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L’apoteosi.

 

La gente non ricordava più l’età d’oro
del XX° secolo.
Non ne ricordava la prodigiosa tecnologia
nè le spaventose guerre.
Non ricordava più quando i Jugger
avevano fatto la prima partita al “GIOCO”
nè per quale motivo si giocasse
con un teschio di cane…

 
Giochi di Morte (in originale Salute of the Jugger o, per l’appunto, The Blood of Heroes) è I Cancelli del Cielo della fantascienza postatomica: scritto da David Webb Peoples nel momento di massima fama post-successo tardivo di Blade Runner (un flop al botteghino, sbancò nel mercato delle videocassette diventando in breve tempo il film più noleggiato di sempre), massacrato da una lavorazione travagliatissima (almeno sei anni dall’inizio della pre-produzione) e più volte rimontato, non si sa ad oggi quante versioni del film esistano né tantomeno quale sia (se ci sia) il director’s cut. L’unico dato certo è che la versione americana è più corta di almeno dieci minuti rispetto al cut europeo (un’ora e ventisei contro un’ora e trentacinque circa), anche se l’arrivo del formato DVD ha spalancato nuovi e inquietanti interrogativi (è spuntata fuori una fantomatica versione giapponese di 104 minuti) destinati con ogni probabilità a rimanere insoluti, per due ragioni principalmente: primo, Giochi di Morte è stato un tale fiasco sotto il profilo economico (costato dieci milioni di dollari australiani, ne ha tirati su poco più di 188.000) da rendere improbabile qualsiasi ipotesi di recupero filologico a posteriori come è stato invece, ad esempio, per Demoniaca di Richard Stanley (altro film maledetto per quanto decisamente più famoso), e secondo, dell’esistenza di Giochi di Morte pensavo di essere rimasto il solo essere vivente sulla faccia della terra ad averne conservato memoria.
Mi sbagliavo.
A ricordarsene  sono anche Justin Broadrick, Bill Laswell, Enduser e Dr. Israel, rispettivamente chitarrista, bassista, beat-maker e MC in The Blood of Heroes, progetto che prende le mosse da quel che probabilmente resta il migliore postatomico dopo Mad Max. L’album omonimo è uscito la primavera scorsa, e per chi ha passato l’infanzia a perdersi tra le pareti del videonolo e l’adolescenza in capannoni e centri sociali balordi a spaccarsi le orecchie con tutte le declinazioni possibili della drum’n’bass più marcia un disco come questo ha il sapore del regalo. Ma a parte la questione privata (capire di non essere il solo ad aver lasciato un pezzo di cuore nelle spire magnetiche di VHS dimenticate da Dio è qualcosa di prezioso di questi tempi) c’è proprio il fatto che The Blood of Heroes è un disco della madonna anche qui e ora, anche senza bisogno di tirare in ballo nostalgie e vissuto personali; è come dovrebbe suonare un disco sempre, unico, inafferrabile, misterioso, vivo e pulsante, portatore e generatore di autentica passione e stimolante ulteriori e infiniti percorsi. Un disco che ti lascia con il desiderio irrefrenabile di sviscerare ogni piega di un suono che incorpora jungle, elettronica, metal, industrial e hip-hop illbient di quello peso (giusto per dire le prime cose che richiama alla mente), di ripassare tutta (e dico TUTTA) l’epopea dei Godflesh con interminabili annessi e connessi, quindi via con gli Scorn e l’Earache degli anni belli, e i diecimila progetti di Laswell che sono un vortice da cui diventa difficile uscire, e tutta la roba dark e imparanoiata inglese di cui parla Simon Reynolds nei capitoli di Energy Flash post-rave di Castlemorton, e poi Goldie e tutto il catalogo Metalheadz, e DJ Olive, e DJ Spooky, e The Horrorist, e Isolationism, e chissà quanto altro mi sono dimenticato o non ho ancora ascoltato e ascolterò anche grazie a questo disco che è tra le cose più belle e formative e importanti che possano capitare se non siete sordi. A impressionare più di tutto il fatto che The Blood of Heroes arrivi dalla testa di gente con decenni di carriera e centinaia di uscite alle spalle (Laswell e Broadrick, nello specifico), comunque ancora in grado di partorire un disco che sembra inciso dopodomani. Che gli dèi li conservino.

