei giovani laureati, risolverebbe il problema più grande di questi anni, quello del lavoro.

Continuare a negare quest’opportunità a chi arriva e a chi già vive in Europa, avrà conseguenze disastrose: e non serve uno Stregone per fare una profezia del genere.

Stregoni su FB
Leggi il diario di Stregoni Parte 1

Copenhagen – Center kongelunden

Malmoe – Kontrapunkt

Stregoni

SERMM STREH

*Questo è un diario di appunti sparsi presi nel corso dei primi sei mesi di Stregoni

Da quasi sei mesi sono uno Stregone. Mi alzo la mattina prestissimo, controllo la posta e al posto dei miei tradizionali contatti trovo mail in arrivo da “Suor Rita” o dai referenti di qualche associazione umanitaria.

Che cosa facciamo con Stregoni. Suoniamo con gli ospiti dei centri migranti girando tutta la Penisola. Abbiamo scelto da subito di non avere una band stabile, gli unici membri fissi siamo io e Marco (Above the Tree). In ogni città in cui suoniamo cambiano i ragazzi, cambia la loro nazionalità e cambia anche radicalmente il sound. Tutti i concerti a loro modo sono unici e irripetibili.
Da quando il progetto è partito abbiamo suonato già con circa 200 persone diverse, tutti Richiedenti Asilo.

L’idea da subito è stata quella di andare a vedere come vivono queste persone una volta arrivati nelle nostre città. Tutti quanti conosciamo bene cosa succede in mare o le difficoltà che ci sono ad attraversare i confini. Ma cosa fanno tutti questi ragazzi a pochi metri da casa nostra?

La risposta è sempre la stessa: vivono in una specie di bolla, in attesa che la commissione esamini la richiesta di asilo, trascinandosi tutto il giorno in cerca di wi-fi. Quello che facciamo è cercare un contatto, creando un terreno di scambio vero attraverso la musica, partendo da quella che ascoltano.

Quello che succede sul palco è indescrivibile: ci sono dei momenti in cui le cose girano a mille, in cui hai la sensazione di essere in mezzo a qualcosa di più Grande con i tuoi fratelli di sempre.
Altre volte invece è durissima, si fatica, il suono zoppica, i ritmi si sfasciano e il palco diventa un posto enorme e desolato. Poi però tutte le volte scatta sempre qualcosa e la musica arriva a travolgere tutto.

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Foto: Cristiana Rubbio

Le difficoltà, la fatica a capirsi e a trovare sintonia non solo sono fondamentali, ma necessarie per questo progetto . Non sei venuto a sentire l’ennesimo cantautore che scrive il pezzo impegnato sui migranti sepolti in mare.
Tutto quello che facciamo con Stregoni, ogni aspetto strutturale e di forma del progetto è il messaggio.
La difficoltà, rappresentata sul palco, assume un significato più profondo: stai vedendo con i tuoi occhi gente diversa con storie diverse che fatica a venirsi incontro. È dura, dev’essere dura, ma quando poi la porta si spalanca, la stregoneria diventa un’esperienza travolgente.

La chiave dell’intero progetto sono i telefoni. I famigerati smartphone, strumentalizzati da quelli che noi chiamiamo gli Ultras dell’ignoranza.
Arrivare dall’Africa o dall’Asia in Europa senza un telefono cellulare è impossibile. Sugli smartphone c’è il Gps, in Africa effettuano addirittura i pagamenti con le ricariche telefoniche, aggirando le banche. Sui telefoni ci sono le fotografie, i video dei villaggi delle città che queste persone hanno attraversato e c’è anche tantissima musica.
Da quella musica, da quegli mp3 noi partiamo ogni volta, invitando i ragazzi sul palco col telefono a mettere una canzone. Io poi ne faccio un loop e da quella porzione di pezzo partiamo con la stregoneria. È un viaggio lungo e faticoso, che culminerà alla fine dell’estate con un tour-documentario nei centri migranti di tutta Europa.

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Foto: Edoardo Conforti

Nell’arco di questi mesi il nostro punto di vista si è arricchito: ho conosciuto gente con storie potentissime alle spalle. Come Muassin (spero si scriva così).
Muassin viene dall’Afghanistan, è arrivato a piedi in Italia dalla Turchia, mettendoci due mesi. È una cosa a cui ancora fatico a credere.
Mi ha fatto vedere sul braccio i segni delle torture che ha subito. A Kabul era attivista di un partito ribelle, ma ha dovuto lasciare il paese per evitare la persecuzione. Nonostante sia arrivato in Italia da poco più di sei mesi conosce già la lingua meglio di tanti altri richiedenti asilo. T-shirt con scritta “Italia”, la faccia e lo sguardo di uno che ce la farà a trovare il suo posto qui da noi. Forza Muassin.

Gilbert invece in Nigeria ha lavorato come saldatore, faceva il pugile e arrotondava portando in giro gente con la sua motocicletta-taxi. Qualcosa è andato storto con uno di Boko Haram e ha dovuto lasciare di corsa il paese. Otto mesi di Libia e poi in Italia: è un po’ che non mi risponde al telefono, chissà dov’è finito, credo che sia arrabbiato con me. Ieri ho anche scoperto che sono tantissimi i gambiani che devono fingersi gay per ottenere il visto. Le storie sono migliaia, e sono tutte lì, sul palco a spassarsela con noi.

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Foto: Gabriele Spadini

Stregoni è una battaglia continua, qualcosa che non riusciremo mai a controllare fino in fondo. La musica alcune volte è scadente, disordinata, caciarona ma è molto più viva e vera di tanta roba che sento in giro. Siamo lontanissimi sia dalle mappe della musica “impegnata” fuorisede e tavernello, sia dalle geografie indie-elettronica. Eppure è questo il suono dell’Europa di oggi: rap r’n’b nigeriano col vocoder, highlife, afrobeat electro con Johnny Mox e Above the Tree sullo sfondo che drogano, sfocano il tutto ed alzano il livello dello scontro ritmico. È una sfida, ma è anche un modo per costringerci ad aprire gli occhi sulla realtà. Stanotte sono tornato a casa spossato ma contento dopo aver sudato tra i niggaz smadonnando con gli afghani, i loro balli di gruppo, le difficoltà che ci sono a dare spazio a culture diverse. Preferisco questa fatica, queste difficoltà al clima di sconfitta che regna un po’ ovunque tra band e concerti.

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La Trappola
L’accoglienza dei richiedenti asilo, così come è organizzata, è una trappola: i tempi sono lunghissimi e per chi è fuggito dalla povertà e non da una guerra, le speranze sono ridotte a zero.
Dobbiamo capirlo in fretta, prima che la frustrazione di questa gente vada a sommarsi alla frustrazione degli italiani, dei disoccupati, degli immigrati arrivati nei primi anni zero che pagano le tasse. In giro ci sono situazioni che con il protrarsi dell’esasperazione possono trasformarsi in una polveriera. “Sono in Italia da due anni, voglio lavorare, sono stanco di stare senza far niente ma devo aspettare quello che dice la commissione“. Da quando siamo partiti con il progetto di Stregoni questa è la frase che ho sentito più spesso. Sono parole che lasciano trapelare tutta la frustrazione, il senso di impotenza e mancanza di futuro che avvolge la vita di queste persone, che non sono messe in condizione di agire per trovare la propria strada.

Abbiamo tutti bisogno delle stesse cose: lavoro e futuro. Eppure i dati parlano chiaro: in Europa c’è bisogno di forza lavoro giovane, il calo demografico non minaccia solo l’Italia ma anche paesi come Germania e Olanda. Servirebbe al più presto far partire un new deal europeo, per dare una risposta a tutti questi arrivi. Tanta gente che raggiunge l’Europa significa anche aumento della domanda, nuovi consumi. Occorre mettere in condizione queste persone, arrivate per sfuggire ad una guerra o semplicemente alla ricerca di una vita migliore, di avere la possibilità di vivere meglio.

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Foto: Edoardo Conforti

Dimentichiamoci l’integrazione, che è una parola ambigua. Come dice Žižek “Il mio ideale di convivenza è un grande palazzo in cui gente di ogni razza e religione si ignora, ma lo fa gentilmente, in modo molto tollerante. Poi magari nasceranno delle amicizie, degli amori, ma non può accadere in maniera forzata“.
Prendi il kebabbaro o il pakistano con l’internet point: mica sono diventati imprenditori per spirito di avventura: hanno aperto un’attività che fonda il suo sostentamento sulla presenza di una comunità di riferimento. Non avevano altra scelta. Non sono di certo le birrette che compero io alle due di notte a dare da vivere al pakistano, il paki vive grazie alla sua gente, alla sua comunità. Il paki però a fine mese paga le tasse, l’affitto e un pezzo di pensione dei tuoi genitori.

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Foto: Giulia Pedrotti

Don’t take my kindness for weakness
L’Europa sta commettendo un crimine senza precedenti a non concedere una possibilità concreta a queste persone. E molti europei stanno sbagliando lotta politica.
Prendi le manifestazioni al Brennero, con le cariche di routine, come fosse uno sceneggiato. Dov’erano i richiedenti asilo? Perchè non sono stati coinvolti? E’ vero, quelli che hanno manifestato al Brennero facendo a botte coi celerini sono europei e hanno il diritto di dire la loro sulla chiusura dei confini, ma è evidente come tutta l’operazione sia risultata debole. Che battaglia stai combattendo? Che messaggio stai lanciando?

Accoglierli tutti, creando un sistema sostenibile, con condizioni anche dure, ma condivise. Noi ci arrabbiamo tantissimo perchè molti ragazzi in Italia già da mesi non hanno ancora imparato l’italiano. Non va bene, dobbiamo tutti essere più esigenti. Certo il Ramadan è importante, andare in chiesa è importante, ma è altrettanto vitale imparare la lingua, prendere la patente, formarsi il più possibile.
Per l’autunno abbiamo in mente un progetto che speriamo riuscirà a mettere alcune risorse in circolo.

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Stregoni è una fatica immensa, ma è anche l’esperienza musicale più potente della mia vita. Non è stato facile far partire tutta la macchina: In questi mesi senza i contatti di Seba dei Kuru, l’aiuto del Cinformi a Trento, i video di Joe Barba, Nicola Fontana, Constantin Capota, Vito Guglielmini, Paolo e Gian Luca di Pentagon Booking, I ragazzi del Locos, Sericraft che ci ha stampato le maglie, Chiara di Rockit, Il Betterdays Team, Marco Pecorari e Andrea Pomini di Rumore, Stefano Pifferi di Sentireascoltare, Arci Viterbo che ha subito creduto nel progetto, Intersos, Denis Longhi, Edo Grisogani, La Festa del Ringraziamento a Finale Emilia e il Mu Festival che quest’anno hanno deciso di destinare una parte dei ricavi del Festival al nostro progetto.
Stregoni va avanti anche grazie a queste persone.
Grazie davvero.

Per sostenerci ordina questa maglia a stregoniteam@gmail.com

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Una decina di dischi senza nessun legame l’uno con l’altro.

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(A)TOLL – WITH CLENCHED TEETH Sul sito di MotherShip, che sarebbe l’etichetta, c’è scritto “pensate a un tizio che frena la metropolitana con i propri denti”. Cosa gli dici a un gruppo che l’etichetta te lo descrive così E che fa disegnare la copertina a Ratigher? Sostanzialmente “stai attento a non diventare i Cattle Decapitation o i DEP”. Pericolo scampato, per ora. Accattatevillo. COHEED AND CAMBRIA – THE AFTERMAN: DESCENSION La cosa brutta di questo disco è che è la seconda parte di un concept doppio, il che peraltro nei dischi dei C&C non importa un cazzo di niente perché (l’ho letto su Wiki) tutti i testi del gruppo vengono comunque da una saga sci-fi a fumetti scritta in parallelo dal cantante e che (per quanto ne so) potrebbe essere la più grande opera a fumetti mai partorita dall’uomo, ma NE DUBITO perché appunto è musicabile dai Coheed and Cambria, probabilmente il peggior gruppo rock mai esistito, una specie di insopportabilissima declinazione prog-metal del peggior Bon Jovi con i membri del gruppo abbigliati in modo che qualcuno pensi si tratti di “metal-core”. Non che questa non sia una colpa di per sé, ma parliamo comunque di un gradino più basso infame e colpevole, roba di fronte alla quale –tra le altre cose- le nuove generazioni di ascoltatori sono completamente inermi e prone. L’ennesima dimostrazione che la rivoluzione, anche a questo giro toccherà ai vecchi fare la rivoluzione, o perlomeno riempire i figli di ceffoni e costringerli ad ascoltare roba rumorosa e vestirsi decentemente. Fate conto che al confronto l’ultimo disco dei Muse è un EP dei Negative Approach. BAD RELIGION – TRUE NORTH Conosco e odio i Bad Religion dalla seconda superiore, il che vuol dire vent’anni. La loro colpa principale è quella di non essere più punk, avere venduto una vagonata di dischi e tutte quelle robe lì, o in alternativa di aver cambiato l’impostazione sonora meno di quanto abbiano fatto gli ACDC; tutta roba che dopo vent’anni inizia a essere un argomento deboluccio e mi può permettere di godere appieno del loro ultimo disco, ennesima cafonata mainstream-punk di sinistra ascoltabile dall’inizio alla fine senza sentire il peso della fatica e del quale ci si può permettere di dimenticare l’esistenza entro la fine del mese. PRIMITIVE MAN – SCORN Che stronzata è chiamare un disco Scorn se il suono ricorda vagamente i Godflesh? Scherzo. Questi Primitive Man sono un gruppo con attitudine industrial (attitudine nel senso italiano della parola) che suona sludge metal cafone con la voce che essendo industrial è anche quella filtratissima e malignissima, se volete un altro paragone vi direi i primissimi Napalm Death dei pezzi lenti ma senza i pezzi veloci e insensati dopo. Sono in tre ma dal disco non lo diresti: sembra più l’equivalente sludge di un tizio che fa folk-blackmetal chiuso dentro una cameretta in qualche stato di bovari del centro degli Stati Uniti. Per me è la peggior categoria di musicista esistente a parte i Coheed and Cambria e gente simile; il genere che suonano merita rispetto a prescindere ma non tanto più di quello. JOHNNY MOX –  LORD ONLY KNOWS HOW MANY TIMES I CURSED THESE WALLS Questo nanetto qui, nell’omertà, sta iniziando a battere seriamente la stecca a quasi tutti. NICK CAVE & WARREN ELLIS – LAWLESS OST Le avete mai sentite le colonne sonore di Nick Cave e del suo fratellino? Molto meglio dei dischi veri di Bad Seeds e Grinderman, sui quali prima o poi smetteranno d’insistere. Oddio, il primo singolo del disco nuovo di Cave mi piace pure. Vado a uccidermi. THE SECRET – AGNUS DEI Bellissimo anche se a conti fatti preferisco Solve Et Coagula e questa cosa di questi tempi tende a indicare che dal prossimo ne avrò ufficialmente le palle piene. Mi godo il momento. FOOD – MERCURIAL BALM Tutto il resto di quella roba tipo Rune Grammofon non mi è più così necessaria come tipo 8 anni fa, ma i Food resistono e continuano a fare bei dischi. Quiet Inlet, che mi pare fosse il primo su ECM, è il loro miglior disco, quello che unisce meglio le varie anime del gruppo e/o la cosa più sexy e giusta che si può pensare di ascoltare dal 2000 in poi: una specie di misto tra krautrock, quella roba impro norvegese che sta appunto su RG e le tendenze caciarone alla Jarre/Vangelis/Oldfield del gruppo, che non scade mai nell’uno o nell’altro eccesso. Mercurial Balm non è altrettanto figo ed equidistante, suona troppo krauto-caciarone e si arriva alla fine con un bel po’ di fatica. Come fallimento, anche se non necessariamente come musica, ricorda vagamente la fase prog-mistica dei Growing. OTEP – HYDRA Ammetto di non averlo ancora ascoltato e mi occuperò magari del gruppo in separata sede, o anche sticazzi. Otep giura che sarà l’ultimo disco del suo gruppo. Speriamo.

RECENSIONI A CASO

COSMETIC – CONQUISTE (La Tempesta) L’unica cosa che non va è un vaghissimo sentore di gruppo da teen-drama USA anni novanta, che già di per sé oggi sembra una manna dal cielo (potrei negare di aver fatto questa affermazione in cose successive), e comunque abbiamo un gruppo malinconico italiano con le chitarre e quindi dei potenziali Dinosaur Jr de noantri, scusa se è poco. JOHNNY MOX – WE TROUBLE (Musica Per Organi Caldi) è un disco cattivissimo di elettronica minimalista o massimalista (una delle due, tanto nessuno conosce esattamente il significato) fatta perlopiù con dei loop vocali. Concorre al Premio Dissociati per l’anno in corso e lui è uno dei miei più grandi amici anche se non ci ho mai parlato. JAPANDROIDS  – CELEBRATION ROCK (Polyvinyl) è il classico caso di overstatement nel pop-rock attuale, cioè un gruppo viene scambiato per la cosa più grossa in circolazione solo perché ha due o tre pezzi decenti. L’abbiamo visto succedere con Wavves, No Age, Besty Coasty e duecento altri nomi casuali e non abbiamo ricevuto in cambio un disco che resistesse nello stereo per più di tre pomeriggi. Il disco non è ancora uscito ufficialmente, sto solo immaginando come suonerà. DEATH GRIPS – THE MONEY STORE (Epic) l’altra grande cantonata che ti puoi prendere leggendo le riviste è incappare in un supergruppo a caso a cui prendono parte sempre le stesse persone (Zach Hill); i Death Grips nella fattispecie sono il classico supergruppo rap con un’attitudine punk trasversale stile odio tutti ma sono post-tutto, e ovviamente viceversa, cioè un disco che vuole suonare old skool senza suonare old skool e io non ho manco Straight Outta Compton originale, per dire. Piacerà un sacco ai fanatici del post ad ogni costo e alla gente che non ha mai capito un cazzo di musica ma pensa di sì. TONS – MUSINEÉ DOOM SESSION VOL.I (Escape From Today) i Tons sono un gruppo piemontese con Steuso alle chitarre e Steuso è il miglior grafico italiano applicato al ROACK, quindi già di per sé il disco va ascoltato (essendo tra l’altro in streaming sul sito). Il disco è la classica suite doom metal nu-skool con pezzi lunghi, niente di più niente di meno, ma con un approccio onestissimo e pochissime seghe mentali. Il problema è che sono cose che fai due o tre volte nella vita per dire che le fai abitualmente, tipo uscire da un locale alle cinque del mattino e fermarsi al chioschetto davanti a prendere due piadine salsiccia e cipolla. Ecco, i Tons suonano circa come la seconda piadina salsiccia e cipolla. BEST COAST – THE ONLY PLACE (Wichita) è il classico caso di overstatement nel pop-rock attuale, cioè un gruppo viene scambiato per la cosa più grossa in circolazione solo perché ha due o tre pezzi decenti. L’abbiamo visto succedere con Wavves, No Age, Japandrois e duecento altri nomi casuali e non abbiamo ricevuto in cambio un disco che resistesse nello stereo per più di tre pomeriggi, ma l’orsetto tenerone in copertina può farcela al ballottaggio contro la scoreggina arty dei Death Grips per la piazza d’onore di immagine del post di Bastonate. MY BLOODY VALENTINE – LOVELESS RE-MASTERED BY KEVIN SHIELDS (Sony) ho ascoltato il CD1 e non ho sentito nessuna differenza. Considerato che ho già il CD e un vinile pesante comprato qualche anno fa, direi che è ora di basta. Anzi, scopro ora che il sottotitolo del sito ufficiale dei My Bloody Valentine è TO HERE KNOWS WEB e voglio spaccare delle bottiglie in faccia a qualcuno.