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LO SBATTI DELLA SITUA #01

In questa nuova rubry la mia mission sarà produrre per il market della muzik bastonate delle rece a grappolo su dischi che mi piacciono e di cui non vedo bomber che ne parlan poi troppo, o magari ne parlan’a caso sbagliando tutto, gli stronzi (nel senso di bomber). La spiegazione del nome controverso di questa rubrica (nome che odio e che mi viene voglia di ammazzarmi ogni volta che lo leggo) la rimando al disclaimer che ho posto a fine rubrica. Difatto per farvi un favore agli occhi questa mia rubrica da oggi in poi sarà abbreviata in L.S.D.SiT che fa molto mix tra la famigerata droga LSD, quello secco dei fumetti secchi toscano li, il sith che è in te, e la roba LGBTqUeeAr, e quindi è turbophuturo zigoviaggiare.

ZERO SBATTI SOPRA AL COLLE
ZERO SBATTI SOPRA AL COLLE

Per questo primo numero di LSDSiT ho deciso di selezionare tre release italiane che mi hanno sfaciolato nel genere copertine in bianco e nero e di stile eleKttronica, oggi quindi tratteremo di suoni e armonie di disegno che si spandono nell’aere attorno a noi e di ritmi camionabili che fanno reboare il nostro corpo, o di tutte e due le cose insieme.

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Panoram – Background Story

Iniziamo con il nuovissimo disco di Panoram, Background Story, uscito proprio in questi giorni sulla sua nuova etichetta Wandering Eye e interamente ascoltabile qui. Panoram (giovane esponente elettronico di Trastevere+Città del Vaticano) era già stato autore di uno dei DISCHIDIO2k14 grazie ai bozzetti chilloni di Everyone is a Door che tappezzarono le pareti della nostra stanza di molteplici porte sonore su cui posare uno sguardo fugace. Stavolta in questo nuovo LP la porta sonora è una sola e le composizioni si svolgono in maniera più dilatata. Ogni paesaggio sonoro viene così approfondito e percorso con calma, come ci fa capire la puntura mentale dell’intro: due minuti e 21 di melodia spacey synth filtrata tipo chitarra wah funkadelica sciolta nell’oppio. Ci si adagia così subito in quell’atmosfera da tardo meriggio primaverile moody “nu poco chiove n’atu ppoco stracqua” e che dalla successiva drogatissima There Was a Hole in Here (come se una band astratta suonasse un umido trip-hop, quasi una via parallela alle ballade di casa Brainfeeder) ti porta in un bellissimo posto, li, fuori, nel giardino deep della nostra mente (sarà questa la background story del disco? boh chissà). La seguente Black Milk Shower sembra quasi una canzone, con campione vocale che mano a mano si intona artificialmente facendosi spazio in un rallentato/alienato breakbeat alternativamente denso o sospeso. Un qualcosa che, per concludere il giochino scemo dei paragoni, somiglia a ciò che avrebbero potuto essere gli Air sul secondo disco (forse il mio loro preferito), ma che gli riuscì a metà. Il resto del disco, che viaggia sempre su una realtà parallela da sviaggio oltre l’horizon radar, lo lascio scoprire a voi! Tanto lo streaming sta li, sedetevi comodi e a farvi perdere in maniera corretta ci penserà Background Story, che se non l’avete ancora capito il secondo DISCODIO di fila da parte di Panoram.

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Lynch Kingsley – Make Your Love

Vi siete rilassati coi panorami? Bene, ora beccatevi i turboblasti footwork-junglati di Lynch Kingsley (giovine sbassoa specialist da Roma) e del suo nuovo ep Make Your Love. Dalla jungle pesca gli strati vorticosi e il coinvolgimento melodico, dalla footwork triplette di kick e bassi a non finire e choppettate di voce. Operazione non dissimile a quella approntata con successo da Machinedrum e Om Unit (e infatti troviamo proprio quest’ultimo a remixare la frenetica title-track donandogli spazi ritmici più dilatati), ma Kingsley dirige il tutto in maniera più frenetica e febbrile, quasi recuperando lo spirito da Rephlex Party. Da seguire attentamente perché da qui si prevedono begli sviluppi di phuturi verdei!!!

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Eks – EksM

Se come me siete fissati con i RIDDIMS dell’asfalto skrokkio (chessò il primo flylo, madlib, kxnlwdge) sparatevi a cannone lo streaming di questa prossima uscita (in cassettina o digitale su bandcamp) della Korper/Leib, giovine etichetta napoletana che si ok fece uscire come prima cosa uno split con il mio gruppo (i rainbow bblindarls), ma non è per questo che vi sto spingendo sto disco. Vi spingo Eks e il suo disco/cassetta/streaming perché stiamo su bastonate e questa raccolta di SGRAKKIO NAPOLI TRIP BEATS recupera lo SKRANNO dei nastri sfilacciati e dei cavi sfrigolanti del noize che tanto ci/vi piace, nel contesto perfetto dei pisello riddims. In un pezzo come Kat.a. 201 sembra di sentire i Wolf Eyes jammare con un beatmaker dubbone, TRIP MENTAL!! Non sempre però tendente al noize, Eks crea i suoi beats da suoni e rumori in maniera tipo fumo free jazzo, sviluppo denso asfalto che si scioglie, skrikkiolii dei palazzi, motorini, caciara, stordimenti vari. Praticamente la Stones Throw a Napoli, quindi più incasinata e più rumorosa. Spero che con sta roba Eks inizi a farsi notare anche al di fuori dei pikkiomaniaci come me e con esso tutto il ritmo rais napulitano che continua ingiustamente ad essere iper underground pur essendo di qualità tikiliziosa!

 

 

 

**DISCLAIMER SBATTI SITUA**

Ho usato le due parole “italiane” che odio di più al momento SBATTI e SITUA, così finalmente mi libererò del loro fastidio dentino/fonico riversandolo su voi lettori di Bastonate. In più ste due parole rappresentano benissimo il fatto quanto io mi SBATTI per raccontarvi la SITUA, rappresenta pure benissimo il concetto assurdo dello SBATTIMENTO DEI GRUPPI (che non mi è mai interessato misurare, anzi, meno ne so meglio è) e sostituisce il concetto di SCENA (che in italia equivaleva a fare cacca beetroots o arte finta con la scusa che però prima “oh ma quello suonava punk hardcore eh!”) con il concetto molto più schifoso e fastidioso di SITUA. Che poi SBATTI lo odio solo perché qui al SUDDE sta mefistofelicamente sostituendo il bellissimo lungo e scazzato SCOCCIATURA/SCOCCIARE con un inedito nervosismo tronco che mi mette un ansia allucinante e sta parola viene usata sempre da Simne (il matemago veneto con cui condivido la situa nel project “rnbw sbatti”) per darmi fastidio e quindi insomma riconosco che è un problema mio che sono dilatato e pigro e mi piace troncare le parole con un più brioso UE’ invece che col TTI e che al nord SBATTI può legittimamente essere usata nella normalità e non causa fastidio, MA SITUA? SITUA MADONNA MIA CHE PAROLA DI MERDA PORCOILCLERO!!!! MA NON VI VERGOGNATE ANCHE SOLO A LEGGERLA?

Lana del Rey – Ultraviolence

Courtesy of Fotomontaggi Fatti Male (RIP)
Courtesy of Fotomontaggi Fatti Male (RIP)

In a world full of hate/Love should never wait
(Lou Reed, Heavenly Arms)

A metà degli anni ’90 – era uno dei miei primi accessi a internet, perlopiù cercavo spartiti – mi imbattei in un sito dedicato gli Smashing Pumpkins – le immagini si caricavano lentissimamente, e una era quella di un segnale di divieto applicato – credo – a una banana, con la scritta: Say no to macarena. Mi sentii parte di qualcosa, in particolare di un esercito di adolescenti con la maglietta ZERO che resisteva, a cosa?, non so, ma a qualcosa, qualcosa che era fatto di Bush padre, vietato fumare, i miei, i tuoi, le strutture algebriche, e relazioni, e quantità. Negli anni ’90, in poche parole, i giusti, cioè i ragazzini, erano in lotta contro il male, ben capendo che il Diavolo, se usa la musica per rapire le anime, usa di certo i jingle-pop commerciali, e non il rock’n’roll, non l’heavy metal, che bestemmierà il Cristo, ma cosa sarà mai un porco in più o in meno scagliato nell’alto dei cieli di fronte a tanta aggregazione giovanile creata? Sì, sto sostenendo che il metal crea amicizia tra ragazzi ed è perciò una forza positiva e dell’amore. Non rompetemi il sogno, né il cazzo, e lasciate che io vada oltre nel mio discorso arrivando al punto: c’è stato un momento, non ricordo quando perché il passaggio è stato sottile, all’inizio, in cui abbiamo cominciato a far nostra l’idea che anche il pop, la dance, il cantautorato italiano e altra robaccia potessero esser degni di attenzione, e da lì in poi è stato un attimo e ci siamo ritrovati affondati fino al collo in un barile di sterco, dove lo sterco erano i dischi di Justin Timberlake, degli OutKast, dei Gnarls Barkley. Adesso, dopo anni, siamo qui a deliziarci con Lady Gaga e Pharrell Williams, dando loro credibilità, e siccome il degrado è ovunque e non solo nella musica, abbiniamo questi cattivi ascolti a teorie socio-estetiche del cazzo in cui i social network sono importanti e interessanti, e le serie tv un modello del nuovo cinema. In questo clima illanguidito e decadente, è possibile e anzi scontato leggere recensioni di artisti pop su pagine una volta insospettabili, ed è in generale tutta una gara a chi dice la cosa vacuamente più intelligente sul concetto di pop, di prodotto, sul fatto che comunque per essere Rihanna di certo bisogna SBATTERSI e la vita è dura. Ora, io sono abbastanza certo che Lana Del Rey sia “un prodotto” (“ben confezionato”, si aggiunge di solito), quello che non so è che implicazione abbia questo sull’anima e sulla sua salvezza. Sarei tentato di dire nessuna, nei casi e solamente in quelli in cui il “prodotto” produce la più grande canzone sentita da anni, probabilmente da Heavenly Arms di Lou Reed. Parlo ovviamente di Video Games. La seconda miglior canzone dello stesso periodo è Brooklyn Baby, che è il singolo di lancio di questo Ultraviolence e, assieme ai pezzi Black Beauty (ne parliamo nella recensione ai Black Monolith nella nostra newsletter n. 2) e Guns and Roses – che parla della famosa band dal nome leggermente diverso, dandole finalmente la sua giusta dimensione di eroismo romantico  -,  è una scusa più che buona per comprarsi l’album in doppio LP. Se non altro per non aver cannato il segno dei tempi, che è fatto di dischi in vinile venduti e comprati per pura estetica, ed è fatto di ballate molto tristi. (7) all’album, (3) a questo tempo, finché lo si vive, ma che sarà (7) quando ci ripenseremo tra vent’anni.