Perché il freddo, quello vero, sa essere qui, in fondo al mio cuore di sbarbo.

un'istantanea di Justin Broadrick il giorno in cui ha appreso di aver vinto al Bingo

 
Nei mesi più freddi dell’anno è Justin Broadrick overload. In forma come non succedeva da anni (che per uno iperprolifico come lui sono l’equivalente di ere geologiche per gli esseri umani normali), come se il connubio autunno-inverno, e il buio, e il ghiaccio, e la luce gialla dei lampioni la notte, e il clima sempre più rigido e le giornate sempre più corte avessero riacceso un’ispirazione che da sempre si nutre di climi aspri e zone inospitali della mente, e cresce e prolifera in tunnel abbandonati e stanze piene solo di silenzio.
Contemporaneamente al fenomenale Christmas di cui abbiamo già parlato è uscito, sempre in digitale e sempre acquistabile sul sito della Avalanche Inc. alle solite tre sterle, un nuovo EP di Final; My Body Is a Dying Machine (si parte bene già dal titolo) contiene alcune delle cose migliori incise dal proteiforme Broadrick sotto la denominazione più longeva della sua intera carriera (appena tredicenne titolò così i suoi primi demo) dopo quell’abissale viaggio al termine della notte che era (è) il doppio 3 del 2006; probabilmente conscio dell’irripetibilità dell’atto, Broadrick/Final si era poi perso dietro troppi album di improvvisazione per sola chitarra, a volte chitarra e basso, pubblicati in tirature ultralimitate e venduti esclusivamente ai concerti, cui sarebbe seguita una serie di dischi anche piacevoli (se tra le vostre idee di ‘piacevole’ è contemplata un’ambient asfissiante, ultraminimale, da tecnici del suono malvagi e semiautistici presi male) per quanto in eccessiva contemplazione del proprio ombelico (molto bello comunque Fade Away del 2008). In mezzora scarsa Broadrick torna alla guerra: Gravity irrompe immediatamente e di diritto ai piani alti della graduatoria dei pezzi più belli mai incisi dall’uomo, sei minuti di estatiche rifrazioni e angeliche stratificazioni di drones ipersaturi sospesi nel niente che ridefiniscono fin dentro le ossa concetti come ‘nostalgia’, ‘perdita’, e ‘rimpianto’, una morsa di dolore puro che spreme il cuore come un limone troppo maturo e che è l’unico punto d’incontro ipotizzabile tra la 4AD dei tempi belli e il noise più fiero, con un’intensità che basterebbe ad alimentare legioni di centrali nucleari per l’eternità. La title-track (riproposta anche in chiusura in versione ‘live’) procede implacabile come un boia narcolettico per accumulo di pulviscoli di suono (una chitarra e uno stuolo di pedali da rendere irriconoscibile qualsiasi sorgente) pungenti e carezzevoli come cristalli di neve sulla pelle fresca; Black Dollars è una distesa di pece dove la paranoia è annegata da secchiate di sedativi da mandare all’altro mondo uno stegosauro, A Slight Return introduce repentine sciabolate di luce in un’oscurità liquida e ipnotica da trip senza ritorno, un pezzo che come ho letto da qualche parte* è la colonna sonora ideale per una love story tra giovani eroinomani.
My Body Is a Dying Machine raccoglie materiale composto tra il 2005 e il 2010, ma è questo il periodo adatto per fargli spazio nelle vostre vene.
(Continua a leggere)

Justin Broadrick in da (Red) House

jesuHo una notizia buona e una cattiva. La cattiva è che nemmeno oggi c’è stata la crisi di governo. La buona è che Caldo Verde, un’etichetta che per il solo fatto di essere stata aperta da Mark Kozelek ha il privilegio di poter pubblicare dischi di Mark Kozelek*, ha messo in streaming su myspace l’intero nuovo EP (quattro pezzi) di Jesu. Che è, sì, sostanzialmente la solita sbobba postr*-k sh++gaze malinconico-melodica da giorno del giudizzio con due zete, ma
1) suona molto meglio di quasi tutta la merda che etc etc
2) Justin Broadrick è nato per portare il cappuccio
3) alla prima passata sembra davvero uno dei capitoli più ispirati della già ingestibile discografia-Jesu
4) solita copertina della madonna.

E già di per sé il fatto che Mark Kozelek si sia messo d’impegno a fare uscire un disco di Jesu è una cosa che mi sta flippando il cervello che manco un etto di porra, tipo la più improbabile chiusura del cerchio della settimana. Anzi, volete una roba figa? Se ordinate direttamente il disco dall’e-shop dell’etichetta vi beccate gratis UN LIVE DI MARK KOZELEK, tipo customers who bought this also bought. Ti immagini Mark che pensa “sì, ai fan dei Jesu i miei dischi gli calzan proprio addosso” e prova a piazzarglielo sotto la coda.

Quindi insomma, sta su myspace in ascolto ed esce verso fine mese. Godiatene. Io ne godrò.

*Red House Painters, Sun Kil Moon etc. Fa anche l’attore nei film di Cameron Crowe. Cià una faccia incredibile. Quando Bukowski descrive Friedman o Fischman in Hollywood Hollywood, un vecchio con una mostruosa faccia da neonato, io penso sempre a Mark Kozelek. Speriamo che M.C. lo piazzi a breve in un Download Illegale.

Piccoli fans: GREYMACHINE

greymachineI supergruppi qua vanno via come il pane. Nel caso di GreyMachine parliamo di una joint venture tra tre Isis, tra cui Aaron Turner, e JK Broadrick. Naturalmente in casi come questi è difficile parlare di supergruppo, in parte perchè si parla comunque della stessa gente che incide per la stessa etichetta -tra l’altro di proprietà di uno dei membri- e inparte perchè da una dozzina d’anni tutta ‘sta gente si sta mischiando con una regolarità che pare un’orgia.

Comunque se dovessimo far risalire la cosa a un gruppo qualsiasi del giro boston/postaccacì/ammorte ci toccherebbe tirar fuori Old Man Gloom, ed è una buona notizia -quantomeno per le implicazioni, vale a dire che smessi i panni del campione del nuovo shoegaze doom demmerda à la Jesu l’ex-Napalm Death sta tornando a sonorità che ripescano a manetta dal progetto per cui la storia, se sarà scritta da gente sveglia, vorrà ricordarlo, vale a dire, insomma, manco lo diciamo. Stando al blog di Justin il primo disco di GreyMachine, dal titolo Disconnect, sarebbe dovuto uscire già a fine giugno. Nel sito di HydraHead comunque  non c’è ancora notizia in merito -giusto un laconico UPCOMING nell’online shop. C’è fuori, tuttavia, un 12″ con un pezzo lungo ed un remix. Il pezzo lungo, se non volete scomodarvi a rintracciarlo in qualche network illegale o nei soliti due o tre emmeblog che uploadano tutta la roba doom-moda degli ultimi anni, potete pescarlo nel sito di Justin Broadrick o ripparlo dal myspace della band. In non-ottemperanza con l’attuale tendenza degli Isis a far cagare, comunque, pare che il disco di GreyMachine sarà una bomba di roba doom industriale postswansiana scurissima prodotta e suonata da dio. Buone notizie. Hanno anche dei bei layout minimali in bianco e nero a tema. Diobosi